Testi video/ eQua/ Ma chi me lo fa fare/ 21 marzo 2025
Testi di tutti gli interventi svolti nell’incontro di eQua all’Arci Tom Mantova il 21 marzo 2025 a cura di alliev3 della Scuola Castellini, impegnato in uno stage al circolo Arci ecoinformazioni di Como. I testi NON RIVISTI DAGLI AUTOR3 sono stati ottenuti da trascrizione automatiche e migliorati con intelligenza artificiale. I numeri alla fine dei titoli si riferiscono ai video pubblicati nel canale YouTube di ecoinformazioni. Guarda i video
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0163
Visto che io faccio parte di un circolo del Sud di Benevento e magari volevo dare un là a un altro mini dibattito, un tema che poi domani forse è quello che affronteremo di più, che è proprio quello dell’utopia, cioè del tema dell’immaginario delle utopie diverse. Magari in un ambiente come Arci, che è sicuramente inserito in un contesto politico che è anche il contesto politico della sinistra, spesso c’è un po’ la tendenza negli ultimi anni, c’è stata la tendenza al dire no a una proposta da parte di un opposto, cioè quindi non proporre delle alternative vere e radicali rispetto alle utopie, all’immaginario che ci costruire e pensiamo magari anche quando abbiamo parlato con Carlo dell’edizione di EA, proprio all’idea che noi siamo una generazione che è cresciuta con l’idea magari di un futuro molto precario, sia a livello lavorativo che economico, che sociale, che ambientale E il ‘no future’ degli anni ’70 magari portava un contrasto verso il mondo, invece oggi siamo a fili da questo contesto. E ci ha fatto piacere, magari è anche più che una risposta, è un’altra domanda che rimando, una mini provocazione: come riandare, secondo voi, a spingere sull’utopia? A pensare alla possibilità di immaginare delle nuove forme che non possono essere soltanto in contrasto con quello che c’è stato fino adesso? Grazie.”
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“Ovviamente è una prospettiva, ma penso che dobbiamo ricominciare ad andare un po’ al senso originale delle parole quando le utilizziamo. Ehm, quando parliamo di utopia, parliamo di una cosa in realtà molto concreta, ok? E però le persone, e te lo dico così, te lo racconto, ve lo racconto a margine, appunto, di un processo di cui appunto mi sono occupata, a cui brevemente ho fatto riferimento prima, in cui ho accompagnato una città ad immaginare la sua trasformazione non domani, ma tra 10 anni, ok? E l’accusa principale è che bisogna essere concreti, ok? Eh sì, ma bisogna essere concreti. Ecco, l’utopia è una cosa concretissima, cioè lo sappiamo benissimo, e è la descrizione di una città reale, una città concreta, che utopia appunto in cui tutta una serie di cose funzionano. E perché è una cosa concreta l’utopia? Perché se noi non abbiamo il disegno di come le cose devono funzionare, di come le dobbiamo fare, se noi non abbiamo un’idea concreta di quello, non riusciamo a fare un piano per raggiungerle. Quando noi non abbiamo il progetto, non riusciamo a realizzare le nostre azioni. Allora, l’utopia e tutto il tema di inare questa utopia deve essere preso seriamente e concretamente. Dobbiamo smetterla di pensare che l’utopia sia una cosa per cui poi ci troviamo a immaginare il futuro. No, è il piano che ci diamo, è che cosa vogliamo raggiungere. Poi certo, sta nell’utopia stessa il fatto che non lo raggiungeremo, ma finché non ce l’abbiamo, non la prendiamo come una cosa concreta. Come facciamo a fare un piano per raggiungerla? Penso che sia un piccolo passo di partenza che dobbiamo fare, credo.”
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“Per il pungolo su questa cosa, ma ci vuole… ehm, io anch’io sono ancora trentovenne, ma diciamo per me 40 anni da fede, quindi ecco, anch’io come test… eh sì, è proprio una sensazione che condivido. E quindi comincio a vedere le giovani generazioni, quelli più giovani di noi, come… eh, come stimolanti, come… mi arrivano molti input di futuro dai miei studenti, da ragazzi più giovani. E io quello che vedo, e che ha a che fare con l’utopia, è il fatto che ovviamente le nuove generazioni avete nuovi punti di vista, avete dei punti di vista differenti, avete punti di riferimento differenti, siete nati con altri… eh, altri scenari, no? Eh, è vero, arriva questa idea di un futuro come nebuloso, no, no, che non c’è un’idea di futuro. Però vi porto un esempio per aprire, ovviamente, a immaginare, a dibattere, a discorrere. Ad esempio, mi sono confrontata molto nei paesi dell’Appennino meridionale con le vecchie e le giovani generazioni, e quello che è emerso è una cosa che mi ha incuriosito, perché le vecchie generazioni avevano come idea di futuro quella di partire. Loro sapevano che dovevano lasciare il loro paese e quindi è quello che hanno passato alle giovani generazioni. I giovani di oggi, tutti dicono ai nipoti, ai figli, ai ragazzi, voi qui va bene, bella l’infanzia, eccetera, ma a un certo punto voi dovete partire, dovete lasciare il paese, no, mettervelo già in testa. E così, quello che io ho riscontrato è che invece i giovani dicono: ‘Ma perché me ne devo andare?’ E io, va bene, vado a studiare via, ma io voglio tornare, e io voglio tornare, e sto tornando, perché ci sono tanti ragazzi giovani che stanno tornando ai paesi, che dicono: ‘Io ho una forza immaginativa differente rispetto all’utilizzo e alla vita nel mio paese, io voglio portare le competenze che ho imparato fuori e le voglio radicare qui, anche se è difficile, anche se è non scontato.’ E quindi ci sono tanti giovani che stanno cogliendo, ad esempio, questa sfida che è un’utopia, perché comunque se nasci con gli adulti che ti dicono: ‘Tu qui non c’hai futuro, te ne devi andare,’ e invece le giovani generazioni comunque hanno una tempera, una voglia, e una… ovviamente volontà e una visione differente da quella che abbiamo solo noi, no? Magari siamo quarantenni, quindi… eh, quindi l’utopia si sta già concretizzando in qualche modo. In realtà le giovani generazioni stanno già portando del cambiamento. Ovviamente bisogna osservarlo, bisogna capire dove. Questo è un piccolo… strumento.”
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“E questa settimana, tornando a quello che dicevamo prima, ci hanno raccontato di quanto sentono il peso di non avere tante possibilità. Pensano che abbiano solo una scelta di futuro e questo comporta una serie di ansie illimitate, nel senso che una sola possibilità vuol dire perdere tutto, avere tutto. Ed è una cosa che vivono molto con molta ansia. E parlando con loro, invece, mi veniva da dire loro che invece hanno infinite possibilità. Però pensavo anche quando io avevo 17-18 anni e, essendo cresciuta in un piccolo paese del sud della Sicilia, non mi sentivo di avere tante possibilità di scegliere, nel senso che vedevo da un lato le mie ambizioni, i miei sogni, e dall’altro la possibilità di restare, che invece mi stava al cuore. E allora ho iniziato a ragionare su quale potesse essere una chiave di risoluzione di questa ferita, che per me è ancora aperta e che provo a gestire cercando di occuparmi del diritto insomma, militare in quelli che sono i modi che anche la lontananza da casa mi permette. E ho ripensato a un’esperienza che con un mio gruppo di amici abbiamo fatto da ragazzi, che torna a quello che dicevamo prima, perché avevamo una situazione dal titolo ‘ai caneli delle utopie’, che voleva mettere insieme proprio la dimensione pratica dell’utopia e dell’immaginazione in un futuro. Quello che mi viene da dire è che penso che la chiave di risoluzione, la chiave di volta, sia proprio avere il coraggio di guardare in faccia le discriminazioni, che per quanto si ammetta che ci siano, non è la stessa cosa che guardarle e arrivare fino a fondo e rendersi conto di quanto possano essere dolorose e soprattutto di come si stratificano tra loro: dalla marginalità dei territori, dalla dimensione di classe, da appunto la possibilità di scelta e dalla dimensione di genere. Sono tantissime, sono stratificate. E guardarle fino in fondo è probabilmente molto doloroso, e quindi si ammettono, ma poi si accantonano e si cerca di continuare il discorso. Parallelamente, invece, appunto, quella è la chiave forse di volta per trovare una progettualità di futuro. E quindi, insomma, penso che questi tre giorni possano essere da questo punto di vista una bella palestra per guardarla in faccia e poi farci i conti di conseguenza.”
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“Quindi vi diamo il benvenuto a Mantova per la terza e quarta edizione di un festival importante che è nato in un contesto importante, quello del Covid, quello della guerra in Ucraina, e prima di iniziare questa edizione però non possiamo non ricordare quello che sta avvenendo anche in questo momento a Gaza. Eh, la strage continua, lo sappiamo, e le azioni di Arci ci sono, le azioni concrete continuiamo a farle. Siamo a sostegno della popolazione palestinese contro l’occupazione israeliana e contro il massacro che sta avvenendo. Quindi continuiamo, tante cose le stiamo facendo, continuiamo nei nostri circoli a portarle avanti e speriamo che la situazione possa finalmente migliorare. Quindi io direi di fare un applauso alla popolazione per… [Musica] quindi niente, ecco, con un ritardo e qualche problemino tecnico dell’ultimo minuto, possiamo iniziare Eco 2025. Chiamerei sul palco allora Martina Adami, che è vicepresidente di Arci Mantova, e anche Spinazzi, della sempre della presidenza di Arci Mantova, che presenta la giornata di oggi. Poi dopo ci sarà anche Carlo e ci introdurremo in queste giornate. Buona Eco a tutti e a tutte.”
