Testi video/ Mio il corpo, mio il diritto/ 19 novembre 2024

Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro a Biblioteca comunale di Como il 19 novembre 2024 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Guarda i video.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2626

Io credo, però, che anche quest’anno, nonostante la sala non sia gremita come lo scorso anno, possiamo comunque affermare che l’impegno e l’argomento che affronteremo stasera sono di pari dignità, interesse e importanza. Avremmo voluto tenere questo incontro in una sala affrescata al primo piano della Pinacoteca, ma purtroppo non ci è stata concessa. Nonostante ciò, siamo qui in una bellissima sala.

Intanto, saluto tutte le persone presenti stasera e vorrei esprimere un ringraziamento speciale alle nostre relatrici, alle nostre ospiti, che poi saliranno al mio posto qui.

L’iniziativa di oggi è organizzata dalla rete “Intrecciate” e vorrei spendere due parole per spiegare brevemente chi siamo. La rete è nata dopo la brutale uccisione di Masha Ginevra nel settembre del 2022 a Terranova. È una rete composita, che comprende associazioni, comitati, collettivi, sindacati e singole persone unite dalla necessità di contrastare ogni forma di oppressione e violenza. Siamo una rete transfemminista e, in questi anni, ci siamo concentrati su diverse tematiche. Abbiamo affrontato, per esempio, il tema del linguaggio e del valore che esso ha nel decostruire la società patriarcale in cui viviamo.

Lo scorso anno, ad esempio, eravamo qui in biblioteca con Vera Gheno per parlare di linguaggio e di come questo possa essere un potente strumento di cambiamento. Abbiamo anche rivendicato infrastrutture sociali e servizi maggiori per le famiglie, e quindi anche per le donne, quando il Comune di Como ha deciso di chiudere gli asili nido comunali. Forse alcuni di voi ricorderanno i volantini che avevamo distribuito in occasione del presidio che avevamo organizzato a giugno, sempre a Como, fuori dal consultorio pubblico. Quella era una protesta per difendere la libertà dei consultori pubblici, in seguito alle scelte del governo che avevano dato accesso alle associazioni antiabortiste dentro i consultori.

Questa iniziativa è partita da una lunga riflessione sul senso di queste scelte politiche e sul ruolo fondamentale che i consultori ricoprono. Oggi i consultori sono presidi importantissimi a difesa dei corpi delle donne, e il nostro obiettivo è difenderli, così come il diritto all’aborto, diritto che consideriamo non negoziabile. Questo attacco ai diritti delle donne non è solo un fatto politico, ma una forma di violenza contro di noi, contro i nostri corpi.

Questa sera vogliamo riflettere insieme alle nostre ospiti su questi temi, ma anche definire nuove rivendicazioni e iniziative future per contrastare le pressioni politiche e ideologiche che stiamo vivendo. Ci impegniamo a chiedere imparzialità da parte delle istituzioni e a combattere il graduale depotenziamento dei consultori, un fenomeno che vediamo concretizzarsi giorno dopo giorno.

Cito come esempio un’iniziativa adottata dal governo britannico, le “Safe Access Zones”, ossia zone di accesso protetto, che garantiscono la sicurezza delle donne che scelgono di abortire, proibendo volantinaggi, veglie e proteste davanti ai luoghi dove vengono effettuate le interruzioni volontarie di gravidanza. Non so se qualcuno di voi è mai passato davanti all’ospedale Sant’Anna in via Ravona, dove spesso vediamo manifestanti con cartelli contro l’aborto. Queste iniziative sono un chiaro contrasto al diritto delle donne di decidere liberamente.

Viviamo in una cultura in cui la vittimizzazione delle donne si esprime non solo nei noti ambiti di violenza di genere, ma anche in situazioni in cui una donna decide di interrompere una gravidanza. In questi casi, viene giudicata da un’intera società che ancora fonda le proprie radici in una cultura cattolica. Il lavoro dei consultori, che permette alle donne di scegliere autonomamente sul proprio corpo, va valorizzato e supportato, non limitato.

A più di 40 anni dall’introduzione della Legge 194, che ha sancito il diritto all’aborto e la creazione dei consultori, ci preoccupano le derive che stigmatizzano le scelte delle donne. Tali derive sono evidenti non solo nel nostro paese, ma anche all’estero, come dimostra l’aumento degli obiettori di coscienza, che rendono sempre più difficile per le donne esercitare il diritto all’aborto. Per noi, questa è una vera e propria violenza di Stato.

L’Italia è uno dei paesi europei in cui questo diritto sta diventando sempre meno esigibile, e ne parleremo più a fondo durante il dibattito. Ricordiamo che nel mese di aprile di quest’anno, il Parlamento Europeo ha adottato una risoluzione, pur non vincolante, per chiedere che il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza venga inserito nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Tuttavia, per modificare la Carta è necessaria l’unanimità di tutti i paesi membri, e paesi come Malta, Polonia e Ungheria limitano severamente l’accesso all’aborto, permettendolo solo in casi estremi di tutela della salute della donna.

L’idea di questa serata nasce proprio per riaffermare l’importanza e il ruolo dei consultori e il diritto alla scelta dell’interruzione volontaria di gravidanza per tutte le donne. Questo diritto è una forma di cura e protezione per noi, contro una violenza ideologica e politica che condanna tutte le donne che vi accedono.

Come avete visto nel programma della serata, ci saranno vari interventi. L’ordine degli interventi non è esattamente quello riportato sul volantino, ve lo anticipo già. Inizieremo con un video della CGT, il sindacato francese, che ci racconterà la loro esperienza. In aprile, infatti, in Francia il diritto all’aborto è stato inserito in Costituzione, e nel video verrà spiegato il motivo di questa scelta.

Ringrazio ancora le relatrici: Anna Carminati, professoressa associata di diritto pubblico all’Università di Brescia; Donatella Albini, medica e ginecologa, presidente del Centro di documentazione e informazione sulla salute di genere di Brescia; e Anna Armati, psicologa e psicoterapeuta, direttrice della struttura per il coordinamento dei consultori in ASL Lariana. Ognuna di loro porterà un contributo significativo e importante per noi e per tutti voi presenti in sala.

Ora lascio la parola a Francesca Baruffaldi della CGL Lombardia, che farà una breve presentazione del video che vedremo. Terminato il video, seguiranno gli interventi di Anna Carminati, Donatella Albini e Anna Armati. Alla fine ci sarà spazio per alcune domande, riflessioni e un breve dibattito. Grazie.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2627

Vi invito a guardare il video in cui la collega del sindacato francese SGT spiega in modo approfondito le motivazioni dietro alcune delle loro iniziative. Come diceva Alessandra, possiamo anticipare che la paura dell’avanzata delle destre ha sicuramente spinto il sindacato a fare un salto in avanti su questi temi.

Nel video, si parla anche del rapporto costruito negli anni con le associazioni femministe, un legame importante per il sindacato. Alla fine del video, viene fatta una proposta interessante: l’idea di sentirci e collaborare per creare un laboratorio comune, magari transnazionale, con un focus particolare sulla Francia. Questo Paese, infatti, è stato uno dei primi a inserire nella propria Costituzione il diritto o la libertà di aborto, e come sappiamo, anche a livello dell’Unione Europea il dibattito è stato acceso.

L’11 aprile di quest’anno, ad esempio, c’è stato il voto su una risoluzione del Parlamento Europeo per garantire l’aborto libero e sicuro. I risultati sono stati i seguenti: 336 voti a favore, 163 contro e 39 astenuti. Questo ci mostra chiaramente come i partiti di destra abbiano votato contro, mentre il Partito Popolare Europeo si sia spaccato, con i rappresentanti dei Paesi nordici che si sono espressi a favore.

Era ora che anche il Parlamento Europeo aprisse un dibattito su un tema così importante. Per quanto riguarda noi della CGIL, penso sia utile esplorare ulteriormente le relazioni con altri Paesi, in particolare con la Francia. Ringrazio Alessandra per avermi dato l’opportunità di parlare con colleghe internazionali, un’esperienza preziosa, soprattutto per me che ho iniziato da poco a seguire le politiche internazionali.

Un’ultima cosa che volevo sottolineare: è possibile firmare la petizione “My Voice, My Choice”, che raccoglie firme per promuovere a livello europeo una legge che garantisca l’aborto legale e sicuro. Come sappiamo, ci sono Paesi come Malta e la Polonia in cui l’aborto è praticamente vietato, e l’Italia viene spesso citata per le difficoltà di applicazione della legge 194, nonostante la sua esistenza. In molte regioni del nostro Paese, infatti, l’aborto è difficilmente accessibile, una situazione che sarà approfondita dalle altre relatrici.

Potete trovare la petizione online e firmare utilizzando lo SPID. Vi invito a visitare il sito e a partecipare.

Grazie, e ora vi lascio alla visione del filmato.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2628

Qui travaille sur l’égalité professionnelle, qui lutte contre les violences sexistes et sexuelles avec toute la CGT qui impulse cette activité, et notamment, on est une des commissions qui travaille énormément sur la lutte pour l’accès au droit à l’avortement partout. Donc, du coup, je vais vous parler un peu de la lutte qu’on a menée pour la constitutionnalisation de l’avortement qu’on vient de gagner. Donc, on était très très émus, très fiers d’avoir gagné la constitutionalisation de l’avortement. Alors, ça ne s’est pas fait tout seul.

