Nel mare di mezzo. Legami mediterranei/ All
Presto online.
Testi ottenuti dalle trascrizioni dei video Youtube, trattati con Ia. A cura di Amelie Di Matteo, Giulia Rho, Sara Sostini, Celeste Grossi. Foto e video di Gianpaolo Rosso.
• 5 dicembre
– Apertura della conferenza e saluti istituzionali
– Panel Palestina
• 6 dicembre
– Lectio magistralis Il Mediterraneo che ci interroga
– Panel sul nuovo patto per il Mediterraneo
– Panel su riarmo e militarizzazione
– Panel su autoritarismo e lotte per la democrazia
– Panel su migrazioni, esodi, abbandoni
– Panel su conflitti, nazionalismi, transizioni
– Panel su enti locali e università: le buone pratiche
– Panel sull’economia di pace
• 7 dicembre
– Panel sulla giovane generazione attivista
– Proposte e impegni per il futuro
5 dicembre
Tutti gli interventi dei panel del 5 dicembre a Nel mare di mezzo 2025
[Playlist di tutti i video di tutti gli interventi del 5 dicembre a Nel mare di mezzo]
Trascrizioni/ Apertura della conferenza e saluti istituzionali/ 5 dicembre 2025
Apertura della conferenza e saluti istituzionali
Aldo Dessì, presidente Arci Sardegna
Benvenuti, vi ringraziamo per essere qui. Siamo molto felici di realizzare questa iniziativa e siamo quindi molto lieti che abbiate accettato questo invito. Spero che questi tre giorni ci aiutino a realizzare qualcosa di significativo. Qualcosa, infatti, per chi me lo chiedeva, e che io ho ribadito più volte, che è molto Arci: per tradizione, a noi piace andare controtendenza. Il fatto che abbiamo deciso di organizzare questo evento è stato possibile grazie al sostegno della Regione Sardegna, che ringraziamo e continueremo a ringraziare naturalmente. Parliamo di pace in un tempo di guerra, perché quello che viviamo oggi può essere definito un tempo di guerra. Lo aveva già detto Papa Francesco e lo ha ripetuto Papa Leone, ma segnali in questo senso ci arrivano soprattutto da una serie di paesi, compreso il nostro. Si parla della reintroduzione del servizio di leva. La Francia, ad esempio, lo ha già istituito; la Germania ha reintrodotto visite obbligatorie per il servizio militare; tutti i paesi balcanici invece lo insegnano già a livello scolastico, come parte dell’educazione dei ragazzi. In un paese come il nostro, che forse vede crescere le disuguaglianze più di altri, è importante considerare che negli ultimi quattro anni le spese militari sono aumentate di oltre il 35%, senza ancora raggiungere il 2% del PIL. L’obiettivo dichiarato è arrivare al 5% del PIL; chiaro, pertanto, quel che questo significherà. Questo comporterà conseguenze importanti in un paese dove le disuguaglianze crescono, dove diritti fondamentali come la sanità, l’istruzione e la convivenza sociale vengono sempre più messi in discussione e dove le fasce più vulnerabili hanno sempre meno risorse. Pensare che queste risorse vengano sottratte per aumentare la spesa militare ci fa temere per il futuro.
Il lavoro che stiamo facendo vuole contrastare la normalizzazione della guerra. La guerra viene presentata come inevitabile, spesso con aggettivi che ne giustificano la presenza fino al concetto di “guerra giusta”, come se la guerra potesse mai essere giusta. Dimentichiamo troppo spesso che, una volta che la guerra inizia, tende a perpetuarsi e a diffondersi nel mondo come soluzione ai conflitti. Un’anziana persona mi faceva notare che chi conosce la storia sa che quando la Germania si è riarmata, è seguita una guerra. Oggi, osservando il ruolo che la Germania vuole giocare in Europa, questa considerazione è ancora attuale. Stiamo vivendo in un’Europa che è nata proprio per evitare le condizioni che hanno portato ai due ultimi conflitti mondiali, e la normalizzazione della guerra è estremamente pericolosa.
Per questo è necessario parlare e riparlare di pace, perché costruire la pace richiede un impegno costante. Non si arriva alla pace attraverso la guerra. Il concetto di deterrenza, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha dimostrato che non risolve i conflitti e spesso crea le condizioni per conflitti successivi. Bisogna entrare in una logica di pace che venga realizzata ogni giorno in tutti gli aspetti della società. La pace non significa solo non usare le armi: significa costruire una cultura, una vita quotidiana e una società che siano coerenti con i diritti e i bisogni delle comunità. La competitività, se vogliamo usarla come termine di confronto, non si misura in forza o potere, ma nella capacità di garantire diritti e qualità della vita. Parlare di pace significa operare ogni giorno. Gandhi diceva che non c’è una via per la pace: la pace è la via. La pace si costruisce attraverso azioni quotidiane, con impegno costante, avendola sempre come obiettivo. La pace non è qualcosa che interrompe la guerra, è il contrario: previene il conflitto e riduce le disuguaglianze. Chi paga il prezzo della guerra sono sempre i più vulnerabili.
Il nostro lavoro si svolge nel contesto mediterraneo. Abbiamo intitolato questa iniziativa “Nel mare di mezzo”, perché il Mediterraneo è il mare che connette tutti i paesi che vi si affacciano. Noi siamo in mezzo al Mediterraneo e spesso ci definiamo un ponte. Ma cosa significa essere un ponte se non per costruire la pace? Il Mediterraneo è sempre stato un luogo di scambio, di cultura e di civiltà. Pensare all’Europa senza pensare al Mediterraneo è infatti impensabile, significa non aver capito che cos’è l’Europa. Oggi, mentre merci possono attraversarlo facilmente, le persone rischiano la vita o subiscono muri e barriere. Questo non è accettabile.
Questa iniziativa non vuole essere solo un evento. Vogliamo che sia l’inizio di un percorso che coinvolga tutti gli attori della società: le istituzioni, dalle più alte come la Regione fino ai comuni; le università e il mondo della cultura; il volontariato e il terzo settore, che spesso operano con grande dedizione ma poco riconoscimento. In questi tre giorni vedremo molti esempi di persone che lavorano in contesti difficili, come il Libano, dove la guerra si combatte con le armi, e dove, in silenzio, molti portano umanità e solidarietà. Abbiamo bisogno della partecipazione e del supporto di tutti, perché il percorso della pace è necessariamente collettivo e partecipato. Ringraziamo quindi la Regione Sardegna e l’assessorato alla Pubblica Istruzione per il loro sostegno. Direi che possiamo iniziare con i saluti, che non saranno solo formali. Iniziamo con Walter, presidente nazionale. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Aldo Dessì/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0012
Walter Massa, presidente nazionale Arci
Ringrazio la regione Sardegna e la sua presidente, per questo sussidio convinto a un’iniziativa che è anche una sfida. Ringrazio l’Arci della Sardegna, che ha fatto uno sforzo incredibile per organizzare questo momento, e ringrazio tutte e tutti coloro che hanno reso possibile questa prima Conferenza Euromediterranea per la Pace. È un passo bellissimo, costruito forse in pochissimo tempo, troppo poco tempo, ma di cui siamo già molto orgogliosi, nonostante le difficoltà dovute all’influenza e ai trasporti.
Vorrei partire sottolineando che non siamo qui per un convegno, per raccontarci qualcosa tra persone che già la pensano allo stesso modo. Siamo qui per provare insieme a costruire un percorso politico condiviso, un percorso che parte dalla società civile del Mediterraneo – tanto è vero che le società civili del Mediterraneo in questi giorni siederanno a questo tavolo – e che vuole arrivare al cuore dell’Europa. Perché questa conferenza? Viviamo in un momento in cui la guerra non è più un’eccezione, ma la forma normale delle relazioni internazionali. Tre anni di conflitto in Ucraina hanno riportato la guerra nell’immaginario europeo. La tragedia di Gaza, anzi il genocidio di Gaza, ci mostra ogni giorno l’immagine più estrema della disumanizzazione. Ma parliamo anche di Libano, di Siria, del Mar Rosso. C’è un sistema regionale mediterraneo completamente in frantumi che ci parla. Per non parlare di Cuba: una nostra delegazione è appena tornata e ha trovato un’intera isola alla fame a causa di un embargo decennale provocato dal sadismo degli Stati Uniti, senza contare le basi americane che ancora sorvegliano le acque venezuelane.
Potrei continuare, ma di fronte a questa complessità – se così vogliamo chiamarla – questa conferenza nasce per due ragioni principali: perché c’è l’urgenza di fermare quella spirale che porta dall’instabilità al riarmo e dal riarmo all’autoritarismo; e perché abbiamo una visione, quella di rimettere il Mediterraneo al centro di una proposta politica per la pace, i diritti e la democrazia.
Spesso consideriamo il Mediterraneo come periferia dell’Europa, ma è esattamente il contrario. Il Mediterraneo è uno specchio in cui l’Europa mostra le proprie contraddizioni più profonde: la scelta delle armi come unico linguaggio politico, la normalizzazione della violenza ai confini, la fragilità democratica, economica e sociale degli stati del Nord del Mediterraneo, l’erosione dei diritti, della partecipazione e della solidarietà della sponda Sud. Gaza e Lampedusa sono due capitoli della crisi europea: una crisi politica, culturale e probabilmente anche morale.
Siamo qui per dire una cosa semplice: la pace non è un tema di sola politica estera dell’Europa, ma il cuore della democrazia europea. Le reti e le organizzazioni come Arci di oggi sono numerose e molte non arrivano impreparate. In questi mesi, abbiamo assistito a un’esperienza che ha rotto schemi e abitudini: la Global Sumud Flotilla, abbiamo visto cosa può fare la società civile quando decide di agire davvero. Non solo testimoniare, ma intervenire nella realtà. Non solo denunciare, ma costruire ponti e relazioni transnazionali, partecipando alle piazze italiane ed europee, alle mobilitazioni, alla solidarietà che abbiamo intrecciato. Tutto questo è il terreno da cui nasce questa conferenza.
Non siamo qui come spettatori di chi deve prendere le decisioni. Siamo qui come soggetti politici, come forza che vuole contribuire a ridefinire una grammatica della pace possibile. Ma per costituire una visione bisogna dirsi con franchezza cosa non funziona: l’Europa non funziona. Ha scelto la logica della forza e del riarmo come unica risposta ai conflitti; ha esternalizzato le frontiere trasformando il Mediterraneo in un laboratorio di violazioni sistematiche dei diritti umani; ha scelto la stabilità degli uomini forti sacrificando la libertà e la società civile della sponda sud. Ha perso la capacità di essere un soggetto politico autonomo, capace di immaginare soluzioni negoziali e diplomatiche. Senza una svolta politica e democratica dell’Unione Europea nessuna pace mediterranea sarà possibile.
Lasciatemi dire con altrettanta chiarezza: la Sardegna non è un luogo neutro, non è una provincia casuale di questa conferenza, ma è parte fondamentale del contenuto politico dell’iniziativa. Lo dico con convinzione: la Sardegna è uno dei territori più autentici di questo continente, terra di migrazione, di scambi, identità profonde e culture diverse. Ma, per franchezza, la Sardegna è anche una delle regioni più militarizzate d’Europa. È un territorio che conosce sulla propria pelle l’impatto delle basi, dei poligoni e delle esercitazioni militari. Qui si vede più che altrove quanto la pace non sia un concetto astratto: riguarda corpi, ambienti, comunità, ma anche lavoro. Fare qui la conferenza sulla pace significa ricordarci che non c’è pace se questa non riguarda prima di tutto i territori e le comunità locali, che non c’è sicurezza senza diritti e che non c’è democrazia senza partecipazione. Significa riconoscere la forza dell’associazionismo sardo, della società civile sarda, competente e generosa che tiene insieme solidarietà e diritti, ma vuole anche salvaguardare il lavoro.
Questa conferenza non deve limitarsi a produrre analisi. Ci sono altri che lo fanno meglio di noi, ma deve generare un percorso concreto. Pensandoci in questi giorni, ho pensato di lanciare alcune suggestioni che non devono essere necessariamente accolte, ma che possano provocare il dibattito. Penso che dobbiamo costruire un fronte permanente euromediterraneo per la pace che tenga insieme società civile, intellettuali e cultura. Dobbiamo avanzare richieste chiare sulla protezione delle popolazioni civili e sul cessate il fuoco globale. Dobbiamo mettere al centro della riflessione la riduzione, anzi la cancellazione, delle armi come elemento di sicurezza condivisa. Dobbiamo riaprire in Europa, partendo dalle regioni, un dibattito pubblico che leghi politica interna e politica estera. Dobbiamo rafforzare le cooperazioni territoriali e culturali, perché la pace si costruisce prima di tutto nei territori.
Cari amici e care amiche, care compagne e cari compagni, la pace non è una via fragile: è una scelta esigente, concreta e difficile. Come diceva il nostro amico don Andrea Gallo, dobbiamo andare in direzione ostinata e contraria per raggiungerla. La pace è l’unica scelta che permette ai popoli del Mediterraneo e all’Europa di avere un futuro. Siamo qui non per aspettare che la pace arrivi, ma per continuare a costruirla insieme. Buon lavoro e buona partecipazione. Dobbiamo impegnarci, trovare soluzioni e agire, perché è l’azione che fa la differenza, come abbiamo visto anche recentemente con la vicenda della Global Sumud Flotilla. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Walter Massa/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0013
Alessandra Todde, presidente regione autonoma Sardegna
Buon pomeriggio a tutte e tutti. Permettetemi, intanto, di ringraziare Walter e Aldo, perché ci siamo visti molti mesi fa in Sardegna, proprio nel momento in cui si stava affrontando e consumando il dramma più profondo di Gaza. Abbiamo discusso relativamente a quello che doveva fare questa regione, in un contesto in cui, come sappiamo, la nostra Costituzione sancisce l’Italia ripudia la guerra. Quindi come fa una regione che ospita il 65% delle basi militari a diventare un luogo della pace, a diventare un attore di pace? Io vengo da una cultura in cui questi valori vengono interpretati in famiglia: una famiglia cattolica, che ha sempre vissuto il tema dei principi, dei valori e della costruzione della pace come qualcosa di fondante. Alla guida di questa regione mi sono chiesta: «Come possiamo fare? Come possiamo dare il nostro contributo in un paese oramai abituato all’uso della forza come unica risposta ai conflitti?» Pensavo, mentre venivo qui oggi, a quello che facevano gli statisti del passato, come si ponevano rispetto agli enti, rispetto ai conflitti, perché i conflitti di cui parliamo oggi non sono nuovi, sono conflitti antichi. Forse noi li viviamo con un’angoscia diversa, non normale, ma che sono stati affrontati in passato. C’è una parola che sembra cancellata, che sembra scomparsa: il dialogo, la costruzione di alternative, l’ascolto di ciò che è diverso. E c’è un tema che viviamo anche nella nostra regione, che è la paura. Questo paese è ripiombato nella paura, l’Europa è ripiombata nella paura. La paura porta a pensare che l’unica via sia la forza, che non ci siano altri mezzi o altri contesti.
Ci siamo interrogati anche relativamente a come porci su temi etici. Io vedo tanti cartelli qui che ricordano questo tema. Sono venuta qui senza sottrarmi, non ho mai evitato confronti e non lo faccio neanche oggi. Credo sia giusto e importante affrontare questi temi con onestà, per non essere ipocriti. Credo che il tema della guerra sia l’emblema della sfida che affronta, o meglio subisce, la nostra regione. L’altro giorno ho parlato con una delegazione di circa 200 lavoratori, persone abituate a una sorta di ricatto lavorativo: hai la possibilità di lavorare, ma devi anche accettare di produrre armi, di essere impiegato in contesti controversi. Questo contesto, nonostante non sia nuovo, è molto visibile, e se andate a visitare la fabbrica percepirete ostilità, anche nei miei confronti. Quando ci siamo trovati a discutere di una situazione complessa, che ci riguarda ormai dal 2016, abbiamo assistito a una contrapposizione tra associazioni ambientaliste – che abbiamo accolto perché forniscono strumenti razionali, anche secondo norme di legge, per gestire il problema – e l’ostilità dei lavoratori e dei sindacati, che devono garantire la continuità della produzione. Io rappresento tutti: i lavoratori, i principi, la comunità. La nostra terra si trova di nuovo in mezzo a un ricatto. Mi sono chiesta cosa potevo fare. L’istituzione ha la responsabilità del bene e del male: non posso girare con un cartello, anche se mi piacerebbe, devo rappresentare l’istituzione, avendo accettato un patto con lo Stato e con i cittadini. L’istituzione deve stare nei principi di legalità, portando avanti correttamente le norme. Il primo passo è stato analizzare l’istruttoria degli uffici, completata positivamente. Ora stiamo valutando nuovi materiali, nuovi spunti, nuove modalità: noi abbracciamo ogni possibilità utile per approfondire e gestire il percorso secondo principi solidi. Questo percorso ha avuto anche strumentalizzazioni nazionali. Mi sono trovata in dibattiti con un ministro dello Stato che mi ha rivolto delle accuse, interpellandomi in modi non proprio gentili, dicendomi che non ero degna di rappresentare la regione. Poi è arrivata la sentenza del TAR: se non proseguiremo con l’esame del percorso, la regione sarà commissariata. Con assessori della mia giunta e la maggioranza stiamo valutando la situazione. Gli uffici, per la seconda volta, hanno terminato il percorso. Mancano ancora alcuni passaggi, ma voglio essere onesta e trasparente: ci troviamo ancora nella condizione di decidere cosa fare. Probabilmente l’esito sarà positivo, ma devo fidarmi degli uffici tecnici, del corpo forestale, dell’Arpas. Un atto politico non è serio se manca una motivazione tecnica solida. Il magistrato ce l’ha detto chiaramente: non scapperemo alle responsabilità né alle sanzioni. La domanda è: cosa fare? Subire il commissariamento o prendersi la responsabilità?
Quando abbiamo discusso la prima volta, il nostro annuncio di sospensione ha suscitato clamore: giornalisti tedeschi erano stupiti del percorso che avevamo seguito. Questo è un nodo che dobbiamo risolvere, ma io non voglio essere falsa. Voi pensate che commissariare risolverebbe il problema? No, significherebbe semplicemente scaricare la responsabilità. Noi vogliamo affrontare i problemi con tutti gli strumenti legali a disposizione, senza paura di prenderci responsabilità anche difficili, anche quelle che non vorrebbe, perché un’istituzione deve fare questo. Il tema è costruire un percorso difendibile. Nessuno nella mia giunta, in questo contesto, si permetterebbe di ingannare altri. Non posso fare una figura populista rimandando il problema: domani si ripresenterebbe comunque. Il problema va affrontato correttamente, cercando soluzioni concrete.
Il 65% del totale delle servitù militari sono in Sardegna. È un costo importante, non solo ambientale, che pesa sui cittadini. Abbiamo fatto con la commissione uno percorso di dialogo con lo Stato, ma oggi questi diritti vengono messi in discussione: leggi recenti spazzano via conquiste raggiunte con anni di negoziazione. Nonostante ci sia l’Art. 14 dello Statuto Sardo disciplina il patrimonio regionale – questo stabilisce che la Regione succede nei beni e diritti patrimoniali e demaniali dello Stato situati sul suo territorio, con la sola esclusione del demanio marittimo – com’è possibile che uno Stato dica a una regione a statuto speciale: «Non solo non ti restituisco le terre che dovrei restituire in quanto non usate più come contesto militare, ma le gestisco io pianificando come preferisco». Questo è un abuso. È un contesto in cui i problemi vengono scaricati sui cittadini senza darci strumenti per gestirli. Anche questo è violenza, perché colpisce una popolazione pacifica e imprese piccole o medie, esponendole a infiltrazioni mafiose o rischi economici.
La riflessione che voglio condividere è questa: spesso parliamo di geopolitica, di conflitti lontani, ma la guerra si vive anche tutti i giorni, nella paura, nelle disuguaglianze, nel mancato rispetto dei diritti fondamentali, nelle negoziazioni portate avanti con la prepotenza. Sono la prima presidente donna della Sardegna e forse questo mi porta a considerare le cose con principi differenti, con attenzione al dialogo e alla negoziazione. Oggi voglio capire come costruire strumenti concreti per affrontare i problemi. Quando ci siamo incontrati nella mia stanza mesi fa, ascoltando i colleghi parlamentari che hanno avuto il coraggio di sfidare il blocco con una barca, mi sono resa conto che il coraggio si manifesta anche nei piccoli gesti. Mi sono chiesta: cosa possiamo fare concretamente? Cosa possiamo costruire? Forse possiamo far studiare bambini, ospitare studenti universitari che senza aiuto non potrebbero proseguire, accogliere popolazioni vulnerabili e renderle parte integrante di ciò che siamo. Recentemente ho incontrato un ragazzino di 12 anni, né palestinese né ucraino, ma veniva dall’Angola, bambino proveninete da un contesto di guerra. Vive in Sardegna e parla il mio dialetto con facilità. Ve lo racconto perché anche un bambino diverso può integrarsi e far parte della nostra comunità.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Alessandra Todde/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0014
Comitato Riconversione RWM per la Pace ed il Lavoro Sostenibile
I diritti internazionali sembrano costruiti contro di noi, e questo è ciò che stiamo vedendo. Non abbiamo più lacrime da versare, non possiamo accettare discorsi che giustificano il mondo e le persone dicendo “Ah, i piccoli gesti.” Noi non abbiamo bisogno di piccoli gesti, perché la situazione a Gaza, in Giordania, è grave: ha bisogno di grandi gesti, altrimenti non si risolve la situazione, condannati a un genocidio e allo sterminio. E qui possiamo avere grandi gesti, perché quella bandiera che rappresenta il sangue e le vittime non può essere lì solo a pulire i volti delle istituzioni, ma deve avere un senso. La Sardegna può fare moltissimo. Riguardo le RWM, il discorso che abbiamo sentito prima ci dice chiaramente che domani la legge potrebbe essere interpretata come giustificazione della guerra, come legge che ci obbliga a combattere. Allora, le istituzioni difenderanno la legge o difenderanno il popolo?
Io penso da sardo, penso ai lavoratori, penso alla popolazione della Sardegna. Ma penso anche alle migliaia di persone uccise dalle bombe, alle atrocità subite in Palestina, grazie ai soldi dei droni israeliani prodotti qui, grazie alle esercitazioni israeliane nei poligoni della nostra terra. Penso alla Libia, martoriata da caccia che partivano dalla Sardegna. La Sardegna non può essere un ponte per la guerra, ma deve diventare un ponte per la pace.
Quindi dobbiamo chiederci: cosa farà la Regione Sardegna rispetto a tutto questo? La legge è importante, ma le immagini che oggi vediamo in Palestina domani potrebbero essere quelle di Cagliari, Oristano, Nuoro, di tutte le nostre città. Difendere una legge ingiusta – come ha detto anche chi ci ha preceduto – ci potrebbe condannare in futuro.
Non chiediamo il commissariamento, chiediamo un “no”. Chiediamo di scegliere la pace. È una scelta concreta, non un piccolo gesto. Ai palestinesi non interessa più l’ipocrisia: i problemi morali sono vostri, ve li dovete vedere voi. Il mondo forse non si riprenderà mai completamente, ma noi chiediamo solo: dateci una mano per porre fine all’occupazione. Un’altra cosa: il petrolio che arriva in Israele dal Brasile passa anche dalla Saras. Nei CPR ci sono detenuti palestinesi e persone che vengono torturate. E la Regione Sardegna cosa fa rispetto a questi centri?
La legge dello Stato italiano ci arresta e ci incarcera, ci processa per ciò che facciamo quando ci opponiamo e chiediamo giustizia. Per questo chiediamo alla Regione di scegliere responsabilmente. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 5 dicembre 2025/ Comitato Rwm/ Arci/ Cagliari IMGA0015
Alessandra Todde, presidente regione autonoma Sardegna
Quello che dice è esattamente quello che stavo cercando di far capire. Il tema principale sono gli strumenti a disposizione e quello che si può o non si può fare. Io posso rispondere come cittadina e posso rispondere come presidente della Regione, ma i miei compiti sono diversi. Come cittadina, ascolto quello che mi ha detto e lo condivido pienamente. Come presidente della Regione, devo agire all’interno delle istituzioni. Non posso semplicemente andare a casa a fare altro; devo rispettare il ruolo che ricopro. Non credo che chi arriverà dopo di me potrà compiere gesti assoluti di cambiamento. Bisogna essere concreti. Io sono una persona concreta e rispetto profondamente ciò che lei dice. Altrimenti non sarei qua, per me sarebbe stato più facile occuparmi solo di questioni personali o istituzionali senza confrontarmi con la realtà. Ho detto chiaramente quali sono i principi e i valori che difendo, ma anche i doveri che comportano. E onestamente, capire cosa si può fare è fondamentale: una regione non è uno Stato, e uno Stato non è l’Europa. Ci sono limiti legati alla posizione che occupiamo.
Credo che il percorso che abbiamo seguito finora non sia stato inutile o superficiale. Abbiamo dato segnali concreti, importanti. Siamo sempre stati presenti quando l’istituzione doveva esserci, e si è visto che la sua presenza ha un peso. Non voglio fare promesse irrealistiche: non andrò nei poligoni a stendermi, fare gesti simbolici perché non è nel mio stile, perché sono una persona seria. Cerco invece di trovare soluzioni concrete nel rispetto di tutti.
[Intervento dal pubblico in risposta all’uso delle parole pronunciate dalla presidente, rivendicando le modalità di accusa e denuncia attraverso la manifestazione pacifica davanti ai poligoni. Continua poi Alessandra Todde].
Io sono qui per confrontarmi correttamente, ascolto tutti, ma pretendo anche di essere ascoltata. Lei, come cittadino, può fare quello che vuole. Io rappresento un’istituzione e il mio ruolo è diverso. Quando lei ricoprirà un ruolo istituzionale, se vorrà, potremo confrontarci nuovamente. Voglio essere chiara: possiamo avere posizioni diverse, e non c’è nulla di male. Non devo pensarla come lei in tutto e per tutto. Il confronto implica ascoltare chi la pensa diversamente, anche quando dice cose che non cercano applausi, ma semplicemente condividono un punto di vista. Questo è rispettabile. Non mi permetto di giudicare chi compie gesti di protesta: è normale esprimere ciò che si pensa. Io sto solo spiegando cosa faccio e come agisco nel mio ruolo.
Vorrei concludere il mio intervento sottolineando che cerco sempre di rappresentare la Regione al meglio. Quello che facciamo come istituzione e quello che vorremmo fare è avere strumenti concreti per incidere e contribuire. Ma spesso un’istituzione non ha armi, non ha eserciti. L’unico contributo possibile è quello che possiamo dare attraverso educazione, supporto e interventi concreti. Ad esempio, il CPR non è organizzato come dovrebbe, ma è un contesto dello Stato: il mio ruolo è migliorarne le condizioni, garantire sanità, seguire i percorsi giusti, perché è questo che posso fare. È giusto dirlo, è giusto condividerlo, ed è giusto ascoltare anche gli altri interventi. Ribadisco: il confronto è corretto e necessario, anche se ci sono opinioni diverse. Io non devo convincere nessuno: sto solo rappresentando ciò che posso fare.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Alessandra Todde/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0016
Aldo Dessì, presidente Arci Sardegna
Ci avviamo a recuperare in ritardo il prossimo panel, che sarà un focus sulla Palestina. Daremo lo spazio necessario proprio a questo tema, che ci sta a cuore. E senza forse, stranamente è passato sotto silenzio quello che invece continua a succedere, quello che si sta continuando a fare in quella zona, a Gaza e in Cisgiordania. Quindi noi dobbiamo mantenere accese le luci su quel territorio, perché sostanzialmente nulla è cambiato, e perciò non dobbiamo abbassare la guardia, ma stare vigili e, se possibile, raddoppiare i nostri sforzi. Invito quindi Silvia Stilli insieme ai relatori del prossimo panel.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Aldo Dessì/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0019
Trascrizioni/ Panel Palestina/ 5 dicembre 2025
Palestina
Silvia Stilli, direttrice ARCS – Arci Culture Solidali
Buonasera, io sono Silvia Stilli, direttrice dell’ONG dell’Arci: Arci Culture Solidali. Sono felice di avere a questo panel, e lo sentirete direttamente dalle loro parole, tre relatori. Ci dispiace che Luisa Morgantini non sia potuta essere presente. Avremo quindi una voce in meno, e anche una voce importante, perché Luisa Morgantini è anche tornata da poco dalla Cisgiordania, dove è restata per un periodo relativamente lungo per seguire la raccolta delle olive, o almeno quello che i coloni hanno “permesso”. Cercheremo comunque di offrire, grazie ai contributi differenziati di chi ho accanto, un quadro e alcuni spunti utili anche per i vostri interventi. Divideremo il panel in due momenti: una prima fase di interventi dei relatori e poi un momento di domande e confronto con voi, per poi tornare ai relatori.
Ci troviamo oggi, a dicembre, quasi a due mesi dall’approvazione di un cosiddetto piano di pace e dall’attivazione di una cosiddetta tregua, imposta dal presidente degli Stati Uniti Trump e accettata come primo e unico garante della politica internazionale. Tornando al 7 ottobre 2023, dalla strage di 1.200 morti in Israele e 250 ostaggi, è partita la risposta israeliana con l’occupazione militare della Striscia di Gaza. Ad oggi, secondo dati ufficiali, e tuttavia ben altri sono i dati reali, più di 70100 persone sono morte nella Striscia, ma il numero reale è probabilmente molto più alto, con 600 corpi trovati solo tra le macerie in pochi giorni. Ci sono circa 9300 bambini a rischio per malnutrizione grave.
Questa “tregua” prevede alcuni punti politici, ma non vede l’accordo delle due parti principali, Israele e Hamas. La suddetta tregua prevede la smilitarizzazione di Hamas e il riconoscimento graduale di uno Stato palestinese, e Israele non intende accettarlo, laddove Netanyahu si oppone a qualsiasi stato palestinese che arrivi a ovest del fiume Giordano. Lo stesso ministro degli Esteri israeliano ha definito pubblicamente che uno Stato palestinese sarebbe “terrorista”. Finora, durante questa cosiddetta tregua, che è finta, ci sono stati infatti 591 attacchi israeliani nei territori palestinesi. L’Autorità Nazionale Palestinese, e soprattutto il popolo palestinese, non avrebbe un ruolo nel piano. L’Autorità palestinese verrebbe controllata dalla Lega araba e dovrebbe esprimere, in un possibile consiglio che affianchi il consiglio di pace costituito da Trump e fidati, alcuni tecnocrati palestinesi. Non c’è quindi reale coinvolgimento dell’autorità nazionale, né tantomeno del popolo palestinese.
Prima di Natale è stata annunciata una seconda fase. La prima fase prevedeva l’ingresso di aiuti umanitari, ma il fabbisogno reale è di due milioni di tonnellate al giorno, mentre ne entrano solo 750 tonnellate. La diplomazia americana – ormai assente l’Europa che ha ceduto definitivamente lo scettro della diplomazia a Trump – si è già mossa, con contatti diretti in corso tra Stati Uniti e Arabia Saudita, legati a interessi economici, militari e di controllo regionale. Gli interessi reali degli USA sono la riapertura del mandato del commercio delle armi con i paesi arabi, ma anche l’apertura della prospettiva sull’intelligenza artificiale. Nei giorni scorsi sono continuati i bombardamenti su Beirut sud; da due estati assistiamo a questi attentati mirati che colpiscono infrastrutture e abitazioni civili, alla ricerca cosiddetta “intelligente” per mezzo di droni dei campi di Hamas, spesso distruggendo interi quartieri.
Questo contesto non riguarda solo Gaza, ma anche Siria e Libano, rendendo il quadro regionale complesso. Do ora la parola al professor Francesco Strazzari, esperto di conflitti e sicurezza internazionale, professore ordinario di Relazioni Internazionali alla Scuola Superiore Sant’Anna dal 2009 e con esperienze importanti altrove, a Bologna, Oslo, Amsterdam e alla Johns Hopkins University. A lui chiederei di aiutarci a comprendere meglio il contesto regionale e internazionale che ho provato ad abbozzare.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Silvia Stilli e Francesco Strazzari/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0020
Francesco Strazzari, Scuola superiore Sant’Anna di Pisa
Buon pomeriggio, buonasera. Voglio dare alcuni dettagli analitici sul contesto internazionale, spesso disorientante. Poche ore fa è stata pubblicata la nuova strategia di sicurezza degli Stati Uniti, che afferma delle cose che soli pochi mesi fa nessuno riteneva plausibili: non indica più la Cina come principale rivale, ma designa l’emisfero occidentale delle Americhe come punto sul quale gli USA si concentreranno; e per quanto riguarda l’Europa si esprime ottimismo per la crescita dell’estrema destra e preoccupazione per la direzione dell’Unione Europea, indicando come obiettivo per gli Stati Uniti la crescita e la resistenza dell’UE dei Paesi membri. Voi capite che gli Stati Uniti sono un paese che sta negoziando la pace in Ucraina e che sta negoziando il contesto di tregua e pace di cui si parlava poco fa, e che ci parla del ruolo strategico e della sicurezza europea in quanto principale alleato militare all’interno della Nato. La Russia non è più nell’ultimo documento pubblicato 6 ore fa a Washington la minaccia da cui l’Europa va difesa. L’Europa va difesa da sé stessa, in particolare dai liberali, dai democratici e dai socialisti. C’è un’interferenza pesantissima che preannuncia tempeste sull’Europa. La strategia americana mira a rafforzare i paesi patriottici e conservatori in Europa. L’ultimissima notizia che arriva dall’Europa, nello specifico il dossier Israele, è che Belgio, Olanda, Spagna, Irlanda e Slovenia sono uscite dall’Eurovision perché Israele è dentro. Cinque Paesi europei che non fanno più boicottaggio discreto, ma proprio diretto di una manifestazione commerciale, culturale.
Un segnale che quel che qualche mese fa era chiamato un Occidente collettivo, è ora diviso, a partire non tanto dai fatti, ma sul piano della retorica politica e del posizionamento sui grandi blocchi. La marca europea va da una parte e il suo interesse va dall’altra e va in sintonia con la Russia. Lo abbiamo visto in queste settimane, quando i negoziatori medesimi – il generale di Trump e l’immobiliarista speciale Steve Witkoff – sono andati direttamente a Mosca, dove per cinque ore hanno fatto un po’ i turisti aspettando Putin, evitando di fermarsi e incontrare gli ucraini e gli europei, direttamente negli Stati Uniti. Poco dopo Macron e il nuovo cancelliere tedesco hanno detto che ci sarebbe stato, nelle prossime ore, un incontro. Non è una grande sorpresa, ma ci dà un po’ il quadro all’interno del quale leggere che cosa c’è alla base della guerra oggi. E qui viene la tragedia di Gaza, il genocidio, la difficoltà di far combaciare le parole con i fatti. Quello che giustamente veniva evidenziato come un modello di “non pace”, che definirei una “non pace” imperiale, perché dietro c’è una manifesta volontà di costituire un senso di grandezza, di attrazione americana, militarizzazione. Questo tipo di disegno ha degli addentellati, ha dei punti riconoscibili, simbolici. Prima ancora di arrivare a Gaza, la medesima coppia – tra l’altro il genero di Trump, Jared Kushner – ha investito pesantemente in alcuni scenari di guerra in cui gli Stati Uniti sono stati coinvolti. Ha comprato, per esempio, con la sua compagnia, in cui affari privati e pubblici vanno mano nella mano, dei grandi affari che vengono stipulati da parte dei luogotenenti della funzione pubblica come affari privati. Si è comprato, per esempio, il palazzo che fu il Ministero della Difesa della Jugoslavia. C’è tutta una generazione, forse anche in questa stanza, che si è fatta le ossa con quelle guerre. Lo ha comprato per farne strutture di lusso. Allo stesso modo sta comprando una serie di altri insediamenti in zone di guerra in giro per il mondo, trasformandoli in resort turistici.
Il disegno è una specie di taglia e incolla che guida l’immaginario intorno alla pace sulle cataste di morte di Gaza. Abbiamo visto tutti quel video, no? Quello che ci raccontava una Gaza costruita con i petrodollari e con figure orientaliste, tra palme e lussi, immersa in una grande prosperità. Ieri Trump ha incontrato il leader del Ruanda e il leader della Repubblica Democratica del Congo. Una cerimonia piuttosto cordiale alla Casa Bianca, annunciando grandi piogge di soldi per tutti e non nascondendo poi l’obiettivo: andare a estrarre più minerali possibile a vantaggio degli Stati Uniti.
Questo fa parte dei discorsi sulla pace in Ucraina. Questo fa parte anche di Gaza. Non perché Gaza sia un suolo ricco di minerali, ma perché c’è una zona offshore davanti alle coste di Israele, in comune anche con l’Egitto, dove sono presenti interessi petroliferi e del gas, anche italiani, con diritti di esplorazione e sfruttamento piuttosto significativi. C’è una componente di business innegabile in tutto questo. Però non credo che sia tutto guidato soltanto da questo. C’è una visione di quello che stiamo vedendo. Ed è una visione che lascia perplessi, perché spesso vediamo degli Stati Uniti che saltano direttamente dall’altra parte e, a volte, questo pregiudizio ci porta a valutarli con categorie che non ci aiutano a capire. Per esempio, ci siamo interrogati intorno a quanto la memoria della Shoah abbia inibito la risposta europea rispetto alle complicità con l’industria militare israeliana. A mio modo di vedere questa è una falsa pista. Israele è fortemente integrato nel complesso militare-industriale occidentale. E lo è non tanto in quanto mercato per le nostre armi, ma perché noi compriamo da Israele interi sistemi di sicurezza: dagli aeroporti alla gestione degli aeroporti, fino a tutto quello che riguarda l’intelligenza artificiale che guida il targeting e così via.
Bisogna cominciare a pensare che l’Occidente, in un mondo diviso da blocchi, sente l’esigenza – questo Occidente diviso, con una relazione patriottico-conservatrice e reazionaria – di avere Israele dalla propria parte nel momento in cui le grandi rivalità che si stanno delineando potrebbero portare a situazioni di conflitto aperto. Conviene stare agganciati a questo treno. E lo fa anche perché, lo sappiamo, nel sistema politico-elettorale americano Israele non è sprovvisto di mezzi. La lobby negli Stati Uniti è qualcosa di aperto, trasparente, riconosciuto, e produce convergenze di interessi politici.
Quindi non credo che valga la pena perdere troppo tempo a rimasticare esclusivamente le colpe storiche dell’Europa e quello che ha rappresentato nel secolo scorso la Seconda guerra mondiale. Sicuramente è una parte enorme del problema, che ha una matrice molto più profonda, ma non è quello il punto fondamentale. Il punto fondamentale non è nemmeno il fatto che l’Occidente stia con Israele e quindi debba giustificare il genocidio. Al contrario: Israele guida la ricerca militare, esporta soluzioni di sicurezza, le testa, ne dimostra l’efficienza. Questa è la verità, se vogliamo, ancora più cinica. Ed è ancora più dura da accettare. In parallelo a questo, la visione che si accompagna a Israele – e non lo dico solo io – viene spesso presentata come una difesa dell’Occidente e va letta, per esempio, sugli scenari regionali che abbiamo citato poco fa. Israele ha avuto conflitti, in questi ultimi due anni e mezzo, con sette paesi.
C’è il Libano, ancora una volta, nonostante ci sia un accordo di pace. La scorsa settimana è intervenuto pesantemente nuovamente in Siria, rapendo una trentina di uomini e bambini considerati pilastri di un sistema che Israele mostra di voler contenere: quello legato all’islamismo militante trasformatosi in classe dirigente di Stato, guidato da quello che una volta chiamavamo un leader jihadista, che oggi guida il paese ed è stato ricevuto alla Casa Bianca. Qualcuno ha scherzato dicendo: “Guardate, il terrorismo è finito, perché era lì che stringeva mani”. Al di là di questa visione un po’ macchiettistica, quello che è accaduto in Siria nell’ultimo anno è qualcosa di drastico, importantissimo. Ha visto avanzare una presenza vicina alla Turchia, che gioca una partita fondamentale lì dentro, presentandosi come tutela delle minoranze, ma coinvolgendo fortemente anche i drusi.
Israele sta trovando uno spazio per continuare a esercitare una funzione regionale, approfittando di un mosaico di cambiamenti di regime e contribuendo, quantomeno indirettamente, a indebolire quelle forze ritenute più pericolose e più ostili, in particolare quelle legate al cosiddetto Asse della Resistenza. L’Iran ha subito un attacco diretto con una chiara “luce verde” statunitense, con l’impiego di armi statunitensi. Una dinamica che arriva fino a colpire tutti i mediatori, incluso il Qatar, con quella figura tipica del compromesso per cui, se l’attacco fosse andato bene, si sarebbe detto che aveva chiuso la partita. Lo stanno già dichiarando; mi riferisco a quando Israele ha colpito figure del mondo politico di Hamas in Qatar, paese che ospita la più grande base americana della regione. Siccome quell’attacco non è andato bene, si è detto: questo è il punto di svolta, dobbiamo rivedere tutto, spingendo Israele al tavolo dei negoziati. Ancora una volta il tavolo dei negoziati diventa lo strumento per poter andare avanti.
Potremmo guardare anche a quello che succede nel nord dell’Iraq, ma andrei oltre il tempo che mi è stato dato. Quello che è interessante è vedere come non possiamo leggere questo modello di falsa pace, che chiaramente prelude a ulteriori mosse e manovre, in maniera isolata rispetto al resto del mondo. Perché nella fase due si immagina addirittura un board di governo, con nomi che circolano già, una sorta di governo esterno, posticcio, una forma di protettorato che vorrebbe introdurre, con l’avallo delle Nazioni Unite e dei paesi arabi, una forma di governance che riprenda da dove gli Accordi di Abramo erano clamorosamente entrati in crisi. In buona sostanza si vorrebbe risolvere la questione palestinese spazzandola sotto il tappeto. Ed è proprio lì che è nato il fallimento di questa strategia. È da lì che si arriva alla tragedia del 7 ottobre.
Se si va in questa direzione è perché alle Nazioni Unite gli Stati Uniti hanno ottenuto l’astensione di Russia e Cina. Russia e Cina hanno messo il veto praticamente a tutto fino a oggi, così come gli Stati Uniti hanno bloccato tutto ciò che proponevano loro. Guarda caso, su questa risoluzione si sono astenuti e, guarda caso, due giorni dopo è tornata a muoversi la partita negoziale ucraina. Ormai stiamo parlando di un quadro macroregionale che si estende fino alle propaggini europee e che quindi ci riguarda direttamente. Modelli di pace differenti comunicano tra loro. Non si può più parlare dell’uno senza parlare dell’altro.
Potremmo parlare della dimensione territoriale nel dettaglio. Sappiamo che la fase due dovrebbe essere accompagnata a Gaza da un progressivo ritiro di Israele, che però nel frattempo ha consolidato la famosa “linea gialla”, quella che si mangia il 53% del territorio di Gaza, cioè il territorio arabile, quello che consente quantomeno la sussistenza. Potremmo fare una simmetria con quello che accade nel Donbass, vedere quali territori mancano all’appello, quali accordi sotto banco si stanno negoziando. Quello che mi premeva sottolineare oggi è che il modello di pace imperiale che vediamo emergere non ha nulla a che vedere con il concetto di pace di cui discutiamo in questa conferenza. Non è solo un problema retorico. È un problema di premesse e di implicazioni. È un modello privo di trasparenza, privo di qualunque elemento partecipativo, che ricalca modalità coloniali, che consolida figure legate all’agenda militarista e che contribuisce alla destrutturazione dell’Europa. Perché il disegno ultimo è quello di disgregare l’Europa in forze nazionaliste che tornano a combattersi tra loro, come hanno fatto nella storia. In questo quadro, i territori più legati alle servitù militari finiscono per fare quello che hanno sempre fatto: fornire armi e uomini. Questa è la logica che ha avvelenato la storia europea, il suo passato coloniale interno ed esterno. E credo che questa logica vada colta dentro il conflitto e dentro la tragedia del genocidio, leggendo entrambi all’interno del loro contesto regionale.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Silvia Stilli e Francesco Strazzari/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0020
Husam Hamdouna, direttore di REC – Remedial Education Center di Gaza
Come membro del Sultan Bin Abdul Aziz Center for Research and Studies, e poiché il mio lavoro di ricerca e la mia attività accademica sono legati al Sultan Bin Abdul Aziz Center, ho avuto l’onore di rappresentare questo centro. In realtà, ho una lunga esperienza in questo campo, da oltre 20 anni come ricercatore e accademico, specialmente presso il Sultan Bin Abdul Aziz Center.
Come tutti sappiamo, sono in corso discussioni sul futuro della Striscia di Gaza, alla luce di quanto proposto dal Presidente Trump e della Risoluzione 2735 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, le priorità per la sua attuazione rimangono poco chiare, che si tratti del disarmo, della ricostruzione, della consegna degli aiuti o di qualcos’altro. Nonostante le preoccupazioni riguardo a questo piano, inclusa la potenziale separazione della Striscia di Gaza dalla Cisgiordania, la priorità rimane porre fine alla guerra e salvare i civili. Pertanto, speriamo di costruire su questa base in modo da raggiungere i seguenti obiettivi:
Numero 1. Il completo ritiro delle forze israeliane dalla Striscia di Gaza, dove attualmente occupano più del 53% del territorio, con la conseguente concentrazione di oltre due milioni di persone nel restante 47%, pari a circa 170 chilometri quadrati.