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“Comitato regionale e perché ovviamente, insomma, è d’obbligo anche la sua presenza in questo momento. Grazie, grazie, volevo salire da quella parte, ma Mirco ha detto ‘sei vecchio, è meglio che fai il gradino che è più sicuro’. Io vi ringrazio per essere presenti, presenti così in maniera molto numerosa. Sono davvero contento. Penso, tra l’altro, che questa edizione sia un’edizione per noi molto importante, tutte lo sono, ma questa sicuramente, visto l’asset che abbiamo scelto, è sicuramente fondamentale per continuare il nostro cammino. È sicuramente un momento complicato, un momento molto difficile, dove le disuguaglianze purtroppo, grazie ai conflitti, aumentano. Purtroppo anche le scelte di una non Europa ci stanno portando a destinare altre risorse alle armi e non, purtroppo, invece ad altri provvedimenti che sarebbero utilissimi per noi per crescere, per lo studio, per la salute e per quant’altro. Abbiamo dei deputati europei che dicono che potremmo rinunciare a un po’ di burro per delle armi. Io invece dico che rinuncio volentieri al burro, anche perché per la mia salute sicuramente ne creerebbe beneficio. Ma se devo rinunciare a del burro, lo farei ricordando l’operaia Carla che metteva i garofani nei fucili in Portogallo nel 1974. Perciò, ecco, se rinunciamo a qualcosa, rinunciamo per qualcosa di bello. Grazie. [Applauso]”
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Non ha bisogno di presentazioni, credo. Siamo qua anche grazie a lui, soprattutto. Grazie mille. Allora, vabbè, invece per chi non mi conosce, io sono Carlo Testini, coordino la commissione lotta e disuguaglianze dell’Arci nazionale e stiamo lavorando ormai da 2 anni, 2 anni e mezzo sui temi della lotta alle disuguaglianze, libertà e diritti sociali. Eh, mi sono scritto questo breve intervento, anche se non sono per nulla bravo a leggere, quindi ci provo.
Intanto, sicuramente da dire che questo è il quarto anno, come qualcuno ha già ricordato, e ci riamo a discutere di disuguaglianze, di come affrontarle, e questo appuntamento si realizza grazie al sostegno, all’impegno di Arci Lombardia, ed è per questo che le altre edizioni di Equa si sono realizzate a Bergamo, a Cremona e a Milano. Eh, a Bergamo, come si diceva, eravamo appena usciti dal Covid, quindi era una situazione particolarmente complicata, anche per l’associazione, ma per il mondo tutto. A Cremona abbiamo affrontato le disuguaglianze da un punto di vista di lotta alla povertà, ma ci siamo anche fatti una domanda un po’ provocatoria: se esistono i poveri, perché sembrava quasi che questo paese non si rendesse conto che stavamo andando sempre più in una situazione dove la povertà è molto diffusa. Poi, a Milano, l’anno scorso, abbiamo affrontato questi temi dal punto di vista del genere, dallo sguardo di genere, ed è stata anche quella un’edizione molto intensa e molto interessante. Oggi siamo qui a Mantova per parlare di giovani.
Ultimamente sono andato a Torino per partecipare al forum dell’abitare che si è svolto anche a Torino, e i compagni di Torino mi hanno coinvolto un po’ in maniera così inaspettata in una discussione di un gruppo che stava lavorando per il prossimo congresso della Cgil di Torino. In questo gruppo c’erano persone veramente molto in gamba che mi hanno anche messo molto in difficoltà, perché hanno cominciato a ragionare sul fatto che i giovani non esistono, o meglio, non esiste una categoria giovani. Esistono delle generazioni, diverse generazioni che cercano anche di dialogare con le generazioni di persone più adulte, come me e come altri, che è un po’, se volete, la sfida che l’Arci fa da sempre, da quando esiste, cioè quello di tenere insieme le tante generazioni di questo paese e i tanti ambiti del lavoro sui quali l’Arci lavora da tanto tempo.
La domanda che abbiamo messo nel programma, cioè ‘Chiedici se siamo felici’, è ovviamente abbastanza provocatoria, perché è come se ci domandassero tutti insieme, giovani e meno giovani, appunto, quali sono i problemi, le aspettative, i sentimenti di chi, appunto, fa parte di generazioni meno vecchie delle nostre, perché vorremmo partire da loro e fare un percorso. Allora, l’Arci si è sempre occupata di persone giovani, però lo dicevo anche ai nostri ospiti del primo panel, è tanto tempo che noi non costruiamo un percorso, una politica, non organizziamo delle progettualità rivolte a queste generazioni, mentre invece è molto tempo che stiamo provando a lavorare sul gruppo dirigenti dell’Arci, anche a livello diffuso. Come è stata costruita questa edizione? È stata costruita coinvolgendo diverse persone giovani, in particolare. Ho provato a lavorare con Greta, Francesca, Chiara, Jacopo, che sono lì, che sono i quattro volontari e le quattro volontarie che stanno alla direzione nazionale dell’Arci da quest’anno, da maggio, e devo dire che è stato molto sfidante, perché per un sessantenne come sono io, ovviamente discutere, ragionare con delle persone giovani che hanno messo sul piatto decine di problematiche, è stato importante, ma è stato anche sfidante, perché abbiamo anche dovuto scegliere delle problematiche e degli ambiti sui quali riflettere. Una delle prime scelte è stata quella di invitare le nostre, appunto, ospiti per ragionare di questioni che a noi sembravano collettivamente importanti.
Tra questi sicuramente la questione della casa e dell’abitare come uno degli elementi delle diseguaglianze giovanili dell’oggi. Sicuramente parleremo di partecipazione civica, perché è una delle questioni che più ci sono sembrate importanti, è capire come fare a aumentare l’attivismo e la partecipazione civica delle giovani generazioni, sapendo che noi che siamo qui, che siamo anche tanti, siamo comunque una bolla, no? In un paese dove tante persone non si occupano della cosa pubblica, ma non perché sono cattive, ma semplicemente perché la cosa pubblica, da una parte, è respingente, diciamocelo, e dall’altra, la politica come la conosciamo, la politica dei partiti soprattutto, è a volte anche abbastanza incomprensibile, guardandola, diciamo, dalle esigenze delle nuove generazioni. Siamo anche molto contenti del fatto che riusciremo a parlare anche di questioni di genere e ragioneremo anche di spazi, degli spazi dell’Arci e del loro ruolo. Voi sapete che l’Arci, negli ultimi anni, ha lavorato a questo progetto che si chiama ‘Essere moltitudine’, che è stato il tentativo di raccontare meglio cosa sono questi spazi, quegli spazi dove siamo oggi, che cosa sono i circoli culturali dell’Arci e non solo. Questo intreccio col lavoro che sta coordinando Marco Trulli, che ora non lo vedo, sulle politiche culturali e la dimensione delle diseguaglianze. Secondo noi è assolutamente importante, così come è importante intrecciarsi col lavoro, da una parte, del nostro settore che si occupa di persone migranti e quindi siamo molto felici che alle 15 è partita la carovana di supporto al referendum per la cittadinanza. Siamo contenti, appunto, che anche il Comune ci ha supportato, il Comune di Mantova ci ha supportato in questo. L’altro ambito che sicuramente affronteremo è quello della crisi climatica, questione che sappiamo tutti, diciamo, essere ormai in discussione sia dentro il discorso pubblico politico, ma che è anche fonte di grande incertezza, di ansie, di non sapere davvero che futuro ci aspetta, non solo per i giovani, ovviamente, ma per tutti noi. Ma sicuramente le generazioni giovani ne soffrono di più di questa incertezza.
E non è un convegno, è un laboratorio, deve essere un momento in cui noi ci incontriamo per ragionare di che cosa vogliamo fare del nostro futuro e per proporre all’Arci, che a luglio di quest’anno organizzerà una conferenza di programma, per proporre all’Arci delle piste di lavoro. Infatti, a mio avviso, dopo questo pomeriggio, dopo domattina, che affronteremo altri tre argomenti importanti, il fulcro di questo nostro appuntamento è domani pomeriggio, cioè i workshop di immaginazione creativa e generativa, come vi abbiamo voluti, perché è il momento in cui noi dobbiamo provare a confrontarci e ragionare insieme, appunto, su strumenti che cercheranno di migliorare il nostro futuro. Una cosa, un’ultima sottolineatura e poi, appunto, non volevo farla troppo lunga. Io penso che in questo momento noi siamo dentro un momento molto pericoloso per la nostra democrazia, ma in generale per le libertà di tutti noi. Voi sapete che è in discussione questo disegno di legge sicurezza in Parlamento, che è una sorta di sunto di tutto ciò che noi non vogliamo, perché è un disegno di legge che cerca di soffocare la libertà di pensiero, la libertà di essere contro quello che questo governo sta facendo, ed è sicuramente la risposta di un governo che sta cercando di gestire una situazione drammatica di questo paese dal punto di vista economico, sociale e politico ed è una risposta tutta securitaria. Volevo fare questa sottolineatura perché, secondo me, noi tutti dobbiamo renderci conto che dobbiamo essere molto più efficaci nel raccontare che cosa sta succedendo e che cosa, quali saranno le conseguenze se questo disegno di legge verrà votato. E quindi ecco, io volevo semplicemente fare un affondo su questo perché mi sembrava molto importante.
