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Testi/ Anna Kuliscioff al Brandt
Testi degli interventi svolti allo Spazio Diaz il 31 gennaio per la prima iniziativa dedicata a Anna Kuliscioff del ciclo Il socialismo nel ‘900 italiano del Circolo Willy Brandt di Como, a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnati in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizioni automatiche e migliorate con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferisco ai video pubblicati nel canale youtube di ecoinformazioni. Qui si trova la playlist dei video.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0128
Buon pomeriggio a tutti e grazie per essere intervenuti a questa nostra prima conferenza del
Circolo Willy Brandt . È una conferenza nata dai ragionamenti interni al circolo, un ciclo di
conferenze su una riflessione che noi abbiamo svolto su un tema banale, che è il socialismo.
È un tema che nel secolo scorso è stata una corrente di pensiero che, soprattutto nel secolo
scorso, è riuscita a sviluppare una serie importante di contaminazioni e influenze sul nostro
stesso modo di vivere e di pensare.
Tuttavia, è un termine che negli ultimi 30 anni è quasi scomparso dalla quotidianità della
nostra nazione, in particolare in Italia, dove da troppo tempo non si parla più di socialismo.
Si parla di riformismo, che poi, come quelli più bravi di me sanno, è un metodo, ma non è
una corrente di pensiero. Si parla di miglioramento delle condizioni di vita, ma nessuno parla
più di socialismo. Noi invece pensiamo che sia arrivato il momento di ricominciare a parlare
di socialismo, perché il socialismo è stato un elemento importante nello sviluppo della nostra
collettività, nello sviluppo dell’Italia e di tutte le nazioni europee.
Abbiamo il timore che questo termine, voglio usare questa terminologia, insomma questo
modo di indicare l’idea, sia stato errato. Questo insieme di pensieri, riflessioni, valutazioni e
proposte è alla base di tutte le società democratiche d’Europa e forse anche di gran parte
del mondo. L’elemento fondamentale è sempre stato quello del miglioramento delle
condizioni di vita di tutti i cittadini e, in particolare, dei lavoratori. È sempre stato il
miglioramento delle condizioni di vita delle donne. È sempre stato il miglioramento della
capacità della società di essere accogliente, di essere tollerante, di essere capace di dare
una vita sempre migliore a chi abita in quella società, a chi ne fa parte.
Questa idea, questo insieme di concetti e di analisi della società, negli ultimi tempi è stato
poco discusso. I giovani spesso non sanno neanche esattamente cosa sia, nella
concretezza e negli elementi di base. Il socialismo, e spesso i giovani, a meno di non fare
degli studi specialistici, soprattutto nelle scuole superiori, forse non arrivano neanche a
conoscere i movimenti che hanno portato, non dico lo sconvolgimento, ma la conquista di
una serie di valori e di anche norme giuridiche importanti nella nostra società.
Il socialismo sta alla base dell’emancipazione della donna. Il socialismo sta alla base del
miglioramento delle condizioni di lavoro. Il socialismo sta alla base dello Statuto dei diritti dei
lavoratori, una legge del 1970 che nasce proprio dalle riflessioni del pensiero socialista, una
legge importante per i lavoratori, una legge che oggi è forse poco conosciuta e poco
apprezzata. Il socialismo sta alla base di un pezzo importantissimo della nostra società, che
è la costituzione del nostro paese.
Il circolo ha pensato che forse è giunto il momento, anche dalle nostre parti, di ricominciare
a parlare un po’ di questi temi. Non dei partiti socialisti, ma del socialismo, di cosa il
socialismo ha significato e di cosa il socialismo significa in futuro. Noi abbiamo immaginato,
con il contributo importante di Michelini, un professore che penso conosciate tutti,
all’Università di Pisa, Storia del pensiero economico, con il suo contributo, abbiamo messo
in piedi un percorso. Un percorso in quattro puntate: la prima puntata è quella che
svolgeremo oggi, parleremo di Anna Kulov nel centenario della morte. Parleremo di Anna
Kulov con personaggi importanti, ma anche soprattutto con la Fondazione Cof di Milano, che
ha qui con noi il suo presidente, Walter Galbusera, che quest’anno, per ricordare il
centenario della morte, ha messo in fila una serie di iniziative e ha gentilmente accettato di
partecipare anche alla nostra, quindi di essere in qualche modo organizzatore di questa
nostra iniziativa.
Gli altri due appuntamenti, gli altri tre appuntamenti che abbiamo immaginato con il
professore Michelini, sono: il secondo è la nascita dei partiti contemporanei, e anche questa
si deve molto al partito socialista e a Filippo Turati; l’altro argomento che affronteremo è lo
Statuto dei lavoratori, come vi dicevo prima, la legge del 1970, che quest’anno compie 55
anni (1970, quanti anni sono? 55 anni, e la matematica a scuola forse studi un po’ di più).
Poi, una riflessione sulle influenze socialiste, meglio come dico io, sulle contaminazioni
socialiste della Costituzione del nostro paese. Questo ciclo di incontri lo abbiamo costruito
assieme, dicevo, a Michelini, che ha individuato come riferimenti una serie di oratori, tutti
docenti universitari di varie università italiane. Nel proseguo, poi, nel dettaglio, meglio
spiegheremo.
Io mi limito ad aprire i lavori di questa prima conferenza, presentarvi i relatori e dare la
parola poi al professore che illustrerà meglio di me, sicuramente, il percorso e comincerà ad
avventurarsi su questo mondo, che io dico oggi forse un po’ troppo sconosciuto, del
socialismo in Italia. I relatori di oggi sono, come vi dicevo, Walter Galbusera, che è
presidente della Fondazione Pulish di Milano, Fiorenza Targoni, che è una docente
dell’Università di Cassino, e Luca Michelini, che è docente all’Università di Pisa. Abbiamo
invitato anche a questo tavolo Annarita Polacchini, che è stata a lungo amministratore
delegato della Società dei Trasporti di Como (la SF) e oggi è amministratore delegato di una
società della logistica. Come dico, l’abbiamo invitata a questo tavolo perché è l’espressione
di qualcosa che, se non ci fosse stato il socialismo, se non ci fosse stata Anna Kulov,
probabilmente oggi non ci sarebbe. Perché è grazie a questo impulso fortissimo che è stato
dato alla nostra società, la capacità di includere, la capacità di coinvolgere, la capacità di
dare ruolo sempre più importante alle donne.
Beh, grazie a questa corrente di pensiero che è riuscita in maniera così importante a
contaminare la nostra società, che oggi è normale per noi pensare che una persona come
lei possa gestire delle società di questo tipo. Sono delle riflessioni banali, ma molto
importanti. Io non credo che nel nostro paese, se non ci fossero state le lotte, tutto quanto è
accaduto oggi ci troveremmo in queste condizioni. Basta guardare cosa succede in altri
mondi, dove le società sono tutte al maschile. E quindi questo penso sia un momento da
portare a riflessione e da riconoscere.
Annarita Polacchini guiderà il dibattito che poi si svilupperà a seguito delle relazioni. Le
relazioni saranno una ventina, trentina di minuti l’una, giusto? Dopodiché ci sarà
un’interlocuzione con il pubblico. Io mi fermo qui e vi aspetto.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0129
Buonasera a tutti e grazie per essere intervenuti a questa nostra prima conferenza del
Circolo Quili Bran. È una conferenza nata nei ragionamenti interni al Circolo, un ciclo di
conferenze su una riflessione che noi abbiamo svolto su un tema che potrebbe sembrare
banale: il socialismo. Un tema che nel secolo scorso è stato una corrente di pensiero che ha
saputo sviluppare una serie importante di contaminazioni e influenze sul nostro stesso modo
di vivere e pensare. Però è un termine che negli ultimi 30 anni è quasi scomparso dalla
quotidianità della nostra nazione, in particolare in Italia. Da troppo tempo non si parla più di
socialismo; sì, si parla di riformismo, che poi, come quelli più bravi di me sanno, è un
metodo, ma non è una corrente di pensiero. Si parla di miglioramento delle condizioni di vita,
ma nessuno parla più di socialismo. Noi invece pensiamo che sia arrivato il momento di
ricominciare a parlare di socialismo, perché il socialismo è stato un elemento importante
nello sviluppo delle nostre collettività, nello sviluppo dell’Italia e di tutte le nazioni europee.
