Contro la repressione l’Arci c’è
L’intervista di Walter Massa, presidente nazionale dell’Arci, a L’unità: «Meloni usa la sicurezza come clava per intimidire chi dissente, vogliono abolire lo Stato di diritto Il tentativo è quello di abolire lo Stato di diritto e impadronirsi anche del potere giudiziario: il No al referendum è un No all’autoritarismo»
“Dopo gli scontri in piazza a Torino. Lo Stato liberale alla sbarra. Il governo vuole carcere, repressione, pugno duro”. Così l’Unità aveva aperto la prima pagina nei giorni successivi alla manifestazione. Siamo a un altro capitolo dell’attacco allo stato di diritto?
Sì, siamo di fronte a un nuovo capitolo di un attacco più ampio e sistematico allo stato di diritto. Quanto accaduto a Torino – e soprattutto il modo in cui il governo ha scelto di leggerlo e usarlo politicamente – non è un fatto isolato, ma parte di un quadro che riguarda la qualità della democrazia nel nostro tempo. Alla crisi sociale e alla mancanza di una visione sul futuro si risponde trasformando il conflitto in un problema di ordine pubblico e il dissenso in una minaccia. Non è una reazione episodica, ma una strategia difensiva, aggiungerei: più repressione, più carcere, più inasprimento delle pene, fino a ipotesi come i fermi preventivi o lo scudo penale per gli agenti. È una scorciatoia pericolosa, perché svuota le garanzie costituzionali e restringe gli spazi di partecipazione invece di rafforzarli. Uno Stato liberale e democratico non teme il conflitto, lo governa politicamente, o almeno ci prova. Qui accade l’opposto: si rinuncia alla mediazione e si normalizza l’eccezione. È francamente inquietante sapere, anche da chi opera sul campo, che il mandato politico sembra non prevedere più un lavoro strutturato di mediazione con il mondo del dissenso e di ciò che viene percepito come alternativa. Questo lavoro continua a esistere con il mondo degli ultras – e meno male – mentre altrove sembra essere stato abbandonato. È una scelta politica precisa. Quello che ci dicono, anche fuori dai confini italiani, le proteste più raccontate come quelle quasi ignorate, è che all’autoritarismo non si risponde con meno democrazia, ma con più democrazia e più partecipazione, con tutti gli strumenti che una società democratica ha a disposizione, voto compreso. È questo che oggi fa paura a chi governa: non le piazze in sé, ma la possibilità che la partecipazione torni a essere un fattore politico reale. Per questo Torino non può essere ridotta a un problema di ordine pubblico. È parte di una sequenza che riguarda Milano, Roma, i quartieri popolari, i luoghi della socialità messi sotto pressione. La vera domanda di sicurezza che emerge da quei territori non è il bastone, ma la qualità della vita, dei legami sociali, dello spazio pubblico. Non a caso, da questa consapevolezza è nata anche l’assemblea di convergenza che si è tenuta a fine gennaio a Bologna, da cui è partita la chiamata alla manifestazione nazionale del 28 marzo. Un appuntamento che non nasce contro qualcuno, ma per qualcosa: per difendere lo spazio democratico, il diritto a manifestare, la possibilità stessa di una partecipazione collettiva che non venga criminalizzata. L’autoritarismo che avanza è vecchio nelle forme e nel linguaggio: comando, paura, esclusione. La risposta non può che essere chiara e radicale: più democrazia, non meno. Più partecipazione, non meno. Più società, non meno. E aggiungo: più dialogo, non meno. [Walter Massa, presidente nazionale Arci, L’unità 11 febbraio 2026]