Ultimissima cosa, domenica mattina invece ci sarà la sessione conclusiva, se vogliamo, di questo nostro laboratorio, dove all’inizio i cinque workshop saranno chiamati a raccontare quali sono secondo noi le cose che dovremmo fare e subito dopo ci sarà il racconto, l’esposizione dei dati di questa ricerca che abbiamo commissionato a Ios Italia, che voi che sapete che è una delle società più importanti di sondaggi del nostro paese, una ricerca che è stata fatta su un campione di giovani italiani, su appunto come si sentono e che futuro si aspettano. I dati che sono usciti, che non ve li dico adesso, ma appunto domenica mattina saranno esposti dal presidente GSOS insieme a Walter Massa, presidente dell’Arci e al sindaco di Mantova, Mattia Palazzi. Ma vi annuncio, insomma, che ci sono delle cose davvero molto, molto interessanti sulle quali, appunto, dovremo lavorare insieme nei prossimi anni e vorremmo davvero che questo confronto tra di noi, oggi, domani e domenica mattina, sia un confronto vivace. Mi raccomando, non state lì solo ad ascoltare, che è importante, però preparatevi anche a interloquire, a reagire, a provocare anche un po’ una discussione, perché davvero vorremmo che questo appuntamento fosse un laboratorio. Finisco con, ovviamente, i ringraziamenti. Ringrazio tutto lo staff nazionale, ringrazio chi ha lavorato su questo appuntamento da ormai diversi mesi, ringrazio ovviamente Arci Mantova che è stato straordinariamente efficace nell’organizzare tutto questo nostro incontro e i circoli dove andremo anche domani, perché come avete visto faremo i nostri workshop e mangeremo anche in alcuni circoli mantovani. Grazie al Comune di Mantova, perché ci ha dato la possibilità, ci ha anche supportato per fare, per vederci qui in questi giorni e soprattutto grazie a Che Fare, che è un’agenzia di innovazione culturale con la quale ormai lavoriamo da anni e che, appunto, ha curato insieme a noi il progetto ‘Essere moltitudine’ sui circoli e gli spazi culturali. Grazie al Forum Disuguaglianze e Diversità, che è un soggetto, se non lo conoscete, che è davvero molto importante per noi, perché è un soggetto che ci aiuta anche a riflettere, elaborare politiche sulle disuguaglianze, sulle diversità e che domani terrà un seminario all’interno di questo nostro progetto SOS sugli spazi e sugli sportelli sociali. Grazie alla Fondazione Vinelli, qui c’è Alice Gilia che è qui, non so dov’è. Eccola là, che è venuta in rappresentanza della Fondazione Vinelli, con la quale anche con lei abbiamo un rapporto di collaborazione dentro, per esempio, all’alleanza delle transizioni giuste promossa dal Comune di Bologna. La Fondazione Vinelli dalla Fondazione Innovazione Urbana e dall’Arci. Grazie a Sbilanciamoci, che è la campagna che si occupa del bilancio dello Stato di questo paese. Questi ringraziamenti davvero non sono formali, perché tutti questi soggetti, insieme a noi, stanno provando a cercare delle soluzioni per migliorare il futuro di noi tutti. Quindi grazie davvero, grazie a tutti e, ovviamente, grazie ai nostri, tra virgolette, sponsor partner, perché Sanmontana, Erede, Fondazione , comunque ci hanno supportato davvero anche economicamente e quindi non c’è dubbio che dobbiamo ringraziarli. Quindi non mancheranno anche ottima musica, birrette e gonic. Vi ringrazio tantissimo e forse mi sono dilungato anche troppo. Grazie e prego.”
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0156
Benvenuto e alle nostre ospiti e Silvia Capora Giorgia Sirugghetti ehm scusate Federesa Pedretti e Federica Vittori un grande applauso per voi che io sono molto contenta di inaugurare questo momento anche perché lo stiamo facendo in uno spazio importante che porta un nome importante quello di Tom Benecollo io non l’ho conosciuto ma eh l’ho vissuto tramite i racconti di chi ha fatto parte di Arci e chi fa ancora parte di Arci quindi essere presidente anche di uno spazio che porta il suo nome è un onore importante e soprattutto sono molto legata alla figura del lampadiere del questa leggenda questa cosa che io ho sentito dal giorno zero in cui sono arrivata in Arci e che credo che ci rispecchi e che mi sento di citare prendendomi eh spazio ecco per dire questa cosa perché un po’ tutti noi all’interno di Arci voi seduti lì anche noi seduti qua sia che siamo odiarci sia che non ne facciamo direttamente parte siamo un po’ lampadieri soprattutto in questi tempi bui e quindi è un onore un piacere poter dire questa cosa oggi partirei con il primo commento quindi partirei con l’intervento di Silvia e noi ci siamo presi un po’ di appunti per non fare delle figuracce per introdurvi nel migliore dei modi Silvia ricercatrice di docenza al dipartimento di architettura e di design del Politecnico di Torino ok annuisce quindi non strafalzoni mi fa piacere e quello Grazie quello che vorremmo così sentirti raccontare anche per cui abbiamo il piacere di averti qua è un po’ quello che riguarda gli spazi spazi per i giovani spazi di giovani gli spazi che i giovani si creano e anche quello che diventa dei giovani grazie all’attivismo e al senso civico che i giovani si ritagliano in questo mondo che non è tanto a misura di giovane io mi sento di dirlo con abbastanza convinzione facciamo fatica a ritagliarci i nostri spazi vedo tanti giovani e tante giovani anche di volontari di servizio civile e credo che la il sentimento sia quindi non mi dilungo troppo e ti lascio la parola c’è un microfono da qualche parte vicino a te funziona perfetto grazie grazie per l’introduzione e grazie a Carlo per l’invito grazie a Fondazione Petrinelli grazie Arci per prendersi insomma per utilizzare molte energia e prendere il tempo per metterci insieme a ragionare perché ce n’è bisogno in questo momento ehm io parto citando le parole di di un antropologo di un antropologo calabrese che è Vito Teti e anzi una parola che è la restanza e perché per Vito Teti partire e restare sono i due poli della storia dell’umanità al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare edificando un altro senso dei luoghi e di se stessi restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e nel contempo da rigenerare radicalmente e questo concetto per Vitoteti non è qualcosa che riguarda solo i paesi i piccoli paesi ma anche le città le metropoli e le periferie perché a me questa parola e penso magari un po’ un po’ anche a voi se ragionandoci un po’ parla di tante cose parla di identità di migrazione di diritti di disuguaglianze di aspirazione sogni ci parla di lotte e ci parla di abitare un mondo che è sempre più polarizzato territori che sono sempre più polarizzati in particolare in questo momento in questo in questi pochi minuti vi parlerò proprio di abitale perché è quello di cui mi occupo da tanti anni ehm e lo voglio fare a partire da una ricerca collettiva che abbiamo fatto l’anno scorso ehm che si chiama che poi ha dato frutto a una pubblicazione che è accessibile onine sul sito di Fondazione Pentrinelli che si chiama Collaborare e abitare il diritto alla casa nelle metropoli per le nuove generazioni quindi capirete già che il fuoco di questa di questa ricerca sono state proprio le nuove generazioni come abitano come vogliono abitare perché oggi eh diciamo parlare di abitare per fortuna sfortuna è tornato al centro del dibattito pubblico del dibattito politico ovviamente perché ci sono delle crescenti disuguaglianze tanto nelle città cosiddette attrattive ma anche nei paesi per per avere un lessico comune Le città attrattive sono quelle città che permettono un accesso al lavoro adeguato un accesso alla cultura un accesso all’educazione alla sanità ehm e quindi attirano persone attirano molti giovani la questione di queste città è che diventano ancora sempre più centripete perché anche se offrono tanto tolgono anche tanto perché l’accesso ad esempio proprio alla casa è sempre più difficile in queste città e queste città non sono solo le grandi metropoli come Milano Roma Napoli ma anche le città più piccole che sono state colpite dal fenomeno della ad esempio della turistificazione comunque centrificazione a 360° che poi fa della casa una un oggetto inaccessibile scusate meglio scusate e guardando un po’ proprio al diritto alla casa al diritto all’abitare vediamo come parlando di dati come in Italia c’è sempre un numero maggiore di persone che soffrono di un sovraccarico del costo dell’abitare scritto dei numeri e ISOAT ci dice che il 9% della popolazione italiana soffre di questo sovraccarico che significa che deve utilizzare più del 40% del proprio salario per la casa per l’abitare ma un dato ancora più saliente è che una percentuale maggiore di giovani ovvero il 12% della popolazione giovanile giovane in Italia soffre di questo sovraccarico ovviamente è un dato che ci fa molto preoccupare ma è evidente infatti ehm i più colpiti sono i giovani perché non sono inseriti non sono inseriti ehm all’interno di ehm di una di un mercato lavorativo tradizionale se oggi possiamo chiamarlo così ma sono sempre più precarizzati sul lavoro al diciamo al non crescere dei salari come magari ci ci parlerà dopo Federica crescono però invece i costi tutti il resto dei costi in particolare il costo della casa il costo degli affitti viene richiesto ai giovani uno stile di vita fluido resiliente che una parola che abbiamo imparato ad odiare in un certo modo perché siamo obbligati ad essere resilienti fluidi e cangianti ma all’interno di metropoli di regole economiche sociali culturali sempre più rigide e centripete che continuano a precarizzare tutti i livelli della vita e quindi ovviamente siamo coscienti credo questa platea posso posso ben dirlo siamo in un momento in cui c’è un’esacerbazione del modello societario neoliberista e capitalista che si riflette nel modo anche in cui viviamo e nel modo anche in cui immaginiamo l’abit e anche le giovani generazioni infatti con la ricerca che abbiamo condotto l’anno scorso che abbiamo chiamato inizialmente abitare