Abbiamo il timore che, se non ne parliamo, il termine stesso potrebbe andare perduto.
Il socialismo è stato alla base di tutte le società democratiche d’Europa, e forse anche di
gran parte del mondo. L’elemento fondamentale è sempre stato quello del miglioramento
delle condizioni di vita di tutti i cittadini, e in particolare dei lavoratori. È sempre stato il
miglioramento delle condizioni di vita delle donne, è sempre stato il miglioramento della
capacità della società di essere accogliente, di essere tollerante, di essere capace di dare
una vita sempre migliore a chi in quella società abita, a chi di quella società fa parte.
Purtroppo, negli ultimi tempi si è parlato poco di questo, e i giovani spesso non sanno
neanche esattamente cosa sia il socialismo nella concretezza e negli elementi di base.
Spesso i giovani, a meno che non facciano studi specialistici, soprattutto nelle scuole
superiori, non arrivano nemmeno a conoscere i movimenti che hanno portato, non dico a
sconvolgere, ma a conquistare una serie di valori importanti, anche norme giuridiche
fondamentali della nostra società.
Il socialismo sta alla base dell’emancipazione della donna, il socialismo sta alla base del
miglioramento delle condizioni di lavoro, il socialismo sta alla base dello Statuto dei Diritti dei
Lavoratori, una legge del 1970 che nasce proprio intorno alle riflessioni del pensiero
socialista. Una legge importante per i lavoratori, che oggi è forse poco conosciuta e poco
apprezzata. Il socialismo è alla base di un pezzo importantissimo della nostra società, che è
la Costituzione del nostro paese. Il Circolo ha pensato che forse sia giunto il momento di
ricominciare a parlare di questi temi, non dei partiti socialisti, ma del socialismo e di cosa ha
significato e di cosa significa oggi. Noi abbiamo immaginato, con il contributo importante del
professor Michelini, che penso tutti conosciate, docente all’Università di Pisa, di mettere in
piedi un percorso, in quattro appuntamenti. Il primo appuntamento è quello che svolgeremo
oggi, in cui parleremo di Anna Kulov, nel centenario della sua morte.
Parleremo di Anna Kulov con personaggi importanti e, soprattutto, con la Fondazione Cof di
Milano, che è qui con noi con il suo presidente Walter Galbusera, che quest’anno, per
ricordare il centenario della morte, mette in fila una serie di iniziative, e ha gentilmente
accettato di partecipare anche alla nostra iniziativa, quindi di essere in qualche modo
organizzatore di questa nostra conferenza. Gli altri appuntamenti che abbiamo immaginato
con il professor Michelini sono il secondo, che riguarderà la nascita dei partiti
contemporanei, e anche questa si deve molto al Partito Socialista e a Filippo Turati. Un altro
argomento che affronteremo è lo Statuto dei Lavoratori, una legge del 1970 che quest’anno
celebra i suoi 55 anni. Poi ci sarà una riflessione sulle influenze socialiste nella Costituzione
del nostro paese. Questo ciclo di incontri lo abbiamo costruito insieme al professor Michelini,
che ha individuato come relatori una serie di oratori, tutti docenti universitari di varie
università italiane.
Io mi limito ad aprire i lavori di questa conferenza, a presentarvi i relatori e a dare la parola al
professor Michelini, che illustrerà meglio di me il percorso che abbiamo costruito insieme, e
che ci aiuterà a entrare in questo mondo che oggi forse è un po’ troppo sconosciuto, il
socialismo in Italia. I relatori di oggi sono Walter Galbusera, presidente della Fondazione Cof
di Milano, Fiorenza Targoni, docente dell’Università di Cassino, e Luca Michelini, docente
all’Università di Pisa. Abbiamo invitato anche Annarita Polacchini, che è stata per molti anni
amministratore delegato della Società dei Trasporti di Como, e che oggi è amministratore
delegato di una società della logistica. L’abbiamo invitata a questo tavolo perché è
l’espressione di un qualcosa che, se non ci fosse stato il socialismo, probabilmente oggi non
ci sarebbe. È grazie a questo impulso fortissimo dato alla nostra società, alla sua capacità di
includere, alla capacità di coinvolgere e di dare sempre più ruolo alle donne, che oggi è
normale pensare che una persona come lei possa gestire una società di questo tipo.
Grazie a questo pensiero che ha contaminato la nostra società, oggi è normale vedere una
persona come lei in ruoli di responsabilità. Annarita Polacchini guiderà il dibattito che seguirà
le relazioni, che dureranno circa venti o trenta minuti ciascuna. Dopodiché ci sarà uno
spazio di interlocuzione con il pubblico. Mi fermo qui e vi aspetto.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0130
Tutti e sì che diciamo, il mio terreno di studio è quello da tanti decenni. Ho introdotto questa
materia, che è pensiero politico e questione femminile, all’Università di Cassino, moltissimi
anni fa, che è stato frutto di una lotta perché le discipline di genere, come vengono
chiamate, non sono presenti negli atenei italiani. O meglio, sono presenti a macchia di
leopardo. Quando c’è qualcuna di noi, anche qualche uomo più raro, qualcuna, una è qua
vicino a me, Palte, presidente della fondazione Culis, però in genere negli atenei, diciamo,
sono discipline considerate ancora nuove. Secondo me, con un grande ritardo, perché
all’estero sono diventate vecchie, qua sono ancora così seminuove, diciamo. E quindi io ho
studiato, è inevitabile studiare. La puoi anche non amare, ma è inevitabile. Anna Kulishoff
perché è alle origini, per me, ma obiettivamente, di una sprovincializzazione della politica
italiana, perché intanto, dove nasce? In Crimea. Finalmente possiamo nominare e studiare
un territorio, non solo per motivi guerrafondai, ma per altro. Lei nasce in Crimea ed è
testimone in prima persona di una battaglia per l’emancipazione. È una giovane molto
brillante. In Russia non potevano accedere all’università, poi lì c’è anche una storia curiosa,
lo possiamo fare dopo, ma si devono sposare, perché devono andare con il consenso del
marito, eccetera. Dopodiché, al Politecnico di Zurigo, comincia a costruirsi attorno a lei una
sorta di alone mitico, che in parte è mitico, ma in parte è anche reale, intanto perché lei si
scrive. Ha una mentalità scientifica. Infatti, si laureerà dopo in medicina, era molto portata
anche per gli studi di ingegneria, però lei comincia subito a essere un ponte e questo è stato
in parte un po’ anche trascurato per un ostacolo anche linguistico. Noi dovremmo avere dei
materiali che sono scritti da andare a studiare in Russia, che è una lingua non decisamente
accessibile, diciamo. Lei continua a mantenere un ponte con la sua terra d’origine, tra l’Italia
e la sua terra d’origine, ci fa ritorno. È una che non ha paura di essere clandestina, è una
che, come si dice sempre nell’alone mitico, strappa il libretto ed entra in clandestinità. E
forma al Politecnico di Zurigo quella comunità, lei ne fa parte, diciamo, non la forma, ma ne
fa parte, di quelle che sono state chiamate il circolo delle intellettuali del Politecnico di
Zurigo, anche vestite in un certo modo, le quali fumavano, le quali discutevano di politica.
