Vicini al malato?
Due recenti convegni di Asst Lariana offrono uno spunto per uno sguardo sulla sanità pubblica nel nostro territorio e sul ruolo del terzo settore. Le buone intenzioni e le professionalità non mancano, ma la strada da fare è ancora lunga.
In qualità di rappresentante del “terzo settore” comasco nell’organismo consultivo distrettuale di Como, ho avuto l’opportunità di partecipare ai due convegni che Asst lariana ha organizzato nei giorni scorsi. Entrambi gli eventi, svoltisi nell’auditorium dell’ospedale nuovo, avevano come focus i servizi socio-sanitari territoriali. Molti gli spunti interessanti, senza nascondersi – tuttavia – le difficoltà per tradurre nella realtà concreta il proposito di migliorare il rapporto con gli utenti dei servizi e con gli stakeholder, rendendoli co-protagonisti consapevoli dei percorsi di cura.
Il primo incontro, giovedì 20 novembre, dal titolo emblematico “Vicini al malato” era rivolto a pazienti, familiari e associazioni di volontariato e verteva sulla relazione di cura nella fase finale della vita.
Il docente di Bioetica clinica Picozzi, l’oncologa Giordano, il geriatra Maresca, la medica delle cure palliative Maspero, l’anestesista Lombardo hanno illustrato gli sforzi che i diversi dipartimenti dell’Azienda mettono in campo, nella direzione di una presa incarico multidisciplinare e multidimensionale del paziente. Un percorso che, valorizzando la relazione con il malato, riesca a tenere insieme la prognosi (anche quella più infausta), con la storia e le aspettative della persona. Un approccio che si ispira alla proporzionalità dei trattamenti. I presupposti, anche normativi e organizzativi, sono la legge sulle Dat e la “pianificazione condivisa delle cure”. Su entrami i versanti, sono alle viste novità importanti, peraltro non illustrate nel dettaglio nel corso dell’incontro.
Di particolare interesse alcuni temi trattati da Maresca in relazione ai concetti di longevità e di fragilità. La componente “sociale” e quella “biologica”, nella valutazione dimensionale, pesano in percentuali equivalenti; le cure palliative, alle quali accedono quasi esclusivamente i pazienti oncologici, andrebbero maggiormente estese anche ad altre patologie commesse alle fragilità; l’ospedale di comunità rappresenta un presidio fondamentale per garantire una presa in carico adeguata alle lungodegenze, anche riguardo al controllo della spesa sanitaria, visto che i costi delle degenze sono molto inferiori rispetto all’ospedale per acuti.
Un pomeriggio interessante ed utile, purtroppo poco partecipato (una trentina di presenze) Il convegno di sabato 22, al contrario, ha visto una partecipazione più ampia. Il tema era più generale ma molto legato al precedente: “Sinergia del territorio nel paziente cronico e fragile – medicina primaria e specialistica verso un modello integrato”. Vasto programma, si potrebbe chiosare. L’interesse della giornata stava soprattutto nell’apertura ai medici di base, nel tentativo di stimolare il loro coinvolgimento, sia in termini generali, sia rispetto al non facile rapporto MMG/casa di comunità. Il ruolo dei distretti e delle Cot è fondamentale per fluidificare questo rapporto, e lo scopo principale del convegno era illustrare quanto si sta facendo in questa direzione.
La prima parte della sessione del mattino, ricca di relatori, ha inquadrato in modo decisamente ripetitivo le linee-guida del modello integrato, riprese dalle normative regionali e nazionali (entrambe palesemente insufficienti – n.d.a).
Più concreta la seconda parte, in particolare l’intervento della ricercatrice dell’Università di Bergamo Ilaria Imi, che ha presentato il report di una ricerca volta ad indagare le difficoltà che incontra il cambiamento auspicato. In questa prospettiva, si evidenzia, da un lato il ruolo fondamentale delle Case di comunità, dall’altro la distanza ancora da percorrere per rendere effettivo questo ruolo. In sostanza, l’integrazione non è ancora raggiunta.
Nel pomeriggio, ampio spazio ai progetti dell’Azienda, con un denominatore comune: il proposito di uscire dall’ospedale e di aprirsi al territorio. Sono stati illustrati i primi passi nei settori geriatria, urologia, odontostomatologia, neurologia-neuropsicologia, telemedicina, pediatria. Esperienze interessanti, anche se per ora con piccoli numeri.
Qui si arriva al “non detto” dei convegni come questi. La crisi della sanità pubblica è un dato incontestabile. Non è in discussione la professionalità degli operatori ad ogni livello; non sono in discussione gli sforzi organizzativi e gestionali che i due incontri hanno giustamente messo in evidenza.
È in discussione la politica sanitaria di questo paese e di questa regione, almeno per tre aspetti.
Il primo: nei convegni si è sentito dire che la spesa per la sanità privata non è concorrenziale a quella per la sanità pubblica: Ci permettiamo di dubitarne: l’approccio multidimensionale/ integrato richiede il della sanità pubblica e della sua vocazione “preventiva”, non prestazionale, che è cosa ben diversa dal mercato della cura che caratterizza il sistema privato.
Il secondo: la collaborazione con medici di famiglia (Mmg) è ben lungi dall’essere ottimale. Si registrano scetticismo, e spesso aperta contrarietà, al “passaggio” alle dipendenze del SSN (peraltro visto con favore da un esperto di grande fama come il prof. Garattini, da sempre schierato a difesa della sanità pubblica) e si rivendicano – in questo caso con buonissime ragioni – meno burocratizzazione e maggiori risorse. I tavoli di distretto, che prevedono il coinvolgimento dei Mmg, possono essere utili per cercare soluzioni, ma serve ancora molto lavoro.
Il terzo (meno conosciuto ma comunque centrale): L’associazionismo e il volontariato non possono essere considerati meri esecutori a basso costo di mansioni predefinite, senza coinvolgimento nella programmazione e nei progetti di dettaglio. Lo prevede la legge, e purtroppo ancora non avviene. Anche nei distretti sanitari del nostro territorio, il coinvolgimento è insufficiente. Al di là degli attestati di stima, nella pratica concreta si sottovalutano le potenzialità del terzo settore, per sua natura davvero “vicino al malato” e quindi in grado di dare un contributo forte e competente a progetti di integrazione sul territorio, soprattutto nella lettura dei bisogni e nel portare alla luce il legame tra condizione sociale e condizione sanitaria. Le case di comunità sono i luoghi fondamentali per valorizzare questo rapporto virtuoso. Pur con comprensibili fatiche e ritardi, si stanno comunque consolidando sul territorio. Con la recente apertura a Como dopo Cantù e Mariano, anche gli ospedali di comunità sono ormai a regime. Ci sono quindi le condizioni perché sia dato il giusto riconoscimento al contributo del terzo settore.
In definitiva, il problema è tutto politico: servirebbe una svolta “a sinistra”, in direzione del rilancio della sanità pubblica, ma le scelte nazionali, a cominciare dal riarmo a scapito del welfare, e quelle regionali, a cominciare dai favori alla sanità privata e alle assicurazioni, vanno in direzione opposta. [Massimo Patrignani, ecoinformazioni]