Numero 2. Fermare il genocidio. Come annunciato dall’Euro-Mediterranean Human Rights Monitor il 1° novembre 2025, Israele continua il genocidio a Gaza, ma con modalità meno visibili e attraverso una nuova metodologia basata sulla violazione del cessate il fuoco, che porta all’uccisione di circa 10 persone al giorno.
Numero 3. Identificare i corpi dei martiri palestinesi. Secondo l’accordo di scambio dei prigionieri, il numero di corpi ricevuti dalla parte israeliana ha raggiunto quota 350, ma soltanto 90 corpi sono stati identificati a causa della mancanza delle capacità necessarie per completare questo processo. È importante ricordare che oltre 10.000 persone risultano ancora disperse sotto le macerie e non potranno essere identificate finché non saranno disponibili le risorse necessarie. Ciò continuerà a causare ulteriori sofferenze alle loro famiglie e ai loro cari.
Numero 4. Rispettare il protocollo umanitario previsto durante la precedente tregua, che stabiliva l’ingresso di 600 camion di aiuti al giorno. Tuttavia, il numero medio di camion entrati quotidianamente a Gaza da quando è stato annunciato il cessate il fuoco era di soli 171, dei quali soltanto 17 trasportavano aiuti umanitari, mentre i restanti erano destinati ai settori privati palestinesi e israeliani. Pertanto, dobbiamo immaginare la dura realtà della vita quotidiana della popolazione della Striscia di Gaza, i cui abitanti vivono al di sotto della soglia di povertà e dipendono dagli aiuti umanitari forniti dalle organizzazioni che operano a Gaza.
Numero 5. Riabilitazione dei feriti. Un terzo dei feriti, su un totale di 170.000 persone, necessita di programmi di riabilitazione a medio e lungo termine, secondo fonti dell’Autorità Palestinese.
Numero 6. Evacuazione medica dei pazienti. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato il 10 novembre 2025 la morte di 900 pazienti a causa dei ritardi nell’evacuazione medica per cure all’estero, mentre 16.500 pazienti sono ancora in attesa dell’autorizzazione a viaggiare per ricevere le cure necessarie. È stata inoltre sottolineata l’urgenza delle evacuazioni, avvertendo che qualsiasi ritardo per questi casi critici equivale a una condanna a morte.
Numero 7. Proteggere i bambini. Come annunciato dal Ministero della Salute e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il 14 novembre 2025, la Striscia di Gaza registra il più alto tasso di bambini amputati rispetto alla popolazione, con un numero che ha raggiunto i 5.000 bambini.
Numero 8. Ricostruire il sistema della conoscenza e dell’istruzione. Primo, ripristinare il sistema educativo alla piena operatività, poiché circa 650.000 studenti sono attualmente esclusi dal normale percorso educativo negli asili, nelle scuole e nelle università. A causa della distruzione della maggior parte delle strutture educative e dell’utilizzo di quelle rimanenti come rifugi, è fondamentale sviluppare programmi educativi in grado di affrontare i problemi educativi, psicologici e sociali che gli studenti hanno subito e continuano a subire a causa della guerra. Secondo, riunire le famiglie palestinesi in rifugi che garantiscano le necessità di base minime e la privacy necessaria affinché possano riprendere normalmente la loro vita familiare. Ciò contribuirà a ristabilire i normali ruoli dei genitori, favorendo lo sviluppo emotivo e cognitivo dei bambini, che rappresentano il 51% della popolazione di Gaza e che daranno forma al futuro della società palestinese.
L’attuazione urgente di queste misure, insieme ad altre iniziative, tra cui una ricostruzione sostenibile e la creazione di un percorso politico con scadenze definite per l’istituzione di uno Stato palestinese, consentirà di costruire un futuro stabile e sicuro per la popolazione e di raggiungere un equilibrio tra la risposta umanitaria e la ricostruzione della società palestinese. Ciò porrà fine ad anni di sofferenza per i palestinesi, sia a livello individuale sia collettivo, contribuendo così al raggiungimento della pace per tutti.
Infine, rimane una domanda fondamentale: Può la comunità internazionale svolgere un ruolo attivo nel costringere Israele ad attuare le risoluzioni internazionali necessarie per raggiungere questo obiettivo, soprattutto considerando che non è riuscita a farlo per oltre 75 anni di conflitto?
Grazie mille. Spero di aver chiarito la questione.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Husam Hamdouna/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0022
Silvia Stilli, direttrice ARCS – Arci Culture Solidali
Le domande e le sollecitazioni che ci ha lasciato sono, in fondo, delle pietre. Perché sappiamo bene quale sia la condizione con cui l’Europa e la diplomazia mondiale – ce l’aveva spiegato il professor Francesco Strazzari e continuano a mostrarcelo i fatti – considerano la situazione e la questione palestinese. Ma soprattutto restano le parole con cui lui ci ha raccontato questa realtà, parole che vanno al di là dei dati che ho letto io, e il tono con cui le ha riportate, restituendoci un quadro molto più ampio.
Abbiamo fatto un lungo cammino insieme ad Amnesty International, insieme all’ARCI e insieme alla Rete Pace Palestina. Abbiamo cominciato subito, nell’ottobre del 2023, con tante iniziative. Abbiamo ricevuto molti contributi e molti sostegni. Oggi questo tema è diventato quasi di moda, nel senso che anche la politica ha cominciato a occuparsene. Mi fermo qui. Perché sappiamo bene che ancora oggi c’è chi sostiene che non si possa parlare male di Israele perché si rischia di essere accusati di antisemitismo. Eppure, nel gennaio 2024, nel marzo 2024 e nel maggio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha più volte richiamato Israele alle proprie responsabilità, sia sul blocco degli aiuti umanitari sia rispetto a quegli atti che si avvicinano alla definizione di genocidio. Abbiamo visto il Sudafrica assumere la prima iniziativa importante, chiedendo l’apertura dell’indagine e della procedura internazionale sul genocidio a Gaza.
Sappiamo che i tempi saranno ancora lunghi. Sappiamo che è stata accolta la richiesta di proroga fino a gennaio 2026 per consentire a Israele di presentare la propria memoria difensiva, nonostante le accuse e le contestazioni rivolte ai suoi vertici. C’è chi sostiene che, per le procedure previste, ciascuna delle parti avrà a disposizione ulteriore tempo e che si potrebbe arrivare fino al 2027, se non addirittura all’inizio del 2028, prima di una conclusione. Amnesty ha deciso non soltanto di presentarci i numeri del genocidio nella Striscia di Gaza e di affiancarli a quanto accade nei Territori occupati, ma anche di compiere un lavoro ulteriore di documentazione. Il genocidio viene raccontato attraverso un rapporto che oggi viene presentato non soltanto per discutere del contenuto del rapporto stesso e degli anni di lavoro che vi sono stati dedicati, ma anche per offrire una visione più ampia di ciò su cui Amnesty sta lavorando. Per questo desidero ringraziare ancora una volta, attraverso voi, Amnesty International per questo lavoro, senza il quale anche gran parte del lavoro svolto dai giudici e dagli organismi internazionali con cui abbiamo relazioni e rapporti sarebbe stato molto più difficile.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni:Nel mare di mezzo/ Silvia Stilli/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0023
Tina Marinari, coordinatrice campagne Amnesty International Italia
Che cos’è un genocidio? Esiste una convenzione che definisce gli atti e le caratteristiche che lo costituiscono, cioè la volontà di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico o nazionale. È un riferimento molto chiaro nella Convenzione sul genocidio, ratificata anche da Israele nel 1950. La Convenzione individua una serie di azioni: uccisioni, danni fisici e mentali al gruppo colpito, creazione di condizioni di vita che portano alla distruzione di quel gruppo, prevenzione delle nascite e trasferimento forzato di minori dal gruppo etnico di appartenenza a un altro gruppo.
Noi siamo riusciti a documentare le prime di queste azioni. Non sono qui a ripetere i numeri che sono già stati citati. Si parla ampiamente di 70.000-80.000 morti. Noi lo sappiamo e, allo stesso tempo, non lo sappiamo, perché oggi non esiste alcun ricercatore o alcuna commissione d’indagine indipendente che possa entrare nella Striscia di Gaza: Israele lo impedisce. Non sappiamo esattamente quante persone siano morte, quanti cadaveri si trovino ancora sotto le macerie. I numeri che riportiamo sono quelli registrati, ma sappiamo bene che sotto quei palazzi e sotto quelle case ci sono persone morte a seguito di bombardamenti costanti e continuativi. Per questo non abbiamo difficoltà a riconoscere che vi sono state uccisioni mirate contro la popolazione civile. I bombardamenti che abbiamo analizzato, a nord, a sud e al centro della Striscia, dimostrano che molti attacchi sono avvenuti tra le undici di sera e le quattro del mattino, un orario in cui, anche in una situazione di guerra, le persone cercano di riposare. Se questi bombardamenti avvengono in aree residenziali, significa che vengono violati i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario, quelli che distinguono tra obiettivi civili e obiettivi militari.
Quando però si colpisce un palazzo di dodici piani alle due di notte, oppure un mercato pieno di persone che cercano di procurarsi il poco cibo disponibile, come si può parlare di obiettivo militare? In questi anni abbiamo visto colpire qualsiasi cosa: case, palazzi, campi, ospedali, chiese, scuole, campi profughi. Basta guardare le immagini che tutti vediamo ogni giorno: non serve essere ricercatori per comprendere la situazione di Gaza. I palestinesi raccontano di non sapere più dove andare perché non è rimasto nulla. Non è soltanto che non riconoscono più la propria casa: non riconoscono neppure la strada che portava a casa loro, perché tutto è stato distrutto.
Quando parliamo di danni fisici e mentali, non parliamo soltanto delle persone che hanno subito amputazioni. Sappiamo che a Gaza un bambino su tre ha subito una forma di amputazione. Significa aver perso uno o più arti, e in alcuni casi tutti e quattro contemporaneamente. Significa persone che hanno riportato danni gravissimi, anche sul 90% del corpo, senza possibilità di essere curate adeguatamente. I danni fisici e mentali significano anche che oggi molti bambini, quando vengono intervistati — e le testimonianze sono facilmente reperibili — dichiarano di preferire morire piuttosto che continuare a vivere nel terrore. Non vogliono fare la stessa fine di un amico o di un vicino di casa. Ci sono genitori, c’è una testimonianza che riporto spesso, forse anche perché sono genitore: è la storia di un padre che, durante un unico bombardamento notturno, ha perso l’intera famiglia. È rimasto l’unico sopravvissuto di trenta persone. Ha raccontato a un nostro ricercatore di aver trascorso tre giorni a scavare sotto le macerie nel tentativo di salvare qualcuno. L’unica cosa che è riuscito a recuperare è stata la testa della figlia più piccola, una bambina di cinque mesi. Come si sopravvive a una violenza simile? Come si continua a sentirsi esseri umani?
A tutto questo bisogna aggiungere le condizioni di vita che conducono alla distruzione di una popolazione. Secondo noi Israele ha adottato più strategie. La prima consiste nella distruzione sistematica di tutto ciò che rende possibile la vita: non soltanto palazzi e abitazioni, ma anche infrastrutture, ponti, linee elettriche, sistemi di depurazione dell’acqua e persino i cimiteri. Esistono video che mostrano bulldozer militari israeliani passare sopra le tombe o dissotterrarle. Quale necessità militare può giustificare la distruzione di un cimitero, se non quella di colpire un popolo anche nella sua memoria? A questo si aggiunge la distruzione dei campi agricoli. Se il cibo non entra e non è possibile pescare perché si rischia di essere arrestati o colpiti, allora non si può coltivare, non si può allevare e non si può produrre nulla.
Di cosa dovrebbero vivere i palestinesi? Abbiamo raccolto testimonianze di famiglie che mangiano una sola volta al giorno, o addirittura una volta ogni due giorni. Bambini costretti a cercare qualsiasi cosa possa essere mangiata. Madri che raccontano di cucinare erba perché non esiste altro cibo disponibile. Una cooperante italiana racconta di persone che hanno mescolato acqua e farina contaminata dal sangue perché non avevano altro con cui nutrirsi. Ci sono donne che si sono pentite di essere rimaste incinte perché non riescono a nutrire nemmeno sé stesse e si chiedono come potranno sfamare i propri figli. Ci sono bambine di quattro mesi morte di fame perché la madre non poteva allattare e il latte artificiale non era disponibile o aveva costi insostenibili. Questi bambini non muoiono per una carestia naturale. Muoiono perché esiste un’autorità che impedisce l’accesso al cibo.
Un’altra strategia è quella dello sfollamento continuo. I palestinesi vengono costretti a spostarsi lungo poche strade dichiarate sicure, mentre quasi tutta la popolazione di Gaza riceve ordini di evacuazione. All’inizio gli avvisi arrivavano direttamente sul telefono: “Restate a casa. Entro mezz’ora bombarderemo il vostro palazzo”. Come reagirebbe chiunque di noi a un messaggio del genere? Esistono inoltre ordini di evacuazione che non vengono rispettati e persone che non sanno dove andare. Ci sono tende costruite accanto alle discariche, condizioni igieniche drammatiche, scarsità d’acqua e servizi insufficienti: sedici bagni per trentacinquemila persone. Come si può sopravvivere in queste condizioni? Come si può vivere con così poca acqua per bere, cucinare, lavarsi e mantenere condizioni igieniche minime? Anche le comunicazioni sono spesso impossibili, a causa della mancanza di connessione. Esistono inoltre altre indagini indipendenti che riguardano gli effetti della violenza sessuale e le conseguenze della distruzione dei servizi legati alla nascita. Centri maternità e ospedali sono stati distrutti. Continuiamo a chiedere il rilascio di un pediatra arrestato mentre cercava di salvare vite umane. Tutti questi elementi mostrano, secondo noi, la volontà di distruggere almeno una parte della popolazione palestinese. Come si dimostra un intento genocida? Anche attraverso le dichiarazioni pubbliche dei responsabili politici e militari. Già nell’ottobre 2023 sono state pronunciate affermazioni come: “Distruggeremo tutto”. Nel dicembre 2023 si sono sentiti discorsi analoghi: “Nessuno è innocente. Tutti devono essere colpiti”. Sono stati utilizzati persino riferimenti biblici. Ma come si può sostenere che siano tutti colpevoli? È colpevole anche una bambina di quattro mesi morta di fame?
Tutto questo deve essere inserito in un contesto storico e politico più ampio: il regime di apartheid costruito, secondo questa lettura, a partire dal 1948 dai governi israeliani; un insieme di leggi e politiche che hanno reso i palestinesi cittadini di serie B; un’occupazione militare giudicata illegale dalla Corte Internazionale di Giustizia; il controllo dei movimenti e della vita quotidiana della popolazione palestinese. Non possiamo dimenticare tutto questo e non possiamo avere paura di usare la parola genocidio. È importante usare parole precise quando si reclama giustizia. Dal 1984 nessun militare israeliano è stato condannato per crimini commessi contro i palestinesi. E se Israele ha portato avanti un regime di apartheid, di occupazione militare, se può costruire colonie, se può portare avanti un genocidio, è perché qualcuno glielo ha permesso, perché qualcuno gli ha fornito le armi e le attrezzature. Perché le bombe che tirano giù palazzi di dodici piani sono bombe da 500 a 900 chilogrammi che vengono trasportate dagli F-35. Se ci sono piloti che possono usare quegli aerei è perché qualcuno gli ha dato la formazione, gli ha fornito i pezzi di ricambio e il supporto necessario. E sappiamo che l’Italia ha venduto armi. Non bisogna essere ricercatori: anche in questo caso gli atti sono pubblici. Sappiamo che Leonardo ha registrato un fatturato di circa 7 milioni nel 2024 e sappiamo che l’Italia, più in generale, ha effettuato ulteriori forniture di armamenti. Quindi abbiamo bisogno di reclamare giustizia per i palestinesi e le palestinesi, innanzitutto, ma anche per tutti noi. Perché non voglio esagerare con i toni; non so se saremo noi a essere capaci di salvare la Palestina e i palestinesi. Però posso dire che queste piazze che abbiamo visto, con tante persone e tante mobilitazioni, hanno sicuramente scosso una società civile che negli ultimi anni appariva un po’ assopita.
Per questo dico spesso, anche in modo provocatorio, che forse saranno i palestinesi a salvare noi stessi. Perché quando chiediamo ai palestinesi – e chi è stato lì può confermarlo – che cosa vogliono, la risposta è sempre la stessa: giustizia. Voi avete creato le convenzioni, voi avete scritto la Carta delle Nazioni Unite. Allora dovete fare in modo che quelle carte, quei diritti e quelle dichiarazioni valgano per tutte e tutti, a prescindere da dove siamo nati e dal colore della nostra pelle. Perché altrimenti restano soltanto privilegi.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni:Nel mare di mezzo/ Tina Marinari/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0024
Silvia Stilli, direttrice ARCS – Arci Culture Solidali
Alcuni dati sulla Cisgiordania, che prima non ho citato: dal 7 ottobre 2023, coloni ed esercito israeliano – quindi civili armati ed esercito – hanno ucciso 1.020 palestinesi, tra cui 221 bambini. Lo sappiamo bene anche per quanto accaduto nei giorni scorsi vicino a Gerusalemme, perché una delle persone di cui parlerò tra poco è legata anche al mondo dell’ARCI.
Una decina di coloni israeliani, armati e mascherati, hanno attaccato quattro giovani. Quattro giovani che facevano parte della campagna Faz3a, una campagna promossa da molti anni da attivisti palestinesi e che riesce a coinvolgere attivisti internazionali sia nelle attività legate alla raccolta delle olive sia nei percorsi di animazione, di vita sociale. Sono entrati nell’abitazione in cui si trovavano, li hanno picchiati, hanno fatto loro molto male. Hanno sequestrato i telefoni, hanno portato via tutto. Hanno cercato di togliergli anche la dignità. La cosa che mi ha colpito di più è stata la risposta di questi giovani al ministro Tajani, che si era detto indignato perché tre dei quattro ragazzi erano italiani ed erano stati trattati in quel modo. La loro risposta è stata: «Pensate a noi, ma soprattutto guardate come vengono trattati i palestinesi ogni giorno».
Noi oggi siamo questo. E qui vengo all’Italia; siamo un Paese che, come abbiamo verificato più volte nei tentativi di interlocuzione avuti dal presidente dell’ARCI con le istituzioni di governo, non fornisce risposte. Abbiamo presentato interrogazioni parlamentari e interpellanze fondamentali attraverso le forze di opposizione. Abbiamo fatto bene a farlo e continuiamo a farlo. Ma non arriva alcuna risposta. Pensate che è la prima volta che accade una cosa del genere. Una crisi di queste dimensioni è iniziata nel 2023 e non era mai successa.
Ho sessantadue anni. Ne avevo ventidue quando ho iniziato a occuparmi di cooperazione internazionale. Non è mai successo che, qualunque fosse il governo in carica, il Ministero degli Affari Esteri non incontrasse le organizzazioni non governative che operano nell’area. Il primo incontro è avvenuto soltanto prima delle ultime ferie estive e, in quell’occasione, ci sono state raccontate iniziative di cui però non vediamo ancora gli sviluppi concreti. Ci è stato detto dei fondi destinati alle agenzie delle Nazioni Unite e delle iniziative, certamente importanti, dedicate all’accoglienza dei bambini negli ospedali pediatrici italiani. Per carità, anche noi le abbiamo sostenute e continuiamo a sostenerle, peccato però che succeda quello che ha appena raccontato Tina, peccato che le incubatrici non possano entrare perché persino i loro componenti vengono considerati potenziali strumenti offensivi, peccato che due bambini siano stati uccisi due giorni fa perché il loro padre aveva attraversato la cosiddetta “linea gialla” per raccogliere della legna con cui scaldarsi.
Questa è la situazione che abbiamo davanti. La descrizione che ci è stata fatta ci lascia con alcune domande aperte. Per questo torno al professor Strazzari e gli chiedo: quali sarebbero i confini del cosiddetto Stato palestinese che dovrebbe nascere dalla seconda fase del piano Trump? Da dove si partirebbe a contarli? Come verrebbero definiti? Come potrebbe esistere uno Stato palestinese con i coloni che continuano a difendere le proprie occupazioni e con Israele che continua a rivendicare il diritto alla propria sicurezza come giustificazione delle proprie azioni?
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 5 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0025
Francesco Strazzari, Scuola superiore Sant’Anna di Pisa
Guardate qual è il legame politico. Se possiamo dire che tutto il capitale politico speso negli ultimi anni è servito a svuotare gli Accordi di Oslo, bisogna anche riconoscere che oggi non abbiamo nemmeno un disegno alternativo compiuto, figuriamoci una base condivisa. Il quadro è estremamente frammentato.
La Cisgiordania, come veniva ricordato, è oggetto di campagne che possono essere definite di pulizia etnica: pressione economica sulle attività agricole di sussistenza, limitazione della mobilità attraverso l’utilizzo strategico delle strade e dei checkpoint, attacchi mirati e aggressioni contro famiglie, abitazioni isolate e interi villaggi. In questo quadro, la situazione di Gaza viene affidata a un’autorità di transizione, il tutto accompagnato da una sostanziale esenzione rispetto alle responsabilità per i crimini di guerra, senza nemmeno entrare nel merito delle imputazioni davanti alla Corte Internazionale di Giustizia nell’ambito del procedimento sul genocidio. L’esercito israeliano dovrebbe ritirarsi progressivamente man mano che entrerebbe una forza di stabilizzazione.
Il primo interrogativo fondamentale è però questo: chi certifica che tale assetto territoriale si realizzi davvero sul terreno? Esiste una camera di controllo presidiata dagli Stati Uniti. Secondo alcune ricostruzioni sarebbero presenti anche ufficiali italiani, ma non è chiaro fino a che punto questo corrisponda al vero. Resta soprattutto aperta la questione di chi debba interpretare e certificare le eventuali violazioni. La grande questione sul tavolo riguarda il disarmo di Hamas. Mancano ancora informazioni certe su alcuni ostaggi non identificati e, dall’altra parte, esistono milizie che Israele ha armato, spesso guidate da figure criminali legate a reti tribali e, in alcuni casi, a gruppi jihadisti. Uno dei loro leader, se non sbaglio, è stato ucciso proprio oggi. Queste formazioni rischiano di alimentare un ulteriore elemento di guerra civile all’interno di Gaza. Su questo si sviluppa inevitabilmente una spirale di sospetti e ritorsioni: chi è collaboratore, chi non lo è, chi lavora per Israele, chi fornisce informazioni, chi fa il gioco di chi. In una situazione del genere è evidente che il concetto stesso di Stato, inteso come territorio omogeneo sottoposto a un monopolio legittimo della forza, perde qualsiasi concretezza e diventa dipendente da un intervento esterno. E qui entra in gioco la dimensione diplomatica.
Il tentativo delle diverse amministrazioni americane, pur con accenti differenti, è sempre stato quello di coinvolgere le petromonarchie del Golfo, chiedendo anche una disponibilità a contribuire con forze sul terreno. In realtà, gli unici che hanno manifestato una disponibilità concreta nell’ambito delle Nazioni Unite sono stati gli indonesiani. Come sapete, l’Indonesia è il Paese musulmano più popoloso del mondo. Tuttavia, tutto questo non si è mai tradotto in un vero piano operativo. Non sappiamo a che livello esistano eventuali progetti di dispiegamento nella regione. Esistono già presenze internazionali legate a fasi precedenti del conflitto. Pensiamo alle missioni nate dagli Accordi di Oslo o alla forza di interposizione nel Libano meridionale, dove sono presenti anche militari italiani e irlandesi e che negli ultimi mesi è stata più volte esposta al fuoco israeliano. Il quadro complessivo appare quindi estremamente frammentato, una vera e propria macchia di leopardo. Per questo è difficile immaginare un’entità statale unitaria, se non attraverso meccanismi fortemente tutelati dall’esterno, che però priverebbero i palestinesi di una reale capacità politica. Ed è una prospettiva problematica, perché il sacrificio sostenuto dal popolo palestinese pone inevitabilmente il tema della rappresentanza politica, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.
Storicamente, ogni movimento di liberazione o di resistenza ha sviluppato anche forme di amministrazione civile: registri anagrafici, servizi pubblici, celebrazione dei matrimoni, gestione della vita quotidiana. Oggi tutto questo non esiste più, non soltanto a causa della devastazione materiale, ma perché non esistono le condizioni politiche e territoriali per farlo. Dall’altra parte bisogna riconoscere che anche Hamas non ha interesse a una rapida transizione verso la cosiddetta fase due, che implicherebbe il disarmo. E questo richiama una delle grandi contraddizioni di cui si parla poco. Le élite di governo israeliane hanno ripetuto più volte che non accetteranno mai la nascita di uno Stato palestinese. Più si coinvolgono gli attori arabi, più si rafforza l’idea che la questione palestinese possa essere diluita e marginalizzata all’interno di una più ampia riorganizzazione regionale. Eppure la storia dimostra il contrario: la questione palestinese riemerge continuamente e continua a riaccendere altre tensioni regionali. Tra queste vi è anche il ruolo dell’islamismo politico e delle milizie sciite.
Pensiamo all’Iraq, dove esiste una forte presenza sciita e dove la riconquista dei territori occupati dallo Stato Islamico è stata combattuta sia dagli americani sia da formazioni sciite che, in altri momenti, hanno colpito obiettivi statunitensi, specialmente durante le tensioni tra Israele e Iran. Pensiamo inoltre al Kurdistan iracheno, che gode di una propria autonomia fin dal 1991 ma che mantiene forti legami economici con la Turchia. Per questo è importante comprendere anche il ruolo di Ankara. I media turchi stanno dando enorme spazio alla distruzione di Gaza, mostrando immagini satellitari che documentano in dettaglio la devastazione. La Turchia ha adottato misure di riduzione delle relazioni diplomatiche e commerciali con Israele, ma solo entro certi limiti, perché come tutte le potenze regionali agisce secondo la propria interpretazione dell’interesse nazionale. Lo stesso vale per altri attori internazionali: Indonesia, Brasile e molti Paesi che gravitano attorno ai BRICS. Per questo non esiste una spiegazione unica che possa rendere conto di tutto.
La realtà è che attorno alla questione palestinese si intrecciano numerose altre questioni regionali e internazionali. La frammentazione territoriale prodotta da Israele rappresenta il tentativo di imporre una determinata soluzione politica. Ma questa guerra ci insegna anche un’altra cosa: pur avendo dimostrato una superiorità militare e tecnologica schiacciante, Israele non è riuscito a ottenere attraverso la deterrenza i risultati politici attesi. La deterrenza, concetto centrale nel pensiero strategico contemporaneo, sembra funzionare sempre meno. Sono cambiate le dinamiche della mobilitazione politica e sono cambiate le tecnologie. Per questo chi sostiene che la deterrenza, da sola, possa garantire sicurezza – che si parli di Israele, della Russia o di altri scenari – propone una semplificazione tecnocratica di un problema che resta profondamente politico. Ed è proprio sul terreno della politica che dobbiamo tornare a misurarci.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Francesco Strazzari/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0026
Tina Marinari, coordinatrice campagne Amnesty International Italia
Alla domanda da un milione di dollari e per cui nessuno ha la risposta in questo momento, ovvero quale sarà il futuro, possiamo dire che tutto il sistema è in crisi. Come dicevo prima, in questo momento non stiamo combattendo solo per salvare i palestinesi, o quella che è la Palestina. Quello che stiamo facendo in questo momento è cercare di salvare proprio tutto quel sistema di garanzie, dei diritti umani, che abbiamo ereditato dalla Seconda Guerra Mondiale. Cioè, in questo momento è in gioco tutto il sistema creato. Voglio dire, se domani la Francia decidesse di prendersi il Piemonte, perché più o meno poi ripartirebbe, perché l’Italia dovrebbe reagire? Io dico, a Israele lo stiamo facendo fare senza problemi; anzi, stiamo armando, stiamo aiutando, stiamo dando le tecnologie per farlo. Quindi abbiamo bisogno di riempire le piazze, sentire la nostra voce, la nostra passione.
Abbiamo incontrato il direttore dell’UAMA, l’Ufficio per l’Autorizzazione della Vendita degli Armamenti, che ha detto che alla fine sì, è vero, noi vendiamo a Israele, ma quello che vendiamo lo vendiamo perché, dopo una serie di controlli, sappiamo che non verrà utilizzato per compiere un genocidio. Io mi chiedo, come si fa a controllare qualcosa del genere? Comunque, si tratta di uno Stato che ha portato avanti un’occupazione illegale.
Io però voglio dire una cosa: c’è tantissima sfiducia nei confronti della giustizia, e insomma, tutta l’ultima risoluzione sul piano di pace, in particolare, lascia ben poco sperare. Però, come citavi anche tu prima, c’è il caso del Sudafrica; ci sono paesi come il Nicaragua, il Messico, e anche la posizione dell’Eurovision, che può sembrare una sciocchezza, ma non lo è. Vediamo che la Spagna decide di non vendere più armi, mentre la Germania ha deciso di riprendere le vendite. È ovvio che c’è uno scontro sempre più forte tra due posizionamenti e ideologie, e secondo me la cosa importante, come dicono le organizzazioni e i movimenti, è continuare a tenere alta l’attenzione, far sentire il nostro posizionamento.
Rula Jebreal, nel suo libro Genocidio, dice che alle prossime elezioni il tema sarà appunto di discussione non tanto di destra e sinistra, ma di garanzia dei diritti. Naturalmente è così, dobbiamo prendere esempio dal coraggio del Sudafrica, del Nicaragua, del Guatemala, del Messico, che ci stanno dando una lezione enorme di diritto e di giustizia internazionale, perché sono loro che stanno utilizzando quegli strumenti che noi pensavamo di aver creato, valutato e dato, e loro stanno dando una lezione ai paesi che hanno creato quelle infrastrutture. Stanno utilizzando gli strumenti che i paesi occidentali rivendicano. Noi dobbiamo essere pronti, perché io so che, come dice il libro, chi lotta oggi per la Palestina è considerato una minoranza, ma io vedo che non è così. Assolutamente non è così. Le grandi manifestazioni lo hanno dimostrato. Questo era così all’inizio: le prime manifestazioni fatte erano in pochi, ai primi incontri erano in pochi. Io credo che oggi ci sia una consapevolezza maggiore, che deve farsi sentire, perché non è più solo una questione palestinese, è una questione di giustizia internazionale.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Tina Marinari/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0027
Silvia Stilli, direttrice ARCS – Arci Culture Solidali
Si è letto sui social di un giovane italiano di origine ebrea, che va spesso e che frequenta la Palestina da sempre, da molti anni, e che parla molto con i giovani palestinesi. Ci sono alcuni giovani che domani saranno più protagonisti di questo evento, e lui ritiene che nei giovani palestinesi prevalga, rispetto alla questione di uno stato palestinese, l’idea di una vita giusta e dignitosa. Una vita giusta e dignitosa, al di là dell’esistenza di uno stato palestinese, come dire, in una realtà di stato multiculturale, multietnico. Loro, quello che vogliono, lui lo sottolinea, è avere giustizia e vivere giustamente nei luoghi dove vivono: Gerusalemme Est, piuttosto che in Cisgiordania, piuttosto che nella Striscia di Gaza. Tu cosa pensi di questo? Delle priorità? Non è una domanda semplice, ci penso spesso anche io.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Nel mare di mezzo/ Stilli/ 5 dicembre 2025/ Arci/ Cagliari IMGA0028







Foto di Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni
6 dicembre
Tutti gli interventi dei panel del 6 dicembre a Nel mare di mezzo 2025
[Playlist di tutti i video di tutti gli interventi del 6 dicembre a Nel mare di mezzo]
Trascrizioni/ Lectio magistralis Il Mediterraneo che ci interroga/ 6 dicembre 2025
Il Mediterraneo che ci interroga
Raffaella Bolini, Stop Rearm Europe
Noi siamo veramente contentissimi e molto onorati, davvero molto onorati di avere con noi Iain Chambers. È la seconda volta che ci regala la sua presenza, lo abbiamo avuto a Sabir a Palermo pochi anni fa e per noi era veramente fondamentale riuscire ad averlo perché la discussione che stiamo facendo in realtà ha un cuore che dobbiamo essere capaci di guardare, di indagare e di smettere di mettere sotto al tappeto come anche nel mondo democratico, comunista, progressista. abbiamo fatto per decenni.
Lui è un antropologo, è un sociologo, è un esperto di studi culturali, ha insegnato studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo presso l’Orientale di Napoli. Il suo ultimo libro si chiama Lampedusa/Gaza. L’orologio coloniale e i linguaggi interrotti.
Perché per noi è molto importante questo tempo che Iain ci regala? Perché negli ultimi anni abbiamo visto finalmente, e negli ultimi mesi in modo prepotente, scendere in campo una nuova generazione attivista. Se ci pensate da Black Lives Matter fino al nuovo movimento per Gaza e per la Palestina, il filo conduttore che lega, il nodo di fondo che questa generazione ci mette davanti agli occhi è iniziare a fare i conti con la dimensione coloniale del nostro passato, ma anche del nostro presente. Con il colonialismo che noi abbiamo incorporato nella nostra cultura europea e che abbiamo hanno sempre cercato di nascondere e di non affrontare. Noi, per esempio, abbiamo in questi 2 anni lanciato una campagna in Italia per cercare di fare memoria delle vittime del colonialismo italiano. Noi non abbiamo né in Italia e neanche in Europa, paesi e realtà dove c’è una giornata di memoria per qualsiasi cosa, una giornata di memoria per le vittime del colonialismo. Per il prossimo anno l’idea è di far partire una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per restituire questa giornata.
Perché noi crediamo che, senza fare i conti con questa identità coloniale ci portiamo dentro al codice genetico, è veramente difficile, se non impossibile, pensare a un progetto di futuro per noi basato sul mediterraneo. Quindi ora gli lascio la parola ringraziandolo ancora per essere qui con noi.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0003
Lectio magistralis di Iain Chambers, antropologo, sociologo e scrittore
Grazie dell’invito. Stamattina vorrei cercare di introdurre alcune considerazioni quando si parla del Mediterraneo, cercando qualche modo di tornare a mappe, idee oppure ad altri Mediterranei che esistono, sono esistiti ed esistono, e che ci offrono un altro senso della modernità. Un altro senso della modernità che permette, in qualche modo, di ripensarci alla luce della storia, delle culture e delle vite che sono state negate, per mettere in discussione l’idea che il nostro progresso passi come l’unica centralità universale e mondiale, cioè quella occidentale.
Allora, questo significa, in qualche modo, che vorrei proporvi una serie di spunti che possono essere utili anche per pensare in termini diversi, più critici, e che ovviamente richiedono che rifiutiamo la situazione politica attuale che ci conduce alla criminalizzazione delle critiche e delle voci dissidenti. Facendo ritenere che non c’è una guerra — c’è la guerra in Medio Oriente — ma che c’è il colonialismo. E perciò la storia non ha iniziato il 7 ottobre.
Forse tra poco non sarà più possibile parlare in pubblico di queste cose, qui in Italia, qui in Europa, in Occidente. Anche il nostro linguaggio è stato occupato, è sotto occupazione ideologica e politica, da quel necrocapitalismo che è stato molto ben descritto da Francesco Scazzari ieri sera, dove tutte le cosiddette proposte di pace propongono la continuità di un assetto di poteri esclusivamente coloniali. Questi progetti non hanno niente a che fare con la richiesta di giustizia storica necessaria per arrivare alla pace, come anche ieri ci ha spiegato molto bene Tina Marinari. Forse, come qualcuno ha detto, e rifacendomi a questa apertura, criticare Israele in questo momento non è antisemitismo: è antifascismo.
Allora, qui ho messo questa idea che è centrale, a mio avviso, e che pone una domanda: chi ha diritto di narrare? Chi ha diritto di onorare, spiegare, inquadrare il Mediterraneo? Porre queste domande significa, in qualche modo, sottrarre il nostro pensiero a quel calcolo che serve solo per rispecchiare noi stessi, cioè la nostra soggettività che pensa di essere in grado di rendere il mondo trasparente alla nostra volontà di potere e di sapere. Porre questa domanda significa, come dice qui, riconsiderare gli spazi sociali e culturali europei e affrontare una serie di domande non autorizzate dai nostri linguaggi e dal nostro impianto di sapere-potere. Ce ne sono tante altre. Pensiamo semplicemente che la nostra prima lingua, il territorio e le istituzioni di riferimento non esauriscono il mondo. Questo già ci rivela che esistono altri Mediterranei che non rispondono alla nostra versione dei fatti, che non rispondono alla nostra narrazione. E poi, con queste idee, si tratta di interrogare, interrompere, piegare la linearità del tempo vuoto e omogeneo del nostro progresso.
Spesso faccio questo piccolo trucco. Noi pensiamo alla storia, alla storiografia, di solito come a un esercizio di raccogliere il passato in termini lineari. Cioè: la storia è qualcosa di lineare, c’è la cronologia. Questo potrebbe essere il 1798-99, quando c’è la flotta britannica nel Mediterraneo che sta lottando contro i francesi, anche se, come c’era nel Mediterraneo, c’era anche la flotta britannica nell’Oceano Indiano e nei Caraibi. E questo potrebbe essere oggi. Di solito immaginiamo questa linearità del tempo come un contenitore vuoto, sempre pronto a essere riempito dal nostro progresso. Io invece insisto su quella che chiamerei, solo per provocazione, una storia quantistica, in cui questo passaggio non è semplicemente un passaggio, ma una costellazione che rappresenta ancora oggi una dimensione centrale della situazione politica, culturale e naturale. Facendo così, vediamo che tra il 1799 e oggi c’è una vicinanza prossima. Facendo così, si vede come questo passato, in qualche modo, non passi mai, ma sia segmentato e stratificato nel presente. Cioè, la storia ha questo spessore, questa profondità. E, allo stesso tempo, cose che erano ai margini ruotano verso il centro. Immagini che sono in grado di valutare e mettere in discussione i centri stessi.
Ovviamente ascoltare e sentire queste cose non basta, ma è anche un esercizio importante per pensare come il tempo passato continui ad abitare il presente e come, in qualche modo, stiamo ancora vivendo all’interno di queste costituzioni coloniali. Il colonialismo non è un momento storico in sé, ma è una costellazione. La modernità, il modernismo occidentale e il capitalismo non sono semplicemente cose che bisogna lasciarsi alle spalle come se fossero finite. Non funziona così. Allora questa idea della continuità dello spazio-tempo ci permette di pensare a che cosa succede nel momento in cui lavoriamo sulle altre storie, sulle altre culture del Mediterraneo, nella composizione del presente, quando parliamo del Mediterraneo.
Consideriamo che oggi i due gesti mediterranei geograficamente, ma anche culturalmente più importanti, sono composti dalle sponde africane e asiatiche. Allora, che cosa facciamo quando queste sponde, con la loro storia, ritornano al centro? Ci sono stati altri Mediterranei: quello islamico di mille anni fa; c’è stato il momento, diciamo cinque secoli fa, in cui l’Impero Ottomano fu considerato la più grande potenza d’Europa. La più grande potenza d’Europa. Ma ora tutto questo è stato portato fuori dal racconto dominante. Allora introdurre queste cose significa riaprire questo passato, riaprire questi archivi, permettere che possano rientrare nel nostro presente e magari trasformarlo. Allora, qui ho messo questo prospetto visivo. Vediamo, nella prima scena, la battaglia navale presso quella che oggi è Alessandria d’Egitto, fra la flotta britannica e la flotta francese. Vediamo la flotta britannica nel 1798. È la stessa flotta che sarà presente nel Mediterraneo e che distruggerà la possibilità di realizzare la Repubblica Partenopea a Napoli. Vediamo la flotta britannica che distrugge la flotta francese. La flotta francese era stata utilizzata per portare i francesi in Egitto, per conquistare la provincia ottomana d’Egitto. E questo è anche, possiamo dire, un illuminismo scientifico. Un illuminismo che porta con sé non solamente soldati e truppe, ma anche scienziati, pittori e cartografi, per rendere il territorio completamente trasparente agli occhi del conquistatore, all’occhio occidentale che vuole rendere tutto trasparente.
Per cui l’operazione è molto più profonda di una semplice occupazione militare del territorio. Qui siamo al centro, e qui siamo nel 2025. Allora, che cos’è questa prossimità tra questi cosiddetti eventi storici che siamo abituati a pensare come separati dal tempo cronologico? Invece c’è un intreccio. Un intreccio di poteri e di storie che ci parla di queste costruzioni territoriali del presente. Per arrivare all’insediamento coloniale nato in Palestina, nella Palestina storica.
Quello che mi interessa è che, quando si parla della situazione attuale in Palestina — vabbè, dopo due anni si può incominciare a riconoscere che c’è un genocidio in corso — quando ho scritto questi articoli sul Manifesto non si voleva sentire questo concetto. L’idea è cambiata. Però quello che non entra nel discorso pubblico, nella televisione e nella stampa, e che invece è la chiave per riaprire queste storie, è il concetto di colonialismo. Pensare al Mediterraneo come a quello che potremmo chiamare un lago coloniale. Fino a ottant’anni fa le sponde africane e asiatiche erano governate da Londra e da Parigi. Questo non è tanto tempo fa. Ovviamente questo lascia non solo delle tracce, ma delle configurazioni che continuano a essere attive quando parliamo del Mediterraneo oggi. E così possiamo pensare anche ad altri esempi.
Quando si parla della questione della Palestina, di Israele e anche del Medio Oriente, ci sono delle parole che ci dicono molte cose. Per esempio: perché Medio Oriente? Perché si chiama Medio Oriente? Perché si trova a metà distanza tra Londra e Delhi, i grandi poli dell’impero britannico. Si vede come questa geografia sia stata costruita e lavorata per rispecchiare esigenze occidentali, esigenze imperiali. Ovviamente questo fa parte di una storia diversa del Mediterraneo: di come sia stato lavorato e costruito non solo attraverso organizzazioni coloniali, ma anche attraverso la costruzione degli Stati — Israele nel 1948, ma anche Siria, Iraq, Libano — secondo una logica di divisione dello spazio, di stabilizzazione dei conflitti e delle frontiere. Allora, insistere su questa storia che non passa. Qui abbiamo questa ragazzina che arriva sull’isola di Lesbo. Sopra abbiamo i francesi che configurano lo spazio ottomano dopo la battaglia. Sotto siamo nel 1920, dopo la Prima guerra mondiale, con le divisioni tra Francia e Inghilterra per la gestione del cosiddetto Medio Oriente. Pensare come questi tre momenti storici, separati secondo la cronologia, facciano invece parte della stessa costellazione. Fanno parte della nostra modernità. Fanno parte del nostro modo di recepire e concepire il presente. Qui bisogna anche insistere su ciò che si chiama il “dispositivo Lampedusa”.
L’intreccio tra le gestioni del Mediterraneo ha assunto una forma storicamente atroce in questo momento. Come vengono gestite queste migrazioni? C’è un’agenzia come Frontex che decide chi può vivere e chi può essere lasciato morire. Anzi, credo sia molto importante registrare il legame tra l’idea di gestire la cosiddetta immigrazione illegale e quello che sta accadendo in Palestina. Non sono fenomeni separati. Non solo perché sono collegati geograficamente o perché fanno parte dello stesso Mediterraneo, ma perché fanno parte di una stessa modalità di guardare e gestire il mondo: uno sguardo coloniale.
Questo ci porta a pensare il Mediterraneo come archivio. Un archivio storico. Magari una forma di archivio molto più fluida e liquida rispetto agli archivi tradizionali che si trovano sulla terraferma. Si va negli archivi di Stato per consultare documenti. Però anche i migranti sono documenti. Sono documenti della storia, della cultura e di una modernità che non è fatta soltanto di merci, ma di viaggi, persone e relazioni che ci collegano agli altri. Ecco la legge che ha creato la figura del migrante illegale. Nessuno di noi, europei, può davvero capire questa storia senza interrogare le migrazioni. Forse la migrazione è la modernità stessa. Potremmo proporre una storia che inizi non semplicemente all’inizio del Seicento, ma con la tratta degli schiavi. Pensiamo ai quindici o venti milioni di africani portati come schiavi nelle Americhe per fornire la manodopera necessaria alle economie coloniali, creando impianti produttivi, gerarchie e razionalizzazioni del lavoro che diventeranno poi anche il modello della fabbrica. Allora questo potrebbe essere il primo capitolo di una storia della migrazione.
Il secondo potrebbe essere quello delle migrazioni dalle zone rurali d’Europa — Scandinavia, Scozia, Irlanda, Spagna, Italia — nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi decenni del Novecento. E quello che vediamo oggi sarebbe un altro capitolo. La migrazione come motore della modernità stessa. Anche questo è un modo diverso di raccontare la storia. Quindi, sotto alla vostra destra, c’è una nave negriera. Organizzata in modo estremamente razionale. E a sinistra vediamo invece una nave che parte dal Molo Beverello di Napoli per portare migranti verso Buenos Aires o New York tra Ottocento e Novecento. E poi, alla vostra destra, ci sono le immagini di oggi.