L’histoire de l’avortement dans notre pays date déjà. Ça a commencé par une légalisation dans les années 70. Il y a eu des mouvements importants, il y a eu deux faits extrêmement marquants qui ont permis de faire vraiment avancer l’opinion publique sur la légalisation de l’avortement. Alors, il y a eu un procès emblématique, c’était le procès d’une jeune fille qui avait subi un avortement clandestin puisqu’elle avait été violée, et elle avait été aidée dans son avortement clandestin par sa mère et par des collègues femmes de sa mère. Et justement, pourquoi aussi la CGT a été actrice, c’est que la mère de cette jeune fille était syndiquée à la CGT. Donc, cette affaire, c’est l’affaire de Bobigny, elle a bouleversé l’opinion publique et elle a permis vraiment de faire bouger et de montrer à quel point cette loi de pénalisation de l’avortement était injuste, et à quel point c’était une affaire d’humanité que de rendre légal l’avortement. Que c’était aussi une affaire d’égalité entre les femmes et les hommes puisque la question de la maternité, la question de sa maîtrise, permet l’accès au travail des femmes et leur accès à l’indépendance économique.

Donc, il y a eu ce premier mouvement médiatique qui était très très important. Il y a eu un deuxième mouvement médiatique par Simone de Beauvoir. Elle avait écrit une tribune qui s’appelait le Manifeste des 343. Donc, c’est plein de femmes connues, reconnues, populaires, comme Catherine Deneuve, etc., qui avaient signé cette tribune disant qu’elles avaient eu recours à l’avortement. Donc voilà. En fait, on était dans une zone vraiment importante où la légalisation dans l’opinion publique devenait vraiment l’affaire de toutes et tous.

Donc, nous, à la CGT, on l’a portée bien avant ça, bien avant la légalisation qui date de 1975. Donc, on l’a portée avant, puisque de toute façon, la question de l’avortement, comme je l’ai dit, est très très importante pour l’accès au travail. Une femme, si elle ne maîtrise pas sa maternité, eh bien elle ne peut pas aller travailler. Une femme qui pratique un avortement clandestin est obligatoirement empêchée de travailler et risque sa vie. Et donc, c’est ce domaine qu’on pensait avant privé qui a un peu bousculé notre organisation syndicale, en sachant qu’on était dans une organisation syndicale qui avait de plus en plus, à l’époque, de militantes femmes. Et ces militantes femmes le revendiquaient et étaient souvent aussi dans des associations féministes où elles militaient pour la légalisation du droit à l’avortement.

Donc voilà, c’était vraiment une très grosse victoire qu’on a eue en 1975. Bien que, quand on regarde dans le rétroviseur, en 1975, c’était l’époque de ma naissance. Donc voilà. Ensuite, ce qu’on a réussi à faire, on n’a vraiment pas lâché le combat sur l’avortement, parce que, comme on dit, rien n’est acquis. On a voulu conquérir l’accès à l’avortement dans les entreprises ou l’accès à la contraception dans les entreprises. Donc, il y a eu vraiment un mouvement. C’est-à-dire que les militantes, quand même souvent des femmes de la CGT, ont réussi à négocier pour que dans les entreprises il y ait l’ouverture de plannings familiaux. Donc ça, c’est quelque chose qui, malheureusement, est de moins en moins fréquent maintenant, voire même inexistant. Je crois qu’il y a extrêmement peu d’entreprises qui ont encore ça dans leur cadre.

Cette implication de la CGT dans cette cause, dans la cause aussi de l’égalité salariale et dans la lutte contre les violences sexistes et sexuelles, fait de nous une organisation majeure et identifiée comme étant une organisation féministe. Donc, on a continué à revendiquer que l’accès à l’avortement soit élargi, que les délais soient de plus en plus longs pour permettre aux femmes d’y avoir accès sereinement et de faire leur choix, etc.

Donc, ce qu’on a réussi à gagner récemment, avant la constitutionnalisation, c’est l’allongement de la durée pour pouvoir avoir recours à l’IVG. Donc ça, c’était important : depuis 2022, c’est 14 semaines. Et donc, ce qu’on revendiquait aussi, et ça, on ne l’a jamais perdu de vue, c’était de marquer dans notre Constitution cet accès à l’avortement comme un droit fondamental. On bataille là-dessus avec les associations féministes depuis les années 90. Donc ça fait quand même un paquet d’années aussi qu’on bataille dessus. Et là, c’est devenu hyper urgent pour nous de verrouiller ce droit dans la Constitution parce qu’on a beaucoup débattu ensemble, et on a accueilli des camarades de la CGT récemment. On a des montées d’extrême droite qui sont très très inquiétantes dans notre pays. On vient de passer à côté, mais vraiment très très à côté, de l’entrée au pouvoir de l’extrême droite dans notre pays. Et pour nous, c’était vraiment une question immédiate de constitutionnaliser l’avortement pour pouvoir le sauvegarder en cas d’arrivée au pouvoir d’un gouvernement réactionnaire.

Donc, on l’a gagné en février 2024. Alors, on a gagné, c’est une tournure de phrase. Dans la Constitution, c’est la liberté de l’IVG. Donc, nous, ce qu’on voulait, c’était que ça soit un droit garanti. Ça veut dire que ça implique l’État en matière de financement, que ça implique l’État en matière d’accès sur le territoire, etc. Et ça, c’est des mouvements qu’il nous reste encore à conquérir. Donc, on continue à se mobiliser.

Déjà parce qu’on est conscients que même si l’accès à l’avortement dans notre pays, selon les territoires, selon les catégories socio-professionnelles, etc., est très hétérogène, on n’a pas du tout le même accès partout. Donc, nous, on continue à se battre pour qu’il y ait des ouvertures de centres d’interruption volontaire de grossesse, pour le maintien des maternités de proximité. Donc, ça, c’est vraiment quelque chose qu’on continue à revendiquer. Et notamment, le 28 septembre, en nous mobilisant avec les associations féministes. Mais on revendique aussi que notre président, Emmanuel Macron, prenne ses responsabilités au niveau européen et qu’il pousse à ce que ça soit inscrit au niveau européen pour que les femmes en Europe puissent toutes avoir accès à un avortement en sécurité.

Donc, ça, on essaie de faire bouger les choses. En attendant, on soutient une campagne européenne Ma Voix, Mon Choix. C’est un recueil de signatures. Il faut un million de signatures. C’est une initiative citoyenne qui propose que, là où les femmes ne peuvent pas avorter en sécurité — et ça concerne 20 millions de femmes en Europe —, il puisse y avoir une solidarité financière pour qu’elles puissent avorter ailleurs où l’avortement est sûr et légal.

Nous, l’avortement, vous l’avez compris, et la maîtrise de la maternité, c’est vraiment un enjeu syndical extrêmement fort. C’est un enjeu qu’on porte dans toutes les mobilisations internationales, comme celle du 28 septembre, celle du 25 novembre, ou celle du 8 mars. Pour nous, c’est un enjeu primordial de l’égalité et de l’indépendance des femmes. Et d’ailleurs, c’est souvent cette liberté-là qui est remise en cause à chaque fois qu’il y a un gouvernement d’extrême droite qui arrive au pouvoir. C’est tout de suite le droit des femmes qui est remis en cause, et notamment le droit principal de l’accès à l’avortement.

Tradotto in Italiano:

Chi lavora sull’uguaglianza professionale, chi lotta contro le violenze sessiste e sessuali con tutta la CGT che promuove questa attività, e in particolare noi siamo una delle commissioni che lavora enormemente sulla lotta per l’accesso al diritto all’aborto ovunque. Quindi, vi parlerò un po’ della lotta che abbiamo condotto per la costituzionalizzazione dell’aborto, una battaglia che abbiamo appena vinto. Eravamo molto emozionati, molto orgogliosi di aver ottenuto la costituzionalizzazione dell’aborto. Ma non è successo da solo.

La storia dell’aborto nel nostro paese risale a tempo fa. È iniziata con una legalizzazione negli anni ’70. Ci sono stati cambiamenti significativi, con due eventi estremamente importanti che hanno davvero permesso di far avanzare l’opinione pubblica sulla legalizzazione dell’aborto. Uno di questi eventi è stato un processo emblematico: quello di una giovane ragazza che aveva subito un aborto clandestino, poiché era stata violentata. Era stata aiutata ad abortire clandestinamente da sua madre e da alcune colleghe di sua madre. E, appunto, la CGT è stata coinvolta perché la madre di questa ragazza era iscritta al sindacato CGT. Questo caso, noto come il Caso di Bobigny, ha sconvolto l’opinione pubblica e ha permesso di far comprendere quanto fosse ingiusta la legge che penalizzava l’aborto, mostrando che legalizzarlo era una questione di umanità. Era anche una questione di uguaglianza tra donne e uomini, poiché la questione della maternità e del suo controllo permette alle donne di accedere al lavoro e di ottenere l’indipendenza economica.

Questo primo evento mediatico è stato molto importante. Un secondo evento mediatico è stato promosso da Simone de Beauvoir, che scrisse una tribuna intitolata Il Manifesto delle 343. Si trattava di un documento firmato da molte donne famose, riconosciute e popolari, come Catherine Deneuve, che dichiaravano di aver fatto ricorso all’aborto. Quindi, ci trovavamo in un momento cruciale in cui la legalizzazione, nell’opinione pubblica, stava diventando un tema di interesse collettivo.