Ora, questo avviene nei decenni 1870-80, in cui in Italia era impensabile. In Italia, se io
prendo i testi dell’epoca, non so, una Jessie White Mario, non in quegli anni ma subito dopo,
che è una risorgimentalista, White Mario ha sposato Alberto Mario e lei, per esempio, è una
di quelle che non dà affatto, oppure amando le italiane, una descrizione positiva. L’italiana
viene considerata incolta, sedentaria, non interessata alla vita politica, insomma, una
descrizione che è anche molto dura da leggere. Ecco, la Kulishoff, secondo me, è fra le
donne che ha contribuito a sprovincializzare l’Italia, sicuramente con il suo modello di
comportamento, con quello che fa, quando arriva e quando si mostra in una versione che
per le italiane era impensabile. Cioè viene processata per le sue idee politiche, va in carcere
per le sue idee politiche, comincia ad ammalarsi per le sue idee politiche. Quella forma,
appunto, per le cattive condizioni igieniche che poi, nel corso degli anni, peggiorerà. Ed è un
ponte, come diceva anche il mio collega, è un ponte per la sua profonda conoscenza delle
lingue. Anna Kulishoff conosce quattro lingue, quando, diciamo, in Italia dire che proprio si
conoscevano le lingue straniere, diremmo una cosa rischiata. Quindi, lei è una critica
sociale, che era poi la rivista di Arcangelo Isleri, Cuore critica, poi rilevata, è diventata critica
sociale. Io dubito che senza di lei avremmo potuto avere quelle finestre sul mondo che apre
critica sociale. Ma che lei leggeva e traduceva di prima mano, e quindi entrano
prepotentemente nell’atmosfera culturale e politica italiana dei testi fondamentali per
l’emancipazione femminile, che sono Austbeel, La donna e il socialismo. E io, veramente, ho
evito da Sandron in Italia, che io, purtroppo, non ho l’edizione originale, ma ho
luminosissime fotocopie. Ma tanti anni fa, quando la LFI, pur essendo abituata, diciamo, alla
lettura di questi testi, io mi sono rimasta veramente sorpresa, perché è un testo di una
modernità sulla condizione femminile. Parla addirittura di alloggi per consentire alle donne di
fare politica e di avere tempo libero, che in Italia, qua da noi, il regalo del tempo libero si
affaccia nell’Italia del ‘900, degli anni ‘60. Lui parla addirittura di servizi essenziali in comune,
quindi una sorta di lavatoi, una sorta di mezzo in comune per liberare le donne dall’obbligo
della cucina, no? E anche dei figli. Quindi sono gli antesignani degli asili nido che in Italia
nascono dopo le lotte femministe del 1971 e la legge. Quindi, diciamo, Anna Kulishoff è
sicuramente una di quelle che a volte la chiamano, questi pensatori, attivisti, sono chiamati
agenti di democrazia. No, io l’ho chiamato sempre agente di sprovincializzare. Tutta la vita,
non soltanto con le donne socialiste, ma con le donne delle associazioni che io ho chiamato
filo-socialiste, cioè le associazioni di area, come le ho chiamate in numerosi i miei studi, e
uno sicuramente a Milano era l’Unione Femminile. E qua, e queste associazioni, diciamo,
che sono un po’ delle antenne dal basso. No? Perché le donne hanno difficoltà a
frequentare, come gli uomini, a parlare in pubblico per molti anni, dopo la nascita del Partito
Socialista, ma anche prima. Tanto che delle colonne della Difesa delle Lavoratrici, che lei
contribuisce a fondare nel 1912, poi se ne distacca per motivi di salute, c’è tutta una parte
interessantissima sull’autonomia che le donne chiedono a gran voce, per motivi positivi e
anche negativi. Allora, i motivi positivi sono che non ritengono i compagni sufficientemente
attenti ai bisogni delle compagne socialiste. L’altro motivo più negativo è che loro dicono,
loro stesse, “Ah, ma io non mi sento nelle sezioni, di parlare a mio agio e di stare a mio agio,
quindi preferisco delle sezioni non miste, ma delle sezioni femminili”. Quindi sono donne che
aprono il tema della cosiddetta doppia militanza, è dolorosissima per loro, anche perché loro
dovevano fare i famosi tre lavori, e cioè quelli in fabbrica, 10 ore, 12 ore, eccetera, poi il
tornare a casa, poi allevare figli, in un clima di precariato lavorativo, dire poco. Quindi, qui vi
ho visto prima Carcano, via Carcano vicino. Ecco, la legge Carcano. Quella che io continuo
a ritenere, non io, ma i fatti, continuo a ritenere una delle più grandi, secondo me, conquiste
socialiste in periodo liberale, perché in realtà è stata strappata ai liberali al governo, i quali
hanno anche modificato quello che era l’impianto originario, ma quello che mi… poi,
insomma, dobbiamo ovviamente misurarci con il tempo. Dall’ora, invece di lavorare 12-14
ore, 8-10 ore, e poi quel famoso sabato inglese che voleva la Kulishoff per consentire alle
donne un tempo libero per poter studiare. Quindi è una… diciamo, quello che mi ha sempre
molto interessato della Kulishoff era che lei, che peraltro non ha mai avuto, non è mai stata
nella direzione nazionale cosiddetta, cioè non è mai stata nel partito in modo ufficiale, l’ha
influenzato sempre e comunque lo stesso, e ha allevato, diciamo, con il suo esempio un
ceto molto particolare, per esempio quello delle segretarie della Camera del Lavoro. Per
esempio, Maria Goia, ci sono una pletora di nomi, tantissimi, della militanza dal basso che
nessuno conosce e nessuno ricorda, che avevo ricostruito in questo libro che si chiama
Politica e cittadinanza, donne socialiste fra ‘800 e ‘900. E quindi la Kulishoff ha questa
funzione di essere guardata sì come modello, ma lei è appunto una che testifica dal basso
verso l’alto e viceversa. Le donne cominciano con lei ad avere la forza delle propagandiste,
che è veramente dura capire oggi nel mondo del web quanta difficoltà potessero fare le
propagandiste. Dobbiamo veramente fare un salto di mentalità, sono un po’ donne da
epopea, no? Cioè, penso a Carmela Baricelli, era una insegnante, maestra Pavese che
descrive questi suoi comizi e dice che arriva in una sorta di imbarcazione sulle rive del Po,
scende di notte, le fanno luce, si solleva le gonne. Cioè, è proprio, diciamo, un’epopea che
oggi ci sembra lontanissima, ma è una donna che parla alle altre donne e le altre donne la
ascoltano. Quindi si stabilisce questo canale diretto e sono loro che traducono in maniera
molto semplice quelle che erano le parole dell’alta politica. Io ho sempre trovato una grande,
diciamo, differenza in questo. Le donne spessissimo non leggono a fondo e non conoscono,
certo che no, con quella vita che facevano. Certo che no, i cosiddetti testi, diciamo,
ortodossi. Ecco, però dipingono e praticano quasi un altro tipo di socialismo. Se uno legge
periodici femminili, a difesa, e anche lo capisce perfettamente, riescono a tradurre con
Boetti, con racconti semplici di vita quotidiana, anche a mediare quello che per Anna Kul era
fondamentale. Un socialismo al quale le donne potessero arrivare. Questo messaggio è
stato molto profondo.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0131
All’invito di Giuseppe, perché è molto interessante, dobbiamo parlare di socialismo. Bene,
però dobbiamo evitare gli equivoci, cioè possono esserci diverse letture del socialismo. In
realtà, se noi ci guardiamo indietro, c’è una pluralità terribile di partiti socialisti, o di partiti che
magari si richiamano al socialismo, anche se non sono dichiaratamente socialisti. Io direi
che, ai fini anche della nostra discussione, visto che abbiamo al centro la figura di Anna
Kuliscov, che era una parte importante di quel gruppo dirigente socialista, allora definito
riformista con un termine che non piaceva neanche tanto a Turati, e che probabilmente da
parte di chi lo diceva aveva anche un elemento spregiativo. Ma questo gruppo, tra cui Turati,
Matteotti, Treves, Argentina, Altobelli, Bruno Buozzi, non erano semplicemente socialisti.
Qui dobbiamo essere chiari: erano socialdemocratici. Il problema del socialismo è un
problema di libertà, e questa cosa emerge chiaramente in un violentissimo scontro tra
Giacomo Matteotti e il Partito Comunista, cioè Antonio Gramsci. E poi ci sono anche gli altri,
ma in questo caso Gramsci è il vero capo, è il direttore.