Queste connessioni ci invitano a proporre e considerare altre mappe del Mediterraneo, altri modi di configurarlo e pensarlo. E di ripensarci alla luce di queste storie. Di queste piantagioni dove, ancora pochi secoli fa, si stava raccogliendo il cotone, il tabacco, i pomodori e così via. Questo introduce anche un altro elemento che secondo me è molto importante capire. La migrazione non è un fenomeno che immaginiamo come qualcosa che arriva oggi dall’esterno della modernità. È invece centrale alla formazione del mondo occidentale. Anche per questo, quando pensiamo alla centralità della formazione della modernità occidentale, dobbiamo ricordare che essa comprende anche le sue istituzioni democratiche. Gli Stati Uniti, Thomas Jefferson e tutto il resto fanno parte di questa formazione. Così come il filosofo liberale inglese John Locke, che nel Seicento, parlando delle costituzioni delle Caroline, sosteneva che gli indigeni non avessero un adeguato senso della proprietà. E poiché la proprietà era considerata essenziale per essere soggetti individuali e democratici, soggetti politici a pieno titolo, chi non era in grado di concepire la proprietà e rendere il territorio produttivo poteva essere eliminato. Cioè poteva essere sterminato.
Di nuovo: capire come, all’interno della filosofia politica liberale, esistano persone che non vengono considerate adatte alla realizzazione della logica politica del progresso, del capitale e della formazione territoriale moderna. Allora questo ci permette di pensare alla centralità della caratterizzazione razziale del pianeta. Una caratterizzazione giustificata non soltanto dal punto di vista economico, ma anche dal punto di vista politico e morale. E quindi alla nostra gestione del mondo. Di nuovo: che cosa significa pensare il razzismo non come una patologia individuale o collettiva da curare, ma come una struttura di potere? Il razzismo come struttura di potere. Viviamo ancora oggi dentro questa logica. Non è soltanto qualcosa che appartiene al terribile passato della tratta atlantica dall’Africa alle Americhe.
Vediamo ancora oggi gli effetti di questa logica razziale e di questo potere che giustifica tutto.Questo schema che ho mostrato ora può anche aiutarci a ripensarci intellettualmente e storicamente. A mio avviso è un investimento necessario per riconfigurare una conoscenza che incominci a sfondare e a rispettare altri modi di pensarci, modalità non autorizzate da noi. Allora, questo è uno slogan della cultura rastafariana, dal filosofo Bob Marley. Si traduce molto bene in italiano con l’idea delle radici come percorsi. C’è un modo di pensare in termini di roots, radici. Che significa proporre un senso dell’identità personale diverso da quello che è diventato quasi un’ossessione in Italia, molto basato su una logica che chiamerei fascista, perché fondata sul sangue e sul suolo. Invece roots as routes significa che ognuno si trova dentro determinate situazioni e determinate formazioni culturali. Queste sono le nostre radici.
Però queste radici vanno continuamente negoziate. Il movimento è ciò che conta. Più che essere tutti convocati dentro identità fisse, forse invece di parlare in termini di identità servirebbe cominciare a considerare le appartenenze. Pensarci attraverso i linguaggi e le possibilità che si trovano in determinati momenti storici, in determinate congiunture che si aprono continuamente.
Insomma, apparteniamo ai processi. Perché la cultura non è un oggetto da possedere, da dominare o da controllare. La cultura è un processo. Una rete di processi sociali e storici sempre in divenire. Possiamo usare questa idea per declinare diversamente il senso dell’identità. Questa apertura, questo continuo rifacimento di noi stessi, sia come singoli sia come collettività. Non posso sviluppare ulteriormente questo punto stamattina, per limiti di tempo, ma credo che ci offra un senso della modernità più aperto e concetti più democratici.
Ora andiamo indietro un po’ nel tempo. Però, come sapete, io ho sempre trattato il passato come qualcosa che è sempre qui, sempre ora. Anche perché, a mio avviso storiografico, è un’illusione pensare di poter recuperare il passato, prenderlo e riportarlo semplicemente nel presente. Chi fa storia compie sempre un atto contemporaneo. Noi storici e storiche usiamo tutti gli strumenti disponibili nel momento in cui cerchiamo di narrare il passato. E quindi il passato che raccontiamo è sempre filtrato dalle domande del presente. Comunque, qui stiamo parlando di un insediamento coloniale nel Mediterraneo, nel V secolo avanti l’epoca comune.
Questo è il famoso Tuffatore. E questa è la pittura che si trova all’interno del sarcofago. È stata dipinta con l’idea di non essere vista da occhi umani, perché il sarcofago era destinato a rimanere chiuso per sempre. Fu scoperto casualmente nel 1968. Ci sono alcune cose interessanti da osservare qui. Prima di tutto, il concetto stesso della pittura ellenica. In realtà è una pratica che i Greci prendono dalle popolazioni locali. Cioè non si tratta di una forma artistica nata in maniera pura e autonoma. C’è già qui un famoso esempio di creolizzazione, di ibridazione. Un rapporto fra la Grecia e le popolazioni che incontra. Ovviamente la Grecia conquista e si espande, ma allo stesso tempo assorbe anche elementi locali. Allora questo approccio postcoloniale alla realtà contemporanea ci permette di vedere un’altra cosa che mi interessa molto in questa immagine. Il Tuffatore è bianco, ma non è bianco nel senso moderno del termine. Non è così bianco. E questo ci invita a ripensare tutto l’Ottocento europeo. A partire da certe letture che hanno costruito l’immagine della bianchezza, soprattutto nella cultura tedesca dell’Ottocento, nel contesto del nazionalismo e del razzismo scientifico.
Allora questa idea secondo cui le radici greco-romane corrisponderebbero in qualche modo ai progetti politici e storici della modernità europea si lega profondamente alla costruzione di una soggettività bianca e agli spazi razziali che stanno nascendo insieme alla modernità occidentale stessa. Pensare questo corpo — forse un aristocratico, forse uno schiavo, non lo sappiamo — come un corpo che non è bianco nel senso moderno del termine ci apre un’altra storia del mondo classico.
Una storia diversa da quella che ci viene proposta quando il passato classico viene trasformato nello specchio di un passato bianco e di una civiltà bianca. Questi corpi erano dipinti. Non erano bianchi. Basta guardare il colore con cui sono stati rappresentati. Tutta questa idea della bianchezza, così come le forme di neoclassicismo architettonico dell’Ottocento, hanno spesso proposto ideologie razziali dell’Europa e dell’Occidente. Mentre qui troviamo corpi che non sono bianchi e che tuttavia fanno pienamente parte di quel mondo. E che possono interrogarci ancora oggi. Allora, provare a pensare con il suo futuro. Pensare con il suo futuro significa aprirsi ad altri spazi e ad altre possibilità. Altre possibilità. Questo è un testo del 1200, pubblicato — non so se riuscite a leggerlo — da un matematico persiano. È un testo fondamentale. Spiega l’architettura matematica che oggi si trova all’interno dei nostri dispositivi. È il primo libro che spiega che cosa sia l’algebra. Da qui derivano anche termini che oggi usiamo normalmente, come algoritmo. La parola deriva da una latinizzazione del nome dell’autore e diventa poi algorithmus. Oggi diciamo algoritmo. Lo stesso matematico spiegava come fare matematica utilizzando i numeri indiani. E soprattutto introduceva lo zero. Lo zero come numero. Allora, dal punto di vista epistemologico, lo zero è alla base del computer di oggi.
Quello che mi interessa qui non è tanto fare un’archeologia della storia delle scienze, ma capire come mai queste conoscenze e questi contributi, che risalgono all’820 circa, non siano normalmente inclusi nella storia occidentale delle scienze. La risposta che si dà di solito è: “questo è premoderno”, “questa è una cosa medievale”. Ma medievale per chi? È medievale per noi. Però c’è stato un momento rinascimentale nel mondo arabo-islamico mediterraneo che è iniziato quattro o cinque secoli prima del nostro Rinascimento. E questo riguarda anche concetti fondamentali. Prendiamo, per esempio, la prospettiva. La prospettiva è centrale nel nostro modo di costruire la conoscenza. L’idea che tutto debba essere rappresentato e organizzato attraverso un punto di vista che rende il mondo conoscibile e controllabile.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Iain Chambers/ Il mare di mezzo IMGA0005
Trascrizioni/ Panel sul nuovo patto per il Mediterraneo/ 6 dicembre 2025
Nuovo patto per il Mediterraneo
Raffaella Bolini, Stop Rearm Europe
Se abbiamo messo al centro il mare di mezzo, è esattamente per questo motivo: perché non c’è possibilità di ripensare il futuro se non ci facciamo interrogare dalle cose che abbiamo sentito adesso e se non rimettiamo in discussione questa pretesa coloniale. E poi, come oggi proveremo a fare nelle altre parti della discussione, se non proviamo a rimettere i margini al centro.Nella nostra, diciamo, battaglia per ricostruire una dimensione mediterranea, l’idea è proprio quella di rimettere i margini al centro.
Allora io inizierei subito il prossimo panel, che riguarda il Mediterraneo e le politiche dell’Europa. Dico subito che Luca deve andar via a mezzogiorno, quindi cercheremo di essere bravi e, comunque, se a un certo punto dovrà scappare, è perché ha l’aereo e non perché lo stiamo annoiando.
Allora, io vi presento i nostri due interlocutori tutti adesso, perché sono due persone molto centrali nel progetto che abbiamo e nella storia che abbiamo alle spalle. Kamel Jendoubi è tunisino ed è presidente onorario di EuroMed Rights, che è la rete più autorevole e importante che esiste nello spazio euro-mediterraneo.Kamel però è molto, molto più di questa carica, perché è veramente una figura molto importante per tutti noi che teniamo alla democrazia. Lui è stato un oppositore di Ben Ali; dopo la rivoluzione democratica in Tunisia del 2010 è stato protagonista del processo di transizione democratica, in cui la società civile tunisina ha ricoperto un ruolo fondamentale, arrivando, come forse ricorderete, a vincere il Premio Nobel per la Pace. Kamel a quel tempo è stato presidente dell’Alta Autorità per la Realizzazione degli Obiettivi della Rivoluzione, della Riforma Politica e della Transizione Democratica, ministro per la società civile, poi è stato commissario delle Nazioni Unite per lo Yemen, prima di ritrovarsi ora di nuovo a fare il dissidente sotto il nuovo regime del governo Saied che, come sapete, perseguita le associazioni e mette in carcere attivisti e oppositori.
La società civile tunisina ci ha ospitato due volte in due importantissimi Forum Sociali Mondiali, al tempo del movimento altermondialista, e noi a loro dobbiamo tantissimo in termini dell’impegno che hanno messo per noi e delle speranze che ci hanno dato. Quindi siamo veramente contentissimi che Kamel sia riuscito ad arrivare ieri sera.
Poi, di qua, invece, c’è Luca Gervasoni, che è fondatore e direttore di Novact. Novact è un’associazione basata a Barcellona, dedicata alla risoluzione dei conflitti e alla costruzione della pace in molti paesi mediterranei e, ovviamente, anche a casa nostra. Lui ha lavorato attivamente, ha studiato, insegnato e lavorato in un sacco di paesi della sponda sud, che non cito perché sono praticamente quasi tutti. Per noi Novact e Luca sono partner essenziali, perché condividiamo con loro l’iniziativa sia sullo spazio mediterraneo sia sulla difesa dello spazio civico e dei diritti associativi.
Ci hanno appena ospitato nell’Alliance Forum di Barcellona, che è stata un’occasione incredibile. Eravamo più di seicento persone, in rappresentanza di tutte le principali reti europee e mediterranee, con l’obiettivo di provare a ricostruire uno spazio comune contro la guerra, l’autoritarismo, il genocidio e contro l’oppressione sistemica. Abbiamo detto alla fine di Alliance che questo non era soltanto un episodio, ma che bisogna fare in modo che diventi un processo permanente. E per noi, in qualche maniera, anche Cagliari, pur essendo più piccola, l’abbiamo considerata un po’ come una seconda tappa dello stesso percorso. Non c’è il marchio Alliance perché l’abbiamo fatta in contemporanea, ma speriamo che, nella prosecuzione del percorso che faremo qui, i due percorsi diventino uno solo e che riusciamo a costruire qualcosa insieme.
Ora introduco questa discussione brevissimamente, perché sono loro che devono parlare, dicendo semplicemente questo. Noi siamo qua a 115 miglia nautiche dalla Tunisia, mentre da Roma ce ne separano 209. E se siamo qui è perché consideriamo impossibile pensare al futuro di questa regione, di questa isola e del nostro paese senza il Mediterraneo. Se il Mediterraneo continua a essere un cimitero di migranti e una frontiera armata, non c’è possibilità di pensare a un progetto di sviluppo che non sia quello di essere periferici.
Noi abbiamo appena ricordato a Barcellona che trent’anni fa l’Unione Europea aveva lanciato il cosiddetto Processo di Barcellona, che pensava di dover lavorare per uno sviluppo condiviso fondato su sviluppo economico, democrazia e diritti umani. Addirittura, trent’anni fa, venne fondato all’interno di questo processo un Parlamento Mediterraneo che si riuniva regolarmente ed era accompagnato da un’assemblea della società civile, finanziata dall’Unione Europea, che si riuniva regolarmente per discutere di questo percorso e dei suoi obiettivi. Nel 2006 questo percorso venne completamente cancellato e sostituito dalla nuova politica europea che, guarda caso, metteva insieme l’atteggiamento e la politica dell’Unione Europea verso l’Est e verso il Mediterraneo, i cui unici due obiettivi erano la lotta al terrorismo e la lotta all’immigrazione clandestina. E così siamo andati avanti fino adesso, con solo questi due obiettivi come priorità dell’Unione Europea. Ora noi fondiamo il nostro ragionamento sul fatto che l’Unione Europea non ha confini definiti né a Est né a Sud.
Noi non abbiamo confini condivisi, perché il Mediterraneo è un mare che è ovviamente un ponte. Non solo di cose buone: anche di guerre, invasioni e schiavitù. Ma è comunque un ponte di comunicazione. E perché l’Est è una regione condivisa.
È accaduto ciò che è accaduto in Ucraina anche per non aver considerato quella una regione condivisa, per non aver investito sul fatto che quelle regioni sono luoghi dove convivono e si intrecciano culture diverse, appartenenze diverse, lingue diverse, religioni diverse e diversi modi di sentire e costruire identità. E se questo è successo a Est, questo rischia di essere anche il destino del Mediterraneo. Quindi, se vogliamo evitare che questo sia il destino, dobbiamo ricostruire e batterci per ritrovare il senso di ciò che significa una regione condivisa, con un programma condiviso e con un futuro condiviso.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0009
Kamel Jendoubi, presidente onorario di Euromed Rights, Tunisia
[FRA] Bonjour, malheureusement, je ne parle pas cette belle langue italienne qui est très diffusée en Tunisie. Vous savez que les Tunisiens regardent beaucoup la télévision italienne. J’ai un frère qui est plus petit que moi, parfaitement italien parce que, quand il était petit, il regardait la télévision, et là il a appris l’italien.
Mesdames et Messieurs, chers collègues, chers amis, merci Raël de m’avoir fait cette invitation. Merci beaucoup pour cet espace de réflexion qui a du caractère parce qu’il se tient face à la mer, face à cette mer qui unit, qui rassemble, qui sépare, qui nourrit, qui étouffe, qui porte l’espoir. Et merci aussi de m’avoir permis d’assister à cette leçon magistrale de Lucio Caracciolo qui a débuté par la question essentielle : qui a le droit de parler ? Qui a le droit d’interroger son histoire ? Qui a le droit de raconter cette histoire ?
Et je n’ai pas l’espoir de raconter ; je compte, d’une certaine manière, vous dire et partager ce qui est vécu par les sociétés du Sud. C’est que nous sommes dans un moment où la Méditerranée n’est plus simplement une frontière ; elle est devenue un miroir déformant des crises : crise du droit, crise des démocraties, crise des mobilités, crise des imaginaires politiques. Depuis trente ans, depuis la Déclaration de Barcelone, on nous parlait de partenariat, de développement partagé, de destinée démocratique commune.
Souvent, on parle de ce fameux article 2 des accords d’association européens, signé pratiquement avec tous les États, y compris avec l’État tunisien. Ces accords d’association avec l’Europe ont pour finalité, pour finalité déclarée, de devenir le modèle des accords d’association qui sont signés par les États du Sud, pour que l’horizon européen se réalise dans les États du Sud.
Aujourd’hui, ce langage — partenariat, développement partagé, destinée démocratique commune — s’efface. Il est remplacé, vous le savez, même ici en Italie, par celui de la sécurisation, du refoulement et de l’externalisation. C’est devenu la référence.
Moi qui ai cinquante ans, et qui suis investi dans la société civile et dans la culture des droits européens, j’ai assisté à une transformation profonde.
L’Union européenne demande de la transparence pour sa politique, non seulement l’engagement pour les libertés et les droits, mais également une distanciation permanente entre les discours européens, quel que soit le gouvernement, et leurs pratiques. Cette distanciation se manifeste par plusieurs éléments. D’abord, la priorité donnée à l’externalisation des frontières. On peut revenir à cette conférence quand on parle du passé colonial comme d’un présent ; je pense qu’il y a un lien. Le deuxième élément de cette distanciation, c’est la tolérance croissante pour les régimes autoritaires du Sud. Le troisième élément de cette distanciation, c’est la criminalisation d’une large partie de la société civile, que ce soit dans le Nord ou dans le Sud. Et puis, dernier élément : la réduction du partenariat à une équation simple — stabilité contre contrôle migratoire. On est loin de l’Europe du « soft power » de l’Union européenne. On est loin de cette Europe qui avait pour rôle de promouvoir les valeurs de liberté et d’égalité.
Ce glissement a fragilisé l’ensemble de la nature des relations qui avaient été fondées entre l’Europe et ses voisins, mais surtout il a laissé les sociétés civiles sans repères. On ne sait plus dans quel projet se situer lorsqu’on parle de coopération.
Partout autour de nous, on observe une montée des discours de la peur de l’autre, une obsession démographique, une vision civilisationnelle des relations internationales et, bien sûr, une instrumentalisation de l’immigration comme menace.
Cette évolution ne vient pas seulement d’Europe ; elle est présente dans nos pays aussi. Vous avez appris hier la publication d’un document américain qui représente la vision de J. D. Vance par rapport à sa vision de l’Amérique et du monde, et du rôle que l’Europe doit construire. Eh bien, que nous expliquent ces documents ? Ils expliquent exactement que, selon lui, il y a un risque d’effacement civilisationnel. Le mot est souligné. Et que l’Europe, si elle veut se sauver, si elle veut devenir en quelque sorte une puissance accomplie, doit absolument mettre fin à ce qu’il appelle l’« altération des races », contrairement à l’Amérique qui, selon lui, n’aurait pas été dans cette situation.
Alors, ces formulations ne sont pas anodines. Elles participent à une atmosphère mondiale où la migration devient un problème existentiel et où la diversité humaine est traitée comme une vulnérabilité. C’est cette atmosphère globale qui influence les politiques européennes, parfois sans même que l’on s’en rende compte.
J’aurais voulu évoquer le Pacte, non pas parce qu’il est déjà connu, mais parce qu’il illustre parfaitement ce que devient, ou ce que va devenir, la lecture européenne. Je n’ai même pas connaissance du texte définitif puisque, jusqu’à maintenant, il existe surtout des documents de travail et de consultation. Mais les éléments qui se sont dégagés depuis un certain temps permettent de dire qu’il y a des tendances qui sont là et qui vont marquer l’avenir.
Alors, la Tunisie. Il y a un peu plus de dix ans, ce pays représentait un espoir pour la région ; d’abord pour les Tunisiens, ensuite pour la région, et aussi pour l’Europe. Mais c’était un espoir fragile.
Aujourd’hui, nous vivons une réalité où se combinent plusieurs phénomènes. Il n’y a plus d’État de droit. Bien sûr, il y a la multiplication des procès politiques. La justice est au service de l’exécutif. La répression touche tous les milieux. Non seulement le champ politique, de la droite jusqu’à la gauche, mais aussi le journalisme, les défenseurs des droits humains, les féministes.
Jamais dans notre pays, certainement jamais, nous n’avons connu autant de femmes emprisonnées ou condamnées. Des femmes engagées. Des femmes qui sont dans l’opposition. Mais cela touche aussi des blogueurs, de simples citoyens qui publient un message sur Facebook. Facebook est devenu un problème. Huit millions de personnes sont connectées à Facebook sur une population de douze millions d’habitants. Cet instrument peut conduire en prison. Il peut même, par exemple, conduire à une condamnation extrêmement lourde. Je ne plaisante pas. C’est un jugement rendu par un tribunal. Un Tunisien a été condamné parce qu’il avait publié un message critiquant le président.
Évidemment, cela paraît tellement absurde que le président lui-même, qui a toujours affirmé ne pas intervenir dans la justice, a dû s’exprimer. Cela donne une idée de la situation. Mais il y a aussi, et surtout, un lien avec ce dont nous parlons aujourd’hui : la stigmatisation des migrants.
En Tunisie, il y a eu des crimes commis contre des migrants. Nous avons déposé des signalements auprès des autorités nationales afin que des poursuites soient engagées. Des personnes ont été emportées par les forces de sécurité, traitées comme des criminels. Des familles entières ont souffert. Certaines ont disparu dans le désert dans des conditions indignes. Bien sûr, c’est un pays qui représentait un espoir fragile.
Aujourd’hui, lorsqu’on parle de la Tunisie, on parle aussi de la manière dont l’Union européenne continue à soutenir différentes formes de coopération avec ce régime. Les aides continuent. Les accords sont renforcés. La Tunisie est devenue un partenaire privilégié.
On dit même parfois que le véritable ministre tunisien des Affaires étrangères n’est pas celui qui occupe officiellement le poste, mais plutôt la personne qui défend le régime partout et contribue à sa protection. Je ne sais pas dans quelle mesure cela est exact. Mais ce qui est certain, c’est que les responsables européens restent extrêmement discrets.
Avez-vous entendu parler d’une administration étrangère d’un pays européen exerçant une pression publique en faveur des libertés fondamentales et des droits en Tunisie ? Avez-vous entendu parler de quelque chose de ce genre ? Moi non. La logique qui domine est celle du contrôle de la frontière.
Punir la Tunisie sur certains sujets ne semble pas être une option. Et cette logique révèle un changement profond dans la manière dont les gouvernements européens envisagent leurs relations avec le voisinage.
La stabilité autoritaire redevient un produit d’exportation acceptable. Elle est acceptable en Tunisie. Elle est acceptable en Égypte. Elle est acceptable malgré tout ce que nous avons appris depuis les années 1990. Je me souviens qu’à une certaine époque, les responsables européens allaient jusqu’à faire des déclarations publiques, parfois même une forme d’autocritique, en reconnaissant: « Nous aurions dû faire autrement. »
Mais tout cela nous conduit aujourd’hui à une réalité. La Méditerranée est reconfigurée par trois forces convergentes. D’abord, le repli national des États européens. Ensuite, la militarisation croissante des politiques migratoires.
Enfin, un élément que l’on retrouve un peu partout : la diffusion d’un imaginaire de confrontation. Nous revenons à des schémas que l’on croyait dépassés. Le résultat est que les migrations sont traitées comme des menaces. Les peuples du Sud sont considérés comme des variables d’ajustement. Comme des acteurs secondaires, parfois négligeables. Et les droits humains deviennent un luxe plutôt qu’une priorité.
Dans cette configuration, l’idée même de partenariat est remise en question. Car un partenariat suppose un minimum de confiance et un horizon commun. Or aujourd’hui cet horizon semble s’éloigner. Pourtant, nous disposons encore de leviers. Nous avons les sociétés civiles. Nous avons les forces démocratiques. Les collectivités locales. Les acteurs progressistes. Et nous avons surtout une responsabilité.
Je pense d’abord qu’il faut réaffirmer que les droits humains ne sont pas un supplément moral. Ils sont au cœur de notre humanité. Ils concernent aussi l’avenir de nos enfants. Et le droit ne commence pas à la frontière.
S’agissant du partenariat, malheureusement, depuis 1995, nous avons souvent accepté une relation déséquilibrée.
Aujourd’hui, il faut le dire clairement. De la même manière, il faudrait repenser la mobilité comme une donnée structurelle et non comme une anomalie. L’immigration ne va pas disparaître. La question n’est pas de savoir comment la bloquer.
La question est de savoir comment la rendre humaine, sûre et compatible avec la dignité de la vie. Et puis il me semble, pour terminer cette partie, qu’il faut assumer une vision partagée du cadre méditerranéen. Une vision non civilisationnelle.
La Méditerranée n’est pas le lieu d’un choc des civilisations. Ce n’est pas une frontière entre un bloc européen et un bloc arabo-musulman. D’ailleurs, ce n’est pas ce que nous enseigne l’histoire. Les historiens le disent très clairement.
La Méditerranée n’est pas un choc de blocs identitaires. C’est un espace de cohabitation. Un espace de circulation. Un espace d’interdépendance. Certes, aussi un espace de conflits. Mais ces conflits n’ont jamais constitué l’unique réalité de cette région. Nous ne devons pas en faire une source permanente de division imaginaire.
Nous avons, je crois, tout d’abord la responsabilité de rester fidèles aux droits humains. Les droits humains ne sont pas un luxe. Ils ne sont pas une option. Ils constituent le fondement même de notre humanité. Ils concernent aussi l’avenir de nos enfants. Et c’est pourquoi nous devons continuer à les défendre sans condition. Il faut également repenser le partenariat.
Malheureusement, depuis 1995, ce partenariat a souvent été pensé de manière asymétrique. Aujourd’hui, nous devons le redéfinir sur des bases plus équilibrées. De la même manière, il faut repenser la mobilité comme une donnée structurelle. L’immigration n’est pas une anomalie. Elle fait partie de l’histoire humaine.
La question n’est donc pas de savoir comment l’empêcher. La question est de savoir comment l’organiser de manière humaine, sûre et respectueuse de la dignité. Et puis, il me semble qu’il faut assumer une vision partagée de la Méditerranée. Une vision qui ne soit pas civilisationnelle. Les historiens nous rappellent qu’il s’agit d’un espace de cohabitation, de circulation, d’échanges et d’interdépendance. Oui, il y a eu des conflits. Oui, il y a eu des guerres. Mais ces conflits n’ont jamais défini à eux seuls l’identité méditerranéenne. Nous ne devons pas les transformer en récit exclusif.
Je crois aussi que la coopération entre les sociétés civiles existe déjà. Elle fonctionne. Elle produit des résultats. Et nous devons continuer à la renforcer. Peut-être faut-il imaginer quelque chose de plus ambitieux. Quelque chose qui donne davantage de place aux acteurs du Sud. Les acteurs de la société civile du Sud n’évoluent pas dans les mêmes conditions que ceux du Nord. Souvent, ils travaillent dans des sociétés fermées ou semi-fermées. Mais cela ne change rien à la nécessité d’agir ensemble.
Face à des gouvernements qui se replient sur eux-mêmes, les acteurs sociaux doivent prendre le relais. Les alliances transnationales doivent devenir des espaces de plaidoyer, de défense collective et de solidarité.
Je pense notamment aux associations de soutien aux migrants. Mais aussi à toutes les organisations qui défendent les libertés publiques. Nous avons besoin de partager des stratégies face aux régimes autoritaires. Car personne n’est totalement à l’abri de l’illibéralisation. Personne n’est à l’abri d’un recul démocratique. Cela peut arriver demain, à la faveur d’une élection.
L’Italie est déjà confrontée à certaines de ces tensions. Et d’autres pays européens également. La montée des forces populistes et nationalistes est une réalité. Elles influencent profondément l’Union européenne. Elles exercent une pression constante pour faire évoluer le projet européen dans une autre direction.
Nous devons espérer que l’Europe ne s’écartera pas de ses principes fondamentaux. Il est temps de rompre avec les discours de la peur. Et de ne pas laisser la Méditerranée devenir un cimetière. Ni un mur. Ni une frontière civilisationnelle. Ni une simple zone de délégation où le Nord externalise vers le Sud ses responsabilités politiques et économiques.
Nous devons continuer à défendre une Méditerranée ouverte. Une Méditerranée des peuples. Une Méditerranée contre les logiques de peur. Une Méditerranée contre les enfermements géopolitiques. Et surtout une Méditerranée ouverte à l’avenir, non enfermée dans les impasses du présent.
Merci encore une fois. Continuons à construire ensemble une Méditerranée qui résiste, qui pense, qui protège. Comme nous avons essayé de le faire ce matin. Et nous espérons tous qu’elle pourra aussi construire demain. Merci.
[ITA] Buongiorno, purtroppo non parlo questa bella lingua italiana che è molto diffusa in Tunisia. Sapete che i tunisini guardano molto la televisione italiana. Ho un fratello più piccolo di me, perfettamente italiano, perché quando era bambino guardava la televisione, ed è lì che ha imparato l’italiano.
Signore e Signori, cari colleghi, cari amici, grazie Raël per avermi rivolto questo invito. Grazie mille per questo spazio di riflessione che ha un carattere particolare, perché si svolge di fronte al mare, di fronte a questo mare che unisce, che riunisce, che separa, che nutre, che soffoca, che porta la speranza. E grazie anche per avermi permesso di assistere a questa magistrale lezione di Lucio Caracciolo, che è iniziata con la domanda essenziale: chi ha il diritto di parlare? Chi ha il diritto di interrogare la propria storia? Chi ha il diritto di raccontare questa storia?
E io non ho la pretesa di raccontare; intendo piuttosto, in un certo senso, dirvi e condividere ciò che viene vissuto dalle società del Sud. È che ci troviamo in un momento in cui il Mediterraneo non è più semplicemente una frontiera; è diventato uno specchio deformante delle crisi: crisi del diritto, crisi delle democrazie, crisi delle mobilità, crisi degli immaginari politici. Da trent’anni, dalla Dichiarazione di Barcellona, si parlava di partenariato, di sviluppo condiviso, di destino democratico comune.
Spesso si parla del famoso articolo 2 degli accordi di associazione europei, firmati praticamente con tutti gli Stati, compreso lo Stato tunisino. Questi accordi di associazione con l’Europa hanno come finalità dichiarata quella di diventare il modello degli accordi di associazione firmati dagli Stati del Sud, affinché l’orizzonte europeo si realizzi negli Stati del Sud.
Oggi questo linguaggio — partenariato, sviluppo condiviso, destino democratico comune — si sta cancellando. Viene sostituito, lo sapete bene, anche qui in Italia, da quello della sicurezza, del respingimento e dell’esternalizzazione. È diventato il nuovo riferimento.
Io, che ho cinquant’anni e sono impegnato nella società civile e nella cultura dei diritti europei, ho assistito a una trasformazione profonda.
L’Unione europea chiede trasparenza per la propria politica, non soltanto l’impegno per le libertà e i diritti, ma anche una distanza permanente tra i discorsi europei, qualunque sia il governo, e le loro pratiche. Questa distanza si manifesta attraverso diversi elementi. Innanzitutto, la priorità accordata all’esternalizzazione delle frontiere. Possiamo tornare a questa conferenza quando si parla del passato coloniale come di un presente; credo che vi sia un legame. Il secondo elemento di questa distanza è la crescente tolleranza verso i regimi autoritari del Sud. Il terzo elemento è la criminalizzazione di un’ampia parte della società civile, sia nel Nord sia nel Sud. E infine, ultimo elemento: la riduzione del partenariato a una semplice equazione — stabilità in cambio di controllo migratorio. Siamo lontani dall’Europa del «soft power» dell’Unione europea. Siamo lontani da quell’Europa che aveva il compito di promuovere i valori della libertà e dell’uguaglianza.
Questo slittamento ha indebolito l’intera natura delle relazioni che erano state costruite tra l’Europa e i suoi vicini, ma soprattutto ha lasciato le società civili senza punti di riferimento. Non sappiamo più in quale progetto collocarci quando parliamo di cooperazione.
Ovunque intorno a noi osserviamo una crescita dei discorsi sulla paura dell’altro, un’ossessione demografica, una visione civilizzazionale delle relazioni internazionali e, naturalmente, una strumentalizzazione dell’immigrazione come minaccia.
Questa evoluzione non proviene soltanto dall’Europa; è presente anche nei nostri Paesi. Avete appreso ieri della pubblicazione di un documento americano che rappresenta la visione di J. D. Vance riguardo alla sua idea dell’America e del mondo, e del ruolo che l’Europa dovrebbe costruire. Ebbene, cosa ci spiegano questi documenti? Ci spiegano esattamente che, secondo lui, esiste un rischio di cancellazione civilizzazionale. La parola è sottolineata. E che l’Europa, se vuole salvarsi, se vuole diventare in qualche modo una potenza compiuta, deve assolutamente porre fine a ciò che lui chiama l’«alterazione delle razze», a differenza dell’America che, secondo lui, non si troverebbe in questa situazione.
Queste formulazioni, dunque, non sono innocue. Contribuiscono a un’atmosfera mondiale in cui la migrazione diventa un problema esistenziale e in cui la diversità umana viene trattata come una vulnerabilità. È questa atmosfera globale che influenza le politiche europee, talvolta senza che ce ne rendiamo nemmeno conto.
Avrei voluto evocare il Patto, non perché sia già noto, ma perché illustra perfettamente ciò che sta diventando, o ciò che diventerà, la lettura europea. Non conosco nemmeno il testo definitivo poiché, fino a questo momento, esistono soprattutto documenti di lavoro e di consultazione. Tuttavia, gli elementi emersi da tempo consentono di affermare che vi sono tendenze già presenti e che segneranno il futuro.
Allora, la Tunisia. Poco più di dieci anni fa, questo Paese rappresentava una speranza per la regione; anzitutto per i tunisini, poi per la regione e anche per l’Europa. Ma era una speranza fragile.
Oggi viviamo una realtà in cui si combinano diversi fenomeni. Non esiste più uno Stato di diritto. Certamente vi è la moltiplicazione dei processi politici. La giustizia è al servizio dell’esecutivo. La repressione colpisce tutti gli ambienti. Non soltanto il campo politico, dalla destra fino alla sinistra, ma anche il giornalismo, i difensori dei diritti umani, le femministe.
Mai nel nostro Paese, certamente mai, abbiamo conosciuto così tante donne incarcerate o condannate. Donne impegnate. Donne che fanno parte dell’opposizione. Ma questo riguarda anche blogger, semplici cittadini che pubblicano un messaggio su Facebook. Facebook è diventato un problema. Otto milioni di persone sono connesse a Facebook su una popolazione di dodici milioni di abitanti. Questo strumento può portare in prigione. Può persino, per esempio, portare a una condanna estremamente pesante. Non sto scherzando. Si tratta di una sentenza emessa da un tribunale. Un tunisino è stato condannato perché aveva pubblicato un messaggio critico nei confronti del presidente.
Ovviamente, ciò appare talmente assurdo che lo stesso presidente, che ha sempre affermato di non intervenire nella giustizia, ha dovuto esprimersi. Questo dà un’idea della situazione. Ma vi è anche, e soprattutto, un legame con ciò di cui stiamo parlando oggi: la stigmatizzazione dei migranti.
In Tunisia sono stati commessi crimini contro i migranti. Abbiamo presentato segnalazioni alle autorità nazionali affinché venissero avviati procedimenti giudiziari. Persone sono state portate via dalle forze di sicurezza, trattate come criminali. Intere famiglie hanno sofferto. Alcune sono scomparse nel deserto in condizioni indegne. Certamente, si tratta di un Paese che rappresentava una speranza fragile.
Oggi, quando si parla della Tunisia, si parla anche del modo in cui l’Unione europea continua a sostenere diverse forme di cooperazione con questo regime. Gli aiuti continuano. Gli accordi vengono rafforzati. La Tunisia è diventata un partner privilegiato.
Si dice persino talvolta che il vero ministro tunisino degli Affari esteri non sia colui che occupa ufficialmente la carica, bensì la persona che difende il regime ovunque e contribuisce alla sua protezione. Non so fino a che punto ciò sia esatto. Ma ciò che è certo è che i responsabili europei restano estremamente discreti.
Avete sentito parlare di un’amministrazione straniera di un Paese europeo che eserciti una pressione pubblica a favore delle libertà fondamentali e dei diritti in Tunisia? Avete sentito parlare di qualcosa del genere? Io no. La logica dominante è quella del controllo della frontiera.
Punire la Tunisia su determinate questioni non sembra essere un’opzione. E questa logica rivela un cambiamento profondo nel modo in cui i governi europei concepiscono le loro relazioni con il vicinato.
La stabilità autoritaria torna a essere un prodotto di esportazione accettabile. È accettabile in Tunisia. È accettabile in Egitto. È accettabile nonostante tutto ciò che abbiamo imparato dagli anni Novanta in poi. Ricordo che, a un certo punto, i responsabili europei arrivavano persino a fare dichiarazioni pubbliche, talvolta perfino una forma di autocritica, riconoscendo: «Avremmo dovuto agire diversamente».
Ma tutto questo ci conduce oggi a una realtà. Il Mediterraneo viene riconfigurato da tre forze convergenti. Innanzitutto, il ripiegamento nazionale degli Stati europei. In secondo luogo, la crescente militarizzazione delle politiche migratorie.
Infine, un elemento che ritroviamo un po’ ovunque: la diffusione di un immaginario della contrapposizione. Stiamo tornando a schemi che credevamo superati. Il risultato è che le migrazioni vengono trattate come minacce. I popoli del Sud sono considerati variabili di aggiustamento. Come attori secondari, talvolta trascurabili. E i diritti umani diventano un lusso anziché una priorità.
In questa configurazione, l’idea stessa di partenariato viene rimessa in discussione. Perché un partenariato presuppone un minimo di fiducia e un orizzonte comune. E oggi questo orizzonte sembra allontanarsi. Tuttavia, disponiamo ancora di leve. Abbiamo le società civili. Abbiamo le forze democratiche. Le collettività locali. Gli attori progressisti. E soprattutto abbiamo una responsabilità.
Penso anzitutto che sia necessario riaffermare che i diritti umani non sono un supplemento morale. Sono al cuore della nostra umanità. Riguardano anche il futuro dei nostri figli. E il diritto non comincia alla frontiera.
Per quanto riguarda il partenariato, purtroppo, dal 1995 abbiamo spesso accettato una relazione squilibrata.
Oggi bisogna dirlo chiaramente. Allo stesso modo, occorrerebbe ripensare la mobilità come un dato strutturale e non come un’anomalia. L’immigrazione non scomparirà. La questione non è sapere come bloccarla.
La questione è sapere come renderla umana, sicura e compatibile con la dignità della vita. E poi mi sembra, per concludere questa parte, che occorra assumere una visione condivisa del quadro mediterraneo. Una visione non civilizzazionale.
Il Mediterraneo non è il luogo di uno scontro di civiltà. Non è una frontiera tra un blocco europeo e un blocco arabo-musulmano. Del resto, non è questo che ci insegna la storia. Gli storici lo affermano molto chiaramente.
Il Mediterraneo non è uno scontro tra blocchi identitari. È uno spazio di coabitazione. Uno spazio di circolazione. Uno spazio di interdipendenza. Certamente anche uno spazio di conflitti. Ma questi conflitti non hanno mai costituito l’unica realtà di questa regione. Non dobbiamo trasformarli in una fonte permanente di divisione immaginaria.
Credo che abbiamo anzitutto la responsabilità di restare fedeli ai diritti umani. I diritti umani non sono un lusso. Non sono un’opzione. Costituiscono il fondamento stesso della nostra umanità. Riguardano anche il futuro dei nostri figli. Ed è per questo che dobbiamo continuare a difenderli senza condizioni. Occorre inoltre ripensare il partenariato.
Purtroppo, dal 1995 questo partenariato è stato spesso concepito in modo asimmetrico. Oggi dobbiamo ridefinirlo su basi più equilibrate. Allo stesso modo, bisogna ripensare la mobilità come un dato strutturale. L’immigrazione non è un’anomalia. Fa parte della storia umana.
La questione, dunque, non è sapere come impedirla. La questione è sapere come organizzarla in modo umano, sicuro e rispettoso della dignità. E poi mi sembra che occorra assumere una visione condivisa del Mediterraneo. Una visione che non sia civilizzazionale. Gli storici ci ricordano che si tratta di uno spazio di coabitazione, di circolazione, di scambi e di interdipendenza. Sì, ci sono stati conflitti. Sì, ci sono state guerre. Ma questi conflitti non hanno mai definito da soli l’identità mediterranea. Non dobbiamo trasformarli in una narrazione esclusiva.
Credo anche che la cooperazione tra le società civili esista già. Funziona. Produce risultati. E dobbiamo continuare a rafforzarla. Forse occorre immaginare qualcosa di più ambizioso. Qualcosa che dia maggiore spazio agli attori del Sud. Gli attori della società civile del Sud non operano nelle stesse condizioni di quelli del Nord. Spesso lavorano in società chiuse o semi-chiuse. Ma ciò non cambia nulla alla necessità di agire insieme.
Di fronte a governi che si ripiegano su sé stessi, gli attori sociali devono raccogliere il testimone. Le alleanze transnazionali devono diventare spazi di advocacy, di difesa collettiva e di solidarietà.
Penso in particolare alle associazioni di sostegno ai migranti. Ma anche a tutte le organizzazioni che difendono le libertà pubbliche. Abbiamo bisogno di condividere strategie di fronte ai regimi autoritari. Perché nessuno è completamente al riparo dall’illiberalizzazione. Nessuno è al riparo da una regressione democratica. Può accadere domani, a seguito di un’elezione.
L’Italia è già confrontata con alcune di queste tensioni. E anche altri Paesi europei. L’ascesa delle forze populiste e nazionaliste è una realtà. Esse influenzano profondamente l’Unione europea. Esercitano una pressione costante affinché il progetto europeo evolva in un’altra direzione.
Dobbiamo sperare che l’Europa non si allontani dai suoi principi fondamentali. È tempo di rompere con i discorsi della paura. E di non lasciare che il Mediterraneo diventi un cimitero. Né un muro. Né una frontiera civilizzazionale. Né una semplice zona di delega in cui il Nord esternalizza verso il Sud le proprie responsabilità politiche ed economiche.
Dobbiamo continuare a difendere un Mediterraneo aperto. Un Mediterraneo dei popoli. Un Mediterraneo contro le logiche della paura. Un Mediterraneo contro le chiusure geopolitiche. E soprattutto un Mediterraneo aperto al futuro, non imprigionato nelle impasse del presente.
Grazie ancora una volta. Continuiamo a costruire insieme un Mediterraneo che resiste, che pensa, che protegge. Come abbiamo cercato di fare questa mattina. E speriamo tutti che possa anche costruire il domani. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0009
Luca Gervasoni – Direttore di NOVACT Barcellona, organizzatore Unsilence Forum
Prima di tutto voglio dirvi che ho guardato a che distanza è Maiorca dalla Sardegna: sono 190 miglia nautiche. Questo vuol dire che è più lontana della Tunisia, però ancora più vicina di Roma. Si sente la centralità della Sardegna nel Mediterraneo. Lasciatemi anche dire che, come persona di origine italiana cresciuta a Barcellona, che continuava a militare nel PCI senza sapere che era sparito, perché poi è una specie di cultura persa della mia generazione, poter essere in questa Cagliari, che spero mi capiate, per me, sempre con l’ARCI, con Raffaella, mi sembra un’emozione assoluta. Quindi grazie davvero per poter essere qua. Cerco di entrare nella domanda, che capirete non è facile.
Ieri, come voi, ho ascoltato la conferenza, il panel sulla Palestina. Anche adesso ascoltavo attentamente Kamel e, insomma, siamo in un momento storico dove chiedere speranza è un elemento programmaticamente difficilissimo. Trovare motivi di speranza non mi sembra facile. Però vi volevo condividere almeno uno. Uno sì, che mi sembra una cosa vera. Questo lo dice intanto Francesca Albanese, che dice che tutta la situazione che si sta vivendo in Palestina e la coscienza di ciò che succede in Palestina è come la pillola rossa di Matrix. Immagino che ricordiate il film. Se prendi la pillola rossa impari qual è la realtà: è una specie di risveglio. Io questo lo credo davvero. Credo che quando ci avviciniamo a capire tutto quello che sta succedendo in Palestina, il genocidio a Gaza, in qualche modo capiamo le dinamiche del potere, tutte le complicità silenziose che rendono possibile la violenza. Infine capiamo come le atrocità che vediamo a Gaza, questa islamofobia militante che credo renda possibile la disumanizzazione dei palestinesi e il genocidio a Gaza, siano le stesse che rendono possibile che ci siano spari nelle strade di Firenze o nelle strade italiane, nelle strade di tutta Europa. È la stessa dinamica che ha creato tutto questo.