Noi della CGT abbiamo sostenuto questa battaglia ben prima di allora, ancor prima della legalizzazione del 1975. Abbiamo portato avanti la questione perché, come detto, l’aborto è fondamentale per l’accesso delle donne al lavoro. Una donna che non può controllare la propria maternità non può lavorare. Una donna che subisce un aborto clandestino è obbligata a fermarsi, mette a rischio la propria vita ed è esclusa dal mondo del lavoro. Questa è una questione che, inizialmente considerata privata, ha spinto la nostra organizzazione sindacale a intervenire. Inoltre, il nostro sindacato, all’epoca, contava un numero crescente di militanti donne, che rivendicavano questo diritto ed erano spesso attive in associazioni femministe che lottavano per la legalizzazione dell’aborto.

Quindi, ottenere questa vittoria nel 1975 è stato un grande traguardo, anche se, guardando indietro, il 1975 sembra ormai molto lontano. Successivamente, non abbiamo mai abbandonato la lotta per l’aborto, perché, come si dice, nulla è acquisito per sempre. Abbiamo voluto conquistare l’accesso all’aborto e alla contraccezione anche nei luoghi di lavoro. Molte militanti della CGT hanno negoziato per l’apertura di consultori familiari all’interno delle aziende. Purtroppo, questa pratica è sempre meno frequente oggi, quasi scomparsa.

L’impegno della CGT in questa causa, così come per l’uguaglianza salariale e la lotta contro le violenze sessiste e sessuali, ci ha reso un’organizzazione di riferimento, riconosciuta come femminista. Abbiamo continuato a rivendicare l’estensione dei tempi per accedere all’aborto, per permettere alle donne di fare una scelta consapevole e serena. Recentemente, prima della costituzionalizzazione, abbiamo ottenuto l’allungamento del termine per ricorrere all’IVG (interruzione volontaria di gravidanza): dal 2022, il termine è stato esteso a 14 settimane.

Ma ciò che non abbiamo mai smesso di chiedere è l’inserimento del diritto all’aborto nella Costituzione come diritto fondamentale. Abbiamo combattuto per questo insieme alle associazioni femministe fin dagli anni ’90. Questa battaglia è diventata urgentissima di recente, considerando la crescente minaccia dell’estrema destra nel nostro paese. Abbiamo sfiorato, davvero di poco, l’ingresso al potere dell’estrema destra. Per noi, era essenziale costituzionalizzare l’aborto per proteggerlo da eventuali governi reazionari.

Abbiamo ottenuto questa vittoria a febbraio 2024. Il testo nella Costituzione parla di “libertà” di aborto. Noi avremmo voluto che fosse definito come un “diritto garantito”, perché ciò avrebbe obbligato lo Stato a finanziare, garantire accesso su tutto il territorio, e così via. Su questi punti, ci resta ancora da combattere. Continuiamo a mobilitarci, consapevoli che, anche nel nostro paese, l’accesso all’aborto varia enormemente a seconda del territorio e della categoria socio-professionale.

Continuiamo a chiedere l’apertura di centri per l’interruzione volontaria di gravidanza e il mantenimento delle maternità di prossimità. Il 28 settembre ci mobilitiamo con le associazioni femministe, e chiediamo anche al presidente Emmanuel Macron di spingere per un’iniziativa a livello europeo, affinché tutte le donne in Europa abbiano accesso a un aborto sicuro.

Nel frattempo, sosteniamo la campagna europea Ma Voix, Mon Choix, che raccoglie firme per garantire che le donne nei paesi dove l’aborto è illegale possano abortire in sicurezza altrove, con supporto finanziario.

Per noi, l’aborto e il controllo della maternità sono temi sindacali fondamentali. Li portiamo avanti nelle mobilitazioni internazionali, come il 28 settembre, il 25 novembre e l’8 marzo. Questa libertà è spesso la prima a essere attaccata dai governi di estrema destra, insieme agli altri diritti delle donne.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2629

Grazie per questo invito davvero molto gradito e importante. Direi che in questi giorni tornare a parlare o continuare a parlare dell’attuazione in Italia della legge sull’aborto è molto significativo, soprattutto in connessione con la giornata contro la violenza sulle donne, come abbiamo già ricordato, perché naturalmente le due tematiche sono molto connesse in relazione al tema di come ci approcciamo al corpo delle donne.

Nel mio intervento introduttivo vorrei provare a ripercorrere l’origine della legge 194 e quindi come mai siamo arrivati a quel tipo di compromesso, a questo che troviamo nella legge. Dico subito, anticipo subito che il tipo di disciplina normativa che ci siamo dati si presta, in effetti, a incontrare poi in fase applicativa qualche ostacolo, soprattutto se c’è la volontà di non applicarla fino in fondo. Di questo naturalmente lascerò la parola alle relatrici che seguiranno e poi, magari, darò qualche impressione su quello che è l’aspetto della costituzionalizzazione della libertà o del diritto di aborto. Le due cose non sono esattamente uguali e se può essere una strada percorribile, se ha qualche interesse per noi questa prospettiva.

Comunque, vado a cominciare dicendo che la questione della pratica, anzi dell’interruzione volontaria di gravidanza, dell’aborto, è una pratica, direi, antica quanto l’uomo, quanto la donna. Anzi, la questione moderna è come questa questione viene trattata dal punto di vista giuridico, come viene regolamentata. E la regolamentazione delle pratiche abortive è cambiata nel corso della storia e, essenzialmente, cambia in relazione a tre fattori principali. Da un lato, l’evoluzione della scienza. Se pensiamo che l’aborto cessa di essere una questione privata femminile solo con l’invenzione del microscopio, quindi con la consapevolezza che esiste uno sviluppo della vita fetale che ha delle sue fasi, quindi nel momento in cui riesco a vedere dentro, ci si preoccupa appunto di capire se consentire o non consentire questa pratica. Oppure pensi oggi alla prospettiva dell’aborto farmacologico, che naturalmente ha cambiato molto o potrebbe cambiare molto le pratiche di interruzione di gravidanza e facilitare, da un certo punto di vista, quello che è oggi un difficile bilanciamento nella prassi tra le scelte, cioè, o meglio, la garanzia del diritto di abortire e la scelta invece di molti medici di obiettare.

In secondo luogo, l’approccio giuridico cambia in relazione al variare della percezione sociale, del sentire comune, del momento in cui dobbiamo collocare l’inizio della vita. Perché naturalmente una scelta, diciamo, che dipende da scelte eticamente connotate e quindi dallo statuto giuridico che si ritiene di dover riconoscere o meno all’embrione. E infine, e per questo è bene parlarne, specialmente in questi giorni, la regolamentazione giuridica varia in relazione alla condizione e al ruolo che le donne hanno riconosciuto nella società e un po’ più sullo sfondo, ma comunque questo tema c’è anche nelle eventuali politiche statali che si vogliano fare in chiave di sostegno alla natalità.

Poi proverò a dare qualche input sulla circostanza che è molto sbagliato mettere accostare il tema della natalità e del sostegno alla natalità con il tema appunto della libertà di accesso alle pratiche abortive. E allora, a seconda di come agiscono questi fattori, l’approccio giuridico nelle varie esperienze storiche e ordinamentali alla questione dell’aborto può essere molto diverso. E direi che oggi è difficile trovare un ordinamento che semplicemente si disinteressi di questo tema, lasciandolo diciamo al di fuori dello spazio di intervento regolativo. E la considerazione giuridica dell’interruzione di gravidanza è dunque sempre presente, ma cambia il modello legislativo prescelto per regolamentarla.

Volendo, diciamo così, fare un’estrema sintesi, potremmo dire che si confrontano agli estremi due modelli: un modello repressivo, che è fondato sulla punizione penale dell’aborto e sulla parificazione dell’intervento abortivo all’omicidio, e in questo contesto l’interruzione di gravidanza è consentita solo quando si tratti eventualmente, in estrema ipotesi, di salvare la vita o la salute fisica della donna. E in realtà la pratica dell’interruzione di gravidanza in questo contesto di repressione penale diventa lecita soltanto in forza di una scriminante, quella che nel diritto penale chiamiamo le scriminanti, cioè una circostanza che toglie la illiceità al fatto e quindi semplicemente lo giustifica come eccezione rispetto a una regola, che è quella della repressione.

Su tutt’altro fronte, abbiamo invece il modello liberale, nel quale la scelta di interrompere la gravidanza è considerata nella totale disponibilità delle donne. Questo modello parte da una valorizzazione, dal riconoscimento di un principio sul quale, in realtà, nel nostro ordinamento molti costituzionalisti storcono il naso, cioè quello dell’esistenza di un principio costituzionale di autodeterminazione della persona, e che può accedere all’intervento abortivo senza particolari e gravosi vincoli procedurali. E semmai l’ordinamento si preoccupa di sostenere questo tipo di scelta, approntando un servizio oppure comunque preoccupandosi che gli interventi che si fanno siano sicuri da un punto di vista sanitario. Anche il modello liberale, in ogni caso, ad un certo punto, diciamo così, di sviluppo dello stato di gravidanza, si preoccupa di tutelare, di assicurare una certa tutela all’embrione e, soltanto nelle prime fasi della gravidanza, la scelta è davvero totalmente libera. Anche in questi ordinamenti, mentre nelle ultime fasi di gestazione e specialmente quando c’è una possibilità di vita autonoma del feto, naturalmente lì l’ordinamento, anche il più liberale, come dire, fa delle scelte di tipo diverso.

