Il lato sinistro della legge

Contro la repressione sono tante le voci che si levano a Como, come a Milano che a Torino che nazionalmente e purtroppo temiamo che sempre più frequentemente dovremo lottare contro chi colpisce l’opposizione sociale e politica sempre più violentemente e ovunque. Nel seguito l’opinione di Pietro Caresana che attribuisce alle sinistre colpe gravissime.

Lo sgombero dei centri sociali Leoncavallo e Askatasuna, ma anche denunce e fogli di via contro coloro che hanno organizzato le piazze complici della resistenza palestinese: il governo italiano mostra i muscoli con un’ondata repressiva che non si vedeva dal ventennio fascista. La sinistra, però, non muove un dito e anzi si appella alla legge, anche a Como. Alla luce di questa inazione, non si può che domandarsi quale sia il piano politico di associazioni, sindacati e partiti che si dichiarano in opposizione alla situazione sociopolitica attuale.

Questo articolo nasce con colpevole ritardo in seguito alla mancanza di prese di posizione della sinistra istituzionale di fronte alla violenta repressione che ha colpito i e le manifestanti pro-Palestina che, nel clima di mobilitazione nazionale di inizio ottobre 2025, hanno cercato di portare anche a Como un po’ di antisionismo.
Da quando sono stati diramati i provvedimenti penali contro numerose persone presenti ai cortei ottobrini, tanto altro è successo. L’evento principale, che avrebbe dovuto destare grande scalpore anche al di fuori della città in cui è avvenuto, è il violentissimo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino; un (in)degno proseguo della chiusura estiva, a suon di camionette, del Leoncavallo di Milano. Di fronte alle notizie che circolavano da Corso Regina, con il quartiere Vanchiglia preso letteralmente d’assedio e volanti e camionette ad ogni incrocio per giorni, sarebbe stato lecito aspettarsi un moto collettivo di indignazione. E invece, un silenzio anecoico.

La “perla del lago” però, si sa, è una città strana: la sua conformazione geografica, a conca tra le colline montagnose scavate di ghiacciai, pericolosamente vicina ad un cantone ultraconservatore come il Ticino, favorisce la stagnazione, delle acque come delle idee. Como è come un pozzo politico senza secchiello e senza corda: le cose ci entrano ma è difficilissimo che si trasformino, evolvano, circolino. Forse è per questo che per la sinistra locale è stato tanto semplice accettare il progressivo spostamento a destra dei referenti nazionali quanto impossibile sviluppare una qualsivoglia critica alla gestione da parte di questura e prefettura delle piazze degli ultimi mesi.
Non si spiega altrimenti il comunicato firmato da tutte le principali sigle della sinistra “a sinistra del Pd” che condanna le violenze poliziesche, ma solo se i manifestanti non hanno infranto la legge. Una linea perfettamente coerente con ciò che si vede ormai da qualche anno in tutte le principali piazze italiane: 25 aprile, Primo maggio, 25 novembre, persino il 12 dicembre milanese… Ogni volta, è fondamentale per partiti ed associazioni marcare la loro condiscendenza rispetto all’arena parlamentare, e quindi alla destra, isolando e condannando collettivi e realtà organizzate dal basso, evidentemente non rappresentate elettoralmente.

Il blocco poliziesco di fronte all’Askatasuna, uno dei tanti che per giorni hanno bloccato le strade di Vanchiglia a Torino dopo il 18 dicembre

Anche a Como, dove le persone che fanno politica a sinistra difficilmente riempirebbero un quartiere, si è sentita la necessità di distinguere i buoni dai cattivi, di giurare di «promuovere manifestazioni pacifiche, inclusive e sicure» e di essere pronti al «dialogo con le istituzioni affinché il diritto di manifestare sia costantemente garantito e rispettato».
Ciò che sfugge a chi ha sottoscritto questo comunicato è che c’è un errore di principio: la sinistra del due per cento crede ancora di avere un peso elettorale ed in base a questa falsa credenza organizza la propria politica come se fosse una parigrado rispetto alle destre dominanti. Il fatto che ogni solidarietà alle manifestanti e ogni condanna alla violenza poliziesca e repressiva sfumino non è da ricondursi ad altro che alla speranza di strappare un plauso da partiti di centro ben più rappresentati alle urne e appetibili per una coalizione: peccato che questa pacca sulla spalla non sia arrivata, e una firma di peso, sotto al comunicato, manca.
Per contro, mentre la cosiddetta società civile si impegna a promuovere il dialogo con Digos e affini, Torino ha visto una delle sue principali arterie chiusa per giorni, con le scuole bloccate e due giorni di manifestazioni in cui, senza alcuna ragione, i manifestanti sono stati colpiti con lacrimogeni ad altezza d’uomo ed idranti per il solo fatto di essere lì. A manifestare pacificamente, proprio come la sinistra vuole impegnarsi a garantire.

Il silenzio di fronte ai gravissimi e recenti fatti, oltre ad essere esito di un calcolo politico infelice, macchia la coscienza di una costellazione di realtà sempre più scollata dal paese reale, un paese ormai ridotto a stato di polizia in cui l’unico discorso dominante è quello della destra fascisteggiante al potere. Invece che colludere con questo sistema invocando una legge che di fatto non esiste in quanto in mano alle forze reazionarie al governo, associazioni e partiti di minoranza dovrebbero far fronte comune con coloro che cercano di resistere ad una deriva che, anche per la loro complicità negli ultimi trent’anni, sembra ormai inevitabile.
Lo psicoanalista Jacques Lacan, intuendo forse le potenzialità sovversive della psicoanalisi e sottolineandone la sua messa a tacere da parte del capitalismo, sosteneva che il discorso del padrone prevede che chi non si adegua venga cancellato. Bisognerebbe ricordarsene e, anziché colludervi, mettere alla prova della resistenza collettiva la violenza di stato che ogni giorno colpisce piazze, assemblee e spazi sociali. Anche nello stagno comasco.

[Pietro Caresana, ecoinformazioni]

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