fluido quello che abbiamo fatto è stato proprio indagare le criticità e l’immaginario abitativo dei giovani in particolare tra Milano e Torino e poi abbiamo svolto una sarve invece nazionale eh riuscendo a coinvolgere circa eh 400 ragazzi eh col comitato scientifico di questa di questa ricerca eh abbiamo deciso di eh come diceva prima Carlo di intendere i giovani una fascia di età un po’ diciamo criticamente tra i 23 e i 40 anni proprio perché oggi ci siamo chiesti cosa vuol dire essere giovani e in realtà significa cercare l’autonomia e diciamo voler arrivare ad un’autonomia che non arriva più agli in questa in questo tipo di società in cui in cui siamo e e quindi partendo guardando un po’ le criticità che sono emerse da questa ricerca abbiamo visto come il 73% della dei partecipanti a questa ricerca si sono detti lavoratori a tempo indeterminato ma ci hanno anche tenuto a dirci che guardate che il lavoro a tempo indeterminato non è più quello che intendevamo anzi è molto precarizzato quindi comunque c’è una una grossa precarizzazione il 47% dei dei partecipanti ci hanno riportato episodi di discriminazione durante la ricerca di una casa sulla base della nazionalità del genere sulla base economica ovviamente e anche della zona cittadina zona urbana em ovviamente in questa fascia di età così ampia che abbiamo coinvolto all’interno di questa ricerca le persone che con un curriculum abitativo più ricco quindi quelli un po’ più grandi tra 30 e 40 anni che quindi si sono dovuti confrontare si sono già confrontati più volte scontrati con la con la realtà delle difficoltà si chiedono come affronteranno il futuro beh e quello che emerge è però un immaginario quello che è emerso da questa ricerca che comunque è una piccola ricerca geograficamente localizzata quindi ecco prendiamola come come spunto comunque è un immaginario eh piuttosto direi conformista nel senso che ehm chiedendo “Ma voi come vi immaginate come vorreste come sognate la vostra casa del futuro?” beh il 96% eh quindi direi quasi il totale dei partecipanti ci hanno detto “Beh io vorrei una casa in proprietà vorrei una mia casa privata vorrei acquistare una casa ma eh diciamo la cosa interessante che è emerso è che uno su cinque ci ha detto ma io so già che è un obiettivo che non potrò raggiungere nella mia vita” quindi questo è stato un come dire un dato abbastanza importante su cui abbiamo ragionato collettivamente e quindi ci siamo ci siamo domandati e ma quindi questo paradigma della casa in proprietà come una cassaforte del welfare cambiare da dove ci arriva perché ce l’abbiamo nella mente questa questa idea perché e quindi abbiamo iniziato abbiamo guardato i dati di Nomisma che nel 2019 già ci diceva che in Italia ci sono ci sono stati 160.000 pignoramenti 170.000 familiari a cui è stata pignorata una casa di proprietà ci sono stati 98.000 nuclei che non sono riusciti insomma inadempienti delle rate del mutuo ehm e questo insomma già fa un po’ traballare questa sicurezza eh della della casa di proprietà e poi siamo andati a guardare le politiche ma quali sono come mai c’è questo come dire questa siamo un paese di proprietari il 70% degli italiani sono proprietari di case no e guardando le politiche pubbliche ovviamente dal secondo dopoguerra in poi c’è stato una un grande supporto all’accesso della casa in proprietà per contrastare l’instabilità sociale c’erano quelli della DC Gonnella che ci disse: “Noi vogliamo un paese di proprietari non un paese di proletari” m sulla lunga scia della toucher you have the right to buy bene cosa cosa ha ha comportato diciamo questo approccio delle politiche da un lato sicuramente è ancora tutt’oggi visibile una svendita diciamo pure del nostro patrimonio di case pubbliche delle case popolari che sono tutt’ora in vendita a causa di leggi degli anni 90 che permettono questa cosa ma ehm e poi ehm come dire un continuo aumento di questa casa in proprietà come non più accessibile come trappola ma neanche come casa sociale anzi vi faccio vedere che in Italia vi faccio un altro esempio numerico. Il 16% di chi vive nelle case popolari in Italia vive in una condizione di povertà assoluta è un dato che ci deve far riflettere anche su che cosa è che cosa sta diventando il modello della casa pubblica questo modello della casa in proprietà che ci porta a guardare i giovani che però sono fuori da questo modello e non sanno più neanche come farci entrare dentro come dire.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0157
Lo spazio dell’abitare e, ringraziando Silvia, passerei la parola e chiederei un intervento invece a Giorgia Serughetti. Anch’io spero di aver fatto i giusti compiti. Docente di filosofia politica all’Università di Milano Bicocca, si occupa di studi di genere e di teoria politica e sociale. Collabora come editorialista con il quotidiano Domani e ha scritto un libro che si chiama Potere di altro genere, giusto? Ed è meglio chiedere conferma, giusto tutto? Troppo lontane… e quindi chiederei appunto a Giorgia qualcosa sul rapporto tra i generi nelle nuove generazioni: come è cambiato questo rapporto? E anche in base alla funzione e alla partecipazione politica delle nuove generazioni. Grazie, grazie anche da parte mia.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0158
Pensando, insomma, venendo qui, riflettevo sulla domanda… Non so se si vede il titolo di questo incontro che stiamo facendo, che era “Ma chi me lo fa fare?”, e l’ho trovato bellissimo. Perché, in realtà, è la domanda che io stessa—e forse sarà anche perché non sono più giovane—mi sono posta un paio di mesi fa quando ho ascoltato il discorso di insediamento di Trump. Ho avuto un momento di vero sconforto, che credo sia stato largamente condiviso.
Ascoltando quel discorso, ho provato la sensazione che molto del lavoro che ci ha visti attive e attivi in questi anni—voi come Arci, moltissimi di noi all’interno di tantissimi movimenti, dal femminismo all’ambientalismo, alla lotta per i diritti sociali, per i diritti dei migranti, contro la povertà—sia stato messo di fronte a una brutale inversione di rotta. Ci siamo trovati davanti alla possibilità che molte delle conquiste faticose e laboriose di decenni, o possiamo dire di secoli, possano essere spazzate via.
Questa sensazione del “chi me lo fa fare?” mi ha naturalmente afferrato anche nei giorni successivi all’insediamento. Il problema diventa: di fronte all’esibizione spudorata di una politica di potenza, di un potere che è al tempo stesso maschilista, classista, suprematista… come lottare?
Come difendere i diritti, se pensiamo ai diritti come delle carte messe nelle mani dei più deboli, quando invece assistiamo a una patente legittimazione del potere del più forte? Come lottare per la casa, mentre assistiamo alla brutalità degli attacchi a Gaza, alla devastazione ambientale, al trionfo del neoliberismo almeno come cultura, come ordine culturale?
E per venire alla questione di genere: come lottare per la giustizia di genere in un tempo in cui l’esibizione del diritto maschile alla supremazia si rinforza ogni giorno? Anche grazie a quei cosiddetti tech bros, i “maschietti” dell’industria tecnologica, che sostengono apertamente il potere di Trump?
È un tempo in cui viene davvero voglia di chiedersi: chi me lo fa fare? Anche perché vediamo indebolirsi il senso di efficacia del nostro agire politico. Non abbiamo bisogno di risultati immediati, ma almeno della percezione che il nostro agire provochi reazioni, cambiamenti, risposte, anche negative.
Penso, per esempio, all’ambientalismo: abbiamo assistito a una chiusura totale dei decisori politici alle richieste di giustizia climatica. Ricorderete quel passaggio del discorso di Trump: “Drill, baby, drill”. Cosa abbiamo da perdere, in fondo, se non il futuro?
E allora, di fronte a questa negazione aperta del futuro alle giovani generazioni, il rischio è un gigantesco disincanto, uno sconforto crescente, una delusione comprensibile rispetto alla possibilità che la politica, intesa come istituzioni e partiti, possa dare risposte.
Ma quali alternative abbiamo? I giovani sono al tempo stesso la parte della popolazione che più rischia di chiamarsi fuori, di abbandonare il campo—anche perché ovunque alzino la testa, vengono repressi in maniera feroce. Ovunque prendano iniziative politiche, vengono ridotti all’insignificanza.
Pensiamo alla protesta delle tende per il diritto alla casa: fu liquidata come la protesta di ragazzetti viziati che vogliono vivere in centro. Ma c’è un motivo per cui i giovani vogliono vivere nelle città: non vogliono essere costretti a pendolare da periferie lontane, vogliono stare nei luoghi dove vivono, studiano, fanno comunità, politica.
Eppure, se da un lato i giovani rischiano di disaffezionarsi alla politica, dall’altro stanno dimostrando una creatività politica straordinaria. Il movimento ambientalista, ad esempio, è stato profondamente rinnovato dalle nuove generazioni, nello stile, nel linguaggio, nel modo di pensare la giustizia climatica. Hanno capito che la lotta per il clima e la giustizia sociale devono andare insieme, che la difesa della natura non può essere separata dalla lotta per i diritti delle persone.
Questa capacità di convergenza, di costruire un noi più grande, non legato solo a singole identità, è qualcosa che vediamo anche nel femminismo. Un femminismo che oggi viene sempre più vitalizzato dalle giovani generazioni, e che comprende che la lotta per i diritti delle donne non può avere una vera forza sovversiva se non si intreccia con la lotta contro il neoliberismo, il razzismo, le disuguaglianze economiche e sociali.
Pensiamo al movimento Ni Una Menos, nato in Argentina e poi arrivato nel nord del mondo. Per lungo tempo il femminismo è stato raccontato come un movimento che dall’Europa e dagli Stati Uniti diffondeva parole d’ordine nel resto del mondo. Oggi sta avvenendo il contrario: è dal Sud globale che stanno arrivando le parole d’ordine più rivoluzionarie.