E questo risveglio, questo capire queste dinamiche, io credo stia creando un movimento politico diverso. Perché sì, credo che dobbiamo essere coscienti che tutta l’opposizione al genocidio sta creando un movimento. Faccio fatica a parlare di come funziona il movimento in Italia, perché lo può spiegare tantissimo meglio Raffaella. Però sì che voglio dirvi che in Spagna abbiamo creato un movimento di una diversità, di una pluralità di idee, di una orizzontalità, con comunità musulmane con le quali sinceramente non c’era una dinamica vera di lavoro e di mobilitazione, che oggi invece hanno creato alleanze fortissime. Ma fortissime, ve lo dico davvero. Abbiamo avuto la capacità, in Spagna, di fermare ogni nave che voleva fare scalo in Spagna e che portava armi in direzione di Israele. Siamo riusciti a promuovere che ci fosse un embargo militare contro Israele da parte del governo spagnolo. Abbiamo fatto delle mobilitazioni tra le più grandi che ricordo.
In un momento come questo io credo che dobbiamo essere orgogliosi. So che in Italia la dinamica è molto simile, sicuramente anche in molti altri paesi d’Europa. Ma credo che dobbiamo prendere coscienza che stiamo creando una cosa diversa e che questa deve essere la nostra forza.
Adesso entro un po’ nella questione. Io credo che Raffaele abbia chiamato questo panel “Da Barcellona a Barcellona”. Dopo credo che questo lo avremmo capito sicuramente all’interno, fra Raffaella e me. Io avevo pensato a un altro titolo, però mi piaceva comunque per cercare di spiegare che cosa è successo da Barcellona a Barcellona. Il primo Barcellona si riferisce al Processo di Barcellona, che è stato un accordo raggiunto nel 1995. Credo sinceramente che allora avessi quindici anni, ma sono sicuro che mi sarei opposto, perché sicuramente mi sarebbe sembrato che non fosse sufficiente quello che si diceva allora. Però era troppo moderato.
Però adesso, rileggendolo, come tante altre cose, cercando di capire che cosa dicesse davvero questo patto, credo che ci fossero cose interessanti. Prima di tutto credo sia importante dire che è stato davvero un patto tra la sponda sud e la sponda nord del Mediterraneo insieme all’Unione Europea, e si trovò un accordo su tre pilastri fondamentali.
Il primo era pace e sicurezza. C’erano ovviamente delle contraddizioni e delle colpevoli ambiguità, come includere la politica antiterrorista come una delle principali dimensioni del patto. Però c’era anche una volontà forte, io credo, di cercare di fare del Mediterraneo uno spazio di pace globale.
Secondo, e questa è la parte che a me sembrava più interessante, si voleva mettere la cultura e lo scambio al centro del patto. Si voleva fare un Erasmus, come quello che facciamo in Europa, ma a livello mediterraneo. Tanti giovani dappertutto. C’era molto questa idea e io credo che l’Erasmus europeo abbia creato una generazione legata. (continua nella ripresa successiva)
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0009
Luca Gervasoni – Direttore di NOVACT Barcellona, organizzatore Unsilence Forum
E dopo c’era tutta la parte dell’economia e della finanza, dove sinceramente credo molte delle tensioni fossero molto forti, perché l’idea era creare una zona di libero scambio, libero commercio, cose su cui io sono contrario. Però riconosco che c’era un livello di elaborazione alto quando si parlava di tutto questo. Questo è stato nel ’95.
Nel 2004 si è creato il Parlamento di cui parlava Raffaella prima. Dopo, nel 2008 si è creata l’Unione per il Mediterraneo a Barcellona, in un palazzo degli antichi Re di Spagna, perché si voleva creare un’istituzione con presidente, con segreterie, con grandi salari. Però credo che l’intenzione fosse comunque cercare di istituzionalizzare la cooperazione nel Mediterraneo, riprendendo questa idea del Parlamento. Dopo tutto questo, sinceramente, è cominciato a sparire. Esiste ancora l’Unione per il Mediterraneo, ma credo che dobbiamo chiederci che cosa sia successo, perché questa dinamica in cui c’era un’ambizione politica e istituzionale di colpo è andata persa. Io credo che ci siano stati vari motivi.
Sicuramente, per me, il principale è arrivato nel 2011: tutto il movimento degli indignati in Europa e poi le rivoluzioni dei Paesi arabi. La Tunisia è stata un’ispirazione incredibile. Devo riconoscere come un errore tremendo che nel 2010 mi avevano incaricato all’università di andare in Egitto per capire le dinamiche sociali, e ricordo di aver detto che non c’era niente da fare, che era una regressione tremenda, che non sarebbe successo mai niente.
Poi la porta è esplosa: prima in Tunisia, poi in Egitto. In quei momenti è cambiata totalmente la visione del Mediterraneo. Dal 2010 al 2020, semplificando, c’è stata una forza dell’attivismo, una capacità di cambiare i governi, di far cambiare equilibri come nel caso di regimi che erano da quasi trent’anni al potere. È stata una cosa incredibile, ma ha creato anche una situazione drammatica. Io mi sento molto parte di quella generazione e immaginavamo che la Spagna, con Podemos che prendeva forza, sarebbe arrivata al governo, che nel 2020 ci sarebbe stato un mondo nuovo. Invece è arrivata la repressione. La verità è che adesso siamo nel decennio della regressione, della limitazione dello spazio civico. Le democrazie sono sparite, e sinceramente le democrazie della sponda nord del Mediterraneo non sono in un momento di grande splendore democratico. I partiti democratici che si presentano spesso vogliono eliminare principi democratici che sembravano consolidati. È un momento complicato. E c’è un altro elemento che secondo me è importantissimo e che ha a che vedere con questa dinamica. Sono andato per la prima volta in Palestina nel 2009, e nel 2005-2006 sono stato in Marocco.
In quei momenti, in Tunisia e altrove, era facile trovare molte persone delle associazioni del Sud che, pur essendo consapevoli delle incoerenze dell’Europa, vedevano comunque il progetto europeo come uno specchio, un faro di riferimento per organizzare una democrazia e un’unione basata sui diritti. Questo, credo, l’Europa lo ha avuto come ruolo. Abbiamo perso completamente questo lungo tempo, e oggi è quasi indecente. Per un’organizzazione come la mia, che cerca di promuovere uno spazio orizzontale come Arci o come EuroMed, è una vergogna vedere paesi europei parlare di diritti umani e allo stesso tempo indebolire il multilateralismo e le responsabilità degli Stati. Non voglio dire che abbiamo perso tutto, ma stiamo perdendo molto. E poi è arrivata la Palestina. Nel 2025 ricorrevano i 30 anni di quel momento avviato a Barcellona. Noi, come movimento della società civile, abbiamo riflettuto su cosa fare.
Prima, però, bisogna capire cosa hanno pensato gli Stati. L’Unione Europea aveva sviluppato una politica chiamata MIA, una sorta di iniziativa mediterranea, e hanno deciso di creare un “patto per il Mediterraneo”, approvato a novembre, appena due settimane fa. Si sono trovati non i capi di Stato, ma tecnici dei vari governi. Per capire la direzione del patto: Israele era presente fin dall’inizio del processo di Barcellona. E oggi, nel 2025, con tutto quello che è successo, la Palestina non viene praticamente nominata.
Si parla di futuro, di cooperazione economica, di grandi progetti energetici, ma la Palestina è come se non esistesse. Questo già da solo rende impossibile pensare che quel patto abbia una reale forza politica o una visione di pace nel Mediterraneo. È evidente che l’obiettivo non è tanto costruire una visione di pace o rafforzamento culturale, ma piuttosto contenere la migrazione, esternalizzare le frontiere e garantire ai governi del Nord meno flussi migratori, anche a costo di stabilizzare regimi autoritari nel Sud del Mediterraneo. È stato creato un patto che è una politica approvata dalla Commissione Europea, dove si offre ai Paesi del Sud di partecipare in cambio di accordi per il controllo delle frontiere. Per ora solo tre o quattro Paesi hanno firmato accordi per ricevere fondi in cambio del controllo migratorio.
Qui, però, credo sia importante non dimenticare che dobbiamo anche parlare di speranza e di futuro. Quando ci siamo incontrati a Roma, anche con Arci, tra febbraio e marzo, si diceva che il Mediterraneo ha una centralità molto forte per pensare a un programma progressista. Per la prima volta si sono portate in piazza molte questioni, e la Palestina era centrale. Sentivamo che la questione palestinese riassumeva un’agenda più ampia: antiautoritaria, antimilitarista, contro le politiche migratorie così come vengono attuate. Abbiamo quindi deciso di costruire un’agenda alternativa.
Approfittando dei 30 anni di Barcellona, abbiamo organizzato un forum, un “social forum”, che ha riunito 400 organizzazioni. Abbiamo fatto anche un concerto e una partita di calcio tra la selezione palestinese e quella qatariota. Abbiamo raccolto circa 30.000 persone in un pomeriggio. Tutti i fondi sono stati inviati a organizzazioni palestinesi che erano state anche sanzionate e avevano i conti bloccati. Abbiamo deciso che il sostegno dovesse passare da lì, visto che i governi non permettevano altre forme di aiuto.
Adesso stiamo organizzando un concerto al Palau Sant Jordi, uno degli stadi più grandi di Barcellona, con circa 20.000 persone. Ci saranno artisti, molti palestinesi, e circa il 50% dei cantanti sarà palestinese. Con questo credo che stiamo creando un nuovo movimento, poco a poco, con un’alleanza più ampia, anche se mancano ancora molti soggetti: la Libia, parte dell’Europa dell’Est… però crediamo sia il momento di cominciare a camminare.
Questa conferenza, anche in Sardegna, dovrebbe avere un certo peso. L’accordo che abbiamo preso è di avviare percorsi il più ampio possibile, quasi una “musica del sociale mondiale”, per costruire un linguaggio mediterraneo comune che permetta davvero di immaginare un’alternativa politica.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0010
Kamel Jendoubi, presidente onorario di Euromed Rights, Tunisia
[FRA] Je crois que, bon, il y a eu des pratiques. Il y avait des forums civils, des forums sociaux. L’idée du forum est quelque chose d’important pour pouvoir le faire et je pense qu’il faut le conduire. Dans ce contexte, il y a des choses qui se passent. Nous sommes dans des sociétés fermées politiquement. Ça ne veut pas dire qu’il n’y a rien. Il y a des mouvements qui s’expriment dans des conditions difficiles, quand même.
Si on qualifie des associations de minoritaires, nous avons au moins une dizaine d’associations qui sont arrivées, qui ont conduit aussi, au niveau culturel, à beaucoup de choses qui se passent sur le plan social.
Je veux dire que ces sociétés, on peut les fermer politiquement, on ne peut pas étouffer toutes les actions sociales qui se développent. Les pays ont des moyens de contrôle. Je fais la différence avec le Bélarus, jusqu’à… Je ne vais pas… Je ne veux pas entrer dans ces problèmes-là.
Je pense, et je pense que vous vous y attendez, que les questions sociales redeviennent une sorte de moteur du changement d’une manière plus générale.
Le 21 janvier, ça fait aussi un clin d’œil à l’imaginaire collectif : la première grève générale depuis l’indépendance du pays en 1962 a eu lieu le 26 janvier 1978.
Elle a été réprimée dans le sang par la police tunisienne et reste vraiment une référence politique. Elle a continué à marquer la politique pendant des années pour pouvoir, par la suite, avec des accumulations, contribuer à cette énergie émergente de la révolution.
On a peut-être perdu une partie fragile, et les jeunes gens qui avaient 10 ans, 10-15 ans, ils ont reçu pendant 10 ou 12 ans vraiment un climat… Ils sont devenus un peu plus mûrs à 25 ans. Ils ne renonceront jamais à cette liberté.
Et c’est ce qu’on voit donc se matérialiser dans les étapes ailleurs aussi, en Algérie, dans des régimes différents.
On voit bien que la société civile est en action, notamment sur l’exigence… alors que c’est un pays qui a souscrit, qui a normalisé sa relation avec Israël, ce qui est scandaleux aussi, alors que le roi est considéré formellement comme le président du Comité de Jérusalem.
Vous savez, officiellement, le roi, c’est lui qui préside le comité. La question est que tout cela ne peut se faire, malheureusement. Il ne peut pas se faire, malheureusement. Nous n’avons pas un espace ouvert, sécurisé en quelque sorte, pour que des initiatives arrivent et se fassent.
Avant, il y avait la possibilité ; ça s’est renfermé. On a organisé deux forums sociaux. Donc il faudrait faire avec cela, mais il faut continuer avec cette volonté de rencontre, de faire cet agenda de la société civile, pour la vérité. C’est très important et c’est quelque chose auquel les gens peuvent s’accrocher.
Juste une petite observation pour dire, par rapport à la centralité de l’histoire de la Palestine pour les relations. Khaled a parlé de cette histoire, mais en réalité, en 1993, parce que les accords d’Oslo ont ouvert une perspective dans la région. On peut dire ce qu’on veut sur Oslo, parce qu’on sait par la suite, on a appris par la suite que ce sont des accords qui ont permis à Israël encore de coloniser davantage.
Mais il n’empêche, 1993 était un moment. En 1995, à l’époque, l’Europe, l’Europe des Quinze, ce n’est pas l’Europe des Vingt-Sept. Quand on dit : qu’est-ce qui s’est passé ? Il s’est passé deux choses. La première, c’est que l’Europe est devenue l’Europe des Vingt-Sept et que la réorientation de l’Europe des Quinze s’est faite plus vers l’Europe de l’Est, beaucoup plus que vers le Sud. Ça, c’est un moment important. Bien entendu, les États-Unis, la France, l’Espagne ont essayé de contrebalancer. Mais le mouvement était tellement fort que cela a été orienté plus vers l’Est.
Et le deuxième élément qui s’est passé, c’est que la question de la Palestine restait sans solution et qu’il y a eu le développement de tout ce qui a suivi. Ça, c’est un premier élément essentiel.
Il est un peu difficile d’imaginer, quel qu’il soit, on peut l’appeler comme on veut, un projet de prospérité sans que la Palestine puisse avoir un rôle central. Le fameux processus qui néglige, qui ignore la question palestinienne, c’est un processus qui va être mort.
Certaines affaires conclues en Méditerranée, certaines entre pays autoritaires, États autoritaires, autour du gaz, de l’électricité solaire, de ce type de projets qui existaient depuis 2008, à l’époque où Nicolas Sarkozy avait organisé une réunion avec les chefs d’État de la région…
Quels étaient les problèmes ? C’était de dire : la politique, ce n’est pas le travail. On va faire du business, le gaz, le transport. Et même pas demander au peuple son avis. On va se limiter aux projets économiques, aux projets de business, au profit essentiellement de l’Union européenne. Car ces projets-là ne sont même pas au profit partagé. Quel impact va avoir ce projet-là sur la société ? Ce projet-là, tant qu’il n’y a pas une place qui soit faite à la Palestine, n’ira pas trop loin.
On reviendra dans cinq ans pour redire quelque chose, malgré le fait que la situation a changé de manière assez grande pour Israël, avec le soutien des États-Unis, avec le projet d’un programme qui apparaît puissant.
En réalité, c’est un ordre régional qui est très fragile, qui peut être balayé naturellement. Rappelez-vous ce qui s’est passé. Rappelez-vous, certes, les interventions étrangères qui ont permis d’acheter une certaine paix sociale. Mais la population n’est pas différente.
La Jordanie est fragile. Même en Égypte, l’Égypte qui reçoit des dizaines de milliards de dollars pour maintenir le système. Mais pour l’Égypte, les possibilités d’un changement, d’une explosion, existent. Car les fondements mêmes de cet ordre régional sont des fondements d’inégalité, d’injustice, d’inhumanité. Et le fondement même est un fondement qui laisse dans la population une image négative, une image qui n’est qu’une machine conflictuelle.
Et donc je pense que ce serait une illusion de la part des États de penser pouvoir dominer la situation dans le temps de cette manière-là. C’est la raison pour laquelle il est aussi du côté des forces politiques, des forces sociales, des créateurs, des associations, des militants, des intellectuels.
Nous avons des penseurs dans le Sud. Il y a des gens qui ne peuvent pas publier, ou quand ils publient, ils ne peuvent pas être traduits pour accéder à ce qu’ils produisent comme idées. Nous ne sommes pas loin de ce que Frantz Fanon disait. Nous ne sommes pas loin de ce que Fanon véritablement a généré. Nous avons cela. Cela existe. Découvrir enfin ces richesses du Sud, aujourd’hui, cachées.
Il y a des auteurs et des cinéastes. Il y a des chanteurs qui peuvent s’exprimer et valoriser, dans leur société.
[ITA] Credo che, insomma, ci siano state delle pratiche. C’erano dei forum civici, dei forum sociali. L’idea del forum è qualcosa di importante per poterlo fare e penso che occorra portarla avanti.
Nel contesto ci sono delle cose che accadono. Siamo in società politicamente chiuse. Questo non significa che non ci sia nulla. Ci sono movimenti che si esprimono comunque in condizioni difficili.
Se definiamo alcune associazioni come minoritarie, abbiamo almeno una decina di associazioni che sono emerse e che hanno contribuito, anche a livello culturale, a molte cose che stanno accadendo sul piano sociale. Voglio dire che queste società possono essere chiuse politicamente, ma non si possono soffocare tutte le azioni sociali che si sviluppano. Gli Stati dispongono di mezzi di controllo. Faccio una distinzione con la Bielorussia, ma non voglio entrare in questi problemi.
Penso, e penso che ve lo aspettiate, che le questioni sociali stiano tornando a essere una sorta di motore del cambiamento in senso più generale.
Il 21 gennaio fa anche un cenno all’immaginario collettivo: il primo sciopero generale all’indipendenza del paese nel 1962 ebbe luogo il 26 gennaio 1978. Fu represso nel sangue dalla polizia tunisina e resta davvero un riferimento politico. Ha continuato a segnare la vita politica per anni e, successivamente, attraverso accumulazioni successive, ha contribuito a questa energia emergente della rivoluzione.
Forse abbiamo perso una parte fragile, e i giovani che avevano 10 anni, 10-15 anni, hanno vissuto per 10 o 12 anni un clima davvero particolare. Sono diventati un po’ più maturi a 25 anni. Non rinunceranno mai a quella libertà.
Ed è ciò che vediamo materializzarsi anche altrove, in Algeria, in regimi differenti. Si vede bene che la società civile è in azione, in particolare sul piano delle rivendicazioni, mentre si tratta di un paese che ha normalizzato le proprie relazioni con Israele, cosa anch’essa scandalosa, mentre il re è formalmente considerato il presidente del Comitato di Gerusalemme.
Sapete, ufficialmente è il re a presiedere il comitato. La questione è che tutto questo non può avvenire, purtroppo. Non disponiamo di uno spazio aperto, in qualche modo sicuro, affinché le iniziative possano emergere e realizzarsi. Prima c’era questa possibilità; poi lo spazio si è richiuso. Abbiamo organizzato due forum sociali. Bisognerebbe quindi fare i conti con questa situazione, ma occorre continuare con questa volontà di incontro, di costruire questa agenda della società civile, per la verità.È molto importante ed è qualcosa a cui le persone possono aggrapparsi.
Solo una piccola osservazione riguardo alla centralità della questione palestinese per le relazioni. Khaled ha parlato di questa storia, ma in realtà nel 1993 gli Accordi di Oslo aprirono una prospettiva nella regione. Si può dire ciò che si vuole su Oslo, perché in seguito abbiamo capito che si trattava di accordi che hanno permesso a Israele di colonizzare ulteriormente. Ma resta il fatto che il 1993 fu un momento importante. Nel 1995, all’epoca, l’Europa, l’Europa dei Quindici, non era l’Europa dei Ventisette.
Quando ci si chiede che cosa sia successo, sono successe due cose. La prima è che l’Europa è diventata l’Europa dei Ventisette e che il riorientamento dell’Europa dei Quindici si è rivolto molto più verso l’Europa orientale che verso il Sud. Questo è un passaggio importante. Naturalmente gli Stati Uniti, la Francia e la Spagna hanno cercato di controbilanciare. Ma il movimento era talmente forte che l’orientamento è andato soprattutto verso Est.
E il secondo elemento è che la questione palestinese è rimasta senza soluzione e che si è sviluppato tutto ciò che ne è seguito. Questo è un primo elemento essenziale.
È difficile immaginare, qualunque nome gli si voglia dare, un progetto di prosperità senza che la Palestina possa avere un ruolo centrale. Il famoso processo che trascura, che ignora la questione palestinese, è un processo destinato a morire.
Alcuni accordi conclusi nel Mediterraneo, tra paesi autoritari, Stati autoritari, attorno al gas, all’elettricità solare e a questo tipo di progetti che esistevano già dal 2008, all’epoca in cui Nicolas Sarkozy aveva organizzato una riunione con i capi di Stato della regione. Qual era il problema? Era dire: la politica non è il lavoro. Faremo affari, gas, trasporti. E senza nemmeno chiedere al popolo la sua opinione. Ci limiteremo ai progetti economici, ai progetti d’affari, essenzialmente a beneficio dell’Unione europea.
Perché questi progetti non comportano nemmeno un beneficio condiviso. Quale impatto avranno sulla società? Finché non verrà fatto spazio alla Palestina, questo progetto non andrà molto lontano.
Tra cinque anni torneremo a dire le stesse cose, nonostante il fatto che la situazione sia cambiata in misura considerevole per Israele, con il sostegno degli Stati Uniti e con il progetto di un programma che appare potente. In realtà si tratta di un ordine regionale molto fragile, che può essere spazzato via naturalmente.
Ricordate ciò che è accaduto. Ricordate, certo, gli interventi stranieri che hanno permesso di acquistare una certa pace sociale. Ma la popolazione non è diversa.
La Giordania è fragile. Anche l’Egitto, che riceve decine di miliardi di dollari per mantenere il sistema. Ma in Egitto esistono le possibilità di un cambiamento, di un’esplosione.
Perché i fondamenti stessi di questo ordine regionale sono fondamenti di disuguaglianza, di ingiustizia, di disumanità. E il fondamento stesso lascia nella popolazione un’immagine negativa, un’immagine che non è altro che una macchina di conflitto.
E quindi penso che sarebbe un’illusione da parte degli Stati credere di poter dominare la situazione nel tempo in questo modo.
Per questo motivo il compito spetta anche alle forze politiche, alle forze sociali, ai creatori, alle associazioni, ai militanti, agli intellettuali. Abbiamo dei pensatori nel Sud. Ci sono persone che non possono pubblicare oppure che, quando pubblicano, non possono essere tradotte e quindi non possono far circolare le idee che producono.
Non siamo lontani da ciò che diceva Frantz Fanon. Non siamo lontani da ciò che Fanon ha realmente generato. Abbiamo tutto questo. Esiste. Scoprire finalmente queste ricchezze del Sud, oggi nascoste. Ci sono autori e cineasti. Ci sono cantanti che possono esprimersi e valorizzare, nelle loro società.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0011
Raffaella Bolini, Stop Rearm Europe
Un mese fa ci siamo ritrovati a Barcellona, solo un mese fa. Oggi siamo qua con molti interlocutori che sono esattamente gli stessi, altri ovviamente ce ne sono in giro. Ci sono molti frammenti di iniziativa di società civile che legano la sponda nord e la sponda sud: dati sulla migrazione, sull’acqua, sulla pace, sui diritti, sulla cultura, eccetera eccetera, ma sono frammenti.
La cosa su cui penso che possiamo prenderci un nuovo impegno fondamentale è quello di riuscire a rimettere insieme questi frammenti in un percorso collettivo che ci riesca soprattutto non solo a dare più gambe per resistere, ma anche a cercare di costruire davvero un progetto mediterraneo. Perché dobbiamo far vedere che è davvero possibile che dentro l’unità del Mediterraneo si possa vivere, lavorare, ascoltare l’ambiente e vivere bene. E questa è la cosa secondo me più importante che dobbiamo riuscire a mettere in piedi, e vediamo se insieme ce la facciamo. Questa, diciamo, è la fine di questa sessione.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ nel mare di mezzo IMGA0012
Trascrizioni/ Panel su riarmo e militarizzazione/ 6 dicembre 2025
Riarmo e militarizzazione
Raffaella Bolini, Stop Rearm Europe
Qui abbiamo due persone che, senza le quali, la maggior parte delle cose che andiamo in giro a dire, a fare, a promuovere e a cercare di comunicare sarebbero molto più fragili e deboli.
Francesco è coordinatore della rete italiana per il disarmo, è colui che ci fornisce gran parte delle analisi, dei dati, dei numeri e delle cifre che andiamo in giro a riprendere tutti i giorni, e senza di lui saremmo molto più ignoranti. Lavora sia nell’organizzazione italiana, ma anche soprattutto nella connessione delle reti europee che lavorano contro il riarmo e per il disarmo.
Giulio Marcon, penso che voi lo conosciate tutti, perché è il fondatore e coordinatore di Sbilanciamoci, e di molte campagne collegate contro il riarmo. Ha portato avanti anche campagne importanti legate all’alleanza per il lavoro. È appena tornato da una lunghissima carovana che ha attraversato l’Italia per più di un mese, per cercare di dare gambe sociali alla contro-finanziaria che Sbilanciamoci ha presentato al Senato.
Insieme, anche ad aprile, abbiamo dato contributi a livello europeo e italiano, perché a quel tempo eravamo molto scandalizzati dal fatto che l’Unione Europea avesse annunciato l’intenzione di investire 800 miliardi di euro in armamenti. Poi ci siamo trovati, nel giro di sei mesi, con dichiarazioni secondo cui l’Europa nei prossimi dieci anni investirà 6,8 trilioni di euro, con i Paesi NATO che portano la spesa al 5% del PIL. Siamo di fronte a un’accelerazione terrificante.
Ci dicono che dobbiamo prepararci alla guerra nel 2030: si militarizza tutto, il territorio, l’economia, la produzione, la cultura e le scuole. Si ritorna a parlare di leva militare in molti Paesi, e in altri è già stata reintrodotta o si sta discutendo di reintrodurla. Non è solo leva obbligatoria: nei documenti e nelle esercitazioni militari si parla di coinvolgere i civili e la cittadinanza nella preparazione alla guerra, con scenari di conflitto con la Russia entro il 2030.
Questa è la situazione in cui cerchiamo di muoverci. Non so chi parli per primo, ma ci servono elementi di analisi per capire dove sono questi “numeroni”, perché sarà un periodo in cui dovremo fare una sorta di caccia al tesoro di tutti questi fondi che vengono destinati al comparto militare e a capire cosa facciamo insieme. Una cosa ve la dico subito: dentro Stock Brainard abbiamo deciso di lanciare dall’inizio del prossimo anno due gruppi di lavoro permanenti, uno sulla militarizzazione del territorio e della produzione, e l’altro sulla militarizzazione delle scuole.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0013
Francesco Vignarca, coordinatore Rete Italiana Pace e Disarmo
Grazie a tutti e a tutte. Allora, per alzata di mano, volete che vi ammorbi con numeri, dati ed elementi oppure facciamo un ragionamento? No, a parte le battute, io credo che sia cruciale sapere cosa succede a livello di numeri, di fondi, di elementi normativi che cambiano, perché questo è ciò che ci ha permesso di delineare come cruciale questa parabola di militarizzazione anche prima che fosse così evidente. Io credo che, nell’ottica anche di quanto era stato detto nella sessione precedente, noi dobbiamo farci carico, anche positivamente in un certo senso, di una visione di prospettiva che abbiamo sempre avuto, ma non per autocelebrarci e dire che avevamo ragione noi.
Piuttosto per segnalare anche agli interlocutori che adesso scoprono il riarmo. Poi, peraltro, continuo a parlare di riarmo. “Riarmo” ti dà l’idea che fino a sei mesi fa nessuno comprasse armi, nessuno avesse aumentato le spese militari. Invece sappiamo bene che la spesa militare globale è più che raddoppiata negli ultimi venticinque anni, cioè la traiettoria era già quella. Si è accelerata in maniera vertiginosa soprattutto negli ultimi mesi, ma era già una traiettoria che avevamo individuato, che avevamo chiarito, che avevamo capito.
L’invio delle armi in Ucraina è stato reso possibile da strumenti decisi dall’Unione Europea tra il 2016 e il 2020. Tra il 2016 e il 2020 sono stati creati l’European Defence Fund e l’European Peace Facility, poi sono stati creati altri strumenti, come ASAP, quello che avete forse sentito nominare per le munizioni, ma era già deciso prima. Allora questo è un primo elemento che do alla nostra e vostra riflessione. Facciamoci carico di aver intuito, capito e segnalato certe dinamiche prima che diventassero di dominio pubblico o comunque di attenzione maggioritaria.
Perché sennò sembra che arrivi la scoperta di adesso e quindi dobbiamo iniziare a occuparcene. No, ce ne siamo già occupati e molte delle analisi e delle valutazioni funzionavano già. Quindi questo, ripeto, non per incensarsi, ma per capire che non dobbiamo sempre ripartire da zero, che ci sono degli elementi, delle questioni su cui abbiamo conoscenza e su cui possiamo fare memoria. Perché il secondo elemento è che le dinamiche della militarizzazione e del riarmo sono dinamiche che magari negli annunci sembrano scoppiettanti e immediate, ma che poi si spiegano in tempi molto più lunghi.
E nei tempi lunghi noi siamo anche in grado di sottolinearne le problematiche. Giulio poi racconterà questioni legate all’industria militare, ma quello è un esempio molto chiaro. Una delle tappe della carovana che abbiamo lanciato come Sbilanciamoci è stata fatta vicino a Cameri. Allora, sottolineare che la promessa di diecimila posti di lavoro per gli F-35 alla fine ha visto novecentocinquanta posti di lavoro è fondamentale. Primo, perché dà ragione a battaglie che abbiamo fatto quindici anni fa. Secondo, perché fa capire che tutta una serie di promesse con le quali si sta cercando di vendere il riarmo anche dal punto di vista economico non sono vere.
E questo è un elemento cruciale per andare a dialogare con quei pezzi della cittadinanza, della popolazione, che non sono già dalla nostra parte, che non sono già dentro una prospettiva pacifista e che possono essere agganciati alle nostre critiche anche grazie a elementi concreti. Perché chi è già su una prospettiva pacifista, disarmista, nonviolenta, non lo dobbiamo convincere. Ma c’è un grande pezzo di persone, nella quotidianità delle nostre comunità e delle nostre società, che va convinto anche con elementi di concretezza sul fatto che le promesse del riarmo non reggono né economicamente né politicamente nei termini della pacificazione.
Questo è fondamentale perché va a cambiare la dinamica dei nostri dibattiti. Non è più un cercare di convincere che la nonviolenza funziona, ma cercare di convincere che una cosa che di anno in anno non funziona non ti porta la pace. Tu hai citato giustamente la richiesta del 5% militare fatta dagli Stati Uniti come imposizione, evidenziando ancora una volta il fatto che la NATO non è un’alleanza ma un protettorato, con l’adesione quasi entusiastica di molti governi.
Oggi ci troviamo una nuova strategia nazionale implicita da Trump che dice chiaramente che l’Europa la dobbiamo devastare. Eppure i governi continuano ad aderire a una richiesta chiaramente statunitense, chiaramente impositiva, anche dal punto di vista della produzione e degli acquisti di armi. Il segretario generale della NATO era molto contento e diceva: “Siamo riusciti già a mettere insieme quattro miliardi di acquisti americani da parte dell’Europa. Siamo bravi. Arriveremo a cinque miliardi entro l’anno e saremo bravissimi”.
Ogni mese che passerà nel 2026 compreremo un miliardo di dollari di armi. Ma tu sei il segretario generale della NATO, non sei il commesso viaggiatore dell’industria bellica. Questi sono elementi che noi dobbiamo evidenziare. Perché aumentano le alleanze e aprono la capacità di raccontare che esiste un’alternativa. E questo è il terzo elemento che voglio lasciare alla riflessione. C’è bisogno di costruire un’alternativa, di renderla visibile su tante cose di cui si discute in questo incontro e in questi giorni a Cagliari.
Ma anche in particolare sul tema delle armi, sul tema della traiettoria della sicurezza. Non sono un indovino, ma perché ce ne siamo occupati da tempo. Si parlerà anche di sicurezza condivisa e sicurezza umana. Oggi come oggi è fondamentale tenere aperto lo spazio dell’alternativa, perché l’unica carta che i promotori di un percorso di riarmo e militarizzazione hanno per convincere la maggioranza dell’opinione pubblica è quella di dire che non c’è alternativa. È l’unica carta potente che hanno.
“Non si può fare altrimenti. Cosa vuoi fare?” Molto spesso è così. “Io vorrei fare qualcosa di diverso, ma purtroppo sono costretto”. Non è vero. Non c’è nessuna costrizione. La scelta del riarmo è una scelta consapevole fatta da alcuni e noi dobbiamo dire che la stanno scegliendo, non che siano costretti. Ho recentemente fatto un’intervista per FC e dicevo esattamente queste cose: c’è un tentativo di convincerci che il riarmo sia ineluttabile.
È qualcosa che non possiamo non scegliere, perché sarebbe come la gravità. Se io alzo questo tavolo e lo lascio andare, cade per terra: c’è la gravità. Dobbiamo fare i conti con la gravità e così punto e basta. Noi invece oggi, grazie anche a un’alternativa di costruzione politica, di ragionamento sulla sicurezza condivisa e di cooperazione, dobbiamo tenere aperta la possibilità dell’alternativa. Oggi come oggi credo che questo sia il macrosforzo che deve sottendere a tutte le nostre campagne specifiche.
Che siano Stop Armi, Ferma il Riarmo, Sbilanciamoci, o le campagne per fermare le armi agli Emirati Arabi che vanno in Sudan e all’RSF. Per tutti questi temi, anche molto tecnici a livello europeo, si presenta tra le altre cose un cambiamento della direttiva sui trasferimenti di armamenti che sarà un colpo gravissimo ai controlli sulle armi. Perché l’industria degli armamenti, già adesso, sa che i novecento miliardi che l’Unione Europea vuole stimolare con i propri Stati membri finiranno. I soldi non sono infiniti.
Sta già pensando a come vendere poi ai Paesi fuori dall’Unione Europea. Noi dobbiamo essere consapevoli e non farci semplicemente travolgere da questa dinamica. Al di là dello sforzo sulle singole campagne che faremo e porteremo avanti, credo che il filo rosso, il leitmotiv, il minimo comune denominatore di tutte le iniziative sulla pace, sulla guerra, sul disarmo, sulle armi, ma anche su tutto il resto, sulla giustizia sociale, sull’istruzione e su quello che volete, debba essere costruire un’alternativa.
Dare spazio all’alternativa. Far percepire che l’alternativa è possibile. Perché altrimenti non avremo neanche la minima possibilità di spostare la traiettoria, neanche di poco. Credo davvero che questo sia un elemento fondamentale e che abbia tenuto come punto cruciale del lavoro collettivo in questi mesi e in questi anni. Perché altrimenti sarà difficile spiegare che l’economia militare non funziona, che è la peggiore economia possibile e che non è vero che l’industria militare sia cruciale per questo Paese.
Io faccio sempre numerosi incontri e chiedo per alzata di mano quanto la gente pensa che incida il settore militare in Italia. Nessuno, tranne rarissime eccezioni, dice che il settore militare in Italia vale meno dell’1% del PIL. Tutti dicono il 10%, il 7%, l’8%, il 12%, il 9%, il 5%. Nessuno dice che è una quota insignificante dal punto di vista economico. Certo, c’è comunque un ritorno, ma rispetto a tante altre cose ci viene raccontata come qualcosa di fondamentale e imprescindibile.
Però, se non dici che c’è un’alternativa, tutta questa roba non passa e non si coglie. Per esempio, proprio i dati recentissimi sulla crescita dell’industria militare ci hanno dimostrato, ben prima degli impatti del riarmo e della soglia del 5%, che sempre di più le spese militari sono spese per comprare armi. Dieci anni fa la spesa militare globale non solo era molto più ridotta, ma aveva solo il 22% della propria crescita concentrata negli armamenti. Adesso siamo già al 25%.
E crescerà ancora. Perché se alzi le spese militari, la prima cosa che fai è comprare nuove armi. Non fai ancora in tempo ad aumentare gli effettivi, costruire nuove basi o fare nuove esercitazioni. Quindi vai a remunerare il sistema del complesso militare-industriale-finanziario e tutta la bolla finanziaria che gli sta dietro. Ecco, sono tante cose, sono tanti elementi. Noi cerchiamo, nei nostri documenti e nelle nostre campagne, a livello europeo, internazionale e globale, di raccontarli e descriverli.
Quello che chiedo a voi, così come lo chiedo sempre a tutte le organizzazioni, è di tenere conto del fatto che il riarmo non è più soltanto il sottoprodotto di un sistema economico globale che non funziona, ma è diventato centrale nelle scelte di un approccio neoliberista. Quindi tenerne conto vuol dire che, anche se lavoro su altri temi – il tema ambientale, il tema della giustizia sociale, della finanza etica, dei consumi, tutto quello che volete – non posso prescindere dal problema del riarmo.
Anche solo per l’impatto finanziario. Io ho questo ruolo nell’ambito finanziario: trovare i soldi che poi altri usano per i progetti. Tagliando la spesa sociale si creano problemi. Ma questo è un elemento da tenere come strategico. Il che non vuol dire che tutti si debbano mettere a fare gli attivisti sul disarmo: ci siamo noi a farlo. Però teniamoci reciprocamente in contatto, perché altrimenti non se ne esce.
E l’altro elemento è davvero quello di tenere forte l’idea e la prospettiva di creare alternativa. È la cosa più importante che abbiamo ed è la cosa che fa più paura ai cantori di un futuro di guerra e di conflitto, in cui non si può cooperare, in cui tutti sono nemici e in cui tutto si riduce alla banalità della guerra: io buono, tu cattivo. Lo abbiamo visto anche in questi giorni. I miei sono attacchi preventivi per la libertà, quelli degli altri sono attacchi preventivi per distruggerci.
Le mie armi sono buone per la difesa, le loro armi sono cattive per l’attacco. Non dobbiamo arrenderci a questa banalizzazione della guerra e, per non farlo, abbiamo bisogno di costruire un’alternativa che sia di pace, di disarmo e di nonviolenza e che, di conseguenza, porti giustizia e spazio a tutte quelle altre cose che abbiamo sempre voluto costruire e che continuiamo a voler costruire in tutti i mari di mezzo che frequentiamo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari 6 dicembre/ Il mare di mezzo IMGA0014
Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci
Naturalmente il tema è stato affrontato in tante occasioni in questi mesi, in realtà lo affrontiamo da decenni e, insomma, come diceva quel giornalista durante un’intervista, il prossimo articolo sul Corriere della Sera potrebbe intitolarsi: “Sono venti anni, quaranta anni che dico sempre le stesse cose”. Ma dobbiamo, posso dire, continuare a mettere il dito nella piaga rispetto a quello che sta succedendo. C’è la politica di riarmo che, a parte qualche anno dopo la fine della Guerra fredda, nei primi anni Novanta, quando ci fu un calo della spesa mondiale, dal 1993 in poi è aumentata costantemente in tutto il mondo.
Con i dati e con le percentuali che Francesco ricordava e che sono sotto gli occhi di tutti. Lo abbiamo fatto ricordare anche durante la Carovana. Abbiamo fatto decine e decine di città. Abbiamo incontrato anche quei lavoratori, quegli operai che le armi le producono. È il caso di Cameri, vicino a Novara, dove c’è l’impianto di assemblaggio degli F-35. Ci siamo confrontati, in realtà, con grande spirito costruttivo, con grande dialogo e anche con una consapevolezza che esiste da parte loro. Ovviamente, molti di loro vorrebbero fare qualcosa di diverso.
Naturalmente possiamo parlare del lavoro con grande senso di responsabilità, però siamo stati con loro e in altre occasioni, in altre città, abbiamo affrontato questi temi. Alla Spezia, con una parte di Leonardo, e in tante altre città. Ora, i dati sono sotto gli occhi di tutti. Noi abbiamo presentato l’altro ieri il rapporto dell’Osservatorio Mil€x. È previsto un aumento di cento milioni nel 2026. Però nella legge di bilancio è scritta anche un’altra cosa: una volta usciti dalla procedura di infrazione probabilmente potremo accedere al fondo SAFE e fare debito per investire nel riarmo.
Nella relazione del MEF c’è scritto che aumenteremo dello 0,15 nel 2026, dello 0,30 nel 2027 e dello 0,50 nel 2028 la spesa per armamenti. Tradotto, significa ventitré-ventiquattro miliardi di euro per le armi. Dieci volte più di quello che si stanzia quest’anno per la sanità. Nel bilancio della sanità ci sono due miliardi e quattrocento milioni che nemmeno coprono completamente l’inflazione. Di fatto sono soldi che andranno in buona parte a investimenti e contratti militari, mentre nella sanità ci sono poche assunzioni.
Nei prossimi cinque anni il trenta per cento dei medici di famiglia andrà in pensione, perché hanno tra i sessanta e i settantacinque anni, e non si sa come verranno sostituiti con queste risorse. Quindi siamo partiti da queste cifre e ci abbiamo ragionato sopra, naturalmente dentro un quadro di propaganda e retorica. Perché noi oggi diciamo il cinque per cento, ma vi ricordate un anno e mezzo fa quando si parlava del due per cento? Poi il due è diventato il tre, il tre è diventato il tre e mezzo e poi il tre e mezzo è diventato il cinque per cento.
Senza che dietro ci fosse una reale discussione sull’uso di queste risorse rispetto alle necessità operative che la NATO sostiene di avere. Naturalmente si tratta di retorica e propaganda dietro cui ci sono interessi molto consistenti e un disegno di governo del mondo nel quale le armi trovano un ruolo fondamentale, anzi il ruolo principale. Armi che, come ricordava Francesco, non è che creino tutti questi posti di lavoro e tutta questa crescita del PIL. L’ottanta per cento dei soldi che spenderemo noi finirà negli Stati Uniti.
L’ottanta per cento delle nostre spese per sistemi d’arma sono commesse a favore degli Stati Uniti. Questo vale anche per molti altri Paesi europei. Quindi dietro questa insistenza di Trump c’è anche un calcolo sul ritorno economico per le grandi multinazionali americane degli armamenti. Se guardiamo le prime dieci aziende del settore sono quasi tutte statunitensi e, guardando le prime cinquanta, gli Stati Uniti rappresentano comunque la parte più significativa e importante.
Allora c’è una preoccupazione molto forte che questa scelta di economia di guerra comporti sostanzialmente alcune conseguenze drammatiche. C’è la scelta della guerra, perché la storia dimostra che le guerre sono sempre precedute da forti aumenti delle spese militari. La Prima guerra mondiale e la Seconda guerra mondiale avevano cause differenti, che non stiamo qui ad analizzare, ma avevano una costante: l’aumento delle spese militari prima che quelle guerre scoppiassero.
Naturalmente c’è anche una questione di dominio geopolitico. A livello economico la competizione oggi non la stanno vincendo gli Stati Uniti. Sul piano della crescita economica, dell’innovazione, del digitale, della comunicazione e dell’intelligenza artificiale, la Cina sta andando molto meglio degli Stati Uniti. L’unico dominio incontrastato degli Stati Uniti è quello delle armi. Hanno circa il quaranta per cento della spesa militare mondiale e una capacità tecnologica che non ha paragoni nel settore.
È l’unico potere che possono esercitare con continuità e che permette loro anche il controllo delle risorse naturali, delle vie di comunicazione e delle reti della globalizzazione, una globalizzazione che è entrata in crisi dopo il Covid e dopo la guerra in Ucraina. E allora torno alla questione dell’impatto economico. Ha ragione Francesco: parliamo di un impatto minimale. È un discorso che facciamo anche ai sindacati, invitandoli a non farsi illudere da questa narrazione.
Noi abbiamo realizzato, nel rapporto sull’economia disarmata, uno studio a livello europeo. Alcuni economisti hanno costruito modelli economici sofisticati e hanno effettuato simulazioni basate su un investimento di un miliardo di euro in diversi comparti produttivi. Da queste analisi, svolte su Italia, Germania, Spagna e Francia, emerge che in Italia un miliardo investito nell’industria militare genera un ritorno di duecentocinquantuno milioni di euro e circa tremilacento posti di lavoro.
Gli stessi soldi investiti nell’ambiente generano un ritorno economico molto più elevato e una quantità di occupazione molto maggiore. Nell’istruzione il risultato è ancora più consistente e si arriva a oltre ventimila posti di lavoro. Potete trovare tutti questi dati nei rapporti e nei bilanci. Qual è allora il punto fondamentale? Che se andiamo a vedere la nostra azienda leader, cioè Leonardo, scopriamo che negli ultimi anni ha compiuto scelte molto precise.
Scelte alle quali i governi, sia di centrodestra sia di centrosinistra, hanno assistito senza intervenire. Lo Stato italiano possiede circa il trenta per cento di Leonardo. Eppure l’azienda ha investito sempre di più nel settore militare, disinvestendo in quello civile. Una volta Leonardo produceva anche le locomotive dell’Alta Velocità. Una volta era presente in numerosi comparti industriali civili. Produceva turbine e molti altri beni. Oggi tutte queste produzioni sono state progressivamente abbandonate per concentrarsi sugli armamenti.