Poco prima di morire, stiamo parlando del 28 aprile del 1924, il Partito Comunista diffonde
un invito ai dirigenti del PSI, del PSU, della Camera del Lavoro, della Confederazione
Generale del Lavoro. Dicono: “Facciamo uno sciopero unitario il primo maggio”. Le modalità
della comunicazione e il merito non sono condivisi. In quel momento, in una situazione
drammatica, Matteotti non condivide l’invito. Scrive: “Guardate, voi lo fate per propaganda,
noi non siamo d’accordo. Voi siete comunisti per la dittatura, per il dominio del proletariato.
Noi siamo socialisti per le libere maggioranze”. Il giorno dopo, il primo maggio, l’unità esce
dicendo: “Le idiote teorie dell’onorevole Matteotti”. Matteotti, poi, da un’altra parte, risponde:
“Diciamoci la verità, se il Partito Comunista non ci fosse, Mussolini dovrebbe inventarlo”.
Questa è la natura dei rapporti tra queste due anime socialiste, che per la verità erano
anche due partiti che spesso vengono ignorati. Non c’è solo il PSI. Il PSI nasce nel 1892, ma
nel 1895 quello che si chiama PSI subisce alcune scissioni, una delle quali nel 1912, dove
Mussolini, che diventa di fatto il capo del PSI, infligge al partito un disastro storico,
sconfiggendo la maggioranza riformista socialdemocratica al Congresso di Reggio Emilia.
Mussolini vince su Turati, su Kovacs, su Treves, su Buozzi. Vince largamente, diciamo la
verità: non vince per il 2%, ma per un po’ più di quello che fu la vittoria di Trump. Da quel
momento, la componente socialdemocratica non sarà più alla guida del Partito Socialista,
quindi il partito perde la sua identità.
Ma è inevitabile che dopo la rivoluzione bolscevica, che nel giudizio di Anna Kuliscov, che
conosceva bene la situazione, era semplicemente un colpo di stato, la rivoluzione di
Kerensky, la rivoluzione di febbraio, la rivoluzione di ottobre è solo un modesto colpo di
stato. Tra l’altro, in cui autori a partire da Trotski finivano nel sistema che avevano
contribuito a costruire. Aggiunge anche nel suo carteggio con Turati: “Ormai Lenin è meglio
dei Giacobini, dei peggiori Giacobini, è il nuovo Zar del Comunismo”.
La maggioranza, che si chiama massimalista del Partito Socialista, continua a guidare il
partito. C’è la scissione di Livorno nel 1921, in cui i comunisti escono dal Partito. I socialisti
che rimangono, i massimalisti, a un certo punto non possono dire di no alla pretesa di Lenin
che vuole l’espulsione di Turati, Kuliscov e Matteotti, e li cacciano via. A quel punto,
nell’ottobre 1922, alla vigilia della marcia su Roma, l’interesse dell’ala massimalista del PC
non è per il fascismo, ma per cacciare Turati. Quest’ultimo, cacciato, deve fondare il Partito
Socialista Unitario nel 1922, che è il partito socialdemocratico dell’epoca.
La situazione poi cambia più tardi, ma ciò non toglie che questo concetto di libertà ha
sempre pervaso l’ala socialista democratica, di cui Turati, Argentina, Torelli, che era una
delle grandi segretarie del sindacato della terra, Buozzi, il capo dei meccanici della FIOM.
Voglio dire, tutti costoro sono sempre stati custodi di questi valori. Tant’è che, quando muore
Anna Kuliscov, cosa scrive l’Unità? Se volete il dettaglio, ve lo dico, perché mi sembra
interessante. Riconoscono un passato rivoluzionario. Ormai da tempo, però, era divenuta
una accanita avversaria della rivoluzione bolscevica, benché educata alla scuola
rivoluzionaria e ai principi marxisti della gloriosa Prima Internazionale. Ma ormai non era
altro che una socialdemocratica, nemica della rivoluzione russa e dell’internazionale
comunista. La sua concezione riformista, la sua avversione alla rivoluzione bolscevica,
l’avevano distaccata dal movimento rivoluzionario delle masse oppresse.
Questo è il giudizio dell’Unità. Quindi, se vogliamo collocarci in quel tempo, delle due l’una: o
aveva ragione Gramsci o aveva ragione Matteotti. Non è possibile fare i furbi in questo caso,
considerare tutto come un passato che è passato. Però, da un punto di vista culturale,
politico e intellettuale, bisogna fare i conti con questa realtà. E la cosa, molto, influenza
anche oggi. Ammesso che si debba parlare di rifondazione, ricostruzione di una forte sinistra
socialista, non si sfugge da questi argomenti, perché il nome Beringer, che è un simbolo per
un partito della sinistra, come il PD, disse che la rivoluzione bolscevica aveva esaurito la
spinta propulsiva, non che fosse sbagliata nella sua natura e origine. Questo è il problema.
Se si vuole discutere di qualcosa di nuovo, del socialismo, bisogna passare di qui, ma non
perché questo debba portare alla dissacrazione di Gramsci. Gramsci è stato un grande
intellettuale, ma bisogna sapere che ha sostenuto certe linee che si possono anche
condividere, ma che possono portare a considerazioni diverse. Il discorso è complicato, ma
voglio sottolineare una cosa. Quando muore Anna Kuliscov, c’è il riconoscimento di una
figura che non è più con noi, ma che ha avuto un peso. Quando muore Turati nel 1932,
Palmiro Togliatti scrive: “È stato un semifascista”. C’è anche un problema di stile, ma questo
lo possiamo studiare più approfonditamente con l’Università di Pisa.
Il problema, però, è che se parliamo del futuro, come chiede Giuseppe, questi sono i temi.
Non si può sfuggire, altrimenti possiamo parlare dei NIT, dei dazi, del progetto Draghi.
Voglio dire, possiamo parlare di cose economiche, ma ho i miei dubbi che la costruzione di
un sistema politico nuovo, di una forza politica nuova che si ispiri al socialismo, con il fermo
rispetto per il socialismo liberale, se si vuole, debba passare da questi temi. Bisogna
scavare più a fondo, riflettere con l’aiuto degli intellettuali, degli scrittori, ma anche delle
persone normali che devono essere in grado di ragionare e difendere questi valori. Il ruolo di
Anna Kuliscov sta nel fatto che, come ha ricordato Fiorenza, che tra l’altro ha curato il primo
lavoro in ricordo di Anna Kuliscov, con il nostro compagno Giulio Polotti ha ricostruito e
ripubblicato la “Difesa della lavoratrice”, che era un giornale fondato da Kuliscov e diretto
inizialmente da lei, poi da Angelica Balaban, una figura importante del socialismo italiano di
origine russa.
Angelica Balaban aveva una caratteristica straordinaria: fu interprete di Lenin, stimata al di
là della conoscenza delle lingue, ed è stata nominata ministro degli Esteri dell’Ucraina nel
1922-23. Poi, prima, però, questo è un altro aspetto, ma ebbe la sfortuna di lavorare
moltissimo e di trovarsi a lavorare con Benito Mussolini, di cui si fidava molto, che aveva
conosciuto in Svizzera, in un momento di particolare povertà di Mussolini. Racconta di come
l’abbia ripagata malissimo, anche se era lei la direttrice della rivista. Infine, l’ultimo passaggio
della sua vita politica fu una stretta collaborazione con Giuseppe Saragat.
La figura di Anna Kuliscov è davvero particolare, non solo per la acutezza del suo pensiero,
ma anche per la sua capacità di parlare di temi complessi. Lei era un’intellettuale
cosmopolita, capace di comprendere i problemi del mondo in modo approfondito. Per
esempio, durante la Prima Guerra Mondiale, mentre discuteva con Turati dello scoppio della
guerra, le spiegò i motivi geopolitici, come il controllo dei Dardanelli, dicendo che l’Italia non
poteva tirarsi fuori dalla guerra mondiale, perché in gioco c’era il controllo del Mediterraneo.