E qui torniamo alla questione politica: il progetto reazionario che stiamo affrontando è un progetto profondamente maschile, anche quando a capo di alcuni governi ci sono donne, come nel nostro paese. È un progetto che raccoglie un consenso fortemente maschile, soprattutto tra le generazioni più giovani.
Guardiamo i dati elettorali: oggi c’è un divario enorme tra le donne che votano a sinistra e gli uomini giovani che votano a destra. Un tempo era il contrario: nei primi decenni delle nostre democrazie, le donne votavano più conservatore e gli uomini più progressista. Oggi le donne percepiscono di avere molto da perdere con l’avanzata della destra radicale.
E invece, molti giovani uomini, in un tempo di grande incertezza, cercano sicurezza nel rinsaldare il loro posto in una gerarchia: che sia familiare, sociale, di genere. Vogliono qualcuno sotto di loro: gli stranieri, le donne, i migranti, le persone LGBTQ+.
Questo è il rischio che dobbiamo scongiurare. Perché se si pensa che solo le donne abbiano qualcosa da perdere, si sbaglia: il rischio di perdere tutto è trasversale, riguarda tutti.
Quindi, serve consapevolezza. Serve attivismo, partecipazione. E soprattutto, serve amore per il mondo. Dobbiamo ricostruire passione per l’uguaglianza, perché è proprio la perdita di questo orizzonte che sta legittimando i processi di regressione democratica.
Educazione, mobilitazione, costruzione di nuove forme di partecipazione: è qui che dobbiamo investire.
[Applauso]
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0159
Efficacia, che sta venendo meno e quindi si rischia un indebolimento proprio della partecipazione giovanile, che proprio adesso invece dovrebbe sfociare in una vera e propria protesta contro tutta questa ondata a cui assistiamo globalmente: un’ondata di destra, un’ondata conservatrice. E proprio per dare seguito a questi ragionamenti chiederei invece a Federica Vittori, vicepresidente dell’agenzia di innovazione culturale “Che Fare”, responsabile anche dei progetti di empowerment e co-fondatrice della stessa, di spiegarci come si creano gli spazi per la partecipazione giovanile. Inoltre, una mia curiosità personale: che cos’è un’agenzia di innovazione culturale? È un termine molto ambizioso e mi piacerebbe capire meglio il suo significato.Grazie, grazie a voi, grazie ad Arci Mantova e ad Arci per l’accoglienza e l’ospitalità.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0161
Grazie, Federica. Io sono molto colpita da quello che hai detto e da quello che avete detto tutte, ovviamente. Questo senso di appartenenza e di importanza rispetto al nostro ruolo e a ciò che facciamo ogni giorno nei nostri circoli è qualcosa che sento molto forte e che credo sentiate forte anche voi. Abbiamo un dovere che ci siamo un po’ raccolti e che continuiamo a perpetuare nell’attivismo quotidiano. Questo è molto bello ed è importante ricordarselo in spazi condivisi come questi. Il diritto alla felicità nella nostra Costituzione è considerato implicito, mentre nei nostri statuti è scritto. E questo, credo, significhi comunque qualcosa. Ci avviciniamo alla fine con l’ultimo intervento di Teresa Pedretti. Scusami, mi sono impappinata… anche perché qui fa freddo! Non so se anche voi lo sentite… Infatti ho visto che vi siete vestite bene, mentre noi siamo state lasciate al freddo… ma vabbè, siamo forti! Teresa è filosofa e sociologa. Io mi sono segnata una cosa che lei ha scritto e che mi ha colpito molto: “Alle politiche giovanili ci si arriva un po’ per caso.” Ho letto questa frase e la condivido molto, nel senso che penso che chi si trova, a un certo punto, ad avere a che fare con le politiche giovanili, ci sia un po’ inciampato per un bisogno personale, per un’esigenza o per un incastro di pianeti che ci portano a fare quello che facciamo. Quindi io concludo… anzi, ti lascio concludere questa serie di interventi e ti lascio la parola.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0162
Ho chiesto di poter intervenire alla fine perché mi piacerebbe aprire il dibattito. Se c’è un altro intervento dopo, è sempre difficile poi riprendere la platea, quindi ho chiesto di fare così. Sono arrivata alle politiche giovanili per caso, nel senso che, da giovane, ho avuto la fortuna di poter aiutare e dare una mano a persone che avevano il compito di disegnare politiche, cioè persone che lavoravano nella pubblica amministrazione, aiutandole a capire quali potessero essere le strade da prendere per i giovani. È una cosa che, come raccontavo alle colleghe qui, sto cercando di smettere di fare perché non sono più giovane. L’ho capito in un modo preciso: quando ho smesso di essere giovane, ho capito cosa significa esserlo. E, senza essere arrogante, vorrei proporvi questa visione: ho capito che non ero più giovane quando mi sono resa conto che non avevo più tutte le possibilità davanti. A 41 anni ho capito che ci sono cose che non potrò più fare, anche se mi piace pensare di poterci ancora riuscire. Dalle cose più piccole a quelle più importanti della vita, come cambiare lavoro: avere 41 anni ti cambia la vita. Ne ho 42, sto barando, ma me ne sono accorta a 41. Ho anche capito cosa significa essere giovani e cosa stiamo sbagliando in questo Paese: i giovani oggi non hanno più tutte le possibilità davanti. Non perché “non vogliono”, come spesso si dice per pigrizia più che per ignoranza. Non è che i giovani non si attivano, non è che non vogliono. Federica ha già illustrato i dati: la situazione è chiara. A 6 anni impari che la scuola non è più un ascensore sociale. Ti accorgi che il tuo compagno di banco che ha più soldi avrà molte più possibilità di farcela rispetto a te, se vieni da una famiglia che ha più difficoltà. E stare dentro un’istituzione che può essere anche molto violenta non ti aiuterà a migliorare la tua condizione. Poi, durante gli anni, ti viene chiesto: “Cosa vuoi fare da grande?” Ma è difficile immaginare il futuro quando sai che non hai le stesse possibilità degli altri. Non si tratta solo di scegliere se comprare una casa o stare in affitto: per molti giovani oggi la scelta non c’è. Per loro, l’unica possibilità è riuscire ad andare in affitto, se va bene. Questa condizione mette un’ipoteca sul futuro. E quando porti questo fardello, senza avere ancora la maturità per comprenderne l’origine, diventa molto difficile avere aspirazioni. Avere aspirazioni è una capacità, una competenza. Ce lo insegna Appadurai: avere aspirazioni significa credere in un futuro migliore e impegnarsi ogni giorno per costruirlo. Ma se ti porti dietro un carico di possibilità negate, avere aspirazioni diventa molto difficile. E allora mi sono chiesta: perché, nonostante tutto, i giovani partecipano ancora? Due anni fa, curando per un’amministrazione pubblica un processo partecipativo su una grande trasformazione urbana, mi sono trovata di fronte alla richiesta di “far partecipare i giovani”. Ma ho riflettuto: cosa significa partecipare? Quando partecipiamo a qualcosa, di solito partecipiamo a qualcosa che ha organizzato qualcun altro. Se vogliamo davvero cambiare le cose, dobbiamo smettere di chiederci “A cosa fanno partecipare i giovani?” e invece dobbiamo lasciarli organizzare e lasciarli fare. Se vogliamo cambiare qualcosa, dobbiamo cedere un po’ del potere di decidere. Non dobbiamo più essere noi a scegliere gli eventi, i temi, gli ospiti, le attività: dobbiamo lasciare che siano loro a farlo. Dare possibilità significa anche concedere la libertà di scegliere: decidere se organizzare una rassegna di cinema o di musica, chiamare artisti che magari non comprendiamo più a 40 anni, ma che per loro sono significativi. Solo così si comincia a vedere che un futuro è possibile e che si può costruire qualcosa, passo dopo passo. L’Arci è un luogo che, in alcuni circoli e esperienze – almeno a Trento, dove lo vedo da vicino – sa fare questo. Oggi i giovani partecipano in spazi molto ristretti, spesso in piccoli gruppi, su temi che sentono vicini. Ma quando provano ad aggregare più persone, allora diventa essenziale avere un spazio fluido e aperto, come spiegava Federica, dove si possa entrare e uscire liberamente. Parlando con Carlo per preparare questo intervento, riflettevamo su quanto sia fondamentale garantire spazi non commerciali per i giovani. E qui vorrei sentire il vostro parere, perché potrei aver detto cose che non sono più vere. Credo sia necessario smetterla di fare politiche giovanili e iniziare a fare politiche giovani. Mi ha sempre fatto sorridere questa distinzione: perché le politiche devono essere “giovanili” e non semplicemente “giovani”? Spesso, chi si occupa di politiche per i giovani ha età diverse e ragiona su cosa loro volevano fare da giovani, invece di chiedersi cosa vogliono fare i giovani oggi. Quando arriva il momento in cui ci si accorge di non avere più tutte le possibilità davanti, allora è anche il momento di lasciare spazio ai giovani. La cosa migliore che possiamo fare è dare possibilità di avere possibilità. E su questo, con il permesso delle colleghe che ci hanno accompagnato in questo dibattito, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate. Vorrei anche sentirmi dire che ho detto cose che non sono più vere, perché ho una visione parziale, una visione da chi viene da una città del Nord, e potrei non aver considerato tutto.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0172
Grazie per lasciarci questo spazio per immaginare l’utopia. Proprio per questo, secondo me, è giusto provare a immaginare anche degli spazi che possano essere riempiti, riempiti dalle idee, dalla spinta nuova che deve trovare anche un’alfabetizzazione. Viviamo in un tempo in cui l’ondata nera sta prendendo sempre più spazio, conquistando non solo una maggioranza, ma anche la possibilità di educare le nuove generazioni a un individualismo sfrenato, a un nuovo ordine che viene presentato come ineluttabile. Dobbiamo, quindi, trovare uno spazio – non necessariamente di insegnamento, ma almeno di circolazione delle idee. Le idee che abbiamo sentito in questa sala devono continuare a circolare, perché, come si diceva prima a proposito della forbice del reddito, io vedo anche una forbice culturale che si allarga sempre di più. C’è chi mastica certi concetti e chi, invece, non può neanche sentirne parlare. Viviamo in una narrazione tossica, in cui tutti sembrano meritarsi il posto in cui stanno: Ci si merita il carcere.