Questo ci interroga anche sulle politiche industriali. Se guardiamo i programmi dei prossimi tre anni del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, vediamo che su venticinque miliardi di investimenti ben dieci miliardi sono destinati alle industrie militari. Quaranta per cento di tutti gli investimenti pubblici destinati allo sviluppo industriale del Paese. Da questo punto di vista dire che bisogna investire nelle alternative ha una sua ragione molto concreta.
Questo è un Paese che avrebbe bisogno di più infermieri e meno proiettili. Di meno bombe e più servizi. Con tecnologie analoghe si potrebbero fare cose diverse. Potremmo avere meno elicotteri armati e più elicotteri per il soccorso nelle aree interne, dove spesso mancano mezzi adeguati. Con gli stessi soldi e con tecnologie molto simili, invece di alcuni velivoli da combattimento si potrebbero realizzare aerei antincendio. Le alternative esistono.
E sono alternative che creano più PIL, più occupazione e più benessere. C’era poi un dato pubblicato da fonti internazionali sugli F-35: un’ora di volo di un F-35 produce emissioni equivalenti a quelle generate in due anni e mezzo da un cittadino tedesco. Lo cito solo come esempio. E allora chiudo. Io penso che le alternative ci siano e naturalmente sono legate alle politiche. Le politiche che abbiamo avuto finora vanno invece nella direzione del riarmo, del dominio geopolitico e della competizione.
Purtroppo così non si va da nessuna parte. Non è che se riarmi e fai arrivare la NATO sotto le finestre di Mosca, come diceva Papa Francesco, ottieni maggiore stabilità e maggiore sicurezza. La sicurezza vera, quella che tutti noi vogliamo, non si costruisce con il riarmo. Non diventi più sicuro rendendo tutti meno sicuri. Questo è il punto finale. Se si pensa che producendo e acquistando più armi si diventi più sicuri, non è così.
Anzi, si finisce sempre di più in una condizione di insicurezza. È la prospettiva nella quale siamo immersi. Un’Europa che purtroppo sta assumendo un atteggiamento remissivo e arrendevole. In pochi mesi siamo passati dall’idea di un’economia sostenibile all’idea di un’economia di guerra. La transizione ecologica sembra non esistere più. Non ci sono più investimenti significativi in quella direzione. Michele ricordava una riunione dei sindacati europei dell’automotive, della chimica e dell’elettrico.
Mi hanno mostrato una tabella con diciotto comparti industriali europei. Tutti avevano il segno meno. Gli unici segni positivi erano quelli dello spazio e del militare. Ma ovviamente si tratta di soldi pubblici, soldi nostri. E qui viene da citare Marx quando definiva la spesa militare una spesa improduttiva. Perché non crea valore aggiunto. Una macchina utensile, una macchina tessile o una macchina industriale creano nuovo valore. Un missile, al massimo, distrugge ricchezza.
Non crea mai ricchezza. Quindi anche da un punto di vista strettamente economico la dinamica dell’industria del riarmo è una dinamica che non porta da nessuna parte. Oltre a essere temporanea. Perché le dinamiche di guerra cambiano rapidamente. Ricordate che alla fine di agosto e a metà settembre il prezzo del petrolio era crollato perché si erano aperti negoziati per una possibile tregua. Questi fenomeni mostrano quanto sia instabile l’intero sistema.
Chiudo davvero dicendo che le alternative esistono e possono essere costruite. Però sono alternative che dipendono dalle scelte politiche. Francesco nel suo intervento lo ha ricordato. Oggi parliamo di guerre e di scenari al 2030. Ma cinquant’anni fa si svolgeva la Conferenza di Helsinki. C’era l’Unione Sovietica, c’erano figure considerate molto pericolose dal punto di vista occidentale, eppure si riuscì a costruire una conferenza sulla sicurezza e sulla cooperazione in Europa.
Naturalmente allora c’erano leader diversi da quelli di oggi. C’erano persone con una visione più lunga. Oggi la prospettiva o è quella della cooperazione oppure non si va da nessuna parte. Anzi, si va verso un rischio formidabile per questo continente e per il mondo intero. Le guerre a volte iniziano quasi per errore e non si sa mai come possano finire.
Per questo il nostro impegno è cambiare queste politiche. Non soltanto dire che si può ridurre una spesa o aumentare un investimento. Continueremo a fare anche questo, ma continueremo soprattutto a impegnarci perché esistano politiche di riconversione. Politiche che producono più lavoro e più crescita. Ma soprattutto politiche che cambiano radicalmente rotta rispetto a scelte così drammaticamente sbagliate che ci stanno portando su una linea estremamente pericolosa.
Questo riguarda l’Italia, riguarda l’Europa e naturalmente riguarda gli Stati Uniti. Per questo il fatto che nel Mediterraneo e in Europa si costruiscano le coalizioni più ampie possibili per affrontare questi temi è assolutamente fondamentale.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0016
Trascrizioni/ Panel su autoritarismo e lotte per la democrazia/ 6 dicembre 2025
Autoritarismo e lotte per la democrazia
Gianluca Mengozzi, presidente Arcs
Io sono Gianluca Mengozzi, presidente di Arcs, e ringrazio gli amici dell’ARCI. Ringrazio davvero ARCI Sardegna, la Regione Sardegna, i ragazzi e le ragazze dell’organizzazione e i volontari per questa bellissima iniziativa che si estende su più giorni. Un ringraziamento particolare lo voglio dare alle traduttrici, ai traduttori e agli interpreti, che ringrazio davvero per il grande lavoro che fanno. Senza di loro l’ambizione di avere un convegno internazionale sarebbe evidentemente molto minore.
Presento prima di tutto Munia Ben Jemia, che è la nostra presidente di Euromed Rights, come ha ricordato Raffaella. È una delle voci più autorevoli per i diritti umani nell’area euromediterranea, professoressa di diritto tunisina, femminista, presidente dell’Associazione delle Donne Democratiche Tunisine, che svolge da molti anni un grande lavoro per i diritti delle donne, contro la violenza domestica e per la tutela delle bambine, agendo sul piano delle norme, delle leggi e del diritto in generale. Ha lavorato a lungo su norme e regolamenti per l’evoluzione paritaria dei diritti delle donne. Una sua frase che mi ha molto colpito è quella in cui Mounira esprime la convinzione che le società non progrediscono fino a quando le donne non hanno maggiori diritti e pari opportunità. Vi invito a leggere le sue numerose opere sul tema, che troverete facilmente anche sui social. Alla mia destra c’è Carlo Crestini, componente dirigente del settore sociale dell’abitare, dirigente ARCI del settore sociale dopo aver ricoperto per molto tempo incarichi nel settore culturale.
Ci parlerà soprattutto del tema che riguarda il nostro Paese: la criminalizzazione del disagio abitativo e di altri aspetti collegati. Io non voglio togliere spazio ai nostri relatori in questo panel che ci conduce all’ora della pausa pranzo. Voglio semplicemente introdurre il tema del fatto che nel Mediterraneo, nella regione mediterranea, è emersa una diffusa volontà di mettere in atto dispositivi repressivi che hanno come obiettivo comune la riduzione degli spazi di azione delle autonomie sociali. Quindi di tutte le autonomie sociali: quelle associative, sindacali, documentaristiche e di tutte le forme organizzate che si battono per i diritti e per la solidarietà. Siamo di fronte, da qualche anno, a una sorta di vera e propria internazionale euromediterranea della repressione che, perseguendo obiettivi comuni, li realizza mettendo in opera differenti azioni di contrasto alla mobilitazione civica.
Ovviamente si tratta di una internazionale estremamente repressiva, estremamente violenta, ma per nulla stupida; anzi, raffinata. Per questo è un sistema repressivo articolato e complesso. Le misure messe in atto non sono le stesse nei differenti Paesi, ma si differenziano a seconda degli ordinamenti legali e istituzionali dei diversi Stati e a seconda delle resistenze che questa azione regressiva incontra nelle diverse situazioni e nei diversi contesti in cui viene messa in atto.
Per essere chiari ed evitare semplificazioni, questo processo repressivo non avviene soltanto attraverso le leggi, ma viene anche eseguito e messo in atto tramite forzature, atti amministrativi, regolamentari, decreti e disposizioni di carattere securitario. È quanto è avvenuto anche in Italia con i cosiddetti decreti sicurezza, che hanno l’obiettivo di criminalizzare differenti strumenti di espressione pubblica democratica.
La Tunisia, come ci ricordava Carmelo e come ci ricorderà anche Mounira, che ci offrirà un excursus non soltanto sul proprio Paese d’origine ma anche su altri Paesi, rappresenta un paradigma di ciò che è avvenuto negli ultimi anni. Questo è un fenomeno che evidentemente si accompagna alla propaganda, anche perché le centrali governative che applicano questa repressione hanno accesso privilegiato ai media.
Vi è poi il tratto unificante del populismo di destra, un populismo che comporta una costruzione propagandistica nella quale si individua il nemico della comunità: l’immigrato, il povero, il senzatetto, l’ecologista, il militante. Si costruisce una rappresentazione falsa e strumentale, approfittando della grande disponibilità mediatica e soprattutto della complicità di organi di informazione compiacenti.
È dunque sempre più grave la criminalizzazione di alcune categorie della cittadinanza civica organizzata, che vengono trasversalmente identificate come bersagli, insieme a tutti coloro che si muovono, in maniera formale o informale, per la solidarietà. Pensiamo alle mobilitazioni per la Palestina. Ricordiamoci tutti che nell’inverno del 2024, anche in Italia, e nella mia regione, la Toscana, a Pisa, c’è stata una repressione violentissima della volontà dei giovani universitari di manifestare in solidarietà con il popolo palestinese. Sembra che vi sia un disegno ricorrente che interessa ogni forma di azione collettiva in cui sia presente un intento civico, sociale e solidale. Esiste una tendenza repressiva che mira a diminuire la volontà di mobilitarsi. I temi sono quelli dei migranti, dell’ecologismo, dell’abitare sociale, delle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori e di molti altri aspetti che emergeranno dalle parole dei nostri relatori.
Si tratta di una trasformazione evidentemente coordinata e non lasciata al caso. Lo dimostrano i numerosi incontri tra i governanti dell’area euromediterranea e i numerosi protocolli che vengono sottoscritti. Si tratta quindi di un processo che agisce sulla diminuzione degli spazi civici e sulla loro praticabilità. In sostanza, come suggerisce il titolo del nostro panel, siamo di fronte a una progressiva restrizione degli spazi democratici nelle nostre società.
Detto questo, non aggiungo altro e lascio la parola ai nostri ospiti.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0019
Munia Ben Jemia, presidente di Euromed Rights – Tunisia
[FRA] Et merci également au public qui est resté jusqu’à présent. C’est l’heure du déjeuner, je sais que c’est quelque chose d’un petit peu difficile pour tout le monde. Alors effectivement, comme tu viens de le dire Jean-Claude, il y a actuellement dans toute la région euro-méditerranéenne un rétrécissement de l’espace civique.
Au nord de la Méditerranée et au sud de la Méditerranée, on peut parler d’une fermeture totale de l’espace civique. Cela se fait essentiellement par l’attaque de deux piliers : l’indépendance de la justice et l’indépendance ainsi que la liberté des médias. Au nord, on assiste un petit peu partout, notamment à l’est de la Méditerranée, à l’érosion de l’indépendance de la justice. Au sud, notamment en Tunisie, en Algérie, en Égypte et également en Turquie, il y a une totale mise au pas de la justice. La justice n’est plus qu’aux ordres du pouvoir exécutif.
Quant aux médias, au nord de la Méditerranée, ils sont souvent contrôlés par des magnats financiers de droite et d’extrême droite qui contrôlent donc le contenu des médias. C’est le cas notamment en France où de nombreux médias ont été rachetés.
Au sud, la mise au pas des médias se fait par l’arrestation systématique des journalistes libres et indépendants et par la mainmise des autorités publiques sur les médias privés. Ce n’est pas une dérive. Il s’agit véritablement d’une attaque méthodique contre la société civile, d’une attaque contre l’espace civique.
La stratégie est à peu près la même à l’est et au sud de la Méditerranée, et véritablement identique même si l’intensité du musellement de la société civique est variable selon les États. Alors cette stratégie, comment est-elle établie ? On va commencer, dans pratiquement tous les pays de la région euro-méditerranéenne, par des campagnes de dénigrement menées par les autorités publiques elles-mêmes. On va accuser les défenseurs des droits et les opposants d’être des agents de l’étranger, d’être des traîtres à la nation. Et cela, on le voit notamment à l’est de la Méditerranée, en Bulgarie, en Hongrie ou également en Tunisie, où l’on va citer très précisément l’Open Society Foundations et Monsieur Soros pour dire que les ONG sont financées par Soros et qu’elles sont donc à la solde de l’étranger.
Ces campagnes de dénigrement vont également être relayées par des discours des autorités publiques, des discours de déshumanisation des défenseurs des droits. On l’a vu concernant les défenseurs des droits des Palestiniens. Vous savez qu’Israël a traité les Palestiniens d’animaux qu’il fallait tuer, qu’il fallait éliminer.
En Tunisie, le président actuel de la République, Kais Saied, traite régulièrement ses opposants et la société civile de résidus d’insectes, de cancer.
Ce discours de dénigrement, tenu par les autorités publiques, va être relayé par les médias, les médias qui sont aux ordres. Il va être très difficile pour les défenseurs des droits, pour les ONG, pour les opposants de faire entendre un contre-récit parce qu’ils n’auront plus accès, ou auront beaucoup moins accès, aux médias.
Ces campagnes de dénigrement relayées par les médias vont être accompagnées de discours de haine, essentiellement sur les réseaux sociaux. Ces discours de haine vont attaquer principalement les militantes féministes, les militants LGBTI, les militants pour l’environnement, mais aussi tout simplement les défenseurs des droits des Palestiniens. Et tout cela va ensuite permettre de légitimer la répression. Les outils de répression qui vont être utilisés dans toute la région sont également semblables. On va instrumentaliser les lois antiterroristes, tant au nord qu’au sud.
Les manifestants pro-palestiniens au nord vont être inculpés pour apologie du terrorisme ou pour complicité de terrorisme. Au sud, tous les opposants sont poursuivis en justice pour appartenance à des ententes terroristes. On l’a vu en Algérie, on le voit également en Tunisie, mais aussi en Égypte. Les manifestants eux-mêmes, on l’a vu au nord de la Méditerranée, porter un keffieh palestinien peut être assimilé à de l’apologie du terrorisme.
Donc, instrumentalisation des lois antiterroristes, mais également instrumentalisation des lois sur les fake news. Et cela, on le voit notamment en Tunisie où pratiquement toutes les voix libres, politiques, sont poursuivies sur la base d’un décret-loi promulgué par le Président de la République qui criminalise les fake news. Toute critique du gouvernement actuel, du régime actuel, va être criminalisée par l’instrumentalisation de cette loi.
On verra également, tant au nord qu’au sud de la Méditerranée, une prolifération de lois de protection de l’ordre public et de la sécurité intérieure qui permettront d’étouffer toutes les voix critiques et dissidentes.
Également, c’est quelque chose que l’on retrouve dans toute la région : la suspension d’activités d’ONG ou carrément la dissolution d’ONG. On l’a vu par exemple en France. Sur la base de la loi sur la sécurité intérieure, il me semble, on a vu la dissolution administrative de collectifs contre l’islamophobie.
En Tunisie, tout dernièrement, plusieurs ONG de défense de la société civile, notamment l’Association tunisienne des femmes démocrates, ont été suspendues pendant un mois sous le prétexte d’irrégularités conformément à la loi sur les associations. Prétexte, parce que ces irrégularités ne sont pas prouvées.
Il y a donc partout dans la région une volonté d’essouffler les défenseurs des droits, d’essouffler la société civile par le harcèlement. Il y a un harcèlement administratif, un harcèlement par les contrôles des ONG prévus par la loi.
Il y a également l’assèchement des fonds des ONG ou des personnes qui agissent, notamment pour la Palestine. Vous connaissez tous Francesca Albanese. Vous savez qu’elle a été sanctionnée par les États-Unis et n’a plus accès à un compte bancaire. Il y a également des sanctions américaines contre des associations palestiniennes : Al-Haq, le Centre palestinien pour les droits de l’homme, et d’autres. Et puis, du fait de la mise au pas de la justice, en particulier au sud de la Méditerranée, on assiste à de nombreuses arrestations arbitraires et à plusieurs procès iniques. En Égypte, 60 000 opposants sont en prison. En Tunisie, comme l’a dit Ahmed ce matin, pratiquement toute l’opposition, dans toutes ses composantes, est en prison ou en exil.
Cette répression s’accompagne également d’une répression transnationale. Cela signifie que l’on va également harceler les familles des personnes poursuivies ou détenues, soit dans le pays même, comme c’est le cas en Algérie, en Égypte et en Tunisie, soit lorsque ces familles défendent depuis l’étranger les personnes de leur famille qui ont été détenues.
Je ne donnerai qu’un seul exemple : l’un des fils d’un opposant qui est en prison et qui vient d’être condamné à vingt ans de prison vient lui-même d’être condamné par défaut, par contumace, à près de cinquante ans de prison.
Les peines prononcées en Tunisie sont infamantes. Dans le dernier procès, celui qui s’appelle le « procès du complot n° 1 contre la sûreté intérieure et extérieure de l’État », le jugement définitif n’a pas encore été prononcé, mais il le sera incessamment. Les peines requises vont de cinq à vingt-cinq ans de prison pour complot.
C’est un procès dont on parle beaucoup à Tunis. C’est un procès emblématique parce qu’il regroupe effectivement toutes les composantes de l’opposition tunisienne, mais aussi parce qu’il est devenu un modèle qui sera suivi dans toutes les autres affaires de complot, car il y en a plusieurs, une dizaine environ.
La méthode est la suivante : on commence par arrêter les opposants sans preuves, puis on cherche dans leurs téléphones et dans leurs ordinateurs une trace de complot. Dans cette affaire du complot n° 1, les seules choses trouvées dans les téléphones et les ordinateurs sont des discussions entre opposants qui voulaient lancer un dialogue national et évoquaient, au détour d’une conversation, un changement constitutionnel après le coup d’État établi en Tunisie en juillet 2021 par Kais Saïed.
Le procès ne repose donc sur aucune preuve tangible. Les seules preuves sont des témoignages anonymes et des rumeurs. Ce sont des gens qui disent : « On a entendu par quelqu’un qui a entendu par quelqu’un d’autre que cette personne était en train de comploter contre l’État. »
Pas de preuves, une instruction uniquement à charge, des procès à distance, c’est-à-dire sans la présence des détenus, interdiction de médiatiser l’affaire, interdiction d’en parler dans les médias, impossibilité pour les avocats d’assurer normalement la défense : il s’agit véritablement d’un déni de justice. Et cela pour des peines très lourdes, comme on l’a dit.
Aujourd’hui, à l’heure où je vous parle, une manifestation se tient en Tunisie. Son slogan est le suivant : « L’opposition n’est pas un crime. » C’est une réponse directe au procès qui se tient actuellement.
C’est également une réaction à l’arrestation brutale d’une femme opposante, l’activiste Chaima Issa. Après avoir déjà passé un an en prison, elle a été arrêtée brutalement lors d’une manifestation qui a eu lieu la semaine dernière. C’est aussi l’occasion de dénoncer une nouvelle fois l’arrestation de figures emblématiques de l’opposition démocratique tunisienne. Je vous parle de cette manifestation parce qu’elle témoigne aussi de la résistance de la société tunisienne, mais également de la résistance dans toute la région euro-méditerranéenne.
On l’a vu : malgré la répression, les manifestations pour la Palestine ont contribué à changer la perception de la guerre à Gaza. Au départ, on ne voulait pas voir de génocide ; aujourd’hui, pratiquement tout le monde parle de génocide. Il existe donc une résistance un peu partout.
Et finalement, que nous reste-t-il à nous, société civile, sinon la rue ? Il nous reste la rue, il nous reste la manifestation, il nous reste également la solidarité internationale. C’est le cas par exemple d’EuroMed Droits, où nous sommes tous ici.
Ce qu’il nous reste également, ce sont les recours devant les juridictions internationales. On l’a vu avec la Palestine : les décisions de la Cour internationale de justice et de la Cour pénale internationale ont également changé la perception de la guerre à Gaza et vont contraindre les États à considérer qu’il s’agit bien d’un projet de génocide.
Il y a aussi les recours internationaux menés par la société civile devant la Cour pénale internationale pour que les traitements infligés en Tunisie, notamment aux migrants, soient considérés comme des crimes contre l’humanité. Ces recours, ainsi que les recours devant la Cour africaine des droits de l’homme et la saisine des rapporteurs spéciaux de l’ONU, constituent également des éléments importants.
En Tunisie, nous avons systématiquement saisi les rapporteurs spéciaux et cela a donné quelques résultats. Certains défenseurs des droits ont pu être libérés. Des personnes arrêtées, notamment les dirigeants du Conseil tunisien pour les réfugiés, ont été relâchées. Et nous espérons prochainement d’autres libérations en Tunisie.
Je pense notamment à Chaima Issa, qui était directrice administrative d’une structure à Tunis apportant une aide aux migrants et aux réfugiés, mais également à Saadia Mosbah, présidente de l’association Mnemty, l’association antiraciste de défense des droits humains.
Donc, il faut résister. Il faut des actions de solidarité pour nous opposer à cette fermeture de l’espace civique et à ces dictatures émergentes, modernes dans leurs méthodes, qui menacent les droits et les libertés dans toute la région euro-méditerranéenne. Merci.
[ITA] E grazie anche al pubblico che è rimasto fino a questo momento. È l’ora di pranzo, so che è qualcosa di un po’ difficile per tutti. Allora, effettivamente, come hai appena detto tu, Gianluca, attualmente in tutta la regione euro-mediterranea si assiste a una restrizione dello spazio civico.
A nord del Mediterraneo e a sud del Mediterraneo, si può parlare di una chiusura totale dello spazio civico. Ciò avviene essenzialmente attraverso l’attacco a due pilastri: l’indipendenza della giustizia e l’indipendenza, nonché la libertà, dei media. A nord si assiste un po’ ovunque, in particolare a est del Mediterraneo, all’erosione dell’indipendenza della giustizia. A sud, in particolare in Tunisia, in Algeria, in Egitto e anche in Turchia, vi è una totale messa sotto controllo della giustizia. La giustizia non è più che agli ordini del potere esecutivo.
Per quanto riguarda i media, nel nord del Mediterraneo essi sono spesso controllati da magnati finanziari di destra e di estrema destra che controllano quindi il contenuto dei media. È il caso in particolare della Francia, dove numerosi media sono stati acquisiti.
Nel sud, la messa sotto controllo dei media avviene attraverso l’arresto sistematico dei giornalisti liberi e indipendenti e attraverso la presa di controllo dei media privati da parte delle autorità pubbliche. Non si tratta di una deriva. Si tratta veramente di un attacco metodico contro la società civile, di un attacco contro lo spazio civico.
La strategia è più o meno la stessa a est e a sud del Mediterraneo, ed è realmente identica, anche se l’intensità dell’imbavagliamento della società civile varia a seconda degli Stati. Allora, come viene costruita questa strategia? In quasi tutti i Paesi della regione euro-mediterranea si inizia con campagne di denigrazione condotte dalle stesse autorità pubbliche. I difensori dei diritti e gli oppositori vengono accusati di essere agenti stranieri, di essere traditori della nazione. E questo lo vediamo in particolare nell’est del Mediterraneo, in Bulgaria, in Ungheria e anche in Tunisia, dove vengono citate molto precisamente le Open Society Foundations e il signor Soros per affermare che le ONG sono finanziate da Soros e che sono quindi al servizio di interessi stranieri.
Queste campagne di denigrazione vengono inoltre rilanciate da discorsi delle autorità pubbliche, discorsi di disumanizzazione dei difensori dei diritti. Lo abbiamo visto nei confronti dei difensori dei diritti dei palestinesi. Sapete che Israele ha trattato i palestinesi come animali che bisognava uccidere, che bisognava eliminare.
In Tunisia, l’attuale Presidente della Repubblica, Kais Saied, definisce regolarmente i suoi oppositori e la società civile come residui di insetti, come un cancro.
Questo discorso denigratorio, portato avanti dalle autorità pubbliche, viene rilanciato dai media, media che sono agli ordini del potere. Diventa molto difficile per i difensori dei diritti, per le ONG e per gli oppositori far sentire una contro-narrazione, perché non avranno più accesso ai media, o ne avranno molto meno.
Queste campagne di denigrazione rilanciate dai media sono accompagnate da discorsi d’odio, essenzialmente sui social network. Questi discorsi d’odio prendono di mira principalmente le attiviste femministe, i militanti LGBTI, gli attivisti per l’ambiente, ma anche molto semplicemente i difensori dei diritti dei palestinesi. E tutto ciò finirà per legittimare la repressione. Gli strumenti repressivi che verranno utilizzati in tutta la regione sono anch’essi simili. Si assisterà a una strumentalizzazione delle leggi antiterrorismo, sia al nord sia al sud.
I manifestanti filo-palestinesi nel nord verranno incriminati per apologia del terrorismo o per complicità con il terrorismo. Nel sud, tutti gli oppositori vengono perseguiti per appartenenza a organizzazioni terroristiche. Lo abbiamo visto in Algeria, lo vediamo anche in Tunisia, ma anche in Egitto. Gli stessi manifestanti, lo abbiamo visto nel nord del Mediterraneo, possono vedere l’uso di una kefiah palestinese assimilato all’apologia del terrorismo.
Dunque, strumentalizzazione delle leggi antiterrorismo, ma anche strumentalizzazione delle leggi contro le fake news. E questo lo vediamo in particolare in Tunisia, dove praticamente tutte le voci politiche libere vengono perseguite sulla base di un decreto-legge promulgato dal Presidente della Repubblica che criminalizza le fake news. Qualsiasi critica all’attuale governo, all’attuale regime, viene criminalizzata attraverso la strumentalizzazione di questa legge.
Assistiamo inoltre, sia a nord sia a sud del Mediterraneo, a una proliferazione di leggi per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza interna che consentono di soffocare tutte le voci critiche e dissidenti.
Inoltre, si tratta di qualcosa che ritroviamo in tutta la regione: la sospensione delle attività delle ONG o addirittura il loro scioglimento. Lo abbiamo visto, per esempio, in Francia. Sulla base della legge sulla sicurezza interna, se non erro, abbiamo assistito allo scioglimento amministrativo di collettivi contro l’islamofobia.
In Tunisia, molto recentemente, diverse ONG impegnate nella difesa della società civile, in particolare l’Associazione Tunisina delle Donne Democratiche, sono state sospese per un mese con il pretesto di irregolarità rispetto alla legge sulle associazioni. Un pretesto, perché tali irregolarità non sono state dimostrate.
Vi è dunque, in tutta la regione, la volontà di sfiancare i difensori dei diritti, di sfiancare la società civile attraverso le molestie e le pressioni. Vi è un accanimento amministrativo, un accanimento attraverso i controlli sulle ONG previsti dalla legge.
Vi è inoltre il prosciugamento delle risorse finanziarie delle ONG o delle persone impegnate nell’attivismo, in particolare per la Palestina. Conoscete tutti Francesca Albanese. Sapete che è stata sanzionata dagli Stati Uniti e che non ha più accesso a un conto bancario. Vi sono inoltre sanzioni statunitensi contro associazioni palestinesi: Al-Haq, il Centro Palestinese per i Diritti Umani e altre ancora. Inoltre, a causa della messa sotto controllo della giustizia, soprattutto nel sud del Mediterraneo, assistiamo a numerosi arresti arbitrari e a diversi processi iniqui. In Egitto, 60.000 oppositori si trovano in carcere. In Tunisia, come ha detto Ahmed questa mattina, praticamente tutta l’opposizione, in tutte le sue componenti, si trova in carcere o in esilio.
Questa repressione è accompagnata anche da una repressione transnazionale. Ciò significa che vengono molestate anche le famiglie delle persone perseguite o detenute, sia all’interno dello stesso Paese, come avviene in Algeria, in Egitto e in Tunisia, sia quando queste famiglie difendono dall’estero i propri congiunti detenuti.
Farò un solo esempio: uno dei figli di un oppositore che si trova in carcere e che è stato appena condannato a vent’anni di prigione è stato a sua volta condannato in contumacia a quasi cinquant’anni di carcere.
Le pene pronunciate in Tunisia sono infamanti. Nell’ultimo processo, denominato «processo del complotto n. 1 contro la sicurezza interna ed esterna dello Stato», la sentenza definitiva non è ancora stata pronunciata, ma lo sarà a breve. Le pene richieste vanno da cinque a venticinque anni di carcere per complotto.
Si tratta di un processo di cui si parla molto a Tunisi. È un processo emblematico perché riunisce effettivamente tutte le componenti dell’opposizione tunisina, ma anche perché è diventato un modello che verrà seguito in tutte le altre vicende di complotto, poiché ve ne sono diverse, circa una decina.
Il metodo è il seguente: si inizia arrestando gli oppositori senza prove, poi si cercano nei loro telefoni e nei loro computer eventuali tracce di complotto. In questo caso del complotto n. 1, le uniche cose trovate nei telefoni e nei computer sono state discussioni tra oppositori che volevano avviare un dialogo nazionale e che evocavano, nel corso di una conversazione, un cambiamento costituzionale dopo il colpo di Stato realizzato in Tunisia nel luglio 2021 da Kais Saïed.
Il processo non si basa dunque su alcuna prova tangibile. Le uniche prove sono testimonianze anonime e voci di corridoio. Persone che affermano: «Abbiamo sentito da qualcuno che aveva sentito da qualcun altro che questa persona stava complottando contro lo Stato».
Nessuna prova, un’istruttoria esclusivamente a carico, processi a distanza, cioè senza la presenza dei detenuti, divieto di dare visibilità mediatica al caso, divieto di parlarne nei media, impossibilità per gli avvocati di garantire normalmente la difesa: si tratta veramente di una negazione della giustizia. E tutto questo per pene molto pesanti, come abbiamo detto.
Oggi, mentre vi parlo, si sta svolgendo una manifestazione in Tunisia. Il suo slogan è il seguente: «L’opposizione non è un crimine». Si tratta di una risposta diretta al processo attualmente in corso.
È anche una reazione all’arresto brutale di una donna dell’opposizione, l’attivista Chaima Issa. Dopo aver già trascorso un anno in carcere, è stata arrestata brutalmente durante una manifestazione che si è svolta la settimana scorsa. È anche un’occasione per denunciare ancora una volta l’arresto di figure emblematiche dell’opposizione democratica tunisina. Vi parlo di questa manifestazione perché testimonia anche la resistenza della società tunisina, ma anche la resistenza presente in tutta la regione euro-mediterranea.
Lo abbiamo visto: nonostante la repressione, le manifestazioni a favore della Palestina hanno contribuito a cambiare la percezione della guerra a Gaza. All’inizio non si voleva vedere un genocidio; oggi praticamente tutti parlano di genocidio. Esiste dunque una resistenza diffusa un po’ ovunque.
E alla fine, cosa resta a noi, come società civile, se non la strada? Ci resta la strada, ci resta la manifestazione, ci resta anche la solidarietà internazionale. È il caso, per esempio, di EuroMed Droits, di cui siamo tutti parte qui.
Ciò che ci resta sono anche i ricorsi davanti alle giurisdizioni internazionali. Lo abbiamo visto con la Palestina: le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale hanno anch’esse modificato la percezione della guerra a Gaza e costringeranno gli Stati a considerare che si tratta effettivamente di un progetto di genocidio.
Vi sono anche i ricorsi internazionali promossi dalla società civile davanti alla Corte Penale Internazionale affinché i trattamenti inflitti in Tunisia, in particolare ai migranti, siano riconosciuti come crimini contro l’umanità. Questi ricorsi, così come quelli presentati davanti alla Corte Africana dei Diritti dell’Uomo e le segnalazioni ai Relatori Speciali delle Nazioni Unite, costituiscono anch’essi strumenti importanti.
In Tunisia abbiamo sistematicamente investito i Relatori Speciali e questo ha prodotto alcuni risultati. Alcuni difensori dei diritti sono stati liberati. Alcune persone arrestate, in particolare i dirigenti del Consiglio Tunisino per i Rifugiati, sono state rilasciate. E speriamo che presto vi siano altre liberazioni in Tunisia.
Penso in particolare a Chaima Issa, che era direttrice amministrativa di una struttura di Tunisi che forniva assistenza ai migranti e ai rifugiati, ma anche a Saadia Mosbah, presidente dell’associazione Mnemty, l’associazione antirazzista per la difesa dei diritti umani.
Dunque, bisogna resistere. Sono necessarie azioni di solidarietà per opporci a questa chiusura dello spazio civico e a queste dittature emergenti, moderne nei loro metodi, che minacciano i diritti e le libertà in tutta la regione euro-mediterranea. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0020
Gianluca Mengozzi, presidente Arcs
Vorrei concludere ricordando una persona cara alle nostre organizzazioni ricordando Saadia Mosbah, che è una grande attivista per l’antirazzismo in Tunisia, incarcerata il 6 maggio del 2024 e che ancora si trova in carcere. Il suo movimento è stato obbligato a interrompere le attività il 25 ottobre scorso attraverso una sospensione amministrativa.
Penso a Saadia e a tutte le compagne che si mobilitano per i diritti e che oggi sono nelle carceri. Credo che dovremmo alzare ancora di più l’attenzione su questi casi. Cedo dunque la parola a Carlo, perché appunto ci diceva bene Mounira che l’opposizione non è un crimine. Sarà anche lo slogan delle manifestazioni che ci saranno nei prossimi mesi, ma è evidente che esiste un’aggressione sempre più forte a tutta una serie di comportamenti e una criminalizzazione marcata di tutte quelle pratiche che vengono considerate eterodosse.
Pratiche con le quali, però, da secoli conviviamo all’interno di una dialettica tra potere e contestazione del potere, o anche semplicemente rispetto ad atteggiamenti non allineati che fanno parte del nostro agire quotidiano. Faccio solo un inciso, lasciatemelo fare. Sono un architetto e negli studi universitari sappiamo perfettamente che dall’età romana all’età medievale, fino all’età rinascimentale, grandissimi e importantissimi edifici realizzati dai massimi esponenti dell’architettura della storia erano pensati per dare ospitalità a tutte quelle persone che, per esempio, non avevano una casa o un riparo.
Invece oggi siamo di fronte a una criminalizzazione marcata di atteggiamenti che di solito sono stati tollerati all’interno di una dinamica di confronto e di dialettica che ha sempre riguardato il rapporto tra le autorità e i movimenti. Oggi assistiamo a un’aggressione senza precedenti, accompagnata da una propaganda odiosa di criminalizzazione di tutte le problematiche sociali. E quindi non soltanto dei movimenti che le difendono, ma proprio delle persone che quelle problematiche le vivono e delle necessità che esse esprimono per quello che sono. Su questo e altro lascio ora la parola al relatore.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0021
Carlo Testini, Forum Sociale dell’Abitare
E viste poi le tante cose che sono già state dette, vi ringrazio moltissimo. Allora, io qui intervengo come Social Forum dell’Abitare. Non so se conoscete questo percorso che è nato un paio di anni fa, quando tutta una serie di organizzazioni, ma anche di sindacalisti, urbanisti ed esperti che studiano le città, hanno deciso di unirsi per tentare di fare delle proposte per migliorare la situazione abitativa e difendere il diritto a un abitare dignitoso, a una casa dignitosa.
Questo progetto lo voglio sottolineare perché è uno di quei percorsi collettivi che ha messo insieme movimenti, sindacati e associazionismo. È uno di quei percorsi che oggi, dal punto di vista anche della qualità del confronto, secondo me è molto interessante anche nella nostra discussione su come trovare strumenti per arginare e contrastare militarismo, guerra e autoritarismo.
Velocissimamente, voi sapete che in Italia c’è una situazione drammatica. Anche se il governo e la nostra presidente del Consiglio cercano di valorizzare alcuni aspetti sul piano della propaganda, sappiamo bene, come ci dice anche la Caritas nell’ultimo rapporto sulle povertà, che in questo Paese la povertà assoluta aumenta, che le persone che si curano sono sempre meno, che le persone che non arrivano alla fine del mese sono sempre di più e che oltre un milione di famiglie si trovano in condizioni di forte disagio.
Questo è il panorama di un Paese che viene raccontato come un Paese felice e proiettato verso lo sviluppo futuro, mentre sappiamo che le cose non stanno così. Di fronte a questa situazione, movimenti e sindacati hanno reagito. Proprio ieri ci sono state importanti manifestazioni dei metalmeccanici a Genova e in altre città. In questi anni la risposta a tutti questi movimenti sociali che cercano di sottolineare la gravità della situazione e di arginare le politiche di questo governo è stata una serie di decreti.
Il primo in ordine di tempo, e che è stato subito un campanello d’allarme, è stato il cosiddetto decreto rave. Non so se ve lo ricordate. Un decreto sostanzialmente inutile perché, tra l’altro, non è seguito quasi nulla, dato che non ci sono stati episodi particolarmente rilevanti che ne giustificassero l’introduzione. Si è trattato del primo provvedimento simbolico del governo appena insediato. Poi è arrivata una serie di altri decreti: dal decreto Caivano, che voleva rispondere a una situazione molto complessa di quel quartiere di Napoli, fino ai provvedimenti che hanno introdotto le cosiddette zone rosse in alcune città, in quartieri caratterizzati da disagio e fragilità sociale. E infine il famoso decreto sicurezza, che è già stato citato e che noi abbiamo chiamato decreto paura. Si tratta di un insieme di norme che peggiorano disposizioni già esistenti, aumentando le pene per una serie di comportamenti legati all’attivismo sociale e alle forme di opposizione alle politiche del governo. Per esempio, sul tema dell’abitare, questo decreto sicurezza ha aumentato le pene per gli attivisti che si oppongono agli sfratti di persone fragili e in difficoltà.
Qualche settimana fa sui social è apparso un video che mostrava come a Bologna le forze dell’ordine abbiano abbattuto a martellate un muro per entrare in una casa durante uno sgombero. Lo ricordo per far capire qual è il clima che questo governo ha deciso di costruire sul tema dell’abitare e del diritto alla casa.
Sono molto d’accordo con chi, in questi due giorni, ha detto che il clima che si sta costruendo in maniera scientifica è un clima di paura. Paura di fare qualsiasi cosa: paura di scendere in piazza, di opporsi alle disuguaglianze, di esprimere la propria opinione, di esporre una bandiera della Palestina o addirittura di appendere un cartello. Ricorderete la vicenda della nostra amica e compagna panettiera di Ascoli Piceno che aveva esposto un cartello in difesa della Costituzione antifascista.
La costruzione di questo clima di paura attorno a qualsiasi forma di opposizione sociale è un dato di fatto. Molte cose sono già state dette. Questo clima autoritario viene costruito attraverso una serie di azioni del governo: l’attacco ai giornalisti indipendenti, l’attacco agli studenti e ai giovani attivisti. Anche poche settimane fa abbiamo assistito a episodi significativi. Penso al caso di un giovane studente portato via dalla polizia durante una protesta. Penso anche a quanto accaduto davanti a una scuola dove si stava svolgendo un’iniziativa a sostegno della Palestina. La polizia ha fermato e allontanato un ragazzo. Episodi che mostrano chiaramente quale sia l’approccio securitario che questo governo ha scelto di adottare.
L’attacco alla magistratura è già stato ricordato. Sappiamo che a breve ci sarà un referendum sulla riforma della giustizia, che rappresenta un altro tassello di questo percorso autoritario. E naturalmente c’è la criminalizzazione dei movimenti.
Che cosa stiamo facendo? Perché oltre a scendere in piazza cerchiamo anche di costruire strumenti concreti. Negli ultimi mesi abbiamo realizzato un progetto finanziato dalla Commissione Europea che si chiama Net4Defenders. Era nato con l’idea di sostenere gli attivisti nei Paesi dell’Unione Europea dove già esistevano problemi legati alla riduzione dello spazio civico e delle libertà democratiche. Invece ci siamo ritrovati a dover costruire anche in Italia un meccanismo di protezione per gli attivisti. Abbiamo costituito un hub di protezione, cioè una rete di persone e di avvocati che si mette a disposizione ogni volta che esiste il rischio che una manifestazione o un evento pubblico possano essere oggetto di comportamenti autoritari o di abusi. Inoltre questo progetto ha prodotto un rapporto sullo stato dello spazio civico nel nostro Paese. Un rapporto molto dettagliato che monitora tutto ciò che è accaduto in Italia negli ultimi anni. Questo documento è stato utilizzato da CIVICUS Monitor, che vi invito a consultare se non lo conoscete. È uno strumento molto importante che monitora la situazione dello spazio civico nei Paesi di tutto il mondo.
E proprio questo rapporto ha contribuito al declassamento dell’Italia nella valutazione della libertà dello spazio civico. Nei prossimi giorni ci sarà una conferenza stampa in Parlamento nella quale verrà illustrato questo peggioramento e verrà evidenziato come le politiche di questo governo stiano producendo una progressiva riduzione degli spazi democratici.
Queste politiche costruiscono un clima che rende sempre più difficile scendere in piazza, esprimere dissenso e contrastare le politiche repressive e antisociali che sono state raccontate poco fa anche da Giulio Marcon e da Francesco.
Chiudo, visto che mi sono preso dieci minuti, con una considerazione. Noi, insieme ai tanti compagni e compagne dell’ARCI e dei movimenti sociali che si sono mobilitati in questo periodo, stiamo facendo un lavoro che consiste nell’unire le lotte. Lo abbiamo detto tante volte: dobbiamo tenere insieme tutte le questioni, tutte le vertenze sociali aperte nel nostro Paese e, a questo punto, non soltanto in Europa ma anche nel Mediterraneo. Dobbiamo inserirle dentro lo scenario complessivo che stiamo vivendo e che ci è stato raccontato sia ieri sia questa mattina dai nostri ospiti. Continuiamo quindi a costruire convergenza. Lo stiamo facendo in tutti i modi possibili. A volte veniamo anche presi un po’ in giro perché parliamo sempre di convergenza, ma è esattamente ciò che dobbiamo fare. È utile e necessario. E credo che anche le recenti mobilitazioni sindacali abbiano segnato un salto di qualità. Quando i metalmeccanici occupano le strade e si mobilitano con forza, mostrano una capacità di risposta importante di fronte all’aggressività di questo governo.
Dal punto di vista della convergenza delle lotte, che siano quelle dei lavoratori, dei movimenti sociali, degli abitanti, delle persone che si battono per una sanità pubblica di qualità o dei movimenti che si occupano delle dipendenze da sostanze — e c’è stata recentemente una bellissima assemblea su questo tema — io penso che se riusciremo a costruire una grande alleanza tra tutti questi movimenti, allora forse riusciremo davvero a cambiare qualcosa.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0022
Gianluca Mengozzi, presidente Arcs
Chiudo questa sessione ricordando gli obblighi di convergenza che sono stati ricordati, ma anche quelli di copertura politica a tutto il movimentismo che deve essere assicurata da una grande organizzazione popolare di massa di oltre un milione di persone come l’ARCI.
Questi tre giorni sono qui a ricordarci anche il dovere che essa ha non solo di agire nel proprio Paese, ma anche in tutto il quadrante euromediterraneo. All’ARCI spetta il compito di riuscire a essere al fianco di tutte quelle organizzazioni alle quali viene impedito di potersi esprimere in maniera chiara, collettiva e limpida su quelle che sono non solo le proprie aspettative per la società, ma anche i problemi che hanno con le loro autorità di riferimento.
Lasciatemi dire, da presidente di una ONG di cooperazione internazionale, quale è l’ARCI, che è fondamentale riuscire, tramite i progetti, le azioni e le campagne di cooperazione internazionale, a dare appoggio e sostegno ai processi non soltanto di aiuto pubblico allo sviluppo, ma anche di aiuto privato allo sviluppo.
Occorre sostenere movimenti sociali e associazioni che rappresentano il meglio delle società nelle quali agiscono e che, come abbiamo visto anche stamani, operano in condizioni di crescente difficoltà. Difficoltà che derivano dalla riduzione degli spazi democratici, dalla criminalizzazione dell’impegno civico e dalla progressiva compressione delle libertà associative e di espressione.
Per questo motivo il ruolo delle organizzazioni sociali, delle reti internazionali e della cooperazione tra i popoli diventa ancora più importante. È necessario continuare a costruire legami, solidarietà e sostegno reciproco affinché nessuna realtà che si batte per i diritti, per la democrazia e per la giustizia sociale venga lasciata sola.
Grazie a tutte e a tutti per l’attenzione.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0023







Foto di Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni
Trascrizioni/ Panel su migrazioni, esodi, abbandoni/ 6 dicembre 2025
Migrazioni, esodi, abbandoni
Giorgia Jana Pintus, ufficio immigrazione Arci
Seguendo appunto anche uno dei tanti spunti che sono venuti dagli incontri precedenti, dai panel che ci hanno preceduto, inizierei questa nostra chiacchierata proprio partendo dalle parole che abbiamo scelto per raccontare il pane, cioè le parole che raccontano lo spostamento e la mobilità dal livello locale e territoriale alla dimensione globale. E quando si parla di migrazione, quindi, quand’è che si sceglie di parlare di abbandoni e quando si sceglie di parlare di esodi? Parleremo quindi della materialità, ma anche dei limiti che vi vengono posti. È banale dirlo, ma ovviamente la mobilità è un concetto che ha caratterizzato la storia dell’umanità sin dall’origine e, al giorno d’oggi, il diritto di ognuno e di ognuna di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornarci è codificato nella Dichiarazione universale dei diritti umani.