L’Italia, se non contava nel Mediterraneo, non contava nulla. E il suo intervento nel
novembre del 1917, quando l’esercito austriaco rompe il fronte a Caporetto e la ritirata è
spaventosa, è davvero significativo. Scrive a Turati con determinazione, chiedendo di fare
un’opera incalcolabile per i soldati italiani. Questo riflette la sua determinazione e
indipendenza, e invita a difendere l’Italia, perché, se l’Italia perde, il mondo del lavoro
perderà tutto.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0132
Mi piace ricordare che, come diceva Valter, è molto importante. Ricordiamoci che il
bolchevismo non sarebbe neanche nato probabilmente senza una forza politica, se non ci
fosse stata la Prima Guerra Mondiale, e dal disastro della Prima Guerra Mondiale che
purtroppo si scatenano forze incontrollabili. E il buon Gramsci apparteneva a quella
minoranza di cui faceva parte anche Mussolini. Infatti avevano una visione chiara quando
Mussolini fonda il Partito Nazionale Fascista, come dire, avrebbe avuto piacere ad avere tra
le proprie file Gramsci che, appunto, rifiutavano questo riformismo contro il quale avevano
parole molto dure. È interessante ricordare che la Kulishof e Turati, nella ricerca di questa
autonomia di pensiero, si rifacevano a dei pensatori che né Gramsci né Benito Mussolini
conoscevano, per esempio Marx. La Kulishof, poco prima, negli anni ’90, nella sua ricerca
sulla critica sociale, diffondeva il pensiero di Marx o di pensatori vicini a Marx, perché erano
molto interessati all’analisi sociologica che Marx faceva della Rivoluzione Industriale inglese.
Ritrovavano infatti quella che veniva definita “l’olocausto della classe operaia inglese” della
prima metà dell’Ottocento, riscontrandola nelle condizioni di lavoro del proletariato italiano
dell’epoca.
La cosa molto interessante della Kulishof, che è stata pioniera in questo, è che lei voleva
mostrare – e mostrava con statistiche alla mano in modo divulgativo – che la maggioranza
del proletariato nelle regioni più industrializzate d’Italia, come la Lombardia, era femminile.
Erano le donne a costituire la maggioranza numerica del proletariato rispetto agli uomini.
Solo che le donne erano in una condizione di svantaggio, perché oltre a subire le condizioni
di sfruttamento tipiche del proletariato, avevano anche un ulteriore sfruttamento di carattere
antropologico, sociale e etico, a cui accennava Fiorenza. E da questo punto di vista è molto
interessante, perché la Kulishof non solo leggeva, studiava, e traduceva, ma andava anche
a fare conferenze, diventando una militante a livello globale. Mostrava come le condizioni di
lavoro delle donne fossero spaventose.
Ora, la legge Carcano del 1902 è quella che istituisce la cassa di maternità. È grazie alla
Kulishof che dobbiamo questa legge, che ovviamente venne molto diluita rispetto alle idee
che lei aveva. Tuttavia, è lei che è dietro questa proposta: una donna, nel momento in cui
aspetta un bambino, deve avere il diritto di non lavorare per alcuni mesi con una retribuzione
(che comunque era molto bassa). C’erano grandi dibattiti su chi dovesse sostenere questa
retribuzione: se lo Stato, gli imprenditori, ecc. Parliamo di condizioni di lavoro e sociali
davvero durissime nell’Italia del periodo. Un altro punto interessante è che la Kulishof
criticava le suffragette, quelle che lei chiamava “liberali”, e le vedeva come più colte e più
lontane dalle vere problematiche delle donne proletarie, che, secondo lei, avevano già
conquistato l’uguaglianza nel campo lavorativo. Le donne proletarie, infatti, avevano già
ottenuto il diritto di lavorare come gli altri proletari, mentre le donne borghesi, più colte,
cercavano di accedere alle professioni. Questo era un passo che, secondo la Kulishof, le
donne borghesi dovevano ancora compiere, mentre le proletarie avevano già raggiunto
quella parità.
Ovviamente, c’era tutta una polemica su come il movimento femminista dovesse interagire
con il movimento socialista, una polemica che, sinceramente, non conosco nei dettagli.
Tuttavia, ciò che è chiaro è che dobbiamo questo universo a un periodo eroico del
socialismo, quando i socialisti erano perseguitati, finivano in prigione, e quando, ad esempio,
in caso di scioperi, arrivavano la cavalleria e i soldati, come nel caso delle repressioni
sanguinose. Parliamo di un’Italia terribile, dove il movimento socialista ha svolto un ruolo
fondamentale nel chiedere l’uguaglianza politica tra uomo e donna, e delle condizioni sociali
che hanno portato alla creazione di un primo embrione di welfare state.
Ci sono volute due guerre mondiali, il fascismo e la resistenza, perché le donne ottenessero
il diritto di voto e per arrivare a riforme come gli asili nido e la sanità. In Italia, infatti, è stato
necessario l’avvento di grandi tragedie storiche perché si realizzassero questi piccoli passi di
civiltà. Ma anche in questo caso, ci siamo arrivati attraverso un lavoro che partiva da
pochissime persone, che hanno diffuso idee che inizialmente erano appannaggio di pochi,
ma che con il tempo hanno preso piede.
E, parlando delle speranze di Giuseppe, forse qualcosa nascerà nel futuro, magari si
chiamerà in altro modo. Perché i nomi contano, oggi molti nomi e parole hanno fatto il loro
tempo. Però, quello che non è mai passato di moda è la nostra Costituzione. La prima parte
della nostra Costituzione rimane attuale. Nonostante gli enormi sforzi per cambiare questa
Costituzione, essa rimane un punto di riferimento, perché in qualche modo ci aggancia a un
livello di civiltà che siamo riusciti a raggiungere solo dopo eventi tremendi, tra cui certamente
le due guerre mondiali.
Ricordiamoci che la sanità pubblica gratuita è nata in Inghilterra dopo la Seconda Guerra
Mondiale con il Piano Beveridge. Ci è voluto del tempo, e molte tragedie, perché qualche
briciolo di civiltà e di idee raggiungesse finalmente le masse.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0133
Sì, parto effettivamente dalla tua battuta iniziale, dicendo che forse non farei il mestiere che
sto facendo se non ci fosse stata Anna Kulishoff. Non solo lei, ma ci sono state anche altre
donne, e uomini coraggiosi, che hanno portato avanti queste istanze. Però, ripartirei proprio
dall’ultima battuta, dicendo che la nostra Costituzione è un elemento importante e va
salvaguardata. L’articolo 3 della Costituzione, che vi leggo brevissimamente, ci ricorda
veramente tutto. Dice:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, sono uguali davanti alla legge senza distinzione di
sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali. È compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto
la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e
l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale
del paese.”
Dentro questo articolo c’è veramente tutto: il sunto di tutte le grandi battaglie che Anna
Kulishoff ha portato avanti. Il suffragio universale, ad esempio, è stato molto vicino nel 1919.
La sconfitta fu pesante, ma poi abbiamo dovuto aspettare due guerre mondiali e il fascismo
per arrivare al suffragio universale. Paradossalmente, è proprio il fascismo a introdurre la
legge sul voto alle donne, ma qualche mese dopo, questa stessa partecipazione dei cittadini
all’elezione degli amministratori viene cancellata.
Nel 1920, un socialista e un liberale, Gasparotto e Moiani, avevano presentato e fatto
approvare un articolo che estendeva il diritto di voto alle donne nelle stesse condizioni degli
uomini. Ma subito dopo, la Camera si sciolse per gli eventi legati a Fiume, e quindi le
vicende del suffragio femminile sono state complesse e anche sfortunate. Molti manuali e la
pubblicistica arrivano direttamente al fascismo nel 1925, con il “voto della signora”, che era
riservato alle donne vedove, madri decorate, o vedove che non si erano risposate e che
pagavano le tasse. Alla fine erano solo poche donne. Quindi, nonostante le difficoltà, il
suffragio femminile è stato un cammino tortuoso.