Questo era il modello adottato negli Stati Uniti in relazione a una sentenza della Corte Suprema nordamericana, la famosa sentenza Roe versus Wade del 1973, che aveva stabilito che, appunto, la Corte Suprema aveva trovato nella costituzione nordamericana, in particolare agganciandola al diritto alla privacy e quindi proprio al principio di autodeterminazione rispetto alla propria persona, aveva riconosciuto un diritto costituzionale delle donne ad accedere liberamente all’interruzione di gravidanza. E lo aveva riconosciuto come un diritto, appunto, iscritto nella costituzione federale da riconoscere in tutti gli stati e quindi da non lasciare nella libera disponibilità degli stati dell’Unione.

Ora, come sapete, su questo tema, in America, non c’è mai stata poi una legge federale. Vedremo che, invece, un po’ l’incipit per arrivare alla nostra legge 194 viene comunque da una sentenza della Corte Costituzionale italiana, ma poi il legislatore ha canonizzato quello che la Corte italiana ha detto, diversamente da quanto fece il legislatore nordamericano federale, che non arrivò mai a definire, né tantomeno a costituzionalizzare la questione. Questo è stato opera quanto mai impervia. Quindi si capisce che andare per quella strada sarebbe stato impossibile e di fatto questo ha consentito, poi, nel 2022, alla Corte Suprema di, come si dice, fare un ribaltamento, rivedere questo suo precedente. La Corte Suprema oggi, con una composizione prevalentemente di conservatori, di giudici di nomina presidenziale scelti nell’area dei conservatori, ha praticamente smontato l’impianto della Roe versus Wade e ha restituito, diciamo così, libertà ai legislatori nazionali degli Stati di disciplinare sul punto. Questo ha subito provocato una conseguenza, che alcuni stati degli Stati Uniti hanno, in effetti, introdotto normative per restringere le possibilità di accesso all’interruzione di gravidanza o addirittura per vietarle, se non nel caso estremo, appunto, del pericolo di vita della donna.

Voglio però anche ricordare, perché mi sembra un dato interessante nel discorso, che pochi giorni fa, in realtà, c’è stata una tornata elettorale importantissima che abbiamo seguito, soprattutto con preoccupazione. Io, quanto meno, ero preoccupata nell’esito, nel senso che lì c’è stata una vittoria schiacciante non solo della presidenza da parte dei repubblicani, ma anche delle due camere. È una situazione che, in America, non si verifica così frequentemente, quindi che uno stesso partito, tra l’altro un partito oggi molto unito intorno alla figura di un presidente che ha una visione molto conservatrice, specialmente su queste tematiche. E quindi, diciamo così, abbiamo di fronte un’America che, in tutti i suoi tre poteri separati, e anche la Corte Suprema, è appunto a maggioranza conservatrice e presenta un quadro molto compatto.

Però, nella stessa giornata, è poco ricordato che, a livello degli Stati, si sono celebrati dei referendum, quindi di nuovo torna il tema anche dell’iniziativa legislativa popolare a livello europeo, della petizione che poi è un’iniziativa legislativa per avviare un percorso legislativo. A livello europeo, ci sono stati anche in Italia i referendum sull’aborto e anche in America del Nord si registra questo dato: i referendum che si sono celebrati nello stesso giorno hanno avuto, perlopiù, un esito favorevole alla costituzionalità, ma stavolta nelle costituzioni degli Stati Uniti, non solo della libertà, ma anche del diritto ad abortire. Perché lì, se, come dire, oggi non abbiamo tempo per approfondire di più, ma in tanti casi si tratta di una costituzionalizzazione anche di dettaglio.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2630

Abbiamo, sulla scorta di una decisione della Corte, adottato un modello cosiddetto discorsivo o della socializzazione dell’intervento abortivo. Questo modello nasce dalla critica degli altri due: da un lato si critica il modello repressivo, perché? Perché è anche un modello, diciamo così, oltre ad essere considerato ingiusto per tanti versi, ma anche da chi, come dire, si pone in quella prospettiva, valuta però con preoccupazione il fatto che questo tipo di scelta rischia di essere più simbolica che reale. Nel senso che, in realtà, al modello repressivo non corrisponde la scomparsa del fenomeno abortivo, semplicemente risponde un aumento della clandestinità, e quindi gli aborti si fanno, ma si fanno clandestinamente, e questo mette molto più a rischio naturalmente la vita e la salute delle donne. E tra l’altro, con la repressione, si cacciano, diciamo così, le donne in un privato illegale che, in tanti casi, le mette anche proprio di fronte a una scelta che, se fosse stata accompagnata, tutelata, avrebbe potuto essere di tipo diverso.

E quindi, la legge 194 si pone invece nel solco del modello discorsivo della socializzazione, per cui la pratica abortiva è consentita, ma allo stesso tempo lo Stato si assume il compito di prevenire l’interruzione di gravidanza e di sostenere, barra affiancare, la donna nell’assunzione della decisione di accedere all’interruzione di gravidanza. Allora, questo processo, diciamo così, si realizza, questi intenti o meglio si realizzano attraverso una rigida procedura, piuttosto articolata, suddivisa in diverse fasi, nelle quali il fattore tempo è determinante. Va aggiunto che, nel modello italiano, le pratiche abortive sono gratuite. Quindi, l’accesso all’interruzione di gravidanza non è solo un diritto, ma è un diritto sociale e, peraltro, rientra nei livelli essenziali di tutela, vale a dire quelle prestazioni che devono essere garantite in modo uniforme su tutto il territorio dello Stato, a prescindere, diciamo così, dalle autonomie regionali in materia di organizzazione del sistema sanitario.

Il fatto però, e quindi questo ci dovrebbe rassicurare, è che la premessa da cui parte il nostro legislatore, dicevo, sulla scorta di un’impostazione data in fondo dalla Corte Costituzionale, è di impostare l’accesso all’interruzione di gravidanza non tanto su un canale di libertà e di libera scelta di autodeterminazione, ma in una prospettiva di tutela del diritto alla salute della donna. La salute della donna ha lato, diciamo così, non solo dal punto di vista della procedura che è stata immaginata dal legislatore, ma anche soprattutto, al lato pratico, si presta ad essere di difficile attuazione e rischia poi di comprometterne l’effettività.

Allora, come nasce la 194? È importante, diciamo così, fare memoria di questa storia, perché è giusto difendere la 194, ma direi che non è sbagliato guardarla anche un po’ criticamente. Quindi va difesa come il minimo garantito, direi, però si può fare di più e di meglio. Veniamo appunto dal racconto della Francia, e già il fatto che in Francia l’interruzione volontaria di gravidanza, come scelta più libera, si possa fare entro le 14 settimane, mentre in Italia entro le 12, è una differenza di non poco conto. E, sì, 12 + 5, è una differenza di non poco conto. Oppure pensate che ci sono ordinamenti, per esempio la Spagna, in cui, dopo l’intervento abortivo, le donne hanno la possibilità di prendersi, diciamo così, un periodo di malattia retribuito, proprio come se fossero, diciamo così, delle partorienti in qualche modo. Quindi riconoscendo una piena tutela anche del disagio, eventualmente fisico e morale, che questo tipo di scelta comporta, e assumendolo, diciamo così, come un problema collettivo.

Ora, la 194 è stata una legge di difficile gestazione, possiamo proprio dire. In Italia, nonostante la Costituzione del ’48, come sapete, molta della legislazione anteriore ha continuato ad avere vigore e, in tanti casi, anche per molto tempo. Questa legislazione anteriore al ’48 non era necessariamente solo quella del periodo liberale, ma abbiamo anche continuato ad applicare la normativa che era stata introdotta durante il periodo fascista. Ora, tra queste disposizioni, appunto introdotte nel periodo fascista, c’era anche il Codice Penale Rocco, il quale Codice Penale, nel capitolo dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe (quindi molto significativa, diciamo così, la collocazione sistematica), prevedeva appunto la repressione penale di tutte le pratiche abortive, anche l’aborto della donna consenziente, e persino le pratiche di contraccezione. Era, peraltro, una legge figlia di una concezione della famiglia molto patriarcale, in cui la donna era vista come moglie e madre, tant’è vero che era prevista la circostanza attenuante della causa d’onore. Quindi è appunto abbastanza significativo, no? Anche qui molto legato ai temi che alle giornate che stiamo vivendo.

Bisogna anche sottolineare che erano dei reati molto spesso inapplicati. Quindi, da un punto di vista legislativo, c’era questa previsione, ma dal punto di vista applicativo pochissime, se non zero, cause. Di qui la doppia morale: la dimensione pubblica del divieto e quella privata della tolleranza. Pertanto, gli aborti clandestini si facevano, ma era una realtà tenuta fuori dal discorso pubblico, e in particolare da quello politico. I primi passi per tentare di abolire questi divieti si provano su via legislativa. C’è stato detto che la legge francese è del ’75, le prime iniziative nel Parlamento italiano si registrano all’inizio degli anni ’70. Nel ’71, la Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità della repressione penale delle pratiche contraccettive. Nel ’73 venne presentata in Parlamento da parte di Loris Fortuna, già padre della legge sul divorzio, assieme ad Antonio Baslini, una proposta di legge sulla depenalizzazione dell’aborto e sulla sua regolamentazione legislativa. Tutte iniziative legislative, però, che giacevano in Parlamento senza essere calendarizzate. Nessun governo se le voleva intestare, direi neanche le opposizioni, da un certo punto di vista.