Ci si merita la chiusura del locale.
I giovani si meritano di non avere un lavoro perché “vogliono staccare alle 18:00 e non se lo meritano”.
Ecco, questa narrazione va smontata. Forse i giovani hanno ancora bisogno di una mano, anche da chi non è più giovane, per trovare un’alfabetizzazione a un nuovo modo di vedere le cose. Perché quell’ondata che sta arrivando non ci sta lasciando molto spazio per immaginare. Ma non volevo dilungarmi, c’è un altro intervento.
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Legandomi a quello che è stato l’ultimo intervento prima del giro di domande e osservazioni, vorrei soffermarmi sulle politiche giovanili, perché secondo me rappresentano un tema centrale. Anzi, ritengo che sia proprio uno di quei termini che bloccano i giovani. Quando si parla di politica, io intendo la politica nel senso più generale del termine, e secondo me non dovrebbe esistere una politica legata all’età, se non in casi specifici. Le politiche giovanili, invece, sono limitanti: spesso limitano i progetti e le attività dei giovani stessi, perché creano una categorizzazione forzata. Questo avviene a partire dalle amministrazioni locali, che trattano la politica giovanile come un comparto a sé, esattamente come accade per la politica ambientale, economica o del demanio. Di conseguenza, si burocratizzano ulteriormente tutti i passaggi. Facciamo un esempio concreto:
Se un’associazione, un circolo o un comitato vogliono avviare un progetto dedicato ai giovani – magari senza nemmeno intromettersi nella fase creativa – devono prima interfacciarsi con l’assessore alle politiche giovanili, poi con quello all’economia, poi con quello all’ambiente e così via. In questo modo, le politiche giovanili diventano uno strumento che crea confusione, invece di agevolare i giovani. Se invece si parlasse di giovani in ogni settore della politica, includendo realmente nei processi decisionali, senza relegare il tema a un ambito separato, probabilmente si potrebbero ottenere risultati molto più concreti. Perché affidare le politiche giovanili a una figura di 60 o 70 anni, che magari non si è mai occupata di questi temi e che le gestisce solo come una delle tante deleghe? Così si svaluta ulteriormente un concetto che già di per sé parte in svantaggio. Se invece nelle amministrazioni si iniziasse a ragionare davvero su ciò di cui i giovani hanno bisogno e che cosa stanno cercando, allora sì che si potrebbero creare più opportunità. Ecco perché concordo pienamente con l’ultima affermazione:
le politiche giovanili, spesso, finiscono per distruggere le reali possibilità dei giovani.
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Come te, penso che dovremmo immaginare delle politiche giovanili trasversali. Non politiche giovanili intese come un comparto separato, ma una presenza concreta della questione giovanile all’interno di ogni settore: lavoro, sanità, cultura, e così via. Sarebbe una rivoluzione importante. Riallacciandomi a quello che dicevi, penso che servano nuovi costrutti per immaginare questo tipo di politiche. Perché, se parliamo della necessità di alfabetizzare, la questione diventa complessa:Come posso io, che non capisco fino in fondo ciò che stai chiedendo, insegnarti il linguaggio per esprimerlo? L’idea di alfabetizzare per poi riuscire a occupare uno spazio è una questione centrale nelle politiche giovanili, ma è anche molto delicata. Perché? Perché insegnare un linguaggio significa spesso trasmettere anche i propri valori. Per me, che ho superato i 40 anni, il concetto di meritarsi il lavoro è parte della mia identità. Capisco che per te possa non essere così, ma per me lo è. E mettere in discussione questo valore significherebbe quasi mettere in discussione la mia intera identità. Quindi diventa difficile immaginare come io possa alfabetizzare o creare spazi affinché una persona con costrutti completamente diversi possa proporli e portarli avanti. Su questo si gioca molto. Certo, esistono le politiche e le istituzioni, ma poi ci sono anche le persone. E nelle politiche giovanili, il ruolo delle persone è determinante. Un buon dirigente, una buona assessora, possono fare ciò che un’amministrazione pubblica rigida e compartimentata non riesce a garantire. Quando qualcuno riesce a cucire insieme le cose, si vede la differenza:
si riesce a immaginare una politica abitativa diversa, lo psicologo di quartiere, e tante altre soluzioni che rispondono ai bisogni reali. Alla fine, fare politica e partecipare servono proprio a questo:
a cambiare le cose, a realizzarle come le immagino io, che ho una testa completamente diversa dalla tua.
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Ormai non faccio più parte della fascia più giovane, ma negli anni mi sono spesso occupato di politiche giovanili, cultura e altri temi importanti. Questa è una questione molto calda. La provocazione lanciata da Altri Mantova – mi sfugge il nome della signora, mi perdonerà… Anna – mi ha fatto riflettere.Però credo che in realtà Altri Mantova siano una, massimo due persone.Mi dispiace dirlo, ma ho visto crescere ragazzi più giovani di me e noto che riescono ad andare avanti solo quando riescono a dimostrare le proprie competenze.Ci sono generazioni, come quella degli anni ‘60 e ‘70, che sono entrate in massa nelle amministrazioni pubbliche e in molti uffici grazie ai concorsi pubblici. Noi, invece, non abbiamo mai avuto questa possibilità. Io, nato nell’‘89, ormai ho perso le speranze. Molti ragazzi che hanno fatto concorsi, ad esempio per l’insegnamento, stanno ancora aspettando una risposta dopo due anni. Quindi la mia domanda, forse provocatoria, è:
quando le competenze e il merito conteranno più del semplice numero, della ricchezza e del restare cristallizzati nelle stesse posizioni lavorative? Quando si darà davvero una possibilità agli altri?
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0176
Non si tratta di ridistribuire la ricchezza nel senso di toglierla a qualcuno.Io non penso che davvero la questione sia questa.La domanda di prima era: di cosa abbiamo bisogno?Abbiamo bisogno di un nuovo patto intergenerazionale.Abbiamo bisogno di giustizia sociale, di un modello di giustizia che tenga conto anche delle differenze tra generazioni.Perché è chiaro che dobbiamo sostenere una società che invecchia, ma non possiamo permetterci che il discorso diventi uno scontro tra giovani e vecchi, tra generazioni contrapposte.È vero, i vecchi sono contro i giovani in molti casi.Quella che viviamo è una gerontocrazia nelle classi dirigenti, e ci sono stati fenomeni profondamente negativi in questo senso.Ma non voglio immaginare un sistema in cui, per creare opportunità per chi oggi è in difficoltà, l’unico modo sia togliere qualcosa a qualcun altro.Alla fine, di chi stiamo parlando?Di chi lavora nel settore pubblico, di chi ha uno stipendio da insegnante, da funzionario del comune…Veramente pensiamo che se togliamo garanzie a chi ha un lavoro garantito, ci ritroveremo in una società più equa e giusta?Probabilmente il tuo intervento non intendeva questo, ma mi è arrivato così, e quindi ho pensato:Abbiamo bisogno di giustizia, sì.Ma una giustizia che valga per tutti, trasversalmente, tra le generazioni.Dobbiamo parlare di ridistribuzione, dobbiamo avere azioni coraggiose in questo senso.Ma tutti noi abbiamo attraversato i grandi dibattiti sul lavoro, sulle garanzie, sulle tutele.Ad esempio, quando si discuteva dell’articolo 18, chi come me aveva un lavoro precario si sentiva quasi disinteressato: non avevamo nulla da perdere, perché non avevamo garanzie.Molti di noi ancora oggi non le hanno.Ma con il tempo ho capito cosa significano le tutele.L’ho capito quando, per esempio, ho avuto una nipote gravemente disabile.Ho capito a cosa servono realmente certe garanzie.Prima, mi sembrava che non mi riguardasse.Poi la vita ti insegna.E secondo me il filo conduttore deve essere questo:Nessuno deve perdere in questo processo. A meno che non si tratti di chi effettivamente detiene un potere eccessivo, chi non paga il giusto in termini fiscali, chi concentra ricchezze in modo iniquo. Ma non stiamo parlando delle persone che hanno semplicemente vissuto un periodo storico diverso, che hanno avuto più stabilità lavorativa perché i tempi erano diversi. Loro, alla fine, fanno il loro lavoro, come chiunque di noi.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0177
