L’airone della pioggia/ eco-fiaba
Si sono da poco concluse le lunghissime e ben poco fruttuose trattative svolte alla Cop-29, la maggiore conferenza annuale sul clima a livello globale. Si è concluso ben poco, eppure è fresca nella memoria la tragedia eco-antropica di Valencia, così come è evidente in tutto il mondo la precarietà della situazione climatica, frutto di decenni di sovrastruttamento delle risorse e politiche ambientali miopi quando non esplicitamente sconsiderate. È in questo contesto che la casa editrice NN pubblica la traduzione italiana di The Rain Heron, L’airone della pioggia, di Robbie Arnott [NNEditore, 2024, 265 pagine, 19 euro].

La storia, dai connotati fiabeschi e distopici, racconta di un territorio al collasso climatico, dominato da un’efferata dittatura militare, in cui circola la leggenda che vorrebbe l’esistenza di un airone fatto d’acqua e ghiaccio capace di controllare le precipitazioni. Così come questa creatura d’aria e acqua può garantire prosperità e ricchi raccolti, così può condannare le terre su cui cala alla siccità e alla sofferenza.
Un manipolo di militari, comandati da una soldatessa tanto calma quanto spietata e con un passato burrascoso, viene mandato in una zona montuosa alla ricerca di questa creatura. Sulla loro strada, però, troveranno Ren, un’anziana eremita, e il vecchio Barlow e suo figlio: tre figure determinate a difendere il mito dell’airone dalla cupidigia delle forze occupanti.
Sebbene non sia precisamente connotato sul piano storico e geografico, il racconto di Arnott coniuga crudezza e poesia attingendo da una realtà di crisi politica ed ecologica come quella che il mondo contemporaneo sta vivendo.
La violenza militare del mai meglio specificato esercito di occupazione rimanda tanto al conflitto in Ucraina che alla violenza sionista in Palestina. Sebbene l’edizione originale sia datata 2020, la violenza, la spietatezza e soprattutto lo squilibrio tra le forze in campo rimandano con tragica precisione a ciò che la Striscia di Gaza sta vivendo da ormai più di un anno. Non può, d’altronde, essere un caso che una realtà militarizzata tracciata in toni vaghi in questa fiaba si sia, a quattro anni dall’uscita del libro, concretizzata nella realtà andando oltre la generica allegoria della violenza militare.
Preponderante, però, è la questione climatica: Arnott affronta questo tema in due modi, raccontando come le catastrofi naturali, le siccità e le alluvioni accadano soverchiando e sconvolgendo l’umano e la sua volontà e, al contempo, rilevando l’inadeguatezza della stessa umanità nel prevedere e nell’agire affinché questi disastri siano scongiurati o i danni minimizzati.
L’airone della pioggia e la sua caccia rappresentano i feticci che i decisori politici, come mostra bene la Cop appena conclusa, idolatrano, rifiutando di guardare alla complessità del reale e alle sfide sempre più urgenti da affrontare affinché il futuro possa dirsi climaticamente e socialmente giusto.
Particolarmente importante, alla luce dei drammi raccontati nel libro e della grande responsabilità che l’azione antropica gioca in essi, è il tema dello sguardo. Gli occhi, un simbolo potente attraverso cui si dipana la narrazione, permettono di guardare e guardarsi, assumendosi le proprie responsabilità e prendendosi cura di un pianeta sempre più mortalmente ferito. Alla luce dell’attualità sembra che i decisori politici, ma troppo spesso anche la cosiddetta gente comune, non abbiano interesse a guardare la realtà se è vero che gli Accordi di Parigi sono sempre più carta straccia e i movimenti dal basso per il clima sono ormai deboli e stagnanti (come sempre più corsi d’acqua in tutto il mondo).
Arnott, però, seppur nel racconto di un futuro tremendo, usa lo stile fiabesco per aprire uno squarcio di speranza: l’airone della pioggia può essere cacciato o rispettato e, se venisse fatta la scelta giusta, si potrebbe scoprire che non è ancora troppo tardi.
Una morale che molti, soprattutto in Occidente, dovrebbero far propria. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]