E erano quelli, peraltro, i tempi della liberalizzazione sessuale e, per altro, bisogna sottolineare che la battaglia per la legalizzazione dell’aborto venne condotta e percepita in quegli anni, e forse anche dopo, come un sinonimo di procreazione per libera scelta, generando confusione tra l’idea che l’accesso legale all’aborto venisse inteso e preteso come uno strumento tardivo di contraccezione, cosa invece molto, diciamo, discutibile e sbagliata. E qui, perché poi da quella impostazione nasceva la preoccupazione che la legalizzazione dell’aborto avrebbe condotto alla sua banalizzazione. E, in realtà, di questa preoccupazione porta i segni anche la legge 194, che nel suo incipit dice che l’interruzione involontaria di gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite. È un fraintendimento che però, diciamo, ci portiamo appresso. Perché se leggiamo la relazione che il Ministro della Salute deve presentare al Parlamento annualmente su come va l’applicazione della 194, trovo, ho trovato nel rileggerla, un accostamento molto discutibile sul fatto che si discuteva, ad esempio, della numerosità dei punti dove viene offerta appunto l’interruzione di gravidanza. E si dice, nella relazione, che appaiono tutto sommato adeguati se messi in confronto con i punti nascita, che sono di meno. Mi sembra un accostamento del tutto fuorviante. Cosa c’entrano i punti nascita, di cui possiamo discutere, con l’adeguatezza del quantitativo dei punti di interruzione di gravidanza, che risponde ad un altro bisogno, a un’altra richiesta? Quindi le due cose non devono assolutamente essere accostate.

Da questa commissione traggono origine, del resto, alcuni passaggi della sentenza, appunto, della Corte Costituzionale, che nel 1975, appunto, di fronte all’immobilismo del Parlamento, con la sentenza numero 27, finalmente fa cadere il reato di interruzione dell’aborto della donna consenziente, quantomeno, diciamo così, quando c’è un problema di salute della donna. Quindi è la Corte a prospettare un bilanciamento, anche qui, un’opzione interpretativa non scontata e forse discutibile, tra il diritto alla vita e alla salute della donna da un lato, e il diritto e i diritti e la tutela del concepito, come a distinguere due soggetti, a dare soggettività autonoma a un concepito che, in realtà, non è soggetto in sé, e alcuni ordinamenti dicono che non può essere visto in contrapposizione in modo separato e anche contrapposto alla donna e al suo corpo.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2631

Non è passibile, diciamo così, di un’osservazione di tipo scientifico.

Il secondo punto riguarda la disciplina sull’obiezione di coscienza. Qui lo dico veramente molto velocemente, perché ci sono alcune ambiguità testuali della legge 194 rispetto all’estensione oggettiva e soggettiva della possibilità di obiettare. Non è chiaro, diciamo così, quali delle persone che ruotano intorno a questo procedimento possano fare obiezione e in relazione a quali delle attività previste dalla legge.

Infine, il tema della somministrazione dell’aborto farmacologico, che mal si presta e mal si concilia, diciamo così, con l’impianto della legge 194, che vuole appunto la socializzazione della scelta abortiva. Da lì, le resistenze a una piena applicazione di questa possibilità, che certamente è meno invasiva per le donne, ma che ha trovato molte resistenze, anzi, fino a un certo punto, anche a livello istituzionale. Perché sono solo del 2020 le linee guida dell’IFA che rendono più accessibile l’aborto farmacologico.

Su questo, lascio poi la parola a chi seguirà, per quanto riguarda la concreta accessibilità a questo tipo di pratica, che è molto complicata.

Concludo qui e vi ringrazio.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2632

Anche dentro l’Ordine dei Medici c’è stato un dibattito piuttosto acceso, con obiettori e non obiettori, per cui le cose da dire sono tante. Anch’io vi ringrazio, ma soprattutto perché questo è un incontro in cui si mettono in campo, e si devono mettere in campo, secondo me, sapienza e solidarietà. Questo dobbiamo tenerlo presente quando si parla di aborto, quindi parliamo di donne, di donne che possono o non possono essere madri.

Parliamo di sapienza. Pensate, permettetemi questo brevissimo ricordo storico: negli anni ’70 le donne sapienti hanno sovvertito saperi e poteri. Le donne incinte erano scomparse, e la gravidanza era diventata un oggetto di studio. Era sparito quello che Silvia Vetti Finzi chiamava “il bambino della notte”, quello che le donne immaginavano nel loro utero. Al suo posto c’era questo bambino che compariva sullo schermo dell’ecografia, magari in 3D. Poi si andava a casa, si guardava la registrazione, e quel bambino somigliava al nonno, allo zio, ecc. Ecco, questa è un’espropriazione totale.

Se ci pensate, una delle cose terribili che stanno proponendo i movimenti pro-vita, anche in Parlamento, è quella di far ascoltare alle donne il battito fetale. È come dire: “Guarda che lì dentro c’è qualcosa che è altro da te.” È di una crudeltà enorme. Quando incontro queste donne, mi viene spontaneo girare lo schermo, ma vi assicuro che loro non dicono nulla. Non lo fanno perché è un gesto di rispetto, come avviene in molti altri casi.

La seconda cosa che volevo dirvi riguarda le donne sapienti. Noi siamo qui, oggi, a testimoniarlo, nelle conversazioni che stiamo facendo con saperi diversi. Stiamo creando un corpo di conoscenze a cui tutte e tutti possono accedere, diversamente dalla medicina tradizionale, che mantiene ancora un linguaggio separato e una certa distanza. Sono una medica, quindi so di cosa sto parlando. Pensate al linguaggio, al “detto” e al “non detto”, alla necessità di spiegare o non spiegare. Vi faccio un esempio concreto: sono in pensione dall’ospedale, ma continuo a lavorare come volontaria nei consultori. Recentemente, una donna straniera è venuta con una mediatrice. Mi ha chiesto di spiegare perché suo figlio era nato con la sindrome di Down. La suocera le aveva detto che era colpa della pillola che aveva preso tre anni prima. Ho dovuto spiegare a questa donna che cosa stava succedendo, e lo ho fatto usando tante matite per illustrare il concetto, anche se ci è voluto del tempo. È fondamentale che il linguaggio sia chiaro e rispettoso, affinché le donne possano essere autonome nelle loro scelte. Ma vi dico una cosa: le donne stesse sono sapienti. Siamo tutte donne sapienti, non solo quelle che hanno una laurea in tasca.

Sapete, tutto è partito dalle streghe, che prima erano levatrici e guaritrici. Poi, con l’arrivo del “martello delle streghe”, il sapere medico femminile è stato soppressso. Le donne che sapevano di medicina sono sparite per secoli, e solo agli inizi del 1900 sono tornate a parlare. Credo che incontri come questo, in cui questi saperi tornano alla luce, siano fondamentali.

Un altro tema che voglio toccare è la questione della Francia. In Francia non è stato inserito in costituzione il diritto all’aborto, ma la libertà di abortire. Sono due cose molto diverse: il diritto implica che lo Stato ti tuteli, mentre la libertà riguarda la tua scelta individuale. La situazione in Italia è diversa, ma ci sono grandi difficoltà nell’attuare la legge 194/78, a causa di problemi organizzativi e di resistenze culturali.

Ad esempio, secondo la legge, il Ministero della Salute avrebbe dovuto pubblicare una relazione annuale entro febbraio dell’anno successivo, ma l’ultima relazione è stata pubblicata a settembre 2023, e riguarda i dati del 2021. Senza i dati precisi, non possiamo capire a che punto siamo e come muoverci per tutelare la salute delle donne. La legge parla di obiezione di coscienza, ma il dato generale, che è intorno al 64-66%, varia molto da regione a regione: in Abruzzo gli obiettori sono all’84%, in Sicilia all’85%. È un dato che merita attenzione, perché la legge non è chiara su alcuni aspetti. Ad esempio, la legge dice che si ha diritto all’obiezione di coscienza, ma la sua applicazione è complessa.

Un altro punto riguarda l’articolo 8 della legge, che consente anche ai privati accreditati di praticare l’interruzione di gravidanza. Però, in Lombardia, nel 2000, Formigoni disse una cosa completamente illegale: che anche i privati accreditati potevano obiettare a prescindere. Questo è illegale, eppure non abbiamo visto alcuna rivoluzione da parte del centrosinistra. L’articolo 9 della legge dice che se una struttura ospedaliera non è in grado di attuare la 194 a causa degli obiettori, deve garantire l’attuazione attraverso la mobilità del personale. Io sono stata l’unica nella mia provincia a chiedere che, quando una struttura ospedaliera non aveva medici non obiettori, si cercasse altro personale. E vi assicuro che non è stato un lavoro facile.

La questione dell’aborto farmacologico è un altro tema importante. Nel 2020, il Ministero della Salute ha annunciato che l’aborto farmacologico può essere praticato fino a 9 settimane, ma sono poche le regioni che lo applicano, come la Campania, l’Emilia Romagna, la Toscana e da poco anche il Lazio. In molte altre regioni non viene fatto. Eppure, la procedura è semplice e rispettosa della salute della donna. Quando una donna decide di abortire, non è necessario che io le faccia una radiografia o un certificato economico. Mi limito a certificare che la donna è incinta, e basta. Questo certificato ha un altro valore anche dal punto di vista medico-legale.