All’inizio ho pensato di prendere appunti, così avrei avuto il tempo di riflettere, rileggere e pensarci su.Ma, mano a mano che la discussione andava avanti, ho sentito il bisogno di condividere con voi il mio sgomento.Perché in tutta la vostra discussione non ho sentito nemmeno un minimo eco del problema centrale della nostra epoca.Non tutte le epoche sono uguali.Oggi stiamo vivendo un passaggio epocale, uno di quelli che accadono ogni mille anni.Abbiamo ormai la consapevolezza che siamo di fronte a una crisi ecologica di proporzioni gigantesche.E questa crisi porta con sé il crollo del sistema che abbiamo conosciuto negli ultimi secoli, non solo negli ultimi 30 anni.È un problema enorme, ma anche una grande necessità: quella di prenderne atto.E invece nessuno ne parla.La cosa che più mi scandalizza è che in Parlamento si discute di bonus, ma non del fatto che potremmo estinguerci come i dinosauri nel giro di 50 anni.E non solo in Parlamento: in generale, questa consapevolezza non esiste nella discussione pubblica.E soprattutto, non è un problema centrale per la vostra generazione.Ma come è possibile?Siete voi che dovrete vivere tutto questo!Io, purtroppo, non lo vedrò fino in fondo.Eppure mi chiedo: perché succede questo?Perché tutta la società è assuefatta, perché anche voi, che siete giovani, ragionate come quelli del Parlamento.Sembra che non ve ne freghi niente di quello che sta per accadere.E questo mi spaventa.Non perché siete giovani, ma perché vi trovo vecchissimi.Di fronte a un problema nuovo, enorme, che dovrebbe portarci tutti a dire:”Mio Dio, che cavolo facciamo? Come possiamo impedire il peggio?”Perché il peggio può succedere, ed è molto più grande del problema dell’equità.Il futuro potrebbe essere ancora più drammatico, perché magari i ricchi se ne andranno su Marte, mentre noi resteremo qui, a fare i conti con una Terra che non produce più cibo, che non ha più acqua, con milioni di persone che non possono più vivere nei loro continenti.Le migrazioni non saranno più quelle di oggi, che al confronto sono un fenomeno da quattro soldi.Parleremo di miliardi di persone costrette a spostarsi, di una scomposizione totale del sistema in cui abbiamo vissuto finora.E questo dovrebbe essere l’angoscia principale di chi dovrà vivere fino in fondo questa crisi.Mi rimane questo interrogativo.Ora mi riguarderò gli appunti, va bene.Ma mi colpisce e mi incuriosisce:perché nessuno di voi sente questo come un tema urgente?Capisco che il Parlamento non ne voglia parlare, né la destra né la sinistra.Anche la sinistra lo evita, perché affrontare un cambiamento epocale del genere fa paura.Pone problemi troppo grandi, difficoltà troppo complesse.E allora è più facile ignorarlo e stare zitti.Ma voi no.Voi non dovreste stare zitti.E invece chi lo sta facendo?Chi sta suonando l’allarme?Nessuno.E questo mi spaventa.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0178
Non penso che sia il mio ruolo rincuorare qualcuno.C’è un enorme rispetto, però forse – e questo può essere anche uno spunto di riflessione per domani – il fatto è che le giovani generazioni (e io non mi sento assolutamente di rappresentarle, non sono nessuno per farlo, quindi parlo per me) danno quasi per scontati questi problemi.Noi siamo convinti che questi problemi esistano.Li sentiamo costantemente ripetere.Sentiamo proposte di soluzioni che vengono spesso criticate per il loro scarso pragmatismo.E allora si dice: “Beh, questi sono solo bei discorsi, non portano a nulla di concreto”.Ecco, io mi sento di dire questo: il nichilismo che ci è stato imposto, che si sta diffondendo sempre di più, ci porta a pensare che questi problemi siano inevitabili, quasi scontati.È stato citato Realismo Capitalista, l’idea che non ci sia alternativa al mondo così com’è.Ovviamente, non penso che qui a Mantova, in tre giorni, troveremo l’alternativa al neoliberismo che domina il mondo.Ma, allo stesso tempo, porre la questione è fondamentale.Capisco la rabbia di chi dice: “Non si parla abbastanza del tema ecologico”.Ma il tema ecologico noi lo viviamo quotidianamente.Ne parliamo sempre, in ogni contesto, in ogni gruppo sociale, formale e informale.Quello di cui abbiamo bisogno davvero è questo:capire che esiste il problema è solo il primo passo.Dobbiamo chiederci se siamo ancora in grado di immaginare un’alternativa.E forse dovremmo interrogarci di più su questo:come possiamo spingere verso alternative nuove, diverse?E, perché no, anche più eccitanti di quelle che ci vengono proposte ogni giorno.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0179
La crisi ambientale è inequivocabile.È necessario ripensare da capo il sistema produttivo.Il capitalismo, per come lo conosciamo, non è adatto a risolvere il problema ambientale.Credo che da sempre si abbia la consapevolezza che il sistema capitalistico non funziona, che sia dannoso.Oggi, però, ci troviamo di fronte a una crisi climatica evidente, sotto gli occhi di tutti.A parte i negazionisti – che probabilmente lo sanno anche loro, ma semplicemente non vogliono cambiare il sistema produttivo.Quindi, la consapevolezza c’è.Ma la consapevolezza, senza la volontà di riprendere tutto da capo, serve a poco.Noi continuiamo a dire che bisogna ripensare il sistema produttivo, ma – ed è quello che sento anch’io – o si riparte dalle basi e si ripensa il sistema in modo più egualitario, più giusto, ripensando risorse, energia e redistribuzione su scala globale, oppure ci sentiamo piccoli e impotenti.E allora finiamo per fare solo “giardinaggio”, cioè piccoli gesti che, pur importanti, non risolvono il problema alla radice.Secondo me, parlarne è comunque sacrosanto.E credo che questa consapevolezza, in questa sala, ci sia già.È qualcosa che le nuove generazioni vedono chiaramente, è sotto i loro occhi.Ed è talmente angosciante – questa paura di diventare “dinosauri” – che a volte diventa devastante, annichilente.Perché non avere il potere di cambiare tutto, di ripensare il socialismo da capo, di riportarlo nel presente, è qualcosa di schiacciante.E quindi, a volte, parlarne così, senza un’azione concreta immediata, sembra frustrante.Il problema è che, purtroppo, per affrontarlo davvero bisogna dire che l’unica via è la rivoluzione.E che bisogna farla subito.Perché non c’è altra scelta.
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Il Club dell’Arci a dire la Castellina, quando si incazza, ve lo dico prima… forse non lo sapevate.Io, un po’ provocatoriamente, un po’ perché è quello che mi viene dalla pancia – quindi prendetelo con le pinze – voglio dire questo:È giusto concentrarci sulle priorità, ma io temo che abbiamo un grande problema di strumenti.Io vengo dal secolo scorso, e da che mondo è mondo – uso un po’ di luoghi comuni – tutto ciò che ha a che fare con il cambiamento passa per lo stare insieme e per la politica.Siamo arrivati fino al 2025 così. Malissimo, ma così.Negli anni ’70 ci sono state punte più alte, ma gli strumenti del cambiamento sono sempre stati questi.Secondo me, questi sono i due punti su cui dobbiamo trovare delle soluzioni, perché oggi sono proprio i nostri punti deboli:Non si sta più insieme. Non si fa più politica.
E non vale solo per i giovani, vale per tutti.Allora, aiutateci su questa cosa.Perché, se neanche noi – che facciamo un milione di soci – riusciamo a incidere quanto vorremmo, allora il problema è serio.Le priorità sono chiare: la questione ambientale e, di conseguenza, tutto il resto.Ma il vero nodo sono gli strumenti.Quelli con cui siamo arrivati fino a qui oggi non vengono più praticati e utilizzati.Non dai giovani, ma da nessuno.Non si sta più insieme. Non si fa più politica.Forse ci sono altri strumenti?Forse questa è la vera domanda da porsi.Quali sono, se esistono, gli strumenti di cambiamento di oggi?
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Ringrazio Anna per aver condotto con me questo incontro.Non scappate, perché c’è ancora un’ultima cosa da dire!Aspettiamo solo un attimo.Gli appuntamenti sono tanti: proseguiranno stasera, domani e anche domenica mattina.Ora lascio l’ultima parola a Carlo.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0182
Grazie davvero moltissimo a voi, ai nostri ospiti. Quello che pensavamo succedesse è successo: c’è stato un dialogo molto interessante, a parte il presidente nazionale dell’Arci che ci ha messo… (Musica in sottofondo) Sto scherzando!Quindi, grazie, grazie davvero.Ora, una cosa molto organizzativa:
Vi ricordo che domani pomeriggio ci saranno i workshop, dove avremo più possibilità di parola. Però bisogna iscriversi!Se non l’avete ancora fatto, l’iscrizione si fa con un form Google molto semplice.
Trovate un QR code lì fuori, basta inquadrarlo per accedere al sito e completare l’iscrizione
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0168
Il quadro è oggettivamente preoccupante. È normale che le persone, e in questo i giovani non fanno eccezione, abbiano una visione realista della situazione.Il punto è: come si rompe un eccesso di realismo?
Quello che è stato chiamato in vari modi, insomma, il cattivo realismo. Anche in un bellissimo libro che vi invito a leggere, Realismo Capitalista di Mark Fisher, si parla di questo: come si rompe quella narrazione per cui “non c’è alternativa”?Questa è la realtà, con la durezza di questa realtà devi fare i conti, su questa durezza devi sbattere la testa. Ma come si spezza questa visione? Si spezza con l’immaginazione.L’immaginazione è funzionale alla costruzione di visioni utopiche.
Non è un caso che questo discorso sia circolato in questa sala: stiamo tornando a parlare moltissimo di utopia, ma anche di distopia.Perché? Perché le distopie si sono presentate nella forma di incubi fatti realtà.
Ma il ritorno dell’utopia è un segnale interessante: significa che c’è un bisogno di ricominciare a immaginare.L’immaginazione ci dice che quello che abbiamo di fronte può anche non essere così.
E sembra banale, ma è un esercizio fondamentale. Non c’è politica senza la capacità di immaginare degli “altrimenti”.Aver disimparato a esercitare l’immaginazione politica – a fronte di un senso di realtà così soffocante – è ciò che ha condannato troppa parte delle nostre società all’immobilismo.Certo, c’è stato chi ha continuato a sognare, a immaginare, a dire che un altro mondo è possibile – ricordate lo slogan di Genova 2001? – ma il mondo capace di mantenere in vita quell’immaginario si è fatto sempre più piccolo.Un esempio: in questi giorni si parla molto del Manifesto di Ventotene.