Pensando però alle parole della mobilità e dello spostamento che abbiamo scelto di analizzare oggi, ci viene da associare al diritto di lasciare qualsiasi paese anche il diritto di restare, il diritto di tornare, ma anche quello di arrivare e di entrare. Sembra una banalità, ma a seconda del passaporto e del reddito che abbiamo, anche arrivare ed entrare in un altro paese non è così scontato. Tornando all’importanza della scelta delle parole, a quanto la scelta delle parole racconti il modo in cui ci immaginiamo il mondo: chi attraversa il Mediterraneo, soprattutto chi attraversa il Mediterraneo ed è nero, è spesso raccontato come un immigrato; chi si sposta nello spazio Schengen è un expat. Le parole che utilizziamo raccontano e dicono tanto del sistema globale in cui viviamo.
Se non sono quindi tutti i diritti quelli che abbiamo appena citato, nel senso che non sono effettivamente esercitabili come tali negli strumenti internazionali e costituzionali, se tutte queste dimensioni della mobilità non sono esercitabili nello stesso modo da tutte le persone, sono sicuramente tutte rivendicazioni che impediscono una visione semplicistica della mobilità. Sono rivendicazioni che parlano di diritto di scelta, di autodeterminazione, ma che parlano soprattutto di diseguaglianze sociali ed economiche e di difficoltà di accesso a tutta una serie di diritti costituzionalmente garantiti: diritto alla salute, all’educazione, alla cultura, che sono sia locali e territoriali, ma anche nazionali e globali.
Nell’intervento di prima parlavamo di lotte per la democrazia e contro gli autoritarismi. Carlo Petrini raccontava delle lotte che si fanno oggi in Italia e che sono trasversali. Non si può continuare a parlare di migrazione senza occuparsi anche di questi temi. Sono temi tanti, complessi, e il collegamento tra le rivendicazioni, le emergenze sociali e culturali spero ci aiuterà a orientarci in queste dinamiche. Io prenderò soltanto un paio di minuti per parlare della dimensione della migrazione comunemente intesa come migrazione Sud-Nord. Avrebbe dovuto essere insieme a noi oggi anche Filippo Miraglia, che saluta, ma purtroppo non è potuto essere qui.
Prenderò quindi due minuti per fare un po’ di contesto prima di lasciare la parola ai nostri ospiti. Tra le tre parole che andiamo a raccontare oggi, quella della migrazione è sicuramente la più presente in assoluto nel dibattito pubblico, nei giornali, nei telegiornali, ma anche nelle politiche dei nostri governi. Ed è comparsa negli ultimi quindici anni soprattutto come emergenza. Noi parliamo di migranti, di persone che arrivano in Italia, come di un’emergenza. Un’emergenza che, se non è cambiata negli ultimi quindici anni, probabilmente non è tale: ci sono dinamiche strutturali che, se si continua a non affrontare come tali, renderanno difficile arrivare ad attuare politiche efficaci.
Spesso infatti il sistema delle strumentalizzazioni va oltre i limiti del danno e oggi, addirittura sulla spinta di quello che accade negli Stati Uniti con Trump, si parla di necessità di favorire la re-emigrazione e di piani di deportazione di massa. Prendo un minuto per raccontare due dati e contestualizzare questa narrazione rispetto alla realtà dei fatti. È importante innanzitutto ricordare che la grandissima maggioranza della mobilità a livello globale avviene attraverso canali cosiddetti regolari: migrazioni per motivi di studio, di lavoro, di ricongiungimento familiare, eccetera. Nel 2023, 3,7 milioni di persone hanno utilizzato canali legali di migrazione per entrare nell’Unione Europea.
Su una popolazione totale dell’Unione Europea di circa 450 milioni di abitanti, vi sono circa 30 milioni di cittadini con nazionalità non dell’Unione Europea. Gli ingressi cosiddetti irregolari, cioè di persone che non hanno avuto la possibilità di accedere con un visto, sono stati circa 230.000. Ciò nonostante, quando parliamo di migrazione, la prima immagine che ci viene in mente è quella del barcone che approda sulle coste italiane. Le migrazioni forzate, quindi quelle che avvengono in contesti nei quali non tutti riescono ad accedere a canali regolari, sono un fenomeno globale in aumento. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nel 2024 ci sono stati 117 milioni di rifugiati e sfollati a causa di guerre, crisi umanitarie e disastri naturali.
Le proiezioni indicano un ulteriore aumento nei prossimi venti o trent’anni. L’Unione Europea, al contrario di quanto si percepisce, è ben lontana dall’essere il principale luogo di destinazione. Circa il 67% di queste persone vive in un paese confinante con quello d’origine. Oltre il 73% dei rifugiati e delle persone sfollate interne si trova nello stesso paese oppure in paesi a basso reddito, spesso nella stessa regione. Nonostante il volume degli ingressi racconti una realtà diversa da quella che spesso si sente, le politiche sui visti e sugli ingressi in Unione Europea sono sempre più restrittive. I tempi burocratici sono lunghi, i costi aumentano e l’accesso è spesso difficile per chi parte da condizioni economiche fragili.
Per tutte queste persone, la strada che resta è quella degli ingressi cosiddetti irregolari, che compongono i cosiddetti flussi misti. Si tratta di persone che vengono troppo spesso divise dalla politica tra rifugiati “veri” e migranti cosiddetti economici, ma che in ogni caso non hanno avuto la possibilità, all’origine o durante il percorso, di accedere a canali regolari. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha investito soprattutto in quella che viene definita esternalizzazione delle frontiere: cercare di tenere le persone sempre più lontane dal territorio europeo e impedire a chi non ha accesso ai canali regolari, spesso per motivi legati al reddito e alle diseguaglianze di partenza, di arrivare.
Per fare questo, l’Unione Europea ha collaborato sempre più strettamente con paesi come la Libia, la Tunisia e il Marocco, paesi di transito ma anche di origine, dove sappiamo che i diritti umani sono sistematicamente violati. Se avete avuto occasione di assistere ai panel precedenti, i compagni e le compagne di EuroMed Rights hanno raccontato molto bene qual è la condizione attuale di chi vive e si impegna oggi nella regione mediterranea per la difesa dei diritti e delle libertà fondamentali. Il supporto dell’Unione Europea in questi casi è spesso funzionale al mantenimento di sistemi repressivi, perché in cambio del controllo dei flussi migratori questi paesi ricevono sostegno politico ed economico.
I numeri che ancora troppo poco si sentono sono quelli delle vittime delle frontiere. Nel 2024, 2.452 persone sono morte nel Mediterraneo. È stato l’anno più mortale per chi ha tentato di attraversare le frontiere e arrivare nel nostro paese. Ancora meno si parla delle persone che vengono respinte: nel 2023 circa 120.000 persone sono state vittime di respingimenti, pratiche vietate dal diritto internazionale. Si tratta di respingimenti a caldo, compiuti ad esempio dalla cosiddetta Guardia costiera libica, che secondo numerosi rapporti delle Nazioni Unite è coinvolta in un sistema di traffico di esseri umani sostenuto anche dai finanziamenti italiani ed europei.
Guardiamo ora brevemente all’Italia. Nel 2024 ci sono stati circa il 30% in meno di visti rilasciati per motivi di studio rispetto al 2023, e circa il 20% in meno di ingressi per ricongiungimento familiare. Questo significa che una persona che vive in Italia e cerca di far arrivare il coniuge, i figli o i genitori rimasti nel paese d’origine incontra ostacoli sempre maggiori. I visti umanitari, pur previsti dalla legislazione europea, non sono stati praticamente utilizzati. Chi si trova in contesti di crisi non dispone di un canale per arrivare legalmente in Italia o in Europa.
L’Italia ha progetti molto virtuosi, come i corridoi umanitari, ai quali ho l’onore di contribuire. Ma sono gocce nel mare: numeri troppo bassi per rispondere a un fenomeno strutturale. In sei anni l’attuale governo ha programmato due decreti flussi. In teoria avrebbero dovuto portare in Italia circa 950.000 persone per motivi di lavoro. Mentre il governo costruisce centri di detenzione in Albania e promuove una retorica sempre più securitaria, dall’altra parte cerca di facilitare l’ingresso di lavoratori perché il paese ne ha bisogno. Purtroppo il sistema dei decreti flussi non funziona: solo il 12% delle persone che nel 2024 ha sottoscritto un contratto attraverso questo canale ha ottenuto effettivamente un permesso di soggiorno per lavoro.
Oltre l’80% delle persone coinvolte è stato vittima di truffe, di tratta a scopo di sfruttamento lavorativo oppure non è riuscito a ritirare il permesso di soggiorno a causa delle lungaggini burocratiche. Molti rischiano quindi di vivere nel nostro paese in condizioni di totale precarietà, alimentando un sistema di sfruttamento e di manodopera a basso costo. Per noi questo genera insicurezza: persone a cui viene impedito di accedere ai diritti, ai servizi di base e alle tutele sociali. In Italia, come nella maggior parte dei paesi europei, non esistono strumenti efficaci che permettano alle persone già presenti sul territorio di regolarizzarsi in modo stabile.
In questo contesto, l’Italia è tornata a essere anche un paese di forte emigrazione. Nel 2024 circa 190.000 cittadini e cittadine italiane sono emigrati verso altri paesi europei o extraeuropei. Una parte di loro è costituita da giovani di origine straniera che, pur avendo cittadinanza italiana, scelgono di lasciare il paese. Alcune regioni sono più interessate di altre da questo fenomeno, che si accompagna all’invecchiamento della popolazione e ai cambiamenti nella distribuzione territoriale della residenza. In un contesto così complesso di mobilità, che racconta la storia di un paese che troppo spesso guarda alle emergenze sbagliate, è indispensabile sciogliere questo groviglio e vedere i collegamenti tra questi fenomeni.
Partirei quindi da Matteo Bracciali e ti chiederei di inserire nel tuo intervento anche una riflessione sulla situazione attuale in Italia tra esodi, abbandoni e immigrazione, anche a partire dal rapporto MED sulla migrazione in Sardegna pubblicato pochi mesi fa.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0024
Matteo Bracciali, vicepresidente Federazione Acli Internazionali
Questo è un tema che per le ACLI è un tema identitario. Seguire le rotte migratorie significa seguire la storia di un paese che è sempre stato un paese di emigrazione. In questo senso noi oggi siamo presenti in cinque paesi, tra cui anche paesi di nuova emigrazione previdenziale: Ucraina, Moldavia, Filippine, dove chi oggi lavora nelle nostre famiglie svolgendo attività di cura, dopo aver maturato il diritto previdenziale, torna a casa. Torna nel proprio paese anche dopo la conclusione di quel prezioso lavoro svolto per le nostre famiglie.
Vi presenterò alcuni dati, che sono molti, per cui li commenteremo insieme, e poi proverò ad aggiungere alcuni elementi di carattere generale. Cercherò di essere molto schematico perché davvero quella delle migrazioni italiane è una nicchia di cui spesso si parla poco. Eppure, secondo me, rappresenta perfettamente lo specchio del paese. I numeri che vediamo oggi sono infatti il risultato delle politiche pubbliche adottate sostanzialmente negli ultimi vent’anni. La serie storica che analizziamo va dal 2006 al 2025.
Questo è l’andamento delle iscrizioni AIRE dei cittadini italiani. I cittadini italiani iscritti all’AIRE sono coloro che hanno una residenza all’estero, cioè hanno scelto di cancellare la propria residenza in Italia e risultano iscritti nei paesi di destinazione. In vent’anni il loro numero è raddoppiato: siamo passati da circa 3 milioni a oltre 6 milioni di residenti italiani all’estero. Successivamente vedremo il tema degli espatri, che è quello che ci interessa maggiormente. In questi numeri sono compresi anche coloro che hanno acquisito la cittadinanza per discendenza secondo la legge del 1992.
Oggi quel diritto è stato ridimensionato da questo governo perché, in piena crisi demografica, abbiamo deciso che neppure gli antenati debbano più garantire automaticamente il diritto alla cittadinanza. Ma di questo parleremo dopo. Questo invece è il quadro dei cosiddetti “cervelli in fuga”, un’altra grande retorica che si è sviluppata nel paese. È interessante andare in profondità utilizzando i dati raccolti dalla Fondazione Migrantes, che ogni anno mette a disposizione una grande quantità di informazioni statistiche e analisi.
Partiamo dai saldi migratori. Questi sono i numeri che riguardano il nostro paese, concentrandoci sulla fascia di età 25-34 anni, che abbiamo scelto di isolare proprio per analizzare la retorica dei cervelli in fuga. Nella serie storica si osserva certamente un aumento degli espatri di persone con profili altamente qualificati. Tuttavia, ancora oggi la maggioranza di chi emigra dall’Italia, circa il 54%, possiede un titolo di studio medio: diploma di scuola superiore o licenza media.
Gran parte di ciò che viene raccontato sui giornali, dal Sole 24 Ore al Corriere della Sera, presenta le migrazioni italiane come la storia di brillanti scienziati, professionisti e ricercatori che portano nel mondo il talento italiano. Si tratta però di una narrazione che spesso dimentica la componente più fragile dell’emigrazione: quella povera, precaria, fatta di persone che svolgono lavori umili e poco qualificati. Ancora oggi molti italiani all’estero lavorano nelle cucine, nei servizi, nei lavori manuali, proprio come accadeva in passato.
L’obiettivo della Fondazione Migrantes è far emergere questi dati e rendere visibile il lavoro povero e il lavoro nero, che non sono soltanto un problema italiano ma una questione globale. Esiste sempre un Nord verso cui qualcuno si dirige. Per l’Italia, i paesi del Nord Europa rappresentano ancora oggi questo polo di attrazione. Sul tema degli impatti economici e sociali potremmo soffermarci a lungo, ma preferisco limitarmi ai dati essenziali.
Il saldo migratorio della fascia 25-34 anni mostra una perdita di circa 46.000 persone nel solo 2025 e di oltre 400.000 negli ultimi vent’anni. Questo dato racconta chiaramente che spesso non si emigra per libera scelta, ma per necessità. Si parte perché si è costretti a cercare altrove un futuro coerente con le proprie aspettative. Se guardiamo ai valori assoluti, l’Italia ha perso circa 800.000 persone negli ultimi vent’anni.
L’unico elemento che mitiga questa perdita è l’immigrazione. Se non avessimo ancora flussi migratori in ingresso, provenienti dalla rotta balcanica, dal Nord Africa e da molte altre aree del mondo, il nostro inverno demografico sarebbe ancora più drammatico. Prima, con il professore e con Giorgia, riflettevamo proprio su questo punto: bisogna fare attenzione anche al racconto delle aree interne e dei territori da cui si parte.
Oggi la regione da cui si emigra di più è la Lombardia. La Fondazione Nord Est, che realizza un rapporto parallelo a quello della Fondazione Migrantes, ha lanciato un allarme significativo: le regioni più ricche, come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, stanno perdendo proprio quelle figure professionali che dovrebbero contribuire alla rigenerazione economica e sociale dei territori. Non si tratta quindi soltanto di un problema del Mezzogiorno o delle aree marginali.
Se un laureato in Germania guadagna tre volte quello che guadagna in Italia e beneficia di un sistema di welfare più efficiente, è evidente che la scelta di partire diventa razionale. Tutto è collegato. Anche i dati sulla natalità mostrano che le persone che emigrano hanno tassi di fertilità più alti rispetto a quelle che restano. Questa slide dimostra che non siamo di fronte a una questione meridionale: è l’intero paese che si muove verso l’esterno perché non trova risposte adeguate alle aspettative dei cittadini.
Sarebbe interessante approfondire anche le destinazioni e i ritorni. L’Unione Europea rimane il principale spazio di attrazione. Nonostante Brexit e altre difficoltà, l’Europa continua a essere il luogo verso cui si emigra maggiormente. I saldi più favorevoli riguardano invece alcune aree dell’America meridionale, dove oggi si registrano movimenti particolari legati anche alle grandi comunità di origine italiana.
Pensiamo all’Argentina, che conta circa 52 milioni di abitanti, dei quali quasi 25 milioni hanno antenati italiani. Tuttavia, i flussi provenienti dal Sud America restano quantitativamente molto inferiori rispetto a quelli europei. Anche Stati Uniti e Canada continuano ad attrarre italiani, nonostante le restrizioni migratorie e il clima politico sempre più complesso. A New York, ad esempio, il nostro patronato si è trovato recentemente a difendere immigrati regolari che venivano continuamente sottoposti a controlli e pressioni.
Grazie agli interpreti, che meritano sempre un applauso, soprattutto quando arrivano relatori con le slide senza averle inviate in anticipo. Vorrei utilizzare gli ultimi minuti per fare una riflessione complessiva sui dati che abbiamo visto. Nelle reti in cui operiamo lavoriamo insieme alle pubbliche amministrazioni per realizzare una forma di lobbying sociale positiva. Ci muoviamo a partire da tre principi fondamentali.
Il primo è il diritto di partire. Non siamo contrari alla mobilità degli italiani. Siamo un paese di emigrazione e dobbiamo ricordarlo. Nel 2026 ricorreranno gli ottant’anni degli accordi tra Italia e Belgio sul carbone, quando il nostro paese inviava lavoratori nelle miniere in cambio di forniture energetiche. È una pagina fondamentale della nostra storia, che dovrebbe essere raccontata nelle scuole.
Il secondo principio è il diritto di restare. Significa costruire politiche pubbliche che permettano alle persone di vivere dignitosamente nei luoghi in cui scelgono di rimanere. Significa garantire pace, sicurezza, sviluppo, accesso ai diritti fondamentali e opportunità concrete. Il terzo principio è il diritto di tornare. Noi crediamo nella libertà di movimento e nella possibilità di scegliere, ma oggi questa circolarità non esiste davvero.
L’Italia non è più attrattiva né per chi è partito né per chi potrebbe arrivare. Non è attrattiva per molti giovani europei e nemmeno per tanti giovani provenienti dal resto del mondo. Da alcuni mesi opera una Commissione sulla demografia che raccoglie contributi di università, enti pubblici e istituzioni. Tutti concordano sulla necessità di politiche di lungo periodo, con orizzonti di almeno vent’anni, ma queste esigenze si scontrano spesso con i tempi brevi della politica.
Noi ragioniamo in termini di un ecosistema della libertà. La chiave interpretativa deve essere quella della circolarità delle migrazioni e della mobilità. Dentro questo ragionamento c’è inevitabilmente anche il tema della cittadinanza, perché cittadinanza significa diritti. Oggi assistiamo invece a una crescente frammentazione delle cittadinanze e a una restrizione progressiva dei diritti di accesso e appartenenza.
Il nostro paese ha fatto una scelta precisa con la legge del 23 maggio 2025. Oggi chi ha origini italiane in Argentina, Brasile o Venezuela incontra molte più difficoltà a trasmettere la cittadinanza ai propri figli. Sono stati introdotti limiti più rigidi legati ai gradi di discendenza. In pratica, per ottenere la cittadinanza italiana occorre dimostrare una discendenza molto più vicina rispetto al passato. Anche per coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana per naturalizzazione sono state introdotte nuove restrizioni. In molti casi diventa difficile trasmettere la cittadinanza ai figli se non esiste una stabile residenza italiana successiva all’acquisizione. Tutto questo è stato giustificato sostenendo che la diaspora italiana, soprattutto negli Stati Uniti, sia diventata un problema diplomatico. Eppure, per decenni, la presenza di milioni di italiani e discendenti italiani nel mondo ha rappresentato una straordinaria risorsa di soft power. Avere oltre sei milioni di italiani residenti all’estero significava diffondere cultura, relazioni economiche e legami internazionali. Concludo lasciando al professore l’approfondimento sui dati del rapporto MED e sulla situazione della Sardegna.
Vi lascio soltanto alcuni dati demografici che descrivono ciò che sta accadendo nell’isola. Credo che questa slide sia particolarmente emblematica delle trasformazioni in corso. Sulle cause e sulle conseguenze di questi fenomeni il professore ha certamente più competenze di me. Io spero semplicemente che questi dati possano essere utili per comprendere meglio la realtà che stiamo vivendo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0025
Gianfranco Bottazzi, Università di Cagliari e Istituto Gramsci della Sardegna
Un primo inverno demografico deriva dal fatto che non si fanno più figli. Il tasso di fecondità dell’Unione Europea è ormai molto basso. Perché una popolazione si riproduca semplicemente, senza crescere ma senza neppure diminuire, è necessario un tasso di fecondità pari a 2,1. In altre parole, ogni donna dovrebbe avere in media 2,1 figli nel corso della propria vita riproduttiva. In Sardegna siamo a 0,9, meno della metà del livello necessario. Nessun paese europeo è vicino al 2,1, nemmeno quelli che hanno investito per anni milioni e milioni di euro in politiche demografiche, come la Svezia, la Norvegia o la Francia. Questo significa che siamo di fronte a un problema serio sul quale tutta l’Europa dovrebbe riflettere, e ancora di più territori come la Sardegna, che presentano tassi così bassi.
Perché non si fanno figli? Da questo punto di vista sono piuttosto netto. Certo, i fattori economici esistono: la mancanza di lavoro, la difficoltà di trovare una casa e molte altre condizioni incidono sicuramente. Però rifletto sempre sul fatto che, se mio padre avesse aspettato di raggiungere una piena stabilità economica o di possedere una casa, io non sarei mai nato, e con me probabilmente molte delle persone presenti in questa sala. Altrimenti non si spiegherebbe come mai tanti immigrati continuino ad avere figli pur vivendo in condizioni economiche difficili. Evidentemente esistono anche altri elementi.
Sono elementi più difficili da cogliere e da comprendere, ma è importante individuarli per non continuare a colpire bersagli sbagliati. Nelle zone interne della Sardegna possiamo anche elaborare straordinarie politiche di sviluppo locale, investire risorse, costruire auditorium, impianti sportivi e infrastrutture. Tuttavia i giovani spesso se ne vanno per altre ragioni. Hanno in mente un modello di vita urbano. Cercano le luci della città, la libertà della città, la possibilità di sottrarsi a un controllo sociale percepito come troppo stretto.
Pensiamo alla ragazza che esce con un ragazzo: dopo pochi minuti, in un piccolo paese, tutti sanno già che sarebbe fidanzata, mentre magari lei non ha alcuna intenzione di esserlo e desidera semplicemente vivere liberamente le proprie relazioni. C’è qualcosa di sbagliato nel cercare questa libertà? Io non credo. E questo fenomeno non riguarda soltanto la Sardegna, ma gran parte del mondo. Molti immigrati che arrivano dalla Tunisia, dall’Algeria, dal Marocco, dall’Africa o dall’Asia vengono anche per questa ragione: qui si sentono più liberi e più rispettati.
Si sentono rispettati perché viviamo in una democrazia, in uno Stato di diritto che riconosce i diritti di tutti i cittadini, compresi gli immigrati. Altrimenti questa voglia di venire non esisterebbe. E noi continueremo ad avere bisogno di immigrazione perché, con gli attuali dati demografici, la situazione è estremamente critica. Quando si dice che il 40% della popolazione ha più di sessant’anni, significa che le tradizionali politiche di sviluppo locale rischiano di essere insufficienti.
Mi permetto di dirlo in modo molto diretto: se investo milioni di euro per stimolare nuovi investimenti, è difficile immaginare che una persona di oltre sessant’anni abbia la volontà o la possibilità di avviare nuove attività imprenditoriali. Anche le banche, comprensibilmente, non concedono facilmente finanziamenti a lunghissimo termine a persone di quell’età. C’è una ragione in tutto questo. È normale che, con il passare degli anni, diminuisca la propensione a rischiare, a inventare e a creare nuove iniziative.
Per questo motivo, in molte zone interne, le persone continuano ad andarsene. Siamo già molto vicini a una soglia di non ritorno, cioè a una vera e propria desertificazione demografica delle aree interne della Sardegna. E questo è un destino che, in diversa misura, potrebbe riguardare gran parte dell’Europa se non si interviene in modo adeguato. La misura fondamentale consiste nel considerare l’immigrazione una risorsa e non un problema.
Naturalmente l’incontro tra culture diverse e abitudini differenti può generare tensioni e contrasti. Tuttavia il modo in cui questi fenomeni vengono gestiti dipende dalla qualità delle politiche pubbliche. Servono politiche intelligenti e coraggiose. Ad esempio, una politica migratoria seria dovrebbe favorire una reale cooperazione con i paesi della sponda sud del Mediterraneo. Questa cooperazione deve essere fondata su uno scambio equilibrato, da cui entrambe le parti possano trarre beneficio.
Se una delle due parti guadagna e l’altra perde, non si tratta più di cooperazione. Spesso si parla di cooperazione internazionale quando in realtà si sta semplicemente realizzando una forma di espansione commerciale. La vera cooperazione presuppone che anche l’altra parte abbia interessi, vantaggi e opportunità concrete. Quando queste condizioni esistono, possiamo anche ripensare il nostro modello economico e produttivo.
Prendiamo l’agricoltura. È possibile che la Sardegna importi circa il 70% dei prodotti alimentari che consuma? È una situazione difficile da giustificare se pensiamo alla quantità di terra disponibile che oggi non viene utilizzata o valorizzata. Certo, esistono problemi strutturali, difficoltà legate all’irrigazione e ad altri fattori, ma spesso manca una vera politica di valorizzazione di questa risorsa.
Questa potrebbe rappresentare una grande opportunità sia per la Sardegna sia per molte persone provenienti da paesi ancora fortemente agricoli, come la Tunisia, l’Algeria, la Romania e molti altri. Naturalmente ciò è possibile soltanto a condizione che queste persone vengano messe nelle condizioni di vivere una vita dignitosa, e non lasciate sotto la soglia della povertà, sfruttate ed emarginate.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0028
Giorgia Jana Pintus, ufficio immigrazione Arci
Io prenderei forse due minuti per una domanda di chiusura rivolta ai nostri ospiti. In realtà il professore, nell’ultima parte del suo intervento, ha già in parte risposto. Vi volevo chiedere quali dovrebbero essere, secondo voi, le risposte che dovrebbero dare la politica e le istituzioni. Oppure, se doveste indicarne una sola, quale sarebbe la prima misura da adottare?
Quali iniziative trasversali potrebbero avere un impatto positivo nella costruzione del benessere di chi resta, di chi torna e anche di chi arriva?
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0029
Matteo Bracciali, vicepresidente Federazione Acli Internazionali
Allora, noi abbiamo formulato, insieme al Consiglio Generale degli Italiani all’Estero, alcune proposte al governo sul tema degli incentivi al rientro. Oggi quasi tutte le misure sono orientate alla fiscalità. Chi rientra nel nostro paese con un elevato livello di qualificazione — ad esempio nelle discipline STEM e nelle carriere scientifiche — e si trasferisce in una regione del Mezzogiorno può beneficiare per cinque anni di sgravi fiscali che arrivano fino al 70%, per poi ridursi progressivamente a seconda delle aree.
La domanda che abbiamo posto è molto semplice: se io sono un ingegnere, guadagno tre volte quello che guadagnerei in Italia e dovrei tornare in un’area interna dove non trovo servizi per l’infanzia adeguati alle aspettative della mia famiglia, con la conseguenza che uno dei due genitori deve restare a casa per occuparsi dei figli, che cosa me ne faccio di quello sgravio fiscale?
Se inoltre le retribuzioni offerte nel nostro paese non sono all’altezza delle aspettative e delle opportunità che si trovano altrove, quello sgravio perde gran parte della sua efficacia. La questione fondamentale è che, se riteniamo strategico investire in alcuni territori, questi devono diventare luoghi in cui sia possibile vivere pienamente sotto tutti i punti di vista.
Questo significa partire dalla formazione delle persone che vivono in quei territori, in un contesto in cui il mondo del lavoro sta cambiando rapidamente e nel quale oggi è possibile lavorare anche dalle aree interne all’interno di un sistema economico globale. Significa che le amministrazioni locali devono disporre delle risorse necessarie per garantire servizi essenziali alla persona e creare le condizioni per vivere e lavorare con serenità.
Significa anche riconoscere che il problema non può essere affrontato esclusivamente in termini di produttività o di occupazione. Oggi le retribuzioni offerte nel nostro paese non sono competitive rispetto a quelle disponibili in molte altre realtà europee e internazionali. È su queste tre questioni — formazione, servizi e qualità del lavoro — che si gioca il futuro del nostro paese.
Purtroppo, i numeri che abbiamo cercato di sintetizzare attraverso il lavoro della Fondazione Migrantes mostrano che questa è una sfida che stiamo perdendo. Tuttavia, il mio approccio non è quello della lamentazione, ma quello dell’azione e della reazione rispetto a ciò che sta accadendo.
Noi, come associazioni, abbiamo una grande responsabilità: costruire una lobby sociale che lavori in questa direzione, cercando di riportare al centro non soltanto gli aspetti economici, ma soprattutto la qualità della vita delle persone.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0029
Gianfranco Bottazzi, Università di Cagliari e Istituto Gramsci della Sardegna
Io devo dire che non ho molto da aggiungere, perché credo che sia stato fatto un discorso molto importante, soprattutto sul piano del metodo. Noi dobbiamo reimparare, oltre che a far conoscere la nostra storia, ad affrontare i problemi per quello che sono. Come diceva Matteo, come ho cercato di dire io e come ricordava Giorgia, partiamo spesso dalla lamentazione delle emergenze e continuiamo a girare attorno all’emergenza, individuando molto spesso un falso problema o una falsa spiegazione.
Si tratta quasi sempre di spiegazioni consolatorie, che ci rassicurano ma che non ci aiutano a risolvere nulla. Ci dà fastidio guardare in faccia la realtà. Il tema dello spopolamento e della desertificazione demografica della Sardegna, ad esempio, non riguarda soltanto la Sardegna, anche se qui assume caratteristiche particolarmente gravi. Eppure non è certo una novità. Io ho cominciato a scrivere di spopolamento nel 1993: sono passati più di trent’anni.
Secondo voi qualcuno mi ha davvero ascoltato, oltre a invitarmi alle sagre paesane per ripetere sempre le stesse cose? Direi di no. Ci piace piangerci addosso e credo che sia necessario spezzare questo circolo vizioso. Dovremmo provare a ragionare apertamente. Un’iniziativa utile potrebbe essere quella di invitare alcuni sindaci dei comuni dell’interno della Sardegna e discutere concretamente su come si possa uscire da determinate traiettorie, se ancora è possibile farlo.
Chi conosce l’interno della Sardegna sa che esistono paesi come Fonni, che in passato sono stati molto dinamici dal punto di vista demografico. Oggi, però, ci sono probabilmente più fonnesi sparsi nel mondo che residenti a Fonni. Ogni anno si registrano uno o due nati e quindici o venti decessi. È evidente che, quando questa differenza continua ad aumentare e l’immigrazione è quasi nulla, il problema diventa enorme. A Fonni ci sono forse cinque o sei badanti provenienti dall’Europa orientale, ma per il resto gli arrivi sono molto limitati. Nel frattempo esistono terreni che non vengono coltivati, risorse naturali straordinarie che non vengono valorizzate e perfino alcune attività industriali che stanno invecchiando e faticano a sopravvivere. Anche la logistica rappresenta un ostacolo: raggiungere questi territori non è semplice e le infrastrutture non sono sempre adeguate.
Come si esce da questa situazione? Io credo che il primo passo sia chiamare le cose con il loro nome, anche quando ci infastidisce. Quando affermo che non possiamo spiegare il calo delle nascite soltanto con motivazioni economiche, sto dicendo qualcosa che spesso non piace ascoltare. Ma non ci piace nemmeno sentir dire che la Sardegna, terra di paesaggi magnifici, di mare, di longevità e di centenari, è anche una delle regioni italiane con un consumo molto elevato di farmaci antidepressivi e per altre forme di disagio psicologico. Eppure questi dati dovrebbero farci riflettere. L’immagine che abbiamo di noi stessi è spesso profondamente distorta. Le cose non stanno sempre come ci piace raccontarle. Se vado a Orgosolo o a Ovodda — un paese straordinario, dove si produce un ottimo pane carasau — e vengo invitato a parlare di sviluppo locale, provo a spiegare come valorizzare le risorse del territorio per creare occupazione, ricchezza e opportunità che consentano alle persone di restare, se lo desiderano. Molto spesso, però, sento ripetere soltanto quanto sia pura l’aria del paese, quanto si viva a lungo, quanto il pane carasau sia il migliore del mondo o quanto il pecorino prodotto lì sia senza eguali. A quel punto mi viene da chiedere: perché mi avete invitato? Se state già così bene, allora non avete bisogno di sviluppo.
Il problema è che purtroppo le cose non stanno così. E questo è il vero nodo della questione. Continuiamo a raccontarci una realtà idealizzata, come se il problema non esistesse. Io credo che dobbiamo interrompere questa spirale negativa. Dobbiamo reimparare a guardare le cose per quello che sono, perché soltanto partendo da una lettura onesta della realtà è possibile costruire una buona politica e trovare soluzioni efficaci.
Se non vediamo i problemi per ciò che realmente sono, diventa molto difficile immaginare politiche in grado di affrontarli.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0029
Trascrizioni/ Panel su conflitti, nazionalismi, transizioni/ 6 dicembre 2025
Conflitti, nazionalismi, transizioni
Fabio Alberti, presidente di Un Ponte Per
Maya Alrahabi, che è direttrice esecutiva di un’associazione femminista siriana che si chiama Mussawa, che significa “uguaglianza”. Maya è un’attivista di lunga esperienza. Era già attiva ai tempi della cosiddetta Primavera siriana, quando Bashar al-Assad era al potere e sembrava che qualcosa potesse cambiare. Ha partecipato alla Dichiarazione di Damasco, ha subito il divieto di espatrio, poi l’esilio in Francia e infine il ritorno in patria dopo la caduta del regime.
È con noi anche Gulistan Issa. Gulistan viene dal nord-est della Siria, quella regione che qui in Italia conosciamo soprattutto con il nome di Rojava. È un’attivista ecologista e attualmente coordina la campagna internazionale per il diritto all’acqua della città di Al-Hasakah. La città di Al-Hasakah è privata dell’acqua da più di un anno, perché la centrale di distribuzione idrica è stata bloccata dalla Turchia. Attorno a questa vicenda si è sviluppato un importante movimento popolare di attivismo. Gulistan e i suoi compagni hanno portato questa battaglia fino al Forum per le Acque della Mesopotamia, che si è svolto circa uno o due mesi fa e nel quale attivisti siriani, iraniani e turchi si sono incontrati per discutere del problema dell’acqua e della sua trasformazione in uno strumento di guerra.
È con noi poi, dalla Turchia, Feray Salman, che attualmente coordina la Human Rights Joint Platform, una rete che riunisce numerose organizzazioni per i diritti umani attive in Turchia, dalla storica associazione turca per i diritti umani fino ad Amnesty International e ad altre organizzazioni della società civile. Feray è urbanista, ha lavorato in passato anche presso istituzioni dell’Unione Europea ed è un’attivista per i diritti umani con una lunga esperienza.
Due sole parole sul perché abbiamo invitato persone provenienti da questi paesi. Il Mediterraneo lo conosciamo spesso come un mare di guerre. Eppure, in fondo, nel Mediterraneo sono oggi in corso due processi che forse non è eccessivo definire processi di pace, o quantomeno processi di riduzione della violenza e di avvio di percorsi politici di cui ancora non conosciamo l’esito finale. Mi riferisco, da un lato, alla fine della guerra civile in Siria e alla caduta del regime di Bashar al-Assad. Dall’altro, mi riferisco alla scelta del PKK di deporre le armi e chiudere con la lotta armata. Sia in Siria sia in Turchia, e più in generale nel nord-est della Siria, sono quindi in corso processi che coinvolgono governi, milizie, gruppi armati e potenze esterne.
Parliamo delle grandi potenze — Stati Uniti, Russia e Cina — ma anche delle potenze regionali come l’Iran e l’Arabia Saudita, che si contendono influenza e presenza sul territorio. Tuttavia, in Italia e più in generale in Occidente, i mezzi di informazione tendono a mostrarci soprattutto questi attori: governi, eserciti e centri di potere.
In Siria e in Turchia, però, esistono anche popolazioni che raramente vediamo e una società civile che lotta quotidianamente per orientare questi processi. Una società civile che spesso non ci viene raccontata. Siamo abituati a leggere questi eventi soltanto attraverso il criterio degli equilibri geopolitici: chi guadagna da una determinata situazione? Gli Stati Uniti? La Russia? L’Iran?
Molto meno spesso ci chiediamo che cosa questi processi significhino per le persone comuni: se migliorino o peggiorino le loro condizioni di vita, se favoriscano o meno la democrazia, i diritti e la partecipazione. È proprio di questo che vorremmo parlare oggi, con l’aiuto di persone che questi processi li vivono e li costruiscono ogni giorno.
La società civile in questi paesi è protagonista di trasformazioni profonde, forse molto più di quanto non lo siamo noi nei nostri paesi europei, che pure ci definiamo democratici. E spesso queste persone agiscono con grande coraggio, mettendo a rischio la propria libertà e talvolta la propria vita per difendere la libertà, la democrazia e i diritti delle persone.
Noi vogliamo quindi discutere di questo: di come questi possibili percorsi di pace, di come questa relativa riduzione della violenza, vengano visti e interpretati dalla società civile.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0030
Maya Alrahabi, direttrice esecutiva di Musawa, centro studi femministi – Siria
[ENG] I will give you a short overview of what happened in Syria. I will use the English language. You saw this morning that most Mediterranean countries speak Arabic, but I speak in English. So forgive me for this, because there is no translation from Arabic.
In Syria, Syrian women have struggled for their rights since the end of the 19th century, and they gained the right to vote in 1949. There were many women’s organizations in Syria. But since 1963, and until the fall of the regime in December 2024, Syria experienced decades of authoritarianism and widespread repression, which escalated following the Syrian uprising in 2011.
Then came the conflict and also the proxy war in Syria, supported by regional and international powers. This conflict resulted in the death of hundreds of thousands of Syrians. We do not have exact statistics. Sometimes people speak of half a million deaths, sometimes of one million. We do not know the exact number.
What we do know concerns displacement and refugees. Around two-thirds of the Syrian population have been displaced from their original homes. Some are internally displaced within Syria, while others are refugees in neighboring countries or in Europe. There are also around 125,000 disappeared persons, and we still do not know anything about their fate.
Following the collapse of the regime, Syria entered a transitional period. There were many military factions, most of them Islamist factions, that entered Damascus and are now part of the governing structures and the interim government that currently leads the country.
There was a National Conference this year, in February 2025. I was there. It was a dialogue that lasted only three hours, and then a declaration was announced. We still do not know who wrote that declaration.
After that, a government composed of 23 ministers was appointed, and only one of them was a woman. In March there was also the Constitutional Declaration. Later there was what was described as an election for parliament. However, we cannot really call it an election. It was actually a nomination process for parliamentary members. The result was a parliament composed of 190 men and only 6 women. That means women represent only 4% of the parliament, which is, of course, unacceptable.
What is happening in Syria now?
First of all, there is a breakdown of security. There are cases of women being kidnapped. The government denies this, but we know that many women have been abducted in Syria and we do not know their fate. There are also military groups that support the government, and which are supported by the government, that have committed massacres in parts of Syria against civilians.
As civil society, we reject all forms of military violence and believe this must be clearly stated. Our struggle, as a feminist movement and as a human rights movement in Syria, continues. We stand for a united Syria, united in both its people and its territory, and for the establishment of a democratic state based on equal citizenship, justice and the rule of law.
This is what we have struggled for, and we continue to struggle for it. We must also say that Israel is not only carrying out a genocide in Gaza, but is also attacking Syria every week. The latest attack took place last week in a small town called Beit Jinn, where there were 17 civilian victims. So we are also living under fear. We are calling for a decentralized system of government in Syria, because without it we will continue to fight among ourselves and there will not be justice for all Syrian citizens.
We are struggling to ensure meaningful participation of women, with a minimum quota of 30%, including in constitutional, legislative and judicial bodies. Many Syrian laws still discriminate against women. We want to change them and replace them with laws based on equal citizenship for all citizens, women and men alike.
Syria has signed many international agreements, including CEDAW and the Convention on the Rights of the Child. We want these commitments to be fully implemented. We also call for strengthening the independence of the judiciary and ensuring equal access to justice.
Many women in Syria cannot even reach the courts because they do not know how to access them or do not have the financial means to do so. We are now seeking transitional justice in Syria. Without transitional justice, hate speech will remain widespread and people will continue to stand against one another.
As we know, transitional justice is essential for peace in Syria and for allowing people to live together again. We are also working to promote social peace and to counter hate speech, which is currently widespread throughout the country.
Previously, state institutions were staffed by qualified professionals. Today many positions in government are assigned primarily on the basis of loyalty to the current authorities. We support economic recovery in Syria because, as I said, the economic situation of Syrians is extremely difficult.
Under the Assad regime, around 90% of citizens lived below the poverty line. We are calling for a new political parties law. We do not currently have one. We want legislation that allows people to engage openly in political activity and exercise their political rights.
We are also calling for a modern law on associations that allows civil society organizations to work freely with people. At the moment, our ability to work with communities remains heavily restricted.
We are building solidarity with feminist organizations, women’s organizations and human rights organizations around the world in order to strengthen women’s political, economic, social and cultural empowerment.
Over the past year we have received very limited support from international organizations. They say they are waiting to see what will happen in Syria. But we have been waiting for a year, and without support from international organizations it is very difficult for us to continue our work.
We are also concerned about Syrian refugees in Europe. We call for their safe, voluntary and dignified return. At the same time, we hope that internally displaced people inside Syria will also be able to return home.
Most of them are still living in camps under extremely difficult humanitarian conditions. Their cities and homes have often been destroyed. We want support not only for their return, but also for rebuilding their cities and their homes.
We want Syrians to be able to live again as they did before, with dignity and under humane conditions.
[ITA] Avrete notato questa mattina che nella maggior parte dei paesi del Mediterraneo si parla arabo, ma io parlerò in inglese. Vi chiedo quindi di perdonarmi per questa scelta, perché non è prevista la traduzione dall’arabo.
In Siria, le donne lottano per i propri diritti fin dalla fine del XIX secolo e hanno ottenuto il diritto di voto nel 1949. Esistevano numerose organizzazioni femminili. Tuttavia, dal 1963 fino alla caduta del regime nel dicembre 2024, la Siria ha vissuto decenni di autoritarismo e repressione diffusa, una situazione che si è aggravata ulteriormente dopo la rivolta siriana del 2011.
Successivamente sono arrivati il conflitto armato e la guerra per procura combattuta sul territorio siriano, sostenuta da potenze regionali e internazionali. Questo conflitto ha causato la morte di centinaia di migliaia di siriani. Non disponiamo di statistiche precise: alcune stime parlano di mezzo milione di vittime, altre di un milione.
Quello che conosciamo con maggiore certezza riguarda invece gli sfollati e i rifugiati. Circa due terzi della popolazione siriana sono stati costretti a lasciare le proprie case. Alcuni sono sfollati interni, altri vivono come rifugiati nei paesi vicini o in Europa. Inoltre vi sono circa 125.000 persone scomparse, delle quali non conosciamo ancora il destino.
Dopo il crollo del regime, la Siria è entrata in una fase di transizione. Numerose fazioni militari, in gran parte di orientamento islamista, sono entrate a Damasco e oggi fanno parte delle strutture di governo e dell’amministrazione transitoria che guida il paese.
Nel febbraio 2025 si è tenuta una Conferenza Nazionale alla quale ho partecipato personalmente. Il dialogo è durato appena tre ore e al termine è stata annunciata una dichiarazione. Ancora oggi non sappiamo chi abbia effettivamente scritto quel documento.
Successivamente è stato nominato un governo composto da 23 ministri, dei quali soltanto una era una donna. Nel mese di marzo è stata inoltre emanata la Dichiarazione Costituzionale. Più tardi si è svolto quello che è stato definito un processo elettorale per il parlamento, ma che in realtà è stato soprattutto un processo di nomina. Il risultato è stato un parlamento composto da 190 uomini e soltanto 6 donne. Ciò significa che le donne rappresentano appena il 4% dell’assemblea parlamentare, una percentuale che riteniamo assolutamente inaccettabile.
Che cosa sta accadendo oggi in Siria?
Innanzitutto assistiamo a un deterioramento della sicurezza. Si registrano casi di rapimento di donne. Il governo nega questi fatti, ma sappiamo che molte donne sono state sequestrate e che il loro destino rimane sconosciuto. Esistono inoltre gruppi armati vicini al governo che hanno compiuto massacri contro civili in diverse aree del paese.
Come società civile respingiamo ogni forma di violenza militare. La nostra lotta, come movimento femminista e come movimento per i diritti umani, continua. Ci battiamo per una Siria unita, sia come popolo sia come territorio, e per la costruzione di uno Stato democratico fondato sulla cittadinanza eguale, sulla giustizia e sullo stato di diritto.