Infine, voglio parlare dei dati ufficiali. I dati ufficiali sull’obiezione di coscienza sono spesso imprecisi. C’è un libro magnifico, continuamente aggiornato, di Chiara Lalli e Sonia Montegiove, che raccoglie i dati reali. È importante sapere cosa succede nel proprio territorio, perché, secondo la legge, i dati dovrebbero essere pubblici. Il sindaco, come tutore della salute, dovrebbe essere informato su come viene applicata la legge 194 nel suo comune. L’aborto è sempre stato una pratica quotidiana per le donne, ma oggi è ancora minacciato da resistenze culturali e politiche.

Per analizzare la legge 194 da un punto di vista medico e pratico, bisogna riconoscere che le donne fragili sono quelle che più soffrono in questo contesto. E su questo dobbiamo fare attenzione.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2633

Una legge, che è la legge 40, ha fatto questo tentativo, e anche qui posso ricordare un’altra parentesi. Ma secondo me dobbiamo dirle le cose. Ci fu un referendum, se vi ricordate, chi ha i capelli grigi come me se lo ricorda, che saltò perché non si arrivò alla percentuale adeguata, perché i partiti di centrosinistra non lo promossero. E quella legge 40 era terribile, adesso non sto a dirvela tutta, era terribile. Per fortuna sono arrivati i giudici, con le varie sentenze della Corte di Cassazione, che pezzo per pezzo l’hanno smontata. Però non si può obbligare una donna a diventare madre. Secondo me, la relazione materna si stabilisce nel momento in cui la donna l’accetta, fa spazio dentro di sé, nel grembo psichico. E non c’è legge coercitiva che possa far sviluppare un grembo psichico. La vita umana dipende da quel “sì” liberamente detto dalla donna che accoglie questa nuova vita, che mette al mondo un mondo. Perché prima di sentire, desiderare, parlare, essere, come diceva bene prima Arianna, è dentro un corpo di donna, lo deve attraversare per esistere. Questo è un altro concetto che deve essere molto chiaro.

E qui mi viene da dire un’altra cosa: se questo è il caso, pensate ad esempio alle ristrutturazioni dei reparti di maternità. Se sei di S, credo di ATS, quindi lo sai bene, quando si dice “No, chiudiamo quell’ospedale lì perché si fanno pochi parti”, va bene. Ma si possono fare le case di maternità? Eh, chi l’ha detto che non si devono chiudere le ostetricie? Punto e basta! Le case di maternità, le donne sapienti, le ostetriche, levatrici, chiamiamole come vogliamo, le stanno proponendo. Sono le gravidanze fisiologiche seguite in strutture senza necessità dell’intervento del medico. Sempre fatte le don, quindi vedete come si incrociano tutti questi saperi. Lo Stato non deve entrare a dare valori o disvalori, però non è indifferente, ne condiziona la pratica entro certi limiti. Ha ragione Arianna su questo, per esempio, rivolgendosi a una struttura pubblica. Però può essere anche un medico privato. La maggior parte dei certificati in realtà li fanno in consultorio, quindi questo lo dico meno male. Anche perché c’è una cosa strana che accade in Italia, non so da voi, ma da noi accade che alcuni medici che obiettano, cioè non fanno realisticamente le interruzioni, però fanno i certificati. A me sembra una follia questa, perché che libertà di relazione si può instaurare tra un medico che, per sua decisione, adesso io non voglio decidere, fa obiezione di coscienza sull’aborto chirurgico e anche sul farmacologico, però fa il certificato che attesta che la donna può dare il via alla sua interruzione? C’è qualcosa che non va in questo, evidentemente, però non è messo in discussione.

Vabbè, comunque, il concetto di base è che la donna ha questa capacità di vita e di morte, e attenzione, ha ragione la legge. Penso anch’io che vada un po’ rivista, perché se è vero che ci sono donne troppo giovani, troppo povere, troppo sole, con grande carico di incertezze, di dubbi, di sofferenza, perché ci sono. Io, quanti pianti silenziosi ho raccolto, tanti! Quanti dubbi ho raccolto, tanti. Aspettando, bevi un bicchiere d’acqua, vediamo perché noi promuoviamo, come ci dicono gli altri, in realtà queste donne le accogliamo. Non dico che le abbracciamo, insomma, ma le accogliamo. Ma ci sono anche le donne che decidono con grande razionalità di interrompere la gravidanza. Poi è un fatto profondo, come tutte le scelte, quello di come la vivono dentro. Però si può interrompere la gravidanza perché, se non ce la fai in quel momento… Io non penso… Guardate che nella nostra regione, sulle schede dei consultori, penso anche qui se non c’è, prima del colloquio col ginecologo, la scheda dell’assistente sociale che dice spieghi tutte le conversazioni per cui vedi la donna. Ma chi, ma se una donna arriva al consultorio e dice “Voglio interrompere”, ma cosa devo andare a fare? Ma chi sono io? Cioè, che potere stai dando rispetto a una scelta in cui non posso entrare? Ecco, quindi questo secondo me è importante. Il tema dell’obiezione è un tema fondamentale. Perché noi consentiamo che non venga applicata una legge detta un po’ troppo stringente, e vorrei ricordare un’altra cosa a cui tengo molto. Noi parliamo sempre dei primi tre mesi, 12 settimane e 6 giorni, va bene. Ma guardate che è possibile anche l’aborto nel secondo trimestre, come accennava Arianna. Fare gli aborti del secondo trimestre, per noi medici, non è bello, no? Però sono situazioni drammatiche, sono donne che hanno fatto una diagnosi prenatale, che hanno fatto un’ecografia, che hanno diagnosticato malattie serie. E anche qui apro e chiudo un’altra parentesi: non si deve dare l’accreditamento al privato accreditato che fa diagnosi prenatale e poi non fa l’interruzione di gravidanza. Troppo comodo: molti privati accreditati fanno la diagnosi prenatale perché è remunerativa e quando la donna si viene a trovare un problema, adesso cromosomico o non cromosomico che sia, sapete cosa dicono gentilmente questi, spesso di matrice cattolica? “No, no, queste cose non le facciamo.” Nel pubblico sì, sì, toglie l’accreditamento. Se tu hai livelli essenziali di assistenza, tra cui c’è questo, togli l’accreditamento. Farai altre cose, non dico che devi chiudere la baracca, però credo che questo sia un dato di rispetto, soprattutto degli operatori, delle operatrici del pubblico, non obiettori, e della donna. Perché avete presente una donna che si sente dire così? Io ne ho viste tante. Eh, quindi non è strano.

E poi c’è la questione del tempo. Io insisto molto sul tempo. Ah, ecco, su questo diceva prima Arianna, e vado in un altro punto. Quello che ha detto il legislatore è stato molto saggio: nella 194 non dà un limite massimo in cui fare l’interruzione. Dice fino all’epoca di vitalità del feto. Oggi, con le tecniche, campano molto presto. I bambini gravemente prematuri, poi come campano, no? Questo è un altro discorso, ma forse dovremmo parlarne. Però, mentre invece il nostro brillante Formigoni impose a noi di dire “No, oltre le 22 settimane non le fai,” oppure, quando ci disse “Devi chiedere alle donne se vogliono seppellire i loro embrioni, i loro feti.” Io non l’ho mai fatto, anche lì disobbedienza civile a gogò. Non l’ho mai fatto, perché credo che una che fa un aborto volontario, in più gli chiedi pure se vuole… Cioè, una roba che… Ecco, mettiamola così, etica. Però c’era anche questa cosa. Non è passata, perché non faceva parte della 194. La questione del tempo, ecco, il tempo, secondo me, è uno dei gravissimi problemi di questa legge. È il tempo della legge che si allunga, si ingarbuglia, è il tempo del rito. Perché una donna, una volta che io le ho fatto l’attestato di gravidanza, deve aspettare 7 giorni, il tempo del ripensamento, il tempo delle liste d’attesa, il tempo non rispettato dei servizi. E questo guardate che è un altro grandissimo tema. C’è stata una filosofa, Cristina Cacciari, che ha scritto un articolo molto bello tempo fa sul rituale dell’aborto e definisce che la routine simbolica che la donna appunto deve svolgere per ottenere il certificato prende l’appuntamento al consultorio. Poi, l’intervento è un viaggio, un tragitto, un cerimoniale, come se la donna dovesse esternare una riparazione rituale di queste norme sociali che ha interrotto, che ha infranto. Ecco, questa cosa non si deve fare. Anche perché la legge dice: fai l’attestato di gravidanza, dopo 7 giorni ti presenti e te lo devono fare. Il tempo d’attesa medio è almeno di 15 giorni, almeno se non di più. E questo è il tempo sociale esterno, ma c’è un tempo interno, che non coincide con l’allungamento del tempo. E poi ci sono delle linee guida anglosassoni che dicono: quanto prima fai l’interruzione, tanto meno rischi hai. E in questo senso il tempo è un elemento di pericolo. Perché? Perché più le settimane avanzano, più sono complesse le motivazioni. Poi c’è il tema dell’assistenza psicologica, no? Questo è un altro argomento. Ma se una persona sta male a livello psicologico, il diritto alla salute non viene rispettato. Ecco, su questo un’altra volta… un’altra legge! Così partiamo.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2634

Dopo che una donna ha avuto un aborto volontario, per un anno, dopo che ha avuto un parto e fino a 46 anni, nelle donne con redditi bassi, perché il PIL le costano insomma. E questo è soprattutto importante anche per le studentesse fuori sede. Ecco, è così da fare. Se tu vuoi parlare di natalità, non come obbligo alla fecondità, ma come scelta di generatività femminile. Ecco, non parliamo più di natalità in questo senso, parliamo di non obbligo alla fecondità, ma di generatività femminile: corpo, carne, sangue e menti.