Oltre a questo, Anna Kulishoff ha portato avanti altre istanze molto importanti, come la
riforma tributaria, che dal punto di vista dell’economia politica credo fosse uno dei punti
fondamentali, e l’allargamento dell’istruzione pubblica. Ricordiamoci che all’epoca i bambini
non andavano a scuola, ma lavoravano, e questo rappresentava un ostacolo importante per
lo sviluppo sociale ed economico. Poi c’era anche l’estensione della legislazione sociale, che
includeva malattia, invalidità e pensioni, cose che oggi diamo per scontate, ma che all’epoca
non esistevano.
La domanda è: Anna Kulishoff ha dato un apporto essenziale, soprattutto in termini di
pensiero, alla rivoluzione della gestione del mondo del lavoro, che ha portato alla legge sul
diritto dei lavoratori del 1970, di cui parleremo più tardi. Il tipo di approccio strutturato e di
pensiero che ha portato avanti durante tutta la sua vita è stato determinante.
Dal mio punto di vista, leggendo le vicende di Anna Kulishoff, mi interessa capire il vostro
punto di vista sotto l’aspetto comunicativo. Ora la comunicazione è uno degli elementi
essenziali del nostro mondo: molti comunicano, ma poi non rimane nulla. Scusatemi, ma è
tutto molto effimero. Invece, in quel tempo, i pensieri venivano scritti, trasmessi, discussi.
Quindi, vorrei sentire il vostro parere su questo aspetto, non solo sui contenuti, ma anche sul
modo in cui questi contenuti sono stati scritti, trasmessi e comunicati. Questo è un punto che
vorrei che discuteste brevemente.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0136
Tra le 21 madri della Repubblica non più giovanissime, la più giovane era Teresa Mattei, che
rischiò addirittura di non essere eletta perché era troppo giovane, aveva 25 anni. Lei è
entrata nella Resistenza quando ne aveva 17. Lina Merlin era quella che più ha insistito
contro l’ostilità aperta e dichiarata, accentuatamente misogina, di alcuni colleghi che
ritenevano il termine “sesso” inutile e anche dannoso.
Ora, le 21 madri della Repubblica su 530 deputati… fosse il caso che noi moderassimo il
linguaggio, come faceva Anna Kulishov, e non dicessimo più “la Costituzione ha avuto tanti
padri”, perché ci ha avuto anche tante madri. Sarebbe ora di ricordarle.
Dopodiché, la comunicazione: dico questo perché da qualche anno, chi va alla Sala della
Regina al Parlamento, nel corridoio, ha visto che Laura Boldrini fece appendere i ritratti di
tutte le madri costituenti e delle prime sindache elette in virtù del diritto di voto
amministrativo. Siamo andati prima alle elezioni del 1946 amministrative, poi quelle politiche,
e i due busti di Salvatore Morelli e Anna Maria Mozzoni. Salvatore Morelli… Non ne
parliamo. Negli anni ’90 abbiamo fatto un convegno, nessuno lo conosceva. Mi pare che
oggi se la cavi molto meglio, il primo e unico deputato chiamato “femminista”, eccetera
eccetera, ma al tempo noi l’andammo a cercare nel dizionario del Risorgimento Nazionale.
Lui si è fatto 15 anni nelle galere, tutte le ha fatte, Ischia, Ponza, Ventotene, non c’era…
C’era il pittore Domenico Morelli. Questo per dire la comunicazione, ciò che noi diciamo alle
giovani generazioni.
Dopodiché, c’è Anna Maria Mozzoni. E sono di due Anne: Anna Kulishov e Anna Maria
Mozzoni. Sono le due Anne della nostra emancipazione, e sono le due Anne del dibattito
fondamentale. Loro erano esemplificative del dibattito fondamentale tra un femminismo di
Anna Kulishov, politico, e un femminismo cosiddetto libertario di Anna Maria Mozzoni. Il
nodo era il lavoro, è sempre stato quello. Ed era Anna Kulishov che sosteneva che le donne
dovessero essere tutelate, quindi malattie professionali, non lavoro notturno, non lavoro
nocivo. Andrebbe fatto un discorso che qua non faccio sull’età delle donne, perché noi…
eh… hai voglia a dire con molta semplicità alle donne “ma quali donne?” Quelle erano
bambine. Erano bambine, poi ragazze, poi donne, poi adolescenti, non c’era neanche il
termine. Quindi, noi non sappiamo mai di chi stiamo parlando, diciamo sempre “donne,
donne, donne”, no? Perché le bambine che lavoravano la seta qua avevano dai 4 ai 6 anni.
Quali donne?
Allora, il perno era sempre il lavoro, perché Anna Maria Mozzoni sosteneva che la tutela,
che è un argomento di una modernità incredibile, il mio amico collega testimonierà, cioè la
tutela per Anna Maria Mozzoni era, avrebbe ucciso l’autonomia femminile. Per Anna
Kulishov, avrebbe frenato gli eccessi. E questa era collegata esattamente alle malattie
professionali che all’epoca non si conoscevano, ma in questo Anna Kulishov aveva da dire
molto più delle sue colleghe, perché era laureata in medicina, e lei a Pavia con Golgi aveva
studiato le febbri puerperali e sapeva per che vita miserabile conducevano operai e le
lavoratrici che venivano licenziate se solo provavano ad assentarsi dal lavoro.
E quindi, di quale maternità stiamo parlando? Di quale maternità? Mentre tutto il resto
dell’Italia parlava della maternità sacrale, lei sapeva bene di che cosa si stava parlando.
Quindi, le due Anne sono protagoniste, due visioni diverse, entrambe nobili, ma di due
concezioni opposte. E la tutela è ciò di cui si parla tutt’oggi, perché Anna Maria Mozzoni
disse la famosa frase rivolta a Kulishov: “Se tu le tuteli, le donne saranno costrette a fare
come le galline, a covare le uova nel silenzio”. Quella diceva: “Sì, ma quelle moriranno di
lavoro, però 14 ore così.”
Quindi, in termini moderni, c’era questo dibattito per cui qualsiasi protezione del lavoro di
carattere sociale avrebbe creato disoccupazione e quindi il lavoro non andava minimamente
tutelato, e così sarebbe aumentata l’occupazione. Sono cose… un dibattito ancora molto
vivo, e diciamo che aveva ragione Kulishov. Nel senso che Kulishov portava l’esempio
dell’Inghilterra, diceva: “Guarda che in Inghilterra, dove le classi dirigenti, da noi, non
erano… non c’era una legislazione, non avevano alcuna carta su cui appellarsi.” Nel 900, a
differenza che in Inghilterra, dove negli anni ’30 dissero “Ok, voi potete riunirvi in sindacato.”
In Italia, arrivava l’esercito, c’era uno sciopero… è chiaro.
Quindi, guarda che in Inghilterra il lavoro è tutelato e non ci sono i rivoluzionari. Perché in
Inghilterra non ci sono mai stati. Però c’è la tutela del lavoro. Non è vero che aumenta la
disoccupazione, tutt’altro: l’occupazione aumenta per altri motivi. Quindi già allora c’era chi
diceva: “No, non ci vogliono tutele, perché più tutele hai, più stai a casa”, e vecchie
polemiche che tornano anche oggi. Un’altra idea di Mozzoni e Kulishov molto importante è
che comunque lei riteneva che la donna dovesse affacciarsi al mondo del lavoro, dovesse
diventare lavoratrice, proletaria o meno, perché comunque era il lavoratore che aveva, come
dire, la classe sociale d’avanguardia. Non era facendo un passo indietro fuori dal mondo del
lavoro che la donna poteva tutelare i propri diritti, ma solo… e questo era un’idea
profondamente ottocentesca, no? Che il soggetto politico è il soggetto che lavora, e in
quanto lavoratore produttivo tu diventi avanguardia anche della trasformazione. Infatti, la
Repubblica è fondata sul lavoro.