È per questo obiettivo che abbiamo lottato e continuiamo a lottare. Dobbiamo inoltre ricordare che Israele non sta soltanto compiendo un genocidio a Gaza, ma attacca anche la Siria con frequenza settimanale. L’ultimo attacco è avvenuto la settimana scorsa nella cittadina di Beit Jinn e ha causato 17 vittime civili.
Viviamo quindi anche in una condizione di paura. Chiediamo un sistema di governo decentralizzato perché, senza una reale decentralizzazione, continueranno i conflitti interni e non vi sarà giustizia per tutti i cittadini siriani.
Ci battiamo affinché le donne partecipino in modo significativo alla vita pubblica, con una quota minima del 30% negli organismi costituzionali, legislativi e giudiziari. Molte leggi siriane continuano infatti a discriminare le donne e vogliamo sostituirle con norme basate sulla piena uguaglianza di cittadinanza.
La Siria ha aderito a numerosi accordi internazionali, tra cui la CEDAW e la Convenzione sui diritti dell’infanzia. Chiediamo che questi impegni vengano pienamente applicati e che sia rafforzata l’indipendenza della magistratura, garantendo a tutti un accesso effettivo alla giustizia.
Molte donne non riescono nemmeno a rivolgersi ai tribunali perché non sanno come farlo oppure non dispongono delle risorse economiche necessarie. Per questo chiediamo l’avvio di un vero processo di giustizia transizionale. Senza giustizia transizionale, i discorsi d’odio continueranno a diffondersi e la società resterà divisa.
La giustizia transizionale è essenziale per costruire la pace e permettere alle persone di tornare a vivere insieme. Parallelamente lavoriamo per promuovere la pace sociale e contrastare il linguaggio dell’odio, oggi molto diffuso nel paese.
In passato le istituzioni statali erano guidate da professionisti qualificati. Oggi molti incarichi pubblici vengono assegnati soprattutto sulla base della fedeltà politica alle autorità al potere. Sosteniamo quindi la ripresa economica della Siria, perché la situazione economica della popolazione è estremamente grave.
Sotto il regime di Assad circa il 90% dei cittadini viveva sotto la soglia di povertà. Chiediamo una nuova legge sui partiti politici che permetta alle persone di impegnarsi apertamente nella vita politica e di esercitare i propri diritti.
Chiediamo inoltre una moderna legge sulle associazioni che consenta alle organizzazioni della società civile di lavorare liberamente con la popolazione. Attualmente la nostra capacità di operare sul territorio rimane fortemente limitata.
Stiamo costruendo reti di solidarietà con organizzazioni femministe, associazioni di donne e gruppi per i diritti umani in tutto il mondo, per rafforzare l’emancipazione politica, economica, sociale e culturale delle donne.
Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto un sostegno molto limitato dalle organizzazioni internazionali. Ci viene detto che occorre attendere per capire cosa accadrà in Siria. Ma è ormai un anno che attendiamo e, senza un sostegno internazionale, diventa molto difficile continuare il nostro lavoro.
Siamo inoltre preoccupati per la situazione dei rifugiati siriani in Europa. Chiediamo che ogni eventuale ritorno avvenga in modo sicuro, volontario e dignitoso. Allo stesso tempo auspichiamo che anche gli sfollati interni possano tornare nelle loro case.
Molti di loro vivono ancora nei campi profughi in condizioni umanitarie estremamente difficili. Le loro città e le loro abitazioni sono state distrutte. Per questo chiediamo sostegno non solo per il ritorno, ma anche per la ricostruzione delle città e delle case.
Vogliamo che i siriani possano tornare a vivere con dignità, in condizioni umane e sicure.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari 7 dicembre/ Il mare di mezzo/ IMGA0032
Gulistan Issa, operatrice umanitaria nelle aree colpite dal conflitto in Nord Est Siria
[ENG] Thank you very much and thanks to the organizers for having us here. I would just like to say that you have a beautiful city and a very clean environment, something that we really miss in Syria.
Today I would really like to focus on this region, because it remains at the heart of Syria’s ongoing transformation since Liberation Day, as has already been mentioned, on the 8th of December. We are now very close to the first anniversary of that liberation. Let us say almost one year, twelve months and three hundred and sixty days. I would not go into counting minutes and hours, but nearly a year has passed.
Every day there are updates on the ground, but no real and substantial change has yet taken place in northeast Syria. Let me tell you that frustration remains high and the conflict is still ongoing. For the last fourteen years, northeast Syria has faced repeated attacks from neighboring countries and also from the Islamic State, which we call ISIS.
The Autonomous Administration was established to protect civilians and to fight ISIS. For more than a decade, people in this region have resisted violence and worked to build a functioning society. The question today is what role this administration will have within the new transitional government. There must be integration and recognition. We are not talking about a committee or a few officials.
We are talking about years of civilian life, about people who fought against ISIS and struggled every day to survive. It is their right to be represented and to participate in shaping the future. They also want to see real change on the ground.
One of the major problems in northeast Syria concerns water. Many people ask why, despite all the political changes, this issue remains unresolved. Since 2019, after the military operation known as “Operation Peace Spring”, a region containing the main water station serving around one million Syrians came under occupation.
Since 2019, water supplies to civilians have been repeatedly cut. I can ask everyone here: when you wake up in the morning, what is the first thing you do? You drink water, prepare coffee, wash your face. Water is essential to life.
For us, however, since 2019 water no longer arrives regularly through the public system. We are forced to buy water. And buying water does not mean buying safe or clean water. We purchase water from private sources without knowing whether it is healthy or safe for consumption.
The station was occupied by a group known as the Syrian National Army, supported by a neighboring country. I do not want to focus on naming states, but the reality is that we are now in 2025 and the problem remains unresolved.
Despite all the advocacy work we have carried out, despite meetings with the United Nations and the European Union, nothing substantial has changed. The European Union allocates more than 77 million euros every year for water trucking and emergency water provision, instead of addressing the root of the problem.
Rather than risking tensions with an important ally, the international community prefers to spend millions on transporting water by trucks. As a result, after years of crisis, the same problem continues.
People in northeast Syria struggle every day to find drinking water. Beyond the humanitarian aspect, there is also an economic burden. Families must buy water continuously. Imagine what happens during the summer. Every shower, every bucket of water, every household activity must be carefully calculated.
I will mention something very personal. I come from a family of nine siblings. Earlier we heard statistics about demographic decline. In Italy the fertility rate is low, but in Syria that is certainly not the case in many families. We are nine brothers and sisters.
At home we literally had to wait our turn. And this is the situation for a family that is relatively fortunate, because we have a house and a source of income. Imagine the situation of people living in camps, where access to water is even more difficult and where long queues are part of everyday life.
With all the hopes created by liberation, we expected concrete progress. We hoped the new authorities would dismantle the old structures and begin building something genuinely new for all Syrians.
Today negotiations are taking place between the Autonomous Administration, which has governed the region for more than thirteen years, and the central transitional government in Damascus. Many of you may have seen reports about the agreement signed between the Self-Administration and the Syrian government.
However, that agreement currently exists only on paper. Up to now there has not been a single concrete step toward its implementation. Nothing has changed in practice.
Why was the agreement signed? As civilians, we believe it was primarily intended to avoid scenarios similar to those witnessed on the Syrian coast, where massacres and violent attacks took place against civilians and former soldiers.
We should not treat these events as abstract political developments. What happened there involved real people. I do not particularly like statistics or numbers, because when we focus only on figures we often lose sight of the human stories behind them.
The most vulnerable people are those in civil society. They are the ones who pay the highest price. Meanwhile, the water crisis remains unresolved and the agreement remains inactive.
One reason is that the government is still focused on building external relations with countries such as Saudi Arabia, Qatar and the United States. Diplomatic priorities seem to come before addressing the urgent needs of citizens.
What we really expected after liberation were serious and immediate measures. Northeast Syria is home to an extraordinary diversity of peoples: Arabs, Kurds, Assyrians, Armenians and many others. This rich social mosaic deserves stability and security.
Yet people continue to live day by day. Many no longer think about tomorrow because they are afraid. Fear remains a central feature of everyday life.
As a humanitarian worker, I can say that the humanitarian situation is still extremely difficult. Despite all the political changes, many people continue to live in displacement camps. Internally displaced persons still need support in order to return to their homes and lands.
Working directly with humanitarian clusters and international agencies, I can tell you that reconstruction has barely begun. Water stations are not being repaired, homes are not being rebuilt and schools are not being restored because large-scale returns have not yet occurred.
The agencies tell us that they cannot rebuild infrastructure if people do not return. At the same time, displaced people respond that they cannot return because there are no services. This creates a vicious circle.
Regardless of political affiliation or loyalties, the situation in Syria remains extremely complex. There are no simple solutions. But perhaps the most striking thing is the resilience and strength of ordinary civilians.
Despite everything, people continue to hope. They still believe that something can change, that one day they will obtain the right to live in dignity, security and peace.
I would like to conclude with something personal. I do not know whether this is the kind of information usually shared at conferences, but for me it is important.
I am Syrian. I am proud to be Syrian. And, secondly, I am Kurdish.
Yet on my identity card, above all else, I am simply registered as a Syrian citizen.
[ITA] Grazie mille e grazie agli organizzatori per averci invitato qui. Vorrei semplicemente dire che avete una città bellissima e un ambiente molto pulito, qualcosa che noi in Siria rimpiangiamo profondamente.
Oggi vorrei concentrarmi su questa regione, perché continua a essere al centro della trasformazione che la Siria sta vivendo dopo il Giorno della Liberazione, l’8 dicembre, come è già stato ricordato. Siamo ormai molto vicini al primo anniversario di quell’evento. Possiamo dire quasi un anno: dodici mesi e trecentosessanta giorni. Non voglio mettermi a contare minuti e ore, ma è trascorso quasi un anno.
Ogni giorno ci sono aggiornamenti sul terreno, ma nel nord-est della Siria non si è ancora verificato alcun cambiamento reale e sostanziale. La frustrazione rimane forte e il conflitto continua. Da quattordici anni questa regione subisce attacchi provenienti dai paesi vicini e anche dallo Stato Islamico, che conosciamo come ISIS.
L’Amministrazione Autonoma è nata per proteggere i civili e per combattere l’ISIS. Per oltre un decennio le persone di questa regione hanno resistito alla violenza e hanno cercato di costruire una società funzionante. Oggi la questione è quale ruolo avrà questa amministrazione all’interno del nuovo governo di transizione. Deve esserci integrazione e riconoscimento.
Non stiamo parlando di un semplice comitato o di pochi funzionari. Stiamo parlando di anni di vita civile, di persone che hanno combattuto contro l’ISIS e che hanno lottato ogni giorno per sopravvivere. Hanno il diritto di essere rappresentate e di partecipare alla costruzione del futuro.
Uno dei problemi più gravi del nord-est della Siria riguarda l’acqua. Molti si chiedono perché, nonostante tutti i cambiamenti politici, questa questione sia ancora irrisolta. Dal 2019, dopo l’operazione militare denominata “Peace Spring”, una regione che ospita la principale stazione idrica al servizio di circa un milione di siriani è stata occupata.
Da allora l’approvvigionamento idrico per i civili è stato interrotto più volte. Vorrei chiedere a tutti voi: quando vi svegliate al mattino, qual è la prima cosa che fate? Bevete acqua, preparate un caffè, vi lavate il viso. L’acqua è essenziale alla vita.
Per noi, invece, dal 2019 l’acqua non arriva più regolarmente attraverso il sistema pubblico. Siamo costretti a comprarla. E comprare acqua non significa necessariamente comprare acqua pulita o sicura. Spesso la acquistiamo senza sapere se sia davvero adatta al consumo umano.
La stazione è stata occupata da un gruppo noto come Esercito Nazionale Siriano, sostenuto da un paese confinante. Non voglio soffermarmi sui nomi degli Stati, ma la realtà è che siamo nel 2025 e il problema è ancora lì.
Nonostante il lavoro di advocacy svolto, gli incontri con le Nazioni Unite e con l’Unione Europea, nulla è cambiato in modo sostanziale. L’Unione Europea stanzia oltre 77 milioni di euro all’anno per il trasporto dell’acqua tramite autocisterne e per gli interventi d’emergenza, invece di affrontare la causa del problema.
Per non compromettere i rapporti con un alleato importante, la comunità internazionale preferisce spendere milioni per il trasporto dell’acqua. Così, dopo anni di crisi, la situazione rimane sostanzialmente immutata.
Le persone nel nord-est della Siria lottano ogni giorno per trovare acqua potabile. Oltre all’aspetto umanitario, esiste anche un peso economico enorme. Le famiglie devono acquistare acqua continuamente. Immaginate cosa significa durante l’estate: ogni doccia, ogni secchio d’acqua, ogni attività domestica deve essere calcolata con attenzione.
Vorrei raccontare qualcosa di personale. Provengo da una famiglia di nove fratelli e sorelle. Prima abbiamo sentito parlare di declino demografico. In Italia il tasso di natalità è basso, ma in Siria molte famiglie sono ancora molto numerose.
A casa dovevamo letteralmente aspettare il nostro turno. E questa è la situazione di una famiglia relativamente fortunata, perché dispone di una casa e di un reddito. Immaginate invece la condizione di chi vive nei campi profughi, dove l’accesso all’acqua è ancora più difficile e le lunghe file fanno parte della quotidianità.
Con tutte le speranze suscitate dalla liberazione, ci aspettavamo progressi concreti. Speravamo che le nuove autorità smantellassero le vecchie strutture e iniziassero a costruire qualcosa di realmente nuovo per tutti i siriani.
Oggi sono in corso negoziati tra l’Amministrazione Autonoma, che governa la regione da oltre tredici anni, e il governo centrale di transizione a Damasco. Molti di voi avranno letto delle notizie riguardanti l’accordo firmato tra l’Autogoverno e il governo siriano.
Tuttavia quell’accordo, per ora, esiste soltanto sulla carta. Fino a oggi non è stato compiuto alcun passo concreto verso la sua applicazione. Nella pratica non è cambiato nulla.
Perché è stato firmato quell’accordo? Come civili, crediamo che sia servito soprattutto a evitare scenari simili a quelli verificatisi sulla costa siriana, dove si sono verificati massacri e violenze contro civili ed ex soldati.
Non dovremmo considerare questi eventi come semplici fatti politici. Si tratta di persone reali. Personalmente non amo le statistiche e i numeri, perché quando ci concentriamo soltanto sulle cifre perdiamo spesso di vista le storie umane che vi stanno dietro.
Le persone più vulnerabili appartengono alla società civile e sono quelle che pagano il prezzo più alto. Nel frattempo la crisi dell’acqua continua e l’accordo resta inattuato.
Una delle ragioni è che il governo è ancora impegnato soprattutto nella costruzione di relazioni internazionali con paesi come Arabia Saudita, Qatar e Stati Uniti. Le priorità diplomatiche sembrano prevalere sui bisogni urgenti della popolazione.
Quello che ci aspettavamo dopo la liberazione erano misure serie e immediate. Il nord-est della Siria ospita una straordinaria varietà di popoli: arabi, curdi, assiri, armeni e molti altri. Questa ricchezza umana merita stabilità e sicurezza.
Eppure le persone continuano a vivere giorno per giorno. Molti non riescono nemmeno a pensare al domani perché vivono nella paura. La paura resta una componente centrale della vita quotidiana.
Come operatrice umanitaria posso dire che la situazione umanitaria continua a essere estremamente difficile. Nonostante tutti i cambiamenti politici, molte persone vivono ancora nei campi. Gli sfollati interni hanno ancora bisogno di sostegno per poter tornare nelle proprie terre e nelle proprie case.
Lavorando direttamente con i cluster umanitari e con le agenzie internazionali, posso dirvi che la ricostruzione è appena iniziata. Le stazioni idriche non vengono riparate, le case non vengono ricostruite e le scuole non vengono rimesse in funzione perché i ritorni su larga scala non sono ancora avvenuti.
Le agenzie sostengono di non poter ricostruire le infrastrutture se le persone non tornano. Gli sfollati, però, rispondono che non possono tornare perché mancano i servizi. Si crea così un circolo vizioso.
Al di là delle appartenenze politiche, la situazione siriana resta estremamente complessa. Non esistono soluzioni semplici. Ma forse l’aspetto più impressionante è la resilienza e la forza della popolazione civile.
Nonostante tutto, le persone continuano a sperare. Continuano a credere che qualcosa possa cambiare e che un giorno potranno vivere con dignità, sicurezza e pace.
Vorrei concludere con una riflessione personale. Non so se sia il tipo di considerazione che normalmente si condivide in una conferenza, ma per me è importante.
Io sono siriana. Sono orgogliosa di essere siriana. E, in secondo luogo, sono curda. Ma sulla mia carta d’identità, prima di ogni altra cosa, sono semplicemente una cittadina siriana.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0034
[Fabio Alberti, presidente di Un Ponte Per
Ci hanno fatto capire bene qual è la situazione, una situazione che dipende anche, non ci nascondiamo, da quello che succede nel vicino paese, dove è in corso un processo e dove, da molti anni, la società civile lotta per cambiare il paese in direzione della democrazia, fino a oggi.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0035
Feray Salman, coordinatrice Human Rights, Joint Platform – Turchia
[ENG] First of all, I would like to start by thanking you. But I am also sorry to begin with an apology on behalf of my colleagues, who, as human rights defenders, were not able to connect and see what is happening on the other side of the borders.
Of course, we have been engaged in protesting against Turkish military operations. One of those operations was presented with slogans involving people in Turkey, people in Rojava and people in Syria. It was described as an operation aimed at bringing peace, under names such as “Olive Branch” and similar military campaigns.
But what is the relationship between military operations and peace? This is a question we must ask. Many friends of mine are human rights defenders in Turkey. I am Turkish myself, but I also work with colleagues from different countries and with activists from the Kurdish region.
These communities have suffered for many years, perhaps since the very foundation of the Republic. The Republic of Turkey is now one hundred years old, but the transition process has never really ended in a positive way.
We are living in what could almost be described as a continuous cycle of transitions. Yet these transitions have never brought genuine peace to the country: peace between Turks and Kurds, peace between Turks and other minorities, peace between men and women, or peace between LGBTQI+ people and the rest of society.
Instead, we continue to live under difficult conditions. Following the military coup and the Constitution of 1982, and later during the state of emergency imposed in the 1990s, especially in the Kurdish region, extraordinary measures remained in place for many years.
Throughout the 1990s there were widespread human rights violations. There were enforced disappearances, extrajudicial killings and other serious abuses. These violations were committed by security forces, by the Turkish army and also by paramilitary groups supported by the state.
I will come back to these issues shortly. For now, I would like once again to thank you for inviting me here and for giving me the opportunity to speak on behalf of the human rights movement in Turkey.
At the same time, I am grateful to be here listening to and learning from the realities experienced by people on the other side of the border, whose experiences are deeply connected to our own.
[ITA] Prima di tutto, vorrei ringraziarvi. Ma mi dispiace anche dover iniziare con delle scuse a nome dei miei colleghi che, in quanto difensori dei diritti umani, non hanno potuto collegarsi e vedere ciò che sta accadendo dall’altra parte delle frontiere.
Naturalmente siamo stati impegnati nel protestare contro le operazioni militari turche. Una di queste operazioni è stata presentata attraverso slogan che coinvolgevano le persone in Turchia, in Rojava e in Siria. Veniva descritta come un’operazione finalizzata a portare la pace, con nomi come “Olive Branch” e altre campagne militari simili.
Ma quale rapporto esiste tra le operazioni militari e la pace? È una domanda che dobbiamo porci. Molti miei amici sono difensori dei diritti umani in Turchia. Io stessa sono turca, ma collaboro anche con colleghi di diversi paesi e con attivisti della regione curda.
Queste comunità soffrono da molti anni, forse fin dalla fondazione stessa della Repubblica. La Repubblica di Turchia ha ormai cento anni, ma il processo di transizione non si è mai realmente concluso in modo positivo.
Viviamo in quella che si potrebbe quasi definire una continua successione di transizioni. Tuttavia queste transizioni non hanno mai portato una pace autentica nel paese: né tra turchi e curdi, né tra turchi e altre minoranze, né tra uomini e donne, né tra le persone LGBTQI+ e il resto della società.
Continuiamo invece a vivere in condizioni difficili. Dopo il colpo di Stato e la Costituzione del 1982, e successivamente durante lo stato di emergenza degli anni Novanta, soprattutto nelle regioni curde, misure straordinarie sono rimaste in vigore per molti anni.
Nel corso degli anni Novanta si sono verificate gravi violazioni dei diritti umani. Vi sono state sparizioni forzate, esecuzioni extragiudiziali e numerosi altri abusi. Queste violazioni sono state commesse dalle forze di sicurezza, dall’esercito turco e anche da gruppi paramilitari sostenuti dallo Stato.
Tornerò tra poco su questi temi. Per il momento desidero ringraziarvi ancora per avermi invitata qui e per avermi dato l’opportunità di parlare a nome del movimento per i diritti umani in Turchia.
Allo stesso tempo, sono grata di poter essere qui ad ascoltare e comprendere le realtà vissute dalle persone che stanno dall’altra parte del confine, esperienze profondamente collegate anche alla nostra storia.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0036
Feray Salman, coordinatrice Human Rights, Joint Platform – Turchia
[ENG] There were, again, very serious human rights violations committed in the Kurdish region of Turkey. Many abuses took place and most of them were handled with complete impunity by the authorities. Impunity remains one of the fundamental problems. If you do not address impunity, if you do not establish a system capable of dealing with past violations, it is impossible to achieve peace. Likewise, it is impossible to build a truly democratic system.
We have been fighting against impunity for many years. Before 2016 there were already serious concerns, but after the declaration of the state of emergency, a large number of laws were changed. Although the state of emergency was formally lifted in 2018, we are still living under legislation that originated during that period. The rule of law has been deeply weakened and the institutional system has been transformed.
Turkey is no longer governed through a parliamentary system in the traditional sense. Parliament has lost much of its effectiveness. Officially, the country is still described as a democracy, but it functions under a highly centralized presidential system, often referred to as a “Turkish-style presidency.” Sometimes, even as a Turkish citizen, I find it difficult to understand how this system operates.
The Constitution was significantly amended in 2016 and power became concentrated in a single center of authority. This center effectively governs the entire country and can shape legislation in a highly centralized manner. Laws are sometimes introduced that conflict with human rights principles, with binding international conventions, with European Union standards and with the standards of the Council of Europe, of which Turkey is a founding member.
As you know, Turkey’s accession process to the European Union has effectively been frozen. Turkey remains a candidate country, but no negotiations are currently underway. The main reason is the deterioration of the rule of law and the strengthening of authoritarian practices within the political system.
Under these conditions, I will not focus on the exact number of imprisoned journalists, but I would like to mention one figure. Turkey has one of the largest prison populations among European countries. Approximately 420,000 people are currently held in prison.
A significant number of these detainees have not even been convicted. Many are being held in pre-trial detention. Among these hundreds of thousands of prisoners, at least a substantial portion are individuals who have simply exercised their freedom of expression, criticized the president or opposed government policies.
The repression affects anyone perceived as challenging the existing political system. Even the mayor of Istanbul, one of the most important political figures in the country, is currently in prison under preventive detention measures.
Why? Because he dared to present himself as a potential presidential candidate for the opposition in future elections. Since the presidential system also influences the independence of the judiciary, many decisions affecting judges, prosecutors and courts are ultimately linked to political power.
Almost every day new investigations are launched against opposition politicians, including the mayor of Istanbul and many other public figures. Similar practices have also affected Kurdish political representatives.
In several Kurdish municipalities, candidates who were democratically elected as mayors were later removed from office and replaced by government-appointed trustees. This practice originated during the state of emergency period and continues to be used today.
Within this context, an important development occurred regarding what we might call a process of “negative peace.” By negative peace, I mean the cessation of armed conflict and violence between the parties involved.
A significant political moment took place on 1 October 2024, when the leader of the Nationalist Movement Party, a political force that had historically opposed Kurdish political recognition, publicly called for dialogue. This was a surprising and important step.
The decisive turning point came on 27 February 2025, when a call for disarmament was issued. This process was reinforced by the PKK’s announcement on 7 May 2025 that it would dissolve its organizational structure and bring its armed struggle to an end.
On 11 July 2025, the PKK held a formal disarmament ceremony in the Kurdistan Region of Iraq. Subsequently, on 26 October 2025, it announced the withdrawal of all its forces from Turkey.
These were significant steps taken by the PKK rather than by the Turkish state. As human rights defenders, we are now waiting for the authorities and the security institutions to take corresponding steps in return.
So far, the government’s visible contribution has mainly been limited to the creation of a parliamentary commission called the Commission on National Solidarity, Brotherhood and Democracy, established on 5 August 2025.
In public debate, however, this process is often still framed through the language of terrorism rather than through the language of peace and democratic transformation. This creates difficulties in changing public perceptions and advancing genuine reconciliation.
Although the commission includes representatives from all parliamentary parties, one nationalist party has chosen not to participate. The commission is chaired by the Speaker of Parliament, but it was established without a clear legal framework. Its mandate, powers and the binding nature of its recommendations remain uncertain.
The commission has consulted institutions, academics, experts and representatives of civil society. However, its work remains limited and many key questions remain unanswered.
The chair of the commission has stated that a broader framework will be presented to Parliament once security authorities verify the complete withdrawal of PKK forces. However, the procedures and legal basis for this verification process remain unclear.
As human rights defenders, we continue to wait for a framework within which the deeper structural problems of the country can finally be discussed. These problems concern democracy, equality, inclusion and solidarity.
While we are speaking here today, we continue to insist that peace must be sustainable. For this to happen, Turkey’s structural problems must be addressed and resolved.
We are asking not only the European Union but also the Council of Europe and the United Nations to support these efforts. Without such support, the same cycles of conflict may continue and future generations will pay the price.
I was deeply moved by what was said about the water crisis. I will take these concerns back with me and share them with colleagues and friends in Turkey. Water must never be used as a weapon or as an instrument of political pressure.
This is another dimension of war that must come to an end. Water is a shared resource and should be distributed peacefully, fairly and equally among all people.
This is not a question of peoples or nations. It is a question of governments and political decisions.
[ITA] Ancora una volta, nel Kurdistan turco sono state commesse gravissime violazioni dei diritti umani. Numerosi abusi hanno avuto luogo e la maggior parte di essi è rimasta impunita. L’impunità rappresenta uno dei problemi fondamentali. Se non si affronta l’impunità e non si costruisce un sistema capace di fare i conti con le violazioni del passato, non si può raggiungere la pace. E non si può nemmeno costruire un sistema realmente democratico.
Da anni lottiamo contro l’impunità. Già prima del 2016 esistevano gravi criticità, ma dopo la proclamazione dello stato di emergenza molte leggi sono state modificate. Sebbene lo stato di emergenza sia stato formalmente revocato nel 2018, continuiamo a vivere sotto norme nate in quel periodo. Lo stato di diritto è stato profondamente indebolito e il sistema istituzionale è stato trasformato.
La Turchia non è più governata attraverso un sistema parlamentare nel senso tradizionale del termine. Il Parlamento ha perso gran parte della sua efficacia. Ufficialmente il paese continua a essere definito una democrazia, ma funziona secondo un sistema presidenziale fortemente centralizzato, spesso descritto come una “presidenza in stile turco”. A volte, persino per me che sono cittadina turca, è difficile comprenderne il funzionamento.
La Costituzione è stata modificata in modo significativo nel 2016 e il potere si è concentrato in un unico centro decisionale. Questo centro governa di fatto l’intero paese e può influenzare la legislazione in modo molto accentuato. Talvolta vengono approvate norme che entrano in conflitto con i diritti umani, con le convenzioni internazionali vincolanti, con gli standard dell’Unione Europea e con quelli del Consiglio d’Europa, di cui la Turchia è membro fondatore.
Come sapete, il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea è sostanzialmente congelato. La Turchia resta un paese candidato, ma al momento non sono in corso negoziati. La ragione principale è il deterioramento dello stato di diritto e il rafforzamento di pratiche autoritarie nel sistema politico.
In queste condizioni non mi soffermerò sul numero dei giornalisti incarcerati, ma vorrei citare un dato significativo. La Turchia possiede una delle popolazioni carcerarie più numerose d’Europa. Circa 420.000 persone si trovano oggi in carcere.
Una parte consistente di queste persone non è stata nemmeno condannata. Molte si trovano in custodia cautelare. Tra queste centinaia di migliaia di detenuti vi sono anche persone che hanno semplicemente esercitato la propria libertà di espressione, criticato il presidente o contestato le politiche del governo.
La repressione colpisce chiunque venga percepito come una minaccia per l’assetto politico esistente. Perfino il sindaco di Istanbul, una delle figure politiche più importanti del paese, si trova attualmente in detenzione preventiva.
Perché? Perché ha osato candidarsi come possibile candidato dell’opposizione alle future elezioni presidenziali. Poiché il sistema presidenziale influenza anche l’indipendenza della magistratura, molte decisioni che riguardano giudici, procure e tribunali finiscono per essere condizionate dal potere politico.
Quasi ogni giorno vengono aperte nuove indagini contro esponenti dell’opposizione, incluso il sindaco di Istanbul e molte altre figure pubbliche. Dinamiche analoghe hanno colpito anche i rappresentanti politici curdi.
In diversi comuni curdi, sindaci eletti democraticamente sono stati rimossi dall’incarico e sostituiti da amministratori nominati dal governo. Questa pratica nasce durante il periodo dello stato di emergenza e continua a essere utilizzata ancora oggi.
In questo contesto si è aperto un processo che potremmo definire di “pace negativa”. Con questa espressione intendo la cessazione della lotta armata e delle violenze tra le parti in conflitto.
Un momento politico importante si è verificato il 1° ottobre 2024, quando il leader del Partito del Movimento Nazionalista, una forza politica storicamente ostile al riconoscimento politico dei curdi, ha pubblicamente aperto alla possibilità di un dialogo. È stato un passo inatteso e significativo.
La svolta decisiva è arrivata il 27 febbraio 2025 con un appello al disarmo. Questo processo è stato rafforzato dall’annuncio del PKK del 7 maggio 2025 di sciogliere la propria struttura organizzativa e di porre fine alla lotta armata.
L’11 luglio 2025 il PKK ha tenuto una cerimonia formale di disarmo nella Regione del Kurdistan iracheno. Successivamente, il 26 ottobre 2025, ha annunciato il ritiro di tutte le proprie forze dalla Turchia.
Si tratta di passi importanti compiuti dal PKK più che dallo Stato turco. Come difensori dei diritti umani, attendiamo ora che anche le autorità e gli apparati di sicurezza compiano gesti corrispondenti.
Finora il contributo più visibile del governo è stato soprattutto la creazione di una commissione parlamentare denominata Commissione per la Solidarietà Nazionale, la Fratellanza e la Democrazia, istituita il 5 agosto 2025.
Nel dibattito pubblico, tuttavia, il processo continua a essere interpretato prevalentemente attraverso la categoria del terrorismo piuttosto che attraverso quella della pace e della trasformazione democratica. Questo rende più difficile costruire una vera riconciliazione.
Sebbene la commissione includa rappresentanti di quasi tutti i partiti parlamentari, una formazione nazionalista ha scelto di non partecipare. La commissione è presieduta dal Presidente del Parlamento, ma è stata istituita senza un quadro giuridico chiaro. Restano incerti il mandato, i poteri e il valore vincolante delle sue decisioni.
La commissione ha ascoltato istituzioni, accademici, esperti e rappresentanti della società civile. Tuttavia il suo lavoro resta limitato e molte questioni fondamentali rimangono aperte.
Il presidente della commissione ha dichiarato che un quadro più ampio verrà presentato al Parlamento dopo che le autorità di sicurezza avranno verificato il completo ritiro delle forze del PKK. Tuttavia le procedure e la base giuridica di questa verifica non sono ancora chiare.
Come difensori dei diritti umani continuiamo ad attendere uno spazio politico nel quale sia possibile discutere finalmente dei problemi strutturali del paese. Si tratta di questioni che riguardano la democrazia, l’uguaglianza, l’inclusione e la solidarietà.
Mentre siamo qui a parlarne, continuiamo a sostenere che la pace deve essere sostenibile. Perché ciò avvenga, i problemi strutturali della Turchia devono essere affrontati e risolti.
Chiediamo non solo all’Unione Europea, ma anche al Consiglio d’Europa e alle Nazioni Unite di sostenere questo percorso. Senza un sostegno concreto, gli stessi cicli di conflitto rischiano di ripetersi e saranno le generazioni future a pagarne il prezzo.
Sono rimasta molto colpita da quanto è stato detto sulla crisi dell’acqua. Porterò queste riflessioni con me e le condividerò con colleghi e amici in Turchia. L’acqua non dovrebbe mai essere utilizzata come arma o come strumento di pressione politica.
Questa è un’altra dimensione della guerra che deve finire. L’acqua è una risorsa condivisa e dovrebbe essere distribuita in modo pacifico, equo e uguale per tutti.
Non è una questione di popoli o di nazioni. È una questione di governi e di scelte politiche.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0037
Fabio Alberti, presidente di Un Ponte Per
Il dolore con cui Feray parlava del proprio Paese è lo stesso dolore che proviamo noi quando parliamo del nostro Paese e delle cose che compie il nostro governo. Ma è proprio perché lo amiamo che ne parliamo così. Poi che sia così bello questo incontro tra società civili di diversi paesi che già hanno prodotto un avanzamento.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0038
Maya Alrahabi, direttrice esecutiva di Musawa, centro studi femministi – Siria
[ENG] First of all, I want to say to our Turkish colleague: please, don’t be sorry for what your government does. And I can’t be sorry either because my brotherhood with society is something different. We are not responsible for what our governments do.
Also, I want to say something. I’m Syrian, proud to be Syrian. I’m Arab by origin, but I don’t agree that they write on your identity card “Syrian Arab citizen”. I don’t agree with this. You are Syrian, and they don’t have to write this. They don’t have the right to write that on your identity.
Also, I want to say that I’m Arab originally, but I’m against the National Army and what they did in northwest Syria. They killed feminist activists. They killed feminist activities. So I’m not responsible for my origin, and I’m not responsible for what my government did.
We are only human rights defenders, and we are all together in this. Thank you.
[ITA] Prima di tutto, voglio dire alla nostra collega turca: per favore, non sentirti responsabile per ciò che fa il tuo governo. E nemmeno io posso sentirmi responsabile, perché il legame che abbiamo come società è un’altra cosa. Non siamo responsabili di ciò che fanno i nostri governi.
Vorrei anche dire una cosa. Sono siriana e sono orgogliosa di esserlo. Sono araba per origine, ma non sono d’accordo che sui documenti di identità venga scritto “cittadino siriano arabo”. Non sono d’accordo. Tu sei siriana e basta, e nessuno ha il diritto di aggiungere quell’etichetta alla tua identità.
Voglio anche dire che sono araba di origine, ma sono contraria all’Esercito Nazionale Siriano e a ciò che ha fatto nel nord-ovest della Siria. Hanno ucciso attiviste femministe e colpito il movimento femminista. Perciò non sono responsabile delle mie origini e non sono responsabile di ciò che ha fatto il mio governo.
Noi siamo difensori dei diritti umani e siamo tutti insieme in questa lotta.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0038
Gulistan Issa, operatrice umanitaria nelle aree colpite dal conflitto in Nord Est Siria
[ENG] I just want to thank you. It’s really the same thing I wanted to say: that Turkey is using water as a weapon of war.
From the first day, President Erdoğan was buying weapons and saying that war is not only about weapons. There are other tools that can be used against civilians, such as borders and water resources. Now we are advocating for the demilitarization of water sources in the region.
However, I also want to emphasize the importance of civil society and of listening to the voices that come from civil society, because they tell us about real lives beyond politics, beyond geopolitics, beyond every kind of struggle.
They remind us that peace must be built from the ground up, starting with the people who live in these territories. Thank you very much.
[ITA] Vorrei semplicemente ringraziarvi. In realtà è esattamente ciò che volevo dire anch’io: la Turchia sta utilizzando l’acqua come un’arma di guerra.
Fin dal primo giorno abbiamo visto che la guerra non si combatte soltanto con le armi. Esistono altri strumenti che possono essere usati contro la popolazione civile, come il controllo delle frontiere e delle risorse idriche. Per questo oggi stiamo portando avanti una campagna per la smilitarizzazione delle fonti d’acqua nella regione.
Vorrei inoltre sottolineare l’importanza della società civile e dell’ascolto delle voci che provengono dalla società civile, perché sono queste persone che raccontano la vita reale, al di là della politica, della geopolitica e dei conflitti tra poteri.
Ci ricordano che la pace deve essere costruita dal basso, a partire dalle persone che vivono quotidianamente questi territori.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0038
Feray Salman, coordinatrice Human Rights, Joint Platform – Turchia
[ENG] Very shortly, actually, solidarity is the main thing. But we have to make solidarity meaningful.
Solidarity should not remain only on paper. Our lives and our futures belong to one another. Without peace in your country, there is no peace in my country. Without recognition of identity in your country, there cannot be true recognition elsewhere either.
Therefore, we have to understand that authoritarian regimes learn from each other. These authoritarian systems, these police states, observe one another and adopt similar methods.
In the same way, civil society and human rights defenders must also learn from one another. We must exchange experiences, support each other, and strengthen our common struggles.
[ITA] Molto brevemente, la solidarietà è l’elemento fondamentale. Ma dobbiamo fare in modo che sia una solidarietà concreta e significativa.
La solidarietà non deve restare soltanto sulla carta. Le nostre vite e il nostro futuro sono legati gli uni agli altri. Senza pace nel vostro paese non può esserci pace nel mio. Senza il riconoscimento delle identità nel vostro paese non può esserci un vero riconoscimento neppure altrove.
Dobbiamo quindi comprendere che i regimi autoritari imparano gli uni dagli altri. Questi sistemi autoritari, questi stati di polizia, osservano ciò che fanno gli altri e ne adottano i metodi.
Allo stesso modo, anche la società civile e i difensori dei diritti umani devono imparare gli uni dagli altri. Dobbiamo condividere esperienze, sostenerci reciprocamente e rafforzare le nostre lotte comuni.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0038
Trascrizioni/ Panel su enti locali e università: le buone pratiche/ 6 dicembre 2025
Enti locali e Università: le buone pratiche
Nicola Manca, esperto di cooperazione internazionale
Purtroppo, per ragioni diverse non c’è il sindaco di Sassari, ma abbiamo l’assessore al Comune di Cagliari e il docente che è qui vicino a me, Nicola Melis, e il sottoscritto. Il titolo di questo panel dovrebbe in qualche modo indicare un percorso concreto anche per quelle che sono le realtà comunali e per poter fare delle cose utili per la pace, per il dialogo e tante altre cose. Però bisogna anche ricordare che viviamo tempi molto difficili. Tra l’altro, questa mattina nella discussione ci sono state tantissime cose molto interessanti. Tempi difficili perché, voi pensate, mentre noi cerchiamo di ragionare su una prospettiva di dialogo e di pace, il leader tedesco, nonché governatore di un grande paese europeo come la Germania, Friedrich Merz, pochi giorni fa ha dichiarato che Israele, per conto degli occidentali, fa il lavoro sporco.
Ora, non è che l’abbia detto uno al bar mentre si beveva una birra. Una grandissima responsabilità ricade su questo signore. Poi ha detto che finalmente, col riarmo che ci sarà, e su questo poi tornerò, la Germania tornerà a essere un grande paese, con un grande esercito e grandi armamenti. Perché inizio con queste considerazioni? Perché, oltre a queste dichiarazioni fatte da esponenti che non sono italiani, ce n’è una che, se non fosse tragica, sarebbe quasi comica. Un generale, in questo contesto di guerre sull’uscio, dichiara improvvisamente che forse bisognerebbe iniziare una guerra, magari prima cyber, contro la Russia, e poi dopo vedere come si mettono le cose. Ecco, questo è un po’ il contesto.
Mi sono andato a leggere alcune considerazioni e bisogna essere realisti, quindi bisogna sapere dove si va a parare. Mi sono andato a leggere alcune valutazioni più organiche e più chiare. Gli americani hanno molti difetti, ma hanno anche il pregio di dire le cose in modo netto. Questo documento sulla National Security Strategy ha sostanzialmente cinque punti e ci rende chiaro qual è lo scenario dentro cui noi europei, italiani e sardi dobbiamo muoverci. Prima di tutto, rispetto ai democratici che volevano esportare la democrazia nel mondo, loro non intendono proporre nessun modello. Secondo: le Americhe, per loro, sono importanti. Lo abbiamo visto con la politica verso il Canada, ma soprattutto verso l’America Latina.
Dentro questo documento si capisce che preferiscono usare la pressione economica e vogliono fare il blocco navale, come si usava un tempo col Venezuela. La cosa che mi colpisce, per esempio, riguarda il nostro Ministero degli Esteri. Noi abbiamo un ragazzo che lavorava nella società civile, incarcerato da molto tempo, e il ministro degli Esteri italiano dice che lo si potrebbe liberare con l’aiuto degli Stati Uniti. Io vi dico: ma c’è un deficit di intelligenza politica? Come si fa a fare una dichiarazione di questo tipo? Terzo punto: l’Indo-Pacifico, che è il futuro per loro e probabilmente anche per l’umanità. L’aspetto saliente è che sono interessati a un bilanciamento, per il momento commerciale e militare, con la Cina.
Infine c’è la questione del Medio Oriente. Anche qui ragionano prevalentemente in termini bilaterali: partenariati consolidati con alcuni alleati e alleanze a geometria variabile a seconda delle circostanze. L’ultimo punto, che ci riguarda direttamente, è quello sull’Europa. C’è un passaggio molto importante che la Meloni dovrebbe leggere con attenzione: una critica sostanziale alla dimensione sovranazionale. L’Europa è già intergovernativa e abbiamo visto in questi mesi le difficoltà e quanto poco pesiamo nello scenario politico internazionale. Gli americani, in questo documento molto importante sulla sicurezza, sostanzialmente ci vogliono divisi e in qualche modo subalterni.
Per quanto riguarda la sicurezza globale, l’idea è che ce la dobbiamo vedere da soli. Ecco perché insistono sul famoso 5% del PIL per gli armamenti. Questa mattina Giulio Marcon ha fatto una riflessione molto utile sulla quota di bilancio che dovrebbe essere destinata alle spese militari in Italia e negli altri paesi per arrivare a quel 5%. Questo è il quadro che abbiamo davanti. Ma il titolo di questa iniziativa dice che bisogna guardare al Mediterraneo. Io dico che bisogna guardare al Mediterraneo allargato. Se usciamo dalla cronaca e ripensiamo alla storia, ci rendiamo conto che esiste un lunghissimo ciclo di dominio europeo.
Un ciclo iniziato con le caravelle dei portoghesi e con Vasco da Gama arrivato a Calcutta. Poi sono arrivati gli spagnoli, poi gli olandesi, poi gli inglesi, poi i francesi. Il dominio del mare ha consentito all’imperialismo britannico, nella sua fase finale, di dominare il mondo. Si parla spesso della grande democrazia britannica, ma questo non ha impedito una politica imperialista di dominio. Persino la crisi di Bisanzio nasce da una conflittualità con i latini. Prima furono gli europei, con l’aiuto di veneziani e genovesi, a conquistare quella regione commerciale e Costantinopoli. Successivamente arrivarono i turchi.
Perché dico tutte queste cose? Perché non riguardano soltanto il passato. Gli aspetti legati al conflitto, al colonialismo e ai processi di dominazione sono ancora davanti a noi. Si è chiuso un periodo con la Seconda guerra mondiale. Le cannoniere se ne sono andate. I cinesi non sono più obbligati a comprare l’oppio degli inglesi. Però quella colonizzazione brutale ci interessa per capire dove siamo oggi. Quella colonizzazione ha costruito anche infrastrutture, strade, manifatture, investimenti di capitale. Ha lasciato segni profondi nei paesi colonizzati.
C’è un intellettuale indiano molto interessante che negli anni cinquanta pubblicò un libro divenuto un classico per capire il dominio occidentale in Asia. Si chiamava Panikkar. È citato anche in alcuni testi recenti. Racconta una storia di dominazione straordinaria e spaventosa che ha segnato un’epoca lunghissima. Quel processo, paradossalmente, contribuì anche a creare le condizioni che avrebbero poi incrinato l’imperialismo. Oggi parliamo dell’India, della Cina; ne parlano gli americani, meno gli europei. Ma il clima che si respira è quello di una guerra latente tra grandi potenze.
Uno studioso americano, Graham Allison, ha scritto un libro molto importante richiamando la cosiddetta “trappola di Tucidide”, cioè l’idea che due grandi potenze emergenti possano scontrarsi. Parlo della Cina, della Russia e degli Stati Uniti. Questo potrebbe accadere come è accaduto in altre epoche, seppur con modalità diverse. Quando sono andato a rileggere un testo quasi clandestino dello storico Carlo Cipolla sulle “cannoniere della fede”, ho trovato un’analogia con il presente. Oggi meno del 50% del commercio mondiale passa senza problemi perché il Mar Rosso è diventato insicuro.