Poi, ho visto i vostri cartelloni. Sono andata a Sant’Anna di Torino quando questi signori volevano aprire la stanza dell’ascolto, su cui hanno investito più di un milione di euro, e non l’hanno mai aperta, peraltro. Come se nei consultori noi non ascoltassimo queste donne. Il tema è la dissuasione e la depressione. Forse dovremmo parlare davvero di contraccezione gratuita e tornare a fare educazione sessuale nelle scuole. E anche qui, torniamo a farlo. Anche qui non vedo le rivolte di popolo sull’educazione sessuale nelle scuole, però parlo del ceto politico, del cosiddetto centrosinistra.

Ma io parlo dell’affettività, sì, certo. Però guardate che oggi i nostri ragazzi e le nostre ragazze non sanno mica come sono fatti. Giuro, non lo sanno. E poi, il rapporto del 2022 dell’Istituto Superiore di Sanità dice che abbiamo avuto un aumento delle malattie a trasmissione sessuale tra gli adolescenti del 50%: sifilide, gonorrea, clamidia. Quindi adesso diciamo come sono fatti, cosa devi fare per non avere malattie, per non rimanere incinta. Io ancora incontro ragazze che mi dicono: ‘No dottoressa, non prendo niente, perché la mia amica mi ha detto che col primo rapporto non si rimane incinta.’ Infatti, il terzo o il sesto. È vero questo, quindi. Così è, eh? Sei d’accordo?

Guardate che è un tema serio. Allora, se noi abbiamo a cuore un futuro di rispetto e di dignità reciproca, dobbiamo tornare a parlare di educazione sessuale e consentire la contraccezione gratuita.

Quindi, l’anticipo in difficoltà nelle zone in difficoltà le accompagna per validare le loro scelte. Ci sono gruppi di mutuo aiuto e facciamo i certificati online alle donne che non trovano i medici che li fanno. Quindi, le donne non sono corpi al servizio di una neutra natalità, però non sono oggetti di un’improbabile epopea di maternità. Così hanno diritto a realizzarsi, a prescindere dalla loro capacità di procreare. Torniamo a parlare di generatività femminile, dei cuori pensanti di Maria Zambrano, di Anna Arendt, di Etty Hillesum. La libertà femminile sa e può portare benefici straordinari. La fecondità sta lì, anche nel rileggere e riscrivere la 194. Grazie.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2635

Mi sento intimidita dalla saggezza di chi mi ha preceduto, sinceramente. Oltre al fatto di avere questo “peccato originale” di essere una psicologa psicoterapeuta, psicologa consulente, e quindi direttrice della rete consultoriale SST Lariana. Dico ‘direttrice’ perché ‘direttore’ è una parola che non mi è mai piaciuta. Comunque, detto questo, forse la mia è una voce diversa rispetto agli interventi delle due sapienti, perché il mio intervento è istituzionale. In questo momento sono qui nell’ambito dell’esercizio delle mie funzioni di direttrice della struttura di coordinamento delle attività consultoriali, con un intervento a carattere istituzionale. Tra l’altro, sarebbe venuto il direttore sociosanitario, perché la struttura di coordinamento delle attività consultoriali è direttamente sotto la direzione del direttore sanitario di SST Lariana. Quindi il mio intervento è di natura istituzionale, ma vi racconto cosa succede qui, nella rete consultoriale della provincia di Como. I consultori della provincia di Como sono un po’ come i miei figli.

Sicuramente quello che vi racconto fa parte di un approccio fortemente legato alla missione consultoriale. Va di moda parlare in questi termini, ma tradotto vuol dire che i consultori sono nati nel 1975 con una legge innovativa. Il consultorio non è altro che il compromesso tra i movimenti femministi e il movimento femminile cattolico, così come la legge 194 è un compromesso storico tra la sinistra e la cristiana. Ma non aggiungo altro su questo. Questo è il contesto. Come già le colleghe hanno raccontato, siamo in un momento storico di grandi cambiamenti. Pertanto, vi racconto cosa fanno i consultori oggi nell’ambito del sostegno e accompagnamento della persona, della coppia e della famiglia nelle diverse fasi del ciclo di vita. Una delle fasi di questo ciclo può essere, ovviamente, la procreazione, o anche un concepimento non consapevole, indesiderato, che va affrontato con rispetto e con l’accoglienza di cui parlava la collega.

Devo dire una cosa: credo che siamo l’unica rete consultoriale che da anni si pone come obiettivo di budget. Cosa vuol dire ‘obiettivo di budget’? Significa quegli obiettivi su cui lavoriamo per portare a casa qualche soldo in più oltre allo stipendio tabellare. Il nostro obiettivo è la promozione della consapevolezza contraccettiva e la procreazione consapevole nella donna, nonché la prevenzione delle recidive di interruzione volontaria di gravidanza.

Aggiungo un altro elemento: oltre a quanto già detto dalle colleghe, io parlo di diritto alla consapevolezza. La mia matrice professionale mi porta inevitabilmente a focalizzare maggiormente l’attenzione sugli aspetti psicologici, motivazionali e relazionali di tutti gli eventi della vita, dove la scelta di abortire rappresenta sicuramente un evento critico, complesso e significativo anche da un punto di vista psicoemotivo. Le colleghe hanno parlato prima di fattori che influenzano questa decisione, cercherò di essere veloce perché so che il tempo è tiranno. Anche ai sensi della legge 194, il tempo è tiranno.

Va detto che, in quanto équipe multidisciplinare, noi non certificiamo l’aborto. Non parliamo mai di certificato; nella nostra modulistica, infatti, si parla di ‘documentazione ai sensi della legge 194’. Cosa vuol dire ‘documentazione’? Significa che il percorso per la legge 194 è una linea di offerta delicata, complessa, che richiede un’attenzione multidisciplinare. Entra in gioco il medico ginecologo, lo psicologo, l’assistente sociale, e in molti casi un infermiere o un’ostetrica che assiste il medico durante la visita. Prima di stilare la documentazione, c’è sempre un incontro di approfondimento con la donna. Perché questo? Perché per noi è fondamentale valutare se la decisione della donna è veramente frutto della sua autodeterminazione. Il colloquio è condotto dallo psicologo e dall’assistente sociale, che accolgono la donna e la sua narrazione, con l’obiettivo di evitare qualsiasi influenzamento esterno. La donna viene accolta da sola, anche se accompagnata, perché dobbiamo essere sicuri che la sua decisione sia autonoma. E sappiamo che i tempi sono rapidi.

Nella narrazione della donna ci sono a volte sofferenza, ambivalenza, dubbi. Rispondiamo a questi dubbi e offriamo spazi di confronto e accoglienza. Raramente, contrariamente a quanto comunemente si crede, le donne che arrivano al consultorio non raccontano di criticità socioeconomiche che potrebbero essere risolte con interventi sociali. Per analizzare realisticamente la veridicità di questi interventi, il nostro approccio è psicoemotivo e relazionale, ma anche socioeconomico quando necessario.

Quindi il nostro lavoro si concentra sul ‘diritto alla consapevolezza’. Sono d’accordo con la collega: il tema non è solo l’accesso alle informazioni contraccettive, che oggi è praticamente illimitato, ma la consapevolezza. Se l’informazione fosse sufficiente per prevenire, nessuno sarebbe mai malato, nessuno resterebbe incinta o farebbe uso di sostanze. Il nostro obiettivo è promuovere una consapevolezza autentica, in modo che la donna possa scegliere, ma debba anche essere messa nelle condizioni di sapere davvero. E questo è un aspetto sorprendente, perché c’è ancora molta disinformazione.

Un altro punto importante: noi non andiamo nelle scuole. Stiamo parlando di consultori laici e pubblici, con una rete di otto consultori in provincia. C’è anche una rete di consultori privati che hanno diritto all’esercizio dell’obiezione di coscienza, perché sono accreditati dalla Regione. Ma non abbiamo sul territorio nessun consultorio privato laico. Solo nei consultori pubblici le donne vengono accolte e ascoltate, supportate nella loro decisione di interrompere la gravidanza.

Non rilasciamo certificati, ma apriamo un progetto condiviso con la donna, qualora lo desideri. Un progetto che promuove la procreazione consapevole. Se nel suo progetto di vita la donna non prevede un progetto procreativo, deve essere messa nelle condizioni di poter scegliere. Lo strumento contraccettivo che più le si addice, più adatto alla coppia e alla fase del ciclo di vita. Questo è il percorso.

Poi, per darvi un’idea dei tempi, vi devo dire che siamo sotto pressione. Abbiamo otto consultori sul territorio, e confermo che sono molte di più le ore degli psicologi e degli assistenti sociali rispetto a quelle dei ginecologi. Al massimo, in uno degli otto consultori, ci sono due giornate di assistenza ostetrico-ginecologica; in altri casi, solo mezza giornata a settimana. Quindi, quando arriva una richiesta per l’interruzione volontaria della gravidanza, abbiamo un sistema che filtra la telefonata e segna l’epoca gestazionale. In base a questa, cerchiamo di fissare un appuntamento in uno dei consultori, anche se non è il più vicino.