Adesso lo si riscopre come un testo socialista, con un forte afflato di rivoluzione sociale e giustizia.Non è solo un testo sulla riconciliazione tra paesi in guerra. È un testo rivoluzionario.
Eppure, pensiamo al contesto in cui è stato scritto, nel confino di Ventotene da Spinelli e Rossi: come avrebbero mai potuto, con un briciolo di realismo, pensare alla costruzione di un’Europa unita?Ogni elemento della realtà remava contro qualunque progetto sovranazionale.
Era il tempo dei totalitarismi, ma era anche il tempo in cui questi paesi si facevano la guerra.Eppure, questa capacità immaginativa è stata all’origine di tutte le grandi conquiste di diritti e di trasformazione sociale.
Ecco perché il bisogno di utopia che si avverte oggi è necessario. Perché serve a rivitalizzare la capacità di immaginare, a lasciarsi alle spalle questo tempo di cattivo realismo che ha reso il mondo più inospitale perfino per i sogni di cambiamento.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0169
A cosa serve la cultura? Serve a chiamare genocidio un genocidio e a renderlo intollerabile. Questo è il primo punto, perché le distopie si costruiscono velocemente, e se non le sopporti più, a un certo punto inizi a fare qualcosa.
Il secondo punto, più concreto: quando finirà il tuo assegno di servizio civile, dovrai trovarti un reddito alternativo.
Il terzo settore e l’associazionismo sono sempre meno un’alternativa credibile per costruire un futuro lavorativo. In Italia c’è una stagnazione salariale che riduce ogni anno il nostro potere d’acquisto e aumenta le disuguaglianze. Abbiamo bisogno di un aumento generale dei salari e di una maggiore consapevolezza nel terzo settore, non solo come spazio della società civile, ma anche come prospettiva lavorativa sostenibile per i giovani.
Altrimenti, tutti i seminari sul ricambio generazionale resteranno solo salotti di discussione.
Come possiamo cambiare questa situazione? È difficile, perché anche chi lavora nel terzo settore spesso non riesce a pagare di più i propri collaboratori.
Anche qui, la soluzione è mettersi insieme, costruire alternative concrete. Alla fine, torniamo sempre lì: possiamo inventare strumenti di sostegno come l’assegno, ma poi finisce.
E questo è il vero nodo del realismo: non basta più la buona volontà. L’accelerazione tecnologica, la riduzione del tempo libero e l’aumento delle ore di lavoro stanno cambiando tutto. E il tempo per costruire soluzioni non c’è quasi più.
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0170
Mettersi insieme significa dare rappresentazioni collettive della capacità di mobilitazione delle persone.
C’è un capitolo interessante nella ricerca che riguarda proprio i numeri immensi che questa organizzazione, l’Arci, riesce a raggiungere: pubblico, volontari e volontarie, soci, lavoratori e lavoratrici, e tutte le persone impegnate a vario titolo.
Questa realtà è molto più grande di quanto io – e forse non solo io – riusciamo a immaginare. Raccontare questa moltitudine serve a esercitare una spinta, anche provocatoria, nei confronti di chi fa finta di niente o minimizza certi problemi.
Un po’ come chi dice: “Sì, vabbè, esiste, ma non è così importante. Tengo la musica alta, speriamo che chiudano, ecc.”
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0171
Diceva Federica: La mia generazione, quella degli anni ‘70, surclassa le nuove generazioni per numero.
La soluzione per lasciare spazio all’inventiva e all’immaginazione delle nuove generazioni qual è? Un nuovo patto generazionale, intergenerazionale?
E se sì, quali sono le modalità? Perché non si tratta semplicemente di essere “buoni” e lasciare spazio, ma di trovare un equilibrio tra pari, anche se pari non siamo, visto che vi surclassiamo a livello economico, numerico e di potere.
Mi viene da dire…
eQua/ Ma chi me lo fa fare? Disuguaglianze e attivismiil 21 marzo 2025 Arci Tom Mantova IMGA0160
Allora, io per arrivare qui ho avuto un confronto con Carlo Testini e anche un po’ con Marco Trulli. Avevo preparato un discorso piuttosto impostato, ma vedendo che la sala è piena di giovani donne e giovani uomini cercherò di raccontarvi in modo più diretto anche il motivo per cui sono qui. Poi risponderò alla tua domanda.
Quando ero molto giovane, forse in adolescenza, c’erano due temi che hanno attratto fortemente il mio interesse. Questa è una consapevolezza che ho oggi, non avrei saputo dirlo allora. I temi erano le disuguaglianze e il come si fa a diventare se stessi. Mi sembrava che crescere fosse una fatica immensa e forse per questo mi chiedevo come si facesse a diventare grandi o a decidere chi voler essere. Erano due temi apparentemente lontani e, per molti anni, ho dedicato tempo, studio e progetti a entrambi, ma tenendoli separati, anche perché quando ero giovane l’interdisciplinarietà non era così diffusa.
Oggi vorrei raccontarvi e ascoltare da voi tre cose: il primo tema è quello delle disuguaglianze, il secondo è come si fa a diventare se stessi in un contesto segnato dalle disuguaglianze e forse anche dalla domanda “Ma chi me lo fa fare a crescere?”. Il terzo punto riguarda i luoghi terzi. Cosa sono i luoghi terzi? Sono tante cose, tra cui i circoli ARCI. Io cercherò di mettere insieme questi tre elementi in un racconto. Poi mi farete domande e mi direte se è chiaro.
Il primo tema è quello delle disuguaglianze. Sono un’economista e per ragionare sulle disuguaglianze utilizzo una lente che è quella delle scienze sociali e giuridiche. Ora, sicuramente tra voi ci saranno esperti ed esperte, quindi la farò breve. C’è un filone di pensiero che considera le disuguaglianze un dato naturale e fisiologico, un risultato dei sistemi economici e giuridici, ma anche un fatto quasi ineluttabile. A volte viene scomodato Dio, a volte altri elementi, per giustificare la distinzione in classi sociali e nella possibilità di accesso alle risorse.
C’è un altro filone di pensiero, invece, che crede che le disuguaglianze non solo non siano naturali e fisiologiche, ma siano da contrastare. Questo perché il benessere sociale e quello individuale, dal mio punto di vista, non possono essere separati. C’è un tema di giustizia sociale che richiede che il benessere sia diffuso, perché se uno sta bene e tutti gli altri stanno male, alla fine ne soffre anche lui. Le disuguaglianze, quindi, non sono qualcosa di accettabile né desiderabile.
Ma come si interviene sulle disuguaglianze? La Costituzione italiana, nell’articolo 3, afferma che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impedendo il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione alla vita politica, economica e sociale del Paese. Dunque, un modo per intervenire è lavorare per rimuovere questi ostacoli a monte. Questo si traduce in politiche di prevenzione, università dei diritti, accesso alla casa, alla sanità, al lavoro, e tutte quelle politiche socio-culturali che cercano di garantire pari opportunità.
Ma sappiamo che non basta. Spesso si deve intervenire laddove le disuguaglianze si sono già create, attraverso il welfare, l’intervento sociale e assistenziale. Un grande sistema redistributivo, sancito dalla Costituzione, è la progressività delle imposte, che però, secondo me, in Italia è violata. L’assenza di un’imposta patrimoniale, per esempio, impedisce una redistribuzione equa delle risorse. Sappiamo che in Italia le disuguaglianze non migliorano, ma peggiorano: negli ultimi trent’anni il divario tra chi è ricco e chi è povero è aumentato.
In questo contesto difficile, come si fa a diventare se stessi? La teoria ci dice che possiamo fare un lavoro introspettivo, ma quello che serve davvero è confrontarsi, accedere a esperienze e conoscenze diverse, uscire dal nostro privato per incontrare l’altro, la diversità. Però, la possibilità di fare esperienze formative dipende spesso dal reddito familiare. Nel Novecento, nella seconda metà, si sono creati sistemi universali per ampliare queste possibilità, e i grandi “ascensori sociali” erano la scuola, il lavoro e il tempo libero, inteso come spazio di partecipazione e produzione culturale.
E qui arriviamo ai luoghi terzi. Perché i circoli ARCI, i centri culturali, le biblioteche, i centri sociali, sono così importanti? Perché giocano un ruolo fondamentale sia nella lotta alle disuguaglianze sia nella possibilità di diventare se stessi. A scuola e al lavoro dobbiamo in parte conformarci, mentre nei luoghi terzi possiamo sperimentare, esplorare, creare legami, apprendere la democrazia attraverso il confronto. Sono luoghi liberi, luoghi in cui l’identità personale sfuma nella collettività, permettendoci di uscire dalle etichette che ci vengono attribuite.
Sono anche spazi di apprendimento informale, in cui si impara a negoziare, a decidere collettivamente, a vivere la frustrazione di essere in minoranza. E sono luoghi di cura, in cui ci si sente accolti e a casa, indipendentemente da chi siamo. Questo è uno degli elementi che emerge anche dal podcast “Moltitudini”: il bisogno di sentirsi a casa, di avere luoghi accoglienti, aperti a tutte e tutti.
Concludo dicendo che i luoghi a bassa soglia, dove non si deve pagare per entrare, esercitano un principio democratico fondamentale. È vero che incidono sulle disuguaglianze, perché permettono a tutti di partecipare, ma è altrettanto vero che tutti noi abbiamo bisogno di esercitare e apprendere la democrazia. Perché la democrazia non si compra, si vive, ogni giorno, in comunità.
[Testo ottenuto dagli stagisti della Castellini di Como a ecoinformazioni]