Per quanto riguarda la comunicazione, molto interessante, perché oggi io ho provato a fare
delle tesi sui leader contemporanei paragonati a quelli di un tempo, no? E oggi è difficile
trovare del materiale. No, loro avevano, intanto studiavano. La prima cosa che facevano era
studiare. Cioè, comunque studiavano in tante lingue, leggevano, studiavano in maniera più o
meno approfondita, un sacco di corrispondenza, un sacco di lettere… c’era il carteggio. Tu
trovi volumi, studi in cui lei diceva “Tur, spesso cosa fare, cosa pensare.” Poi, avevano
fondato Critica Sociale, cioè avevano fondato un quotidiano. Quindi, loro sentivano
profondamente il problema della comunicazione, no? Però, era una comunicazione che
rispetto a quella di oggi è imparagonabile, perché lì ci sono dei ragionamenti, dei testi
complessi, delle testimonianze, degli studi. Oggi, praticamente tutto questo è demandato a
un ceto, diciamo così, di tecnici, che però rimane molto… diciamo sottobosco rispetto alla
leadership dei partiti. Quindi, il mondo è cambiato in maniera radicale.
Comunicazione… ma, socialmente, sì, oggi è sostanzialmente evanescente. Mentre, allora,
tu puoi pubblicare e ancora vengono pubblicati dei suoi opuscoli, delle sue cose… c’è la
Critica Sociale, Gurati, delle raccolte di scritti. Quella era la militanza, perché costoro
passavano il proprio tempo a, come dire, girare l’Italia, ad andare nel mondo del lavoro.
Quindi, era una vita immersa nelle questioni politiche e sociali, cosa che oggi è
completamente… cioè anche tutto il mondo dell’intelligenza passava nel salotto di Anna
Kulishov. Gi, assolutamente, scusa, c’era… Esatto, le sue due domande, due risposte.
Ah, no, mica pensavo… perché sulla comunicazione, in realtà, Kulishov era particolarmente
attenta. E almeno, dando corrispondenza dal suo carteggio, si evince che faceva una sorta
di rassegna stampa. Mandava spesso i giornali che raccoglieva… e… no.
Ecco, sì, poi, la storia di Anna Kulishov, una storia lunga e articolata. Nel senso che le sue
prime esperienze politiche la vedono legata anche al movimento nichilista. Insomma, ci sono
sicuramente dei rapporti con questa realtà violentemente anti-zarista. No, e poi lei però
abbandona, abbandona la Russia e si trasferisce in un altro contesto. E lì ha modo di
approfondire i rapporti anche personalmente con una serie di personaggi che si
richiamavano a Marx. E per questo, lei credo possa essere definita marxista nella sua
formazione.
Cioè, i rapporti sono con Bakunin… sì, con Cafiero che pare sia impazzito, sentimenti
sentimentali, eccetera, eccetera, ma vabbè, questo lasciamo perdere. Quindi, Anna Kulishov
passa attraverso una trasformazione. E il marxismo insegnava che inevitabilmente, no?
C’era questo determinismo, inevitabilmente il capitalismo andrà in crisi, nascerà la nuova
società. E molti lo interpretavano in modo abbastanza ridicolo. Se per esempio… scusate,
ecco, pensavo di averlo spento, ma… no.
Se voglio fare un piccolo esempio, nel ottobre del ’22, mentre sta iniziando la marcia su
Roma, nello stesso tempo si apre l’Internazionale comunista a Mosca. Vabbè, coincidenza.
Ma Mussolini è in marcia. Cioè, sta muovendo i propri riferimenti. I dirigenti del Partito
Socialista massimalista e del PC si trasferiscono tutti a Mosca. Perché? Perché al fondo c’è
una motivazione. Tanto è inevitabile, no? Che la rivoluzione verrà. Noi andiamo un attimo a
fare qualche riflessione in una sede importante. Poi, quello che succede in Italia è relativo,
perché noi siamo convinti che le cose cambieranno, perché è inevitabile. È un processo
inevitabile. È un processo inarrestabile. Quindi, questa, diciamo, banale considerazione che
però purtroppo non è tanto banale, perché in effetti ha influenzato parecchio la storia
d’Europa. Ma questa considerazione verosimilmente non era più seguita da Anna Kulishov e
da Filippo Turati che avevano maturato, secondo me, un’idea diversa. Cioè quella del
socialismo inizialmente come Welfare. Cioè il lavoro, l’occupazione, le tutele.
No, perché non dimentichiamoci che queste di oggi sono i risultati di piccoli semi che sono
stati posti allora. Per esempio, Argentina Altobelli è colei che costruisce le prime strutture da
cui nasce l’INS. Argentina Altobelli è la segretaria di Anna Kulishov.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0137
Negli anni ’90, ai primi anni ’90, ci fu uno scandalo in Italia molto importante: lo scandalo
della Banca Romana. Questo scandalo della Banca Romana è uno degli scandali che poi,
diciamo, è una sorta di prototipo che si è ripetuto in Italia nel corso degli anni. No? Qual era
questo scandalo? Qual era lo scandalo del liberalismo italiano? È che questo potere politico
poi era un potere governativo, intrallazzo nel mondo degli affari e della finanza in modo non
trasparente e in modo illecito. Cioè, diciamo così, dagli anni ’90 diventa fondamentale la
questione morale in Italia, ed è da allora che se ne parla. E di questa questione morale
diventa veramente centrale, perché poi il protagonista di questo scandalo fu Giolitti, questo
Giolitti che era ai suoi esordi e che poi invece nei primi del ‘900 fu protagonista di un
tentativo oggettivamente riformatore. Però, come dire, aveva cominciato col piede sbagliato
probabilmente e probabilmente, diciamo, negli usi e costumi delle classi dirigenti italiane, la
questione morale ha sempre rivestito un ruolo molto importante.
Ecco, Turati e Kulishov completamente estranei a questo mondo, cioè nel momento in cui
loro parlano di riforme non pensano mai di venire a patti con questo tipo di sistema. Tant’è
che quando cominciano a dialogare con Giolitti e il liberalismo, una parte dei socialisti, certo,
forse la più accesa, forse quelli che si chiamavano rivoluzionari, però trovavano questo
punto di debolezza. Dicevano: “Guarda, con chi vai a parlare? Guarda, con chi vai a fare
delle riforme?” Non avevano proprio tutte le carte in regola, e oggettivamente c’era
Salvemini, Gaetano Salvemini, che poi è conosciuto per essere un grande studioso, un
pensatore, che poi è andato negli Stati Uniti d’America e che nulla ha a che vedere con il
pensiero bolchevico. Anzi, Gaetano Salvemini parlava di Giolitti come il ministro della mala
vita. Poi si ricrede parecchi anni dopo dicendo: “No, in effetti, io ho fatto parte di quella
schiera di intellettuali e, purtroppo, ho buttato via il bambino con l’acqua sporca.” Ma di
acqua sporca ce n’era parecchia, soprattutto per i contemporanei che la vivevano.
E quindi, questo dialogo con queste riforme faceva molta fatica a penetrare, sia perché
l’ambiente sociale e culturale era particolarmente ostile a qualsivoglia tipo di riforma politica
e sociale, con una condizione dei lavoratori e delle lavoratrici assurda, abnorme. E tutte
queste riforme venivano bollate come già socialiste, diciamo, il “sol dell’avvenire.” Se tu vuoi
il suffragio universale, sei un bolscevico. Ma prima che ci fossero i bolscevichi, se tu vuoi
l’asilo nido, sei un comunista, sei un rivoluzionario, ti metto in carcere. Cioè, sei un
sovversivo. È di questo che stiamo parlando. Cioè, le classi, una parte delle classi dirigenti
liberali, capiscono che invece c’era, però c’era questo enorme blocco della questione morale
che continuerà a andare avanti per tutta l’Italia e che continuerà, purtroppo, a segnare
momenti importanti della storia italiana. E non sempre, diciamo così, coloro i quali volevano
riformare il sistema italiano ci riusciranno. Sono riusciti a non buttar via il bambino con
l’acqua sporca, perché era molto difficile, era veramente molto difficile.
Retrospettivamente, noi abbiamo un vantaggio. Io lo dico per i pochi giovani che vedo in
platea e lo dico per chi ha delle aspirazioni, perché qualcosa cambi. Retrospettivamente,
tante polemiche, tante divisioni che hanno contraddistinto il movimento socialista sono
oggettivamente superate dalla storia. Cioè, sono significative, sono due righe che
giustamente vanno ricordate, ma che non sono fondanti e fondamentali della vita
repubblicana, perché oggettivamente sono superate dai tempi. Mentre rimane, cioè
dobbiamo pensare allo sforzo notevolissimo che tutte le forze politiche della Costituente
hanno avuto per votare l’articolo 3, per parola per parola. Tutto il resto, tutta la gran
spazzatura che c’era, tutto il contorno, l’acqua sporca, riuscirono a buttarla via e per scrivere
qualcosa che invece rimanesse. Oggi abbiamo questo enorme vantaggio, abbiamo l’enorme
vantaggio di riuscire a liberarci di una serie di disastrose catastrofi che hanno spesso
coinvolto milioni di persone, passioni, eccetera, per andare al nocciolo. Cioè, le polemiche
Togliatti-Gramsci su Matteotti le buttiamo via. Cioè, esistono, è giusto ricordarle, ma non è
quello che conta. Quello che conta invece è appunto questa enorme spinta riformatrice che
è venuta da queste idee e che è riuscita a coagularsi in fatti importanti. Tutto il resto
oggettivamente fa paura, cioè è da dimenticare. Cioè, per fortuna esiste un’acqua sporca e
per fortuna esiste qualcosa che invece si può tenere e non è tutto da buttare. Perché se
buttiamo anche quello, ritorniamo passo a passo alle condizioni di lavoro come negli anni
- Perché ce ne vuole ancora, ma diciamo ci si può tornare molto rapidamente.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0138
Ripeto, noi possiamo anche oggi parlare delle questioni economiche, sociali, no?
Degli effetti delle politiche di Trump, dell’Unione Europea. Però, se non si guarda al
passato, si sbaglia. Cioè, il futuro si costruisce sul passato e questo è importante,
perché io sono tra coloro che ritengono che sia giusta la richiesta oggi alla Meloni di
togliere la fiamma. Io credo che sia giusta la richiesta di togliere la fiamma, ma i
compiti devono fare tutti i conti. Li devono fare tutti. E io capisco che sia più facile
dire, “ma insomma, quanti anni fa?” eccetera. No, i valori rimangono quelli. Perché il
problema non è di espellere dalla storia qualcuno, come è stato fatto in qualche caso
recentemente, ma è quello di tornare sui propri passi per cogliere gli aspetti
fondamentali di un movimento che deve essere un cambiamento, certamente
importante, ma deve partire dal rispetto della libertà. E questo deve riguardare il
passato, altrimenti riponiamo in momenti di confusione da cui rischiamo di non
uscire.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0139
Da un po’ di tempo stiamo portando avanti, con un ospite della Comasca che è
iscritta al corso di storia contemporanea, avrà tanto tempo per… perché ne avrà
tanto per studiare, e abbiamo deciso di portare avanti lo studio per poi tradurlo in un
momento di condivisione con tutte le ospiti e con tutta la realtà interna e anche
esterna. Per cui, avendo un po’ più di tempo da adesso, noi stiamo… lei sta
rileggendo in maniera estremamente approfondita Il monopolio degli uomini, il librettino
che io ce l’ho, e la sta facendo questo. È un modo anche, diciamo, intelligente,
anche perché ritrovano moltissime cose di una qualità impressionante che riguarda
le lavoratrici che ci sono in carcere. Facciamo un esempio: io parlo del carcere di
Bollate, sono 25 anni che opero. Oltre a operare al Bassone, ci sono le cooperative
sociali, virgolettato, che fanno… usano il Cumo, c’è… esiste, lo sappiamo tutti, però
diciamo, va bene… sembra “me del nien” (si dice in Brianza). Io su questa cosa qua,
sempre per me… nien, lo dico. Non so quale può essere l’alternativa, perché non ho
nelle capacità, nelle competenze. Però, per arrivare al tema di oggi, questo fatto che
nasce dal basso, a differenza di altre esperienze dove arrivano… Eh, perché
abbiamo davvero tantissime collaborazioni esterne, Brera, la Bicocca, il Politecnico,
eccetera… questa volta il Cas… Speriamo di riuscire a portarlo avanti. Insomma,
perché io ho i miei anni, glenne un po’ meno, però spero di seminare bene. Ecco,
dice “dal basso” nasce all’interno di una casa penale, perché Bollate è penale. E
allora la provocazione che io lancio… ripeto, abbiamo tutto il tempo, ma perché no?
Magari con il vostro contributo, nel senso di un parere, un consiglio, non oso
chiedere, ma son solo per lui. Perché… G ho mandato una mail, un messaggio, non
mi ha risposto, ma io non demordo, io non demordo, tranquillo. Poi dopo, poi mi dice
che cosa… Non le prove provate… lavorando nel contesto… io mi muovo solo con le
prove provate. No, per dire, il nostro sogno… ne abbiamo già un attimino… Però
sarebbe bello, no, perché bravi all’interno di queste realtà. Sono… scusate se lo dico,
però è vero. CL è presente su qualsiasi cosa, no? Hanno portato una bellissima
mostra all’interno del carcere sul Duccio di Latina, eccetera, eccetera. Lo stanno
portando in giro e vanno bene. Noi non siamo mai riusciti a introdurre… alch, di che
io ne ho già parlato, magari un pezzettino, magari una fotocopia, magari o magari
vieni te a dire qualcosa della tua fondazione. Però pensiamoci su, ripeto, noi
vogliamo arrivare al 29 di dicembre, perché la cosa c’era partita, ci sono i cent’anni,
voi avete anticipato la sua morte. Noi aspettiamo che, quando… quando… quando R
compie 100 anni… adesso avete una premura della miseria… Scusate il mio modo,
ma così… Però pensiamoci poi, perché sarebbe, secondo me, un bellissimo segnale.
Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio 2025/ Anna Kuliscioff al Brandt/ 31 gennaio
2025/IMGA0140
Vogliamo chiudere per le 19, manca qualche minuto alle 19, chiudiamo puntuali. Lavori di
questo primo… noi abbiamo, come si può dire, fatto un test, diciamo, per capire intanto che
tipo di accoglienza può avere provare a ripartire dal passato per ragionare per il futuro. Cosa
abbiamo capito in maniera quasi unanime da parte dei nostri quattro invitati? No, che il
socialismo è una cosa abbastanza semplice da tradurre nella realtà di oggi. È il
miglioramento graduale, se riformista, altrimenti no, delle condizioni di vita di tutti noi. Noi
registriamo, negli ultimi 20 anni, negli ultimi 30 anni, di fatto un peggioramento delle
condizioni di vita di tutti noi, sia sul piano dei diritti civili, sia sul piano delle opportunità
sociali, sia sul piano economico. Chiunque tra di noi, pensionato o non pensionato, si
accorge che il proprio reddito ogni giorno che passa diminuisce, si accorge che ogni giorno
che passa diventa sempre più difficoltoso e sempre più problematico combattere con le
tante società che vendono beni e servizi. Chiunque di noi si accorge che è sempre più
difficile… si accorge che è complicato spiegare a un sindaco perché le strade non
funzionano, perché il comune non funziona, che è sempre più difficile e complicato andare a
parlare con l’in… che ha cominciato… [Musica] a… scuor… fcal… atiche che investono e
riguardano la nostra società e che, di fatto e nella realtà, hanno rappresentato un
peggioramento negli ultimi 30 anni delle condizioni di vita di tutti noi. Beh, è possibile che
riprendere un percorso che parta da quello che le madri e i padri del socialismo hanno
cominciato a sviluppare nel corso degli anni, partire da quella riflessione e capire che cosa è
possibile fare e come è possibile adeguare le esigenze e le istanze del miglioramento delle
condizioni di vita di tutti noi. Beh, forse può essere una nuova scommessa. Non vogliamo, o
meno, non abbiamo intenzione di ragionare in termini di partiti, perché non ci interessa. Ci
interessa ragionare in termini di provare a sviluppare un nuovo percorso di riflessione. Noi
andremo avanti con le altre tre iniziative. Se vorrete essere ancora con noi, siamo contenti.
Altrimenti, grazie di essere venuti.