Quindi, il fattore tempo è fondamentale per noi. Cerchiamo di garantire una risposta immediata alla donna, anche se non sempre riusciamo a garantire la prossimità. Ma è una priorità assoluta, il tempo è la cosa più importante. Poi ci sono anche le scansioni di legge, come la settimana di ripensamento, che si applicano se non ci sono ragioni di urgenza, e noi la usiamo quando è opportuno. Sulle minorenni, naturalmente, ci sono cure e attenzioni speciali, come immaginate.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2636

Dare la contraccezione alle minorenni, anche non accompagnate dai genitori, è permesso dalla legge 194. Ricordiamolo sempre, perché questo è un aspetto fondamentale. Altrimenti non potremmo somministrare i mezzi per il concepimento senza il consenso genitoriale. Sono d’accordo con la collega, ma dove casca l’asino? È chiaro che il fatto che il dispositivo contraccettivo sia soggetto a ticket è un problema. È un bel problema, e non riusciamo a risolverlo da questo punto di vista, tanto che neanche le giovani hanno l’esenzione. Attenzione, però: non è così ovunque.

Alcuni consultori, sì, non fanno pagare mai il ticket, ma in alcune situazioni, dove c’era una tradizione che concedeva questa esenzione, è stata mantenuta, ma non credo che durerà ancora a lungo. Per chi invece non ha avuto la possibilità di ottenere questa esenzione in passato, non riusciamo a portare a casa il risultato. Però è una battaglia che stiamo cercando di fare. A livello regionale, questa è la situazione.

Però, scusate, se posso interrompere, quindi anche giovani minorenni o donne che non hanno un reddito sufficiente? Sono due cose diverse. Scusa, una cosa è la minorenne, per la quale, da noi, fino a 21 anni, la richiesta deve essere sempre fatta per la contraccezione, e noi, per qualsiasi motivo, scriviamo la richiesta per la contraccezione. Non ci interessa se è minorenne. Ma voglio solo aggiungere una cosa: quelle che hanno esenzioni per reddito hanno un altro tipo di agevolazione.

Per completezza, vorrei aggiungere un’altra cosa. Mi scuso per l’interruzione, ma è importante: noi, i consultori, consentiamo la visita e la prescrizione alle minorenni, ma prima di questo tutti dobbiamo sapere che c’è la legge contro la violenza sessuale del 1996. Questa è la prima legge sulla violenza sessuale, e nella legge si dice che una donna può iniziare ad avere rapporti sessuali a partire dai 13 anni, a condizione che il partner sia anch’esso minorenne e non abbia più di tre anni di differenza.

Ne consegue che, se una ragazza di 13 anni può avere rapporti sessuali per legge (lasciamo perdere le questioni dei 3 anni, ecc.), è chiaro che può accedere alla contraccezione. Questa è una legge che io ho appesa nel mio pronto soccorso, dietro la mia scrivania, perché quando la contraccezione non era ancora liberalizzata, ad esempio la pillola del giorno dopo, venivano in pronto soccorso, e qualche medico “allegro”, che ho fatto sospendere per 3 mesi dall’ordine, non la somministrava o avvisava i genitori, dicendo che era minorenne. Ma non lo tolleravo, perché è chiaro che, se la ragazza è minorenne ma la legge lo consente, la contraccezione deve essere somministrata senza il consenso dei genitori.

Quindi, se una ragazza di 13 anni può avere rapporti sessuali, deve avere anche la possibilità di accedere alla contraccezione. Questo è il punto. Non in tutti i consultori accettano che la contraccezione venga somministrata senza il consenso genitoriale. Bisogna combattere questa battaglia, e io non ho problemi a “buttare fuori” i genitori, ma il punto è che gli operatori devono conoscere le leggi, che non sempre conoscono. Le leggi vanno rispettate, e infatti io le ho attaccate dietro la mia scrivania per tenerle sempre presenti.

Ripeto, sono battaglie difficili, ma dove non bisogna mollare mai. Sulla contraccezione gratuita, ad esempio, è un tema davvero importante. E sì, noi accompagnamo le donne in questo percorso, che non è facile, perché la contraccezione è un tema ad alta risonanza affettiva, emotiva e valoriale. Dietro ci sono davvero tante cose. Spesso i medici si chiedono come sia possibile che, nel 2024, alcune cose siano ancora così difficili da affrontare. Ma è anche vero che l’ultima campagna di educazione alla sessualità e all’affettività, finanziata dalla Regione Lombardia, ha permesso di raggiungere 2500 adolescenti, seguendoli per due o tre anni. Si tratta di un lavoro complesso, perché, come dicevo, l’educazione alla sessualità e all’affettività è un tema che va trattato con molta attenzione.

Comunque, non voglio farvi perdere altro tempo. Quello che vi dico è che, ad oggi, la legge 194 è pienamente applicata, con un’interpretazione che verifica l’autodeterminazione della donna, in un’ottica di accompagnamento e sostegno. L’iter per l’interruzione volontaria della gravidanza (IVG), che prevede una valutazione condivisa con la donna, non può essere solo di ordine clinico, ma deve prendere in considerazione il significato profondo di questo percorso. Siamo d’accordo sul fatto che il trattamento farmacologico, per alcune donne, può essere più affrontabile, in quanto rappresenta una soluzione più rapida rispetto all’intervento chirurgico.

Ma, come sempre, ogni trattamento deve essere personalizzato. E per personalizzarlo, bisogna in primis ascoltare la donna, perché è lei la protagonista di questa scelta. La legge consente anche che una donna venga ascoltata insieme al suo partner, ma, a volte, i futuri padri o i partner si arrabbiano. Noi, però, dobbiamo fare il nostro lavoro, che è quello di ascoltare in modo neutrale e accogliente, e di aiutare la donna a fare la sua scelta in autonomia.

Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, sfortunatamente non abbiamo ginecologi consultoriali, ma ginecologi che provengono da altri reparti e che, in alcuni casi, sono obiettori di coscienza, ossia non praticano gli interventi. Ecco perché è fondamentale l’approccio dell’equipe che, attraverso l’ascolto, aiuta la donna a non essere influenzata da un atteggiamento obiettore. Il ginecologo e la ginecologa, però, non sono mai da soli con la donna, e quando viene stilato il documento che attesta che la donna si è presentata per chiedere l’interruzione volontaria della gravidanza, lo fanno sempre all’interno di un percorso di equipe.

Mio il corpo, mio il diritto/ Cgil Intrecciat3/ 19 novembre 2024 Biblioteca Como/ SAM 2637

Nel contesto dell’obiezione di coscienza, è interessante notare che non esistono sanzioni per chi sceglie di essere obiettore. Al contrario, sono spesso i medici che non fanno obiezione a subire conseguenze, sia dal punto di vista professionale che sociale. Questo rappresenta un vero ribaltamento della prospettiva.

Nella relazione si afferma che i medici che non esercitano l’obiezione di coscienza praticano interruzioni di gravidanza anche tre o quattro volte alla settimana. Onestamente, già farne uno è un impegno enorme, e lo dico anche rifacendomi alle parole di uno dei miei grandi maestri, il professor Buscaglia. Lui è stato uno dei primi in Lombardia ad applicare la legge 194, e diceva sempre che ogni aborto rappresenta per noi ginecologi un fallimento. È il segno che non siamo riusciti a raggiungere quella donna in tempo, che fosse italiana o straniera, giovane o anziana, ricca o povera.

Leggere la questione con cinismo, come talvolta viene fatto, conferma una visione distorta della realtà. L’obiezione di coscienza è un tema molto serio, che non può essere banalizzato come fanno spesso i movimenti “pro-life”. Dire che ci sono tanti obiettori perché tanti medici non sono d’accordo con l’aborto non è del tutto vero. E non accetto l’etichetta di “pro-morte”, così come loro si definiscono “pro-life”.

Vorrei sottolineare che chi si occupa di interruzioni di gravidanza non lo fa certo per carriera. È un lavoro faticoso, sia fisicamente che psicologicamente. Spesso ci si ritrova con le sedute operatorie in coda, prolungando la giornata di lavoro ben oltre l’orario previsto, fino alle 16:00 o addirittura alle 20:00. Inoltre, il percorso non finisce con l’intervento: bisogna discutere con le pazienti anche della contraccezione post-aborto, come la pillola, l’impianto o la spirale. Questo è importante non solo per la salute delle donne, ma anche perché l’accesso alla contraccezione in ospedale è molto più economico rispetto all’acquisto in farmacia.

Eppure, è raro che gli obiettori si occupino di questi aspetti. Ad esempio, potrebbero gestire le dimissioni o consigliare sulla contraccezione, ma raramente si fermano oltre l’orario stabilito. Questa mancanza di supporto sottolinea un problema fondamentale: l’organizzazione dell’accoglienza e dell’ascolto delle donne che decidono di interrompere la gravidanza.

Dobbiamo andare oltre la semplice gestione del momento. Occorre costruire un sistema che accolga le donne, le ascolti e le accompagni in modo umano e rispettoso.

Grazie per l’attenzione e per essere rimasti fino alla fine.

[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni]

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