Non si può più passare tranquillamente per il Canale di Suez e il Mar Rosso. Una piccola minoranza armata può colpire il traffico commerciale internazionale. Così come Vasco da Gama aggirava l’Africa passando per il Capo di Buona Speranza, oggi petroliere e navi mercantili sono costrette a fare percorsi più lunghi. È una tragedia enorme per lo sviluppo economico globale e per il dialogo internazionale. E questo è il punto: l’Europa non ha una politica unitaria nel Mediterraneo. Qualcuno stamattina ricordava che una delle poche iniziative interessanti è stata quella del governo spagnolo.
Noi abbiamo iniziato nel 1995 con il Processo di Barcellona, un processo molto burocratico che non ha funzionato. Poi si è cercato di rilanciarlo con l’Unione per il Mediterraneo. Anche quello è stato sostanzialmente un fallimento. Le ragioni sono tante: la crisi permanente tra i paesi del Maghreb, il conflitto israelo-palestinese e altre tensioni strutturali. L’idea era quella di rilanciare il partenariato euro-mediterraneo, ma non ha prodotto risultati significativi. Eppure l’Italia, che è collocata al centro del Mediterraneo, dovrebbe avere un ruolo fondamentale.
La Sardegna, che è nel cuore di questo mare, potrebbe essere parte di una politica di dialogo e sviluppo con i paesi africani e della sponda sud. Invece non si vedono iniziative significative. Certo, chi legge i giornali e ascolta certe dichiarazioni ha motivi per preoccuparsi. Però penso che iniziative come questa e le tante manifestazioni contro il massacro di Gaza siano importanti. Per la prima volta, forse, nel mondo si è iniziato a chiamare genocidio ciò che è accaduto e ciò che continua ad accadere.
Qualcuno sostiene che Israele sia una grande democrazia. Io ho qualche dubbio. Chi conosce la storia del suprematismo religioso e di alcune correnti politiche israeliane sa che esistono elementi molto problematici. Allo stesso tempo non tutte le responsabilità sono dentro Israele. Ci sono responsabilità anche nel mondo arabo e negli Accordi di Abramo. Ma non voglio allungarmi troppo su questo. Qui siamo in Sardegna e dobbiamo chiederci cosa può fare una realtà come la nostra.
Poco fa abbiamo sentito un demografo descrivere uno scenario molto preoccupante: nel 2050, o comunque entro la fine del secolo, la popolazione sarda potrebbe ridursi drasticamente. Oggi siamo circa un milione e mezzo di abitanti. C’è quindi un problema enorme da affrontare. La Sardegna, però, può fare delle cose concrete. Può promuovere dialogo, cooperazione e relazioni internazionali. Può fare ciò che fanno gli spagnoli e altre realtà mediterranee che hanno saputo costruire reti e collaborazioni.
Chiudo con una domanda: quali sono le pratiche buone che possiamo mettere in campo? Prima di tutto bisogna contrastare radicalmente la retorica della paura. La cooperazione internazionale è uno strumento importantissimo. Molti di voi lavorano con ONG, istituzioni e organizzazioni della società civile. Ma se non ci sono politiche solide soprattutto nella sponda sud del Mediterraneo, tutto diventa più difficile. I comuni, le associazioni e le realtà locali possono costruire relazioni concrete con la Tunisia, con l’Angola, con il Mozambico e con tanti altri paesi.
Non c’è altra strada. Altrimenti resteremo sempre prigionieri della retorica e della paura degli immigrati. Tra poco saremo noi ad avere bisogno dell’immigrazione. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Una realtà piccola come la Sardegna, che ospita questo convegno, può fare molto. Bisogna avere il coraggio di osare, di indicare una strada e di contrastare chiunque voglia arretrare su questo terreno. Perché la pace e la cooperazione sono questioni vitali per l’umanità. Contro le guerre bisogna battersi con coraggio.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Nicola Manca/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0040
Davide Carta, consigliere comunale di Cagliari
Io sono consigliere comunale e per me è un onore rappresentare l’amministrazione in questo bellissimo incontro organizzato dall’ARCI, che davvero ringrazio perché incontri come questo manifestano la concretezza di azioni che si possono fare, importanti per costruire un percorso di pace. Ne stavamo parlando stamattina: questa può essere una conferenza che poi diventa una piattaforma di dialogo costante e di costruzione di ulteriori progettualità. È ovviamente un lavoro che richiede coraggio, conoscenza e costruzione di legami. Siamo qui per discutere di buone pratiche, enti locali e università, e di come si possa giocare dentro questa partita.
Prima lo diceva bene Nicola: l’Italia nel Mediterraneo non c’è. Se guardiamo alla Prima Repubblica, noi eravamo il Paese che aveva forse più relazioni diplomatiche, istituzionali e di cooperazione con tutti questi Paesi. Pensiamo alla Siria, alla Libia, all’Egitto; l’OLP era uno dei principali nostri interlocutori, e così via. L’Iran stesso era un Paese con il quale l’Italia aveva rapporti forti e strutturati. Oggi questa dimensione non esiste più. Il Mediterraneo è solo un confine; è solo immigrazione da respingere e non una possibilità di costruire una comunità di pace.
Una comunità che può essere anche una comunità di sviluppo, sia nella sponda nord sia nella sponda sud di questo mare. Allora quello che bisogna capire è come le città oggi possano essere attori protagonisti. Lo sono già: sono i luoghi nei quali si sviluppano economie, si sviluppano relazioni e si creano integrazioni della comunità. Sono quindi dei laboratori nei quali la politica può esercitarsi per costruire la pace e una comunità di pace. Su questo noi abbiamo avviato un progetto che parte dal fatto che nello Statuto del Comune di Cagliari abbiamo scritto che il Comune si riconosce nei valori della pace, della nonviolenza e della cooperazione nel Mediterraneo.
Da qui abbiamo cercato di costruire un progetto. Io ho presentato una mozione sulla “Città della Pace del Mediterraneo”, che è stata approvata. Questo può essere un progetto che mette l’amministrazione al centro di un lavoro che già esiste, perché questo incontro è già un pezzo di quel lavoro da costruire. Ma l’amministrazione, impegnandosi in prima persona, potrebbe dare più valore e più forza, creando più reti tra ciò che già esiste e nuove iniziative da sviluppare. La dimensione è su due livelli. Il primo è costruire Cagliari come comunità di pace.
Se il tema della pace non diventa un valore condiviso da tutti, se la cultura della pace e del dialogo nel Mediterraneo non diventa patrimonio comune, allora tutto rimane soltanto a livello istituzionale: un titolo, qualcosa che non produce effetti reali. Per questo il primo obiettivo è mettere insieme, in un tavolo permanente, tutte le associazioni, le organizzazioni, i sindacati e le realtà religiose che su questo tema possono contribuire e costruire progettualità. Il secondo tema è quello dei percorsi educativi nelle scuole, ispirandoci alle linee dell’UNESCO sull’educazione alla pace, ai diritti umani e al diritto internazionale.
È interessante osservare come oggi il diritto internazionale sia stato negato e messo da parte. Le istituzioni internazionali sono ormai qualcosa di cui non si parla più nel dibattito politico: il ruolo dell’ONU, delle sentenze della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale. I nostri governanti, non solo italiani ma di larga parte del mondo occidentale, non considerano più questi strumenti come elementi fondativi di un governo della pace mondiale. Credo che questo sia un tema sul quale sia necessario ricostruire anche un percorso di educazione collettiva.
Abbiamo inserito in queste progettualità anche il tema dei progetti culturali e, soprattutto, il lavoro per l’integrazione delle comunità multiculturali. Cagliari oggi ha una popolazione composta per circa il 7-8% da immigrati, ma queste sono ancora comunità che vivono separate l’una dall’altra e non dentro una dimensione collettiva. Dobbiamo quindi fare uno sforzo importante affinché diventino una comunità integrata. Lo vediamo anche dai dati demografici: quanto sia importante integrare e lavorare insieme per costruire una comunità multietnica capace di crescere insieme.
Per questo abbiamo anche istituito la Giornata dei Nuovi Cittadini. Al compimento del sesto anno di età, tutti i bambini, compresi quelli nati da famiglie immigrate, vengono riconosciuti come cittadini di Cagliari. Questa è l’occasione per trasmettere loro i valori della Costituzione e dello Statuto del Comune di Cagliari. È un momento pubblico che serve a rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. Abbiamo inoltre il progetto di realizzare un grande Parco della Pace nell’area che in passato era chiamata il Colle della Pace.
Un grande progetto che possa unire l’area archeologica e l’area ex industriale dentro una progettualità più ampia e significativa. C’è poi il tema del riutilizzo del patrimonio dei beni militari presenti in città, che dovrebbero essere destinati a funzioni sociali. Da troppo tempo questi beni sono stati trasferiti alla Regione ma non hanno ancora trovato un pieno impiego in attività sociali. C’è poi tutto il tema dello sviluppo sostenibile, che va costruito anche con le competenze dell’università, in dialogo con le altre realtà del Mediterraneo.
Il secondo pezzo del progetto “Città della Pace” è attivare partenariati con le principali città del Mediterraneo, organizzare un Festival annuale delle Culture e della Pace e creare un Centro di Documentazione permanente sulla pace. Credo che questi siano strumenti importanti per strutturare nel tempo un ragionamento sulla pace e non renderlo soltanto episodico. Dentro questo percorso rientra anche il tema dei programmi rivolti ai giovani e ai migranti.
Noi vorremmo rafforzare i corridoi umanitari, ma anche tutti quei progetti che già oggi portano studenti da tutto il Mediterraneo a Cagliari. È una politica che va rafforzata e potenziata. Esistono finanziamenti della Fondazione Sardegna e della Regione che hanno aiutato in questi anni a costruire percorsi di questo tipo, ma credo che su questo si possa investire ancora di più. Abbiamo bisogno di giovani e di costruire reti tra i giovani. Cagliari può davvero diventare una città del Mediterraneo, anche per la sua posizione geografica centrale.
Tutto questo progetto è stato inserito nel Documento Unico di Programmazione: è quindi un atto ufficiale che diventa un piano d’azione dell’amministrazione e che dovrà essere realizzato nei prossimi mesi. Sul tema dell’università posso dire che enti locali e università sono due realtà che possono integrarsi e portare avanti insieme percorsi progettati per dare risposte concrete. Possono collaborare nella costruzione di reti, nella diffusione della conoscenza e delle competenze e nello sviluppo della ricerca.
Per esempio, tutta la ricerca sullo sviluppo sostenibile può essere una straordinaria occasione di cooperazione tra le università del Mediterraneo. In questo gli enti locali possono favorire la nascita di queste reti. È quello che vogliamo fare anche per quanto riguarda l’accoglienza degli studenti. Stiamo lavorando con l’ERSU e abbiamo inserito questo obiettivo anche negli strumenti di pianificazione urbanistica, favorendo lo student housing e la disponibilità di alloggi a costi più bassi per gli studenti che arrivano da fuori.
Oggi studiare a Cagliari è diventato davvero molto costoso. Per questo il tema di una diplomazia costruita sulle città e sull’università è molto concreto e utile. Può creare qualcosa che va oltre i rapporti tra Stati e cancellerie, trasformandosi in una rete permanente di cooperazione, collaborazione e anche sviluppo economico. La cooperazione mediterranea può rappresentare una straordinaria opportunità per il nostro sistema delle imprese e per quello degli altri Paesi.
Le imprese possono lavorare insieme e costruire opportunità di sviluppo che non siano legate alla produzione di armi. Sul tema delle RWM stiamo cercando di predisporre un ordine del giorno. Non abbiamo grandi poteri su questo fronte, ma almeno vogliamo monitorare dove transitano questi materiali, come transitano nel porto e nella città, esercitando una forma di controllo. È una questione difficile, perché esiste un forte ricatto occupazionale che coinvolge molti lavoratori.
Si tratta di persone che spesso non vedono alternative e proprio per questo dobbiamo costruirne. Dobbiamo creare opportunità nella cooperazione, nelle iniziative comuni e, perché no, anche nella ricostruzione di Gaza e nella ricostruzione di ponti con gli altri Paesi del Mediterraneo. Credo che questa sia una prospettiva straordinaria. Io sono fiducioso perché quello che ho visto in questi mesi è soprattutto un nuovo impegno dei giovani.
I giovani sul tema della pace e della giustizia ci sono. Sono fortemente determinati e credo che questo sia il segno della speranza. Ho partecipato alla Marcia Assisi-Perugia e c’era una presenza enorme di giovani. Anche tutte le manifestazioni che si sono svolte a Cagliari sono state fortemente partecipate dai giovani. Questo mi fa sperare che possiamo costruire una città più giusta, più fraterna e più capace di dialogare con gli altri popoli del Mediterraneo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Consigliere comunale Cagliari/ Il mare di mezzo/ IMGA0041
Nicola Melis, Università di Cagliari
Diciamo che il nostro incontro ha assunto una forma diversa perché era previsto un incontro con i due sindaci dei centri più importanti della Sardegna e ha preso più la forma di un incontro tra amici che ci conosciamo da tempo, quindi un grande piacere. Quindi felice di poter parlare: i presenti sono molto cari. Prima di tutto forse mi devo presentare. Io sono docente di storia delle istituzioni dell’Africa mediterranea e del Medio Oriente presso l’Università di Cagliari, però sono qui a titolo non rappresentando l’Università. Se lo facesse l’Ateneo sarebbe stata invitata la prorettrice, la professoressa Alessandra Cucci, che avrebbe presentato in maniera anche tecnica i progetti di cooperazione, quindi io non sono qui in quella veste, posso però fare qualche riferimento a come l’Università di Cagliari si propone in ambito di cooperazione a più livelli.
Sicuramente ci sono tutti quei programmi e quei progetti che permettono uno scambio in going e outgoing della componente studentesca, dal classico Erasmus+. Erasmus prima era solo all’interno dell’Unione Europea, ora con Erasmus+ si possono siglare accordi anche con paesi delle sponde del Mediterraneo, del Sud-Est e via dicendo. Poi c’è il vecchio Globus, poi c’è il Formed a cui faceva accenno prima Davide Carta che rappresenta quello che è lo spirito di presenza della città di Cagliari e di Sassari e delle rispettive università con il cappello di UNIMED, un network di università mediterranee molto importante. Cos’è questo Formed? È una sorta di possibilità che si dà alla componente studentesca proveniente da Algeria, Tunisia e Marocco di studiare all’Università di Cagliari o di Sassari, ma non come può essere nell’ambito del progetto Erasmus, cioè una persona che studia a Cagliari parte sei mesi a studiare, non così. Queste persone vengono a studiare a Cagliari o a Sassari proprio come iscritti all’Università. Questo è un momento molto importante di conoscenza, anche perché credo che la cooperazione possa avere diverse forme.
Una è proprio tecnica, è quella delle persone esperte in cooperazione e progettazione per ottenere fondi e creare una correlazione che spesso dà risultati eccellenti. Come avete detto prima, Cagliari è stata per anni sede dell’Autorità di gestione del programma operativo mediterraneo nell’ambito regionale naturalmente centrale, e lì abbiamo avuto progetti di cooperazione di ogni tipo che vanno a livello di comuni e università. Però spesso è vero che quei progetti secondo me sono molto tecnici, lasciano poco spazio alla fantasia e alla conoscenza. Io ho una formazione culturale, storica e linguistica, proprio di conoscenza, quindi questo è molto importante. Però visto che il tema di oggi è conferenza euromediterranea per la pace del mare, legami mediterranei, la domanda che mi si pone è quale cooperazione per la pace. Ci sono diversi tipi di cooperazione e quindi mi viene da sottolineare che al di là dell’aspetto tecnico ci sarebbe spazio per altre dimensioni.
Vorrei sottolineare un’altra dimensione, la questione etica della cooperazione, che poi si lega a un discorso tra etica e scienza. Sono questioni filosofiche che non affrontiamo qua naturalmente, però mi piace che le varie organizzazioni accademiche, i comuni, le province e perché no la Regione si pongano in un discorso che voglia sempre promuovere la pace. Poi magari vediamo che nella pratica in Sardegna c’è una forte presenza di servizi militari come dicevi tu. Non voglio insistere su questo, ma mi sento colpito. Voglio parlare ora di un mio progetto che normalmente non vi interesserebbe e non vi esporrei mai in questa sede, ma devo farlo.
Da anni mi occupo di una città molto importante che si chiama Scudena, in un periodo non attuale ma tardo ottomano dal 1850 fino al 1918. Abbiamo creato legami di cooperazione con colleghi e colleghe dell’Università di Scudena. È una città di confine con influenza britannica e anche italiana, sia dal punto di vista urbanistico che architettonico. Poi la situazione è cambiata, il progetto è collassato. Questa cooperazione che era intensa, basata su conoscenza e competenze linguistiche e accademiche a un certo punto si è interrotta. Penso anche a un progetto che avevamo avviato con il contributo dell’Istituto per l’Oriente di Roma. Tra poco uscirà una comunicazione su questa città di circa 2500 pagine da ogni punto di vista epigrafico e documentario.
Però se guardiamo la situazione è diventato un progetto italiano perché nel frattempo è scoppiata la guerra e molti gioielli dell’architettura ottomana non esistono più, quindi questo volume diventa anche fondamentale perché presenta foto e planimetrie effettuate circa cinquant’anni fa. Ora diventano una documentazione fondamentale. Purtroppo questa città è stata bombardata e i nostri legami non si sono potuti portare avanti. Mi hanno mostrato anche fotografie di bombe ricevute e, andando a controllare, si trattava di bombe di area. Ho anche una componente familiare che lavora da quelle parti.
E dico: ma c’è coerenza nel volere la pace e nel volere portare avanti l’aspetto occupazionale? Non lo accetterei, o comunque lo capirei solo se ci fossero migliaia di persone impiegate. Ma qui il problema è un altro. Con la cooperazione quella buona dobbiamo trovare una soluzione per creare qualcosa in cui i soggetti intelligenti in quella zona possano fornire risposte diverse dal semplice costruire. E ora per noi c’è sempre questo altro aspetto della cooperazione: universalismo, ma anche polemiche, soprattutto in ambito non solo umanistico-letterario ma anche tecnologico.
Ci sono stati accordi che hanno creato discussioni e reazioni molto forti. Quando sento colleghi dire “non mettiamoci in difficoltà, ci sono finanziamenti, ci sono progetti interessanti”, io rispondo che non mi importa. Forse perché, essendo nel settore umanistico, non ho bisogno di grandi risorse per costruire progetti di conoscenza. Bisogna quindi chiedersi quale cooperazione vogliamo. La cooperazione di cui parlava Davide Carta, che non prevede chiudere gli occhi dall’altra parte, oppure quella che finge di non vedere.
Alcuni parlano di antisemitismo, ma queste sono sciocchezze. Le prime persone che sostengono il boicottaggio accademico sono spesso sostenitori di posizioni contraddittorie. Non si può accusare in modo strumentale persone o comunità. Bisogna essere molto attenti. Ho fatto un discorso forse poco accademico, ma necessario.
Infine c’è una legge regionale sulla cooperazione che abbiamo apprezzato e a cui partecipiamo. Abbiamo avuto finanziamenti per progetti su inclusione migratoria e stigmatizzazione. Abbiamo lavorato con studenti della Tunisia, della Turchia e di Cagliari, e siamo stati insieme in Tunisia e in Turchia discutendo di questi problemi. Anche la Tunisia sta vivendo forme di stigmatizzazione simili a quelle europee.
A volte il linguaggio burocratico diventa difficile da gestire. Sembra che anche nella didattica universitaria si riproducano logiche che ricordano il colonialismo, dove l’uomo bianco esporta civiltà. Alcuni progetti mantengono, anche involontariamente, questa impostazione. Nei progetti si parla sempre di “missione”, mentre la mia idea di cooperazione è uno scambio reciproco, dove si insegna e si impara da entrambe le parti.
Bisogna stare attenti a non riprodurre un linguaggio di superiorità. Molti discorsi partono, anche inconsciamente, da una posizione implicita di superiorità culturale. Bisogna decolonizzare linguaggio e pensiero. Con questo chiudo, anche se avrei ancora molti esempi da fare
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nicola Melis/ Il mare di mezzo IMGA0042
Trascrizioni/ Panel sull’economia di pace/ 6 dicembre 2025
Economia di pace
Franco Uda, presidente Arci Nord Sardegna
Io innanzitutto potrei anche salutare tutti per nome e cognome visto che molte facce in sala sono note al settore, in altri casi persone con cui ho fatto anche un pezzo della mia vita dentro la tavola sarda della pace che combatte per le servitù militari e contro gli insediamenti e contro, diciamo, la negazione della libertà di accesso in molte zone della Sardegna, ma anche di questo parleremo oggi. Oggi concludiamo questa seconda giornata vedendo quali connessioni vi possano essere tra le politiche di pace e l’economia. È per questo che questo incontro finale di questa giornata prevede la presenza di monsignor Giuseppe Battesimo di Cagliari, Carlo Cefaloni dei movimenti dei Focolari e Fausto Durano, segretario regionale della CGIL. Monsignor Giuseppe Battuta non potrà essere qui con noi e ci ha inviato un breve messaggio che leggeremo successivamente.
Bene, per cominciare bisogna dire un paio di cose, giusto per porre le questioni in un ambito condiviso. Abbiamo pensato di lasciare questo panel al termine della seconda giornata per poter affrontare in profondità, anche attraverso il dibattito, sentendo le posizioni di chi è in platea e fa parte di movimenti e realtà che stanno portando avanti un’azione contro elementi dell’economia che pesano nel nostro territorio. Ieri era presente la presidente della Regione Alessandra Todde e c’è stato un accenno al tema che oggi tratteremo più diffusamente. Alcune persone hanno mostrato chiaramente quanta aspettativa ci sia nel ruolo che l’istituzione regionale può esercitare nella fase di approvazione della valutazione di impatto ambientale, che arriva dopo che molte decisioni sono già state prese da mesi.
Ecco, qualche commento va fatto perché sui giornali di oggi le parole dette ieri da Alessandra Todde sono state interpretate in vari modi. Non vorrei che questo diventasse l’elefante nella stanza, ma allo stesso tempo oggi siamo chiamati ad andare oltre e immaginare scenari futuri. Io sono sempre stato convinto che le battaglie politiche si possano vincere anche nei tribunali, con la carta bollata, ma non credo che questo sarà il caso. Qui c’è una materia politica che non può essere ridotta al piano burocratico. Ricordo il primo ricorso che presentammo insieme ad altre organizzazioni, c’erano molte realtà sedute qui con noi. Non disconosciamo quella pratica, ma se oggi ci fermassimo ad aspettare la vittoria burocratica avremmo perso.
E siccome questa battaglia la vogliamo vincere, dobbiamo capire un altro modo per portarla avanti, che non sia solo quello delle carte o del contenzioso legale. Questo è sempre complicato perché richiede immaginazione, creatività e la costruzione di reti tra società civile, movimenti, politica, enti locali e organizzazioni dei diritti dei lavoratori. Bisogna comporre un quadro complesso perché i nostri avversari, nel momento storico che viviamo, sono più forti. Oggi produrre bombe è diventato parte di un sistema economico consolidato, anche perché è stato ricordato il ruolo delle politiche industriali e delle scelte del governo.
Oggi produrre armamenti significa inserirsi in un settore economico centrale. Anche l’Unione Europea ha ridefinito parte delle sue strategie industriali. Quindi la domanda è: quale via possiamo immaginare? Dobbiamo costruire alternative che dicano a quei territori e a quei lavoratori che quella non è l’unica scelta possibile. Quando parliamo di lavoratori parliamo di un anello debole, non di responsabilità individuali. Spesso sono intrappolati in sistemi produttivi senza alternative.
Questo genera anche meccanismi psicologici di auto-giustificazione rispetto a ciò che si produce e allo stipendio che si porta a casa. Ma noi siamo qui per fare politica e per immaginare una strategia diversa. Dobbiamo costruire uno scenario reale mettendo insieme competenze che nel nostro territorio esistono già: università di Cagliari e Sassari, enti locali, sindacati, terzo settore, società civile organizzata. Dobbiamo mettere insieme le intelligenze, perché non possiamo accettare che lo sviluppo della Sardegna sia legato solo alla produzione militare o industriale.
Non possiamo permettere che anche solo una parte del territorio venga pensata come destinata a un unico modello produttivo. Per arrivare a questo dobbiamo agire con le nostre intelligenze e con una strategia condivisa. In questo momento siamo in attesa di un pronunciamento della Regione, non solo sulla chiusura o ampliamento di una fabbrica, ma su un modello di sviluppo più ampio. Io vorrei anche evitare un ragionamento del tipo “non nel mio giardino”: quello che non accade qui può accadere altrove.
Dobbiamo difendere un principio: nessun paese e nessuna economia dovrebbe essere ricattata sul piano occupazionale, costretta a scegliere un’unica possibilità di sviluppo. Esistono strumenti come il PNRR e il Just Transition Fund che possono essere attivati, ed è responsabilità della politica farlo. Queste sono le premesse del dibattito: tutte le voci avranno dignità di ascolto e rispetto. Questo è lo spirito con cui affrontiamo questo confronto.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0012
Franco Uda, presidente Arci Nord Sardegna
Questo è un messaggio mandatomi che vi leggo integralmente. «Gentile presidente, desidero innanzitutto ringraziarla per l’invito al panel dedicato al rapporto tra economia e pace all’interno della Conferenza Mediterranea che ARCI ha promosso con meritoria sensibilità civile e culturale. Impegni sopraggiunti non mi consentono di prendere parte, ma desidero farmi presente condividendo alcune riflessioni. La correlazione tra dinamiche economiche e processi di pace è oggi particolarmente evidente. Le società esposte a forti disuguaglianze, a sistemi produttivi instabili o a risorse gestite in modo conflittuale sviluppano fragilità strutturali che spesso degenerano in tensioni sociali e politiche. Di converso, un modello economico fondato sul lavoro, sull’accesso equo, sulla sostenibilità ambientale e sulla cooperazione interterritoriale costituisce una precondizione per la stabilità dell’interazione.
Il Mediterraneo rappresenta un osservatorio privilegiato delle dinamiche di intreccio tra migrazioni, povertà, economie informali e competizione geopolitica, regolando in modo paradigmatico i rischi e le opportunità della globalizzazione contemporanea. Non stupisce dunque che Giorgio La Pira potesse affermare che la pace nel Mediterraneo sarà il fondamento della pace tra tutte le nazioni del mondo. Egli sottolinea come le relazioni economiche, culturali e politiche che attraversano il mare nostrum abbiano una portata sistemica e possano contribuire a orientare i processi più ampi di cooperazione internazionale.
In questo quadro la condizione giovanile assume una rilevanza decisiva. La mancanza di prospettive occupazionali, l’incertezza sistemica e la debolezza dei riferimenti comunitari generano nei giovani forti spinte alla migrazione geografica o interiore, oppure a radicalizzazioni identitarie. L’investimento educativo, formativo e professionale sulle nuove generazioni non è quindi una variabile accessoria, ma un fattore strutturale di pace: una democrazia senza giovani attivi e competenti è intrinsecamente fragile.
A ciò si aggiunge la necessità di un fondamento valoriale condiviso. L’economia non è un ambito neutro, implica scelte relative alla concezione dell’uomo, alla responsabilità sociale e all’etica economica. In una logica puramente individualistica il tessuto sociale si indebolisce e la pace si riduce a gestione contingente delle tensioni. Una visione radicata nella dignità umana e anche, per i credenti, nella familiarità derivante dalla comune origine, consente invece di orientare l’agire economico verso forme di cooperazione e di riconoscimento reciproco.
Osserva Sant’Agostino che ciò che trasforma un gruppo di individui in un popolo è la concorde comunanza delle cose che amano, non la costituzione della forza o la composizione degli interessi che talvolta divergono, ma la comunanza delle cose amate. Questo può aggregare un popolo. Nelle situazioni di emergenza e di crisi si rinnova la consapevolezza circa l’amore prevalente che costituisce la comunità e determina la forza di un popolo che si prende cura delle persone, della convivenza e che custodisce l’ambiente e il creato.
Un’economia orientata alla pace richiede una visione antropologica che riconosca la dignità inviolabile della persona. Non bastano applicazioni di interventi assistenziali, serve un rinnovamento culturale che reinnesti la dimensione della fraternità, del rispetto reciproco e del riconoscimento dell’altro non come concorrente o straniero, ma come fratello. A questo le istituzioni, le associazioni civili, le comunità religiose e i cittadini sono chiamati a una collaborazione che sappia fare solidarietà, giustizia, libertà e partecipazione, concorrendo alla definizione di un paradigma mediterraneo di sviluppo.
Un modello che indichi partecipazione sociale, equità, sostenibilità e capacità di generare reddito. Nella moralità della conferenza e dei suoi frutti positivi colgo l’occasione per salutare tutti i partecipanti».
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0013
Fausto Durante, segretario regionale Cgil
Prima di entrare nel merito vorrei esprimere la mia solidarietà alle attiviste dei diritti umani della Siria e della Turchia che abbiamo ascoltato poco fa. Faccio particolare emozione perché rivelo un piccolo aneddoto che riguarda la mia modesta persona. Chi sta parlando nel 2018 è stato dichiarato persona non grata dal governo turco da parte dell’ambasciatore turco in Italia che andò in CGIL nazionale a protestare contro di me per la mia partecipazione al congresso della Confederazione sindacale rivoluzionaria della Turchia, un sindacato che si chiama DISK e che conta tra i suoi affiliati molti oppositori del regime. Per aver partecipato a quel congresso ho ricevuto questo “premio” di persona non grata dal governo turco.
Allora proviamo invece a entrare nell’attualità, ma anche qui parto da un ricordo personale. Ho cominciato a fare attività sindacale negli anni ’90 nel Salento, sono della FIOM metalmeccanici di Lecce e Brindisi. A Brindisi c’era uno stabilimento della Fincantieri, oggi nel perimetro di Leonardo, uno dei più grandi produttori al mondo di sistemi d’armamento, oltre ai sistemi di sicurezza e cantieristica navale. Ricordo con vividezza le assemblee con i lavoratori FIOM, prima discutendo di contratto, legge finanziaria, campagne sindacali, poi andando a consumare il pasto passando davanti a reparti oscurati da tende verde militare che nascondevano elicotteri prodotti nello stabilimento.
Perché li nascondevano? Perché dopo la produzione quegli elicotteri venivano portati in una parte separata dello stabilimento dove lavoratori di ditte esterne montavano i cannoncini che poi sarebbero stati utilizzati nei teatri di conflitto. Un altro ricordo riguarda La Spezia, nella stessa azienda del gruppo Finmeccanica oggi Leonardo, dove si producono fusti di cannone per le navi militari. L’oratore sindacale in assemblea deve spiegare la ragione del prodotto, anche quando si tratta di armamenti.
In ogni realtà in cui ho parlato con lavoratori dell’industria della difesa ho visto una contraddizione tra la dimensione del lavoratore, che è istintivamente pacifista e solidale, e la produzione militare. Noi siamo parte del movimento pacifista internazionale da sempre. La CGIL nel 2026 celebrerà 120 anni: è stata in prima linea contro la Prima guerra mondiale, contro il nazifascismo, contro il terrorismo e la strategia della tensione, e negli anni 2000 nelle battaglie antimilitariste.
Eppure dentro queste storie rimane un dualismo tra ciò che si fa e ciò che si è. Ho avuto la stessa percezione incontrando recentemente lavoratori della RWM. L’assemblea si è svolta su mia richiesta dopo sollecitazioni dei lavoratori e del sindacato di categoria. Ho dichiarato, dopo incontri al Ministero delle Imprese e del Made in Italy con il ministro Adolfo Urso, che la fabbrica di armi di Portovesme non può essere la risposta ai problemi occupazionali del territorio.
Per noi della CGIL, quando è possibile, le riconversioni delle aziende militari, nocive o dannose per ambiente e salute sono una cosa giusta e da praticare. Di fronte alla proposta della proprietà della RWM, multinazionale tedesca, abbiamo chiesto di condizionare eventuali autorizzazioni a un processo di riconversione industriale. Se non c’è disponibilità della proprietà, allora il pubblico deve intervenire vincolando le autorizzazioni alla diversificazione produttiva.
Ho chiesto alla Regione e al Governo di non limitarsi a prendere atto delle richieste dell’azienda ma di orientare le scelte industriali. Se si costruiscono droni in Sardegna, perché non costruire droni per il rilevamento degli incendi invece che droni militari? Perché non sviluppare sistemi di sensori per la sicurezza dei cittadini? Perché non usare queste tecnologie per prevenire attentati, esplosioni o atti criminali invece che per la guerra?
Il punto centrale è che il Sulcis non può essere l’area in cui si risponde alla crisi occupazionale solo con la produzione militare. Le aziende di cui parliamo hanno un futuro possibile se si investe in riconversione e innovazione. Non lo dice un gruppo di estremisti sindacali, lo dice anche la Confindustria: i materiali strategici per la transizione ecologica sono rame, piombo, zinco, litio e alluminio.
Allora mi chiedo: è possibile che una regione che fino a pochi anni fa era un polo europeo dei metalli non possa tornare a produrre quei materiali? Le ragioni dell’abbandono sono legate alla globalizzazione e alle multinazionali, ma soprattutto al costo dell’energia. In Sardegna l’energia costa più che nel resto d’Italia e in Italia più che in altri paesi europei.
La Spagna ha disaccoppiato il prezzo del gas da quello dell’energia e oggi paga un terzo delle bollette italiane. La Germania ha fissato tetti ai costi energetici per le imprese. In questo contesto la Sardegna può tornare a essere un polo produttivo strategico se si interviene sui costi energetici e sulle politiche industriali.
Non è vero che non ci sono alternative: ci sono. Ci sono politiche industriali diverse dalla sola conversione militare. La Sardegna può tornare a essere centrale nella produzione dei materiali strategici per l’industria del futuro, se si fanno scelte politiche adeguate.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0014
[Franco Uda, presidente Arci Nord Sardegna
Bene e grazie Fausto anche per aver colto l’invito di apertura a provare a scavallare. È un momento che ci ha visto con grandi aspettative e che ieri, come dire, si è un po’ sgonfiato nel nostro immaginare. Però anche qui dobbiamo provare a costruire una sfida che non sia solo quella della carta bollata. Per questo abbiamo chiesto una mano a un amico, un compagno, Carlo Cefaloni, che fa parte del movimento dei Focolari e che rappresenta un pezzo importante di questa vicenda.
Perché è noto in questa sala, o in gran parte di questa sala, che uno dei fuochi rimasti vivi nell’opposizione all’idea che la RWM potesse essere uno strumento di rinascita e sviluppo del territorio è nato proprio all’interno di questa comunità, se non sbaglio a Iglesias. E a questa comunità si è sviluppata un’idea alternativa, fatta di solidarismo, di reti tra cittadini di buona volontà che hanno provato a immaginare un’economia libera dalla guerra, una “war free economy”, appunto.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0015
Carlo Cefaloni, Movimento Focolari
Se facciamo un po’ di chiarezza dal punto di vista generale: quello che è il comitato di conversione, che è il punto nodale, è un dono che viene dato al Paese, io dico al mondo, ma nasce come una realtà autonoma di società civile e plurale. Noi come movimento l’abbiamo riconosciuto, abbiamo dato sostegno come altre associazioni. Di solito tutte le volte io vengo da un mondo, diciamo quello cattolico, che molte volte fa dichiarazioni di carattere teorico nella questione della pace, no? La pace, queste dizioni qui che poi lasciano il tempo che trovano. Invece io penso che in questo momento bisogna riconoscere questa realtà plurale vera, insomma, che poi è più diffusa, nel senso che ci sono tante realtà che sono impegnate da sempre, fino a quando fu fatta quella cessione di quell’azienda mineraria che stava nel settore minerario, che diceva: “tanto porta comunque lavoro, lo salviamo all’interno, non vendiamo le armi all’interno dei nostri alleati, quindi non crea problemi”. Poi è diventato un caso quando hanno iniziato a partire queste bombe direttamente sotto gli occhi di tutti dal porto di Cagliari. Allora già lì era una questione che voleva dire: lasciamo le persone differenti così, facciamo finta che vada tutto bene, che siamo… no? Invece l’insorgenza morale che è nata su questo territorio, in un tempo di sovranismo, è quello che dà dignità al nostro Paese. Vuol dire che c’è un pezzo di società che si libera dalla logica di guerra, ma che però non dice solamente “no”, ma costruisce.
Allora io faccio riferimento a un fatto. Prima il consigliere del rappresentante del Comune ha detto: “Noi ci dobbiamo confrontare con il segno di speranza di questi giovani che hanno partecipato alla marcia della pace”. Il contesto attuale che noi viviamo è quello di un ritorno prepotente della guerra, dove c’è la coscrizione obbligatoria, dove quei giovani che sono andati alla marcia della pace, che è un momento bellissimo, potrebbero essere l’ultima manifestazione di un mondo finito, e c’è una chiamata diretta alla guerra, alla partecipazione, quindi alla necessità di riarmarci. Questa è la logica che esiste, che è prevalente. E allora prima ho citato La Pira, che è stato l’iniziatore della conferenza del Mediterraneo come punto più luminoso della Terra, pacificato, che attrae e che cambia il destino del mondo.
In questo quadro si inseriscono anche dinamiche più ampie legate alle fondazioni, all’industria e alla politica. Perché la fondazione Med-Or è espressione di Leonardo, e Leonardo non è nient’altro che una grande impresa, ancora in parte a controllo pubblico, ma inserita dentro scelte strutturali trasversali tra centrodestra e centrosinistra, concentrate in modo particolare nel settore bellico. Tant’è vero che siamo il sesto Paese esportatore di armi al mondo. Italia, Paese di pace… tutte queste cose, le colombe… ma la realtà è questa. E interi settori industriali sono stati ceduti o smantellati, mentre la politica industriale è stata progressivamente svuotata.
Poi ci sono le crisi industriali: aziende che chiudono da un giorno all’altro, come nel caso della GKN, dove da un momento all’altro i lavoratori si sono trovati senza più lavoro perché le decisioni vengono prese nei consigli di amministrazione, spesso in Germania o altrove, da fondi e gruppi di investimento. E così la politica industriale non esiste più, o viene decisa altrove. In questo quadro la domanda è: qual è l’alternativa? Perché se non costruiamo una risposta alternativa, rischiamo solo di subire e di restare senza strumenti.
E l’alternativa non può essere la rassegnazione o la depressione collettiva. Serve invece una risposta concreta, una progettualità, la capacità di mettere insieme università, enti locali, sindacati, società civile, ricerca e istituzioni. Serve costruire un altro modello, perché non possiamo accettare che interi territori restino intrappolati dentro un’unica scelta industriale obbligata.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0016
Portavoce del Comitato Riconversione RWM
Ecco quello che vorrei dire, quello che mi sembra di dire così, come immediata reazione a ciò che abbiamo sentito. E lo dico ovviamente da persona che ormai da molti anni è impegnata giornalmente sulla questione del rifiuto del bellico. Essere impegnati giornalmente significa essere impegnati anche su tante altre questioni, cioè su tutto ciò che riguarda la connessione tra il bellico da una parte e il lavoro, il lavoro degno, un lavoro degno per tutti e una vita per tutti. Perché il lavoro non può essere messo in contrapposizione con la vita. E invece è proprio questo quello che succede sotto i nostri occhi tutti i giorni: nelle fabbriche di bombe e nei traffici che le bombe e gli armamenti seguono, nei percorsi che seguono. Perché da una parte vanno a consentire le condizioni vitali magari di una famiglia, dall’altra la famiglia la distruggono, la fanno fuori, la eliminano dal mondo.
Quindi tutti i giorni siamo davanti a questo dilemma. Da un po’ di tempo, e ancora di più nell’ultimo periodo, siamo davanti a un altro scenario: il baratro della guerra, che viene passato come ineluttabile, ma che invece, con tutte le nostre forze, dobbiamo pensare che ineluttabile non è, perché altrimenti lo sarà certamente.
Come sintesi di questo pensiero, io dico solo una cosa: non possiamo affrontare problemi del genere, emergenze del genere, con logiche vecchie, logiche usate e abusate. Perché se pensiamo che la soluzione del problema della fabbrica di bombe sia portare un po’ di sviluppo, sia industriale che agricolo o di qualsiasi altro campo, stiamo sbagliando completamente strada. La soluzione della fabbrica di bombe parte da una reazione profonda, da una reazione etica, dal fatto di sentirci familiari di quelle persone che potrebbero essere uccise dalle bombe, dal fatto di sentirci noi stessi sotto le bombe, come ci capiterà se continuiamo su questa strada.
Quindi dobbiamo prima di tutto cambiare noi stessi e poi pretendere da chi governa un atteggiamento diverso, un approccio radicalmente diverso. Non è pensabile che uno dica: “Se io non faccio così poi arriva il TAR”. Ma poi ti arriverà la bomba, non il TAR. Ti arriverà una guerra da cui non riuscirai ad uscire. Dobbiamo fare ciò che è necessario, nei tempi possibili, ma anche ristretti. Siamo sull’orlo del baratro, dobbiamo agire prima che sia troppo tardi.
Agire vuol dire fermare in ogni modo possibile: la via giurisdizionale, la via politica, la via degli insediamenti, e anche il coricarci per terra per impedire il passaggio delle armi. Tutte queste strade bisognerà seguire, altrimenti la nostra fine è già scritta. Siamo già al tempo finale del percorso. E se non sarà per noi, sarà per i nostri figli o per i nostri nipoti. Quindi spetta a noi consegnare all’umanità che verrà un mondo vivibile.
Non c’è altro da fare. Possiamo soltanto scegliere se vogliamo fare qualcosa con la nostra vita, con la nostra persona, perché questa realtà cambi, oppure non farlo, diventando così corresponsabili di ciò che accade.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari/ Il mare di mezzo IMGA0018
Intervento dal pubblico
Vorrei intervenire su una questione calda e sofferta, quella del nostro sviluppo industriale nel territorio del Sulcis, che sarebbe adesso legato a una fabbrica della filiera bellica, una fabbrica di bombe, la RWM, che adesso si trova affrancata — a quanto ci ha vagamente accennato, speriamo di aver sentito male ma temo invece di aver sentito bene — dalla nostra Presidente Alessandra Todde. Infatti questo studio di valutazione ambientale è ormai in corso e ci sarà un pronunciamento. Abbiamo avanzato tante obiezioni di carattere etico, ma ci sono anche quelle di carattere legislativo, normativo, edilizio e ambientale.
Questa fabbrica si trova costruita alle pendici di una zona di grande pregio naturalistico: il Monte Linas–Marganai, una zona inserita nella Rete Natura 2000, quindi zona di preservazione. Ecco cosa vuol dire: siamo proprio agli antipodi di quella che dovrebbe essere una zona industriale. Infatti questa è una zona estremamente cosiddetta “bianca”, non ha infrastrutture industriali: non ha una rete adeguata di servizi, non ha acquedotti industriali, non ha impianti di depurazione. Ci sono degli sversamenti nel rio che attraversa la fabbrica, per quanto risulta il Rio Figus, classificato anche con rischio idraulico R4.
La fabbrica dovrebbe avere una zona di rispetto di 150 metri da una riva e dall’altra, e invece queste fasce sono occupate da edifici industriali. I reparti R210 e R200 sono situati lì, insieme ad altri stabilimenti, e l’azienda non ha neanche fornito la lista completa degli edifici presenti in quella fascia di rispetto. Sono stati anche sbancati circa 130.000 metri cubi di terra per creare il grande piazzale in cui vengono sistemati i colpi bomba, visibili se si passa in zona.
Quindi una zona che era franosa e anche agricola è stata completamente trasformata, con pendii instabili. È un quadro sconcertante dal punto di vista ambientale. Ci sono molti motivi per negare il via libera a questo studio, che tra l’altro prende in considerazione solo una parte dei manufatti, mentre dovrebbe riguardare l’intero complesso industriale. Alcune parti sono state addirittura escluse, come il deposito di munizioni convertito in area di assemblaggio di droni da combattimento.
Quindi è una situazione indifendibile da ogni punto di vista. C’è una messa in pericolo del territorio e anche di chi ci lavora, perché si parla di uno stabilimento a rischio di incidente rilevante. A volte viene sollevata l’obiezione occupazionale, ma non regge: qui è in gioco anche la sicurezza. Si ricorda infatti l’incidente avvenuto nello stabilimento madre di Ghedi, con un’esplosione che provocò vittime e danni enormi.
Da lì si è arrivati alla dislocazione della produzione. Il complesso della S.I.E., che produceva esplosivi per miniera, è stato riconvertito alla produzione militare, diventando una fabbrica di bombe con fatturati cresciuti enormemente durante i conflitti, incluso quello in Yemen. Sono stati denunciati anche episodi di utilizzo delle armi in contesti di guerra contro civili, con prove riconducibili alla produzione dello stabilimento.
Su questo sono intervenute anche diverse associazioni, tra cui Rete Disarmo. Insomma, la posizione è considerata indifendibile. Come si può oggi non solo sdoganare, ma addirittura ampliare uno stabilimento che avrebbe bisogno di riconversione e messa in sicurezza? E invece si parla di ampliamento, ed è una prospettiva che appare pazzesca da ogni punto di vista.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0019
Intervento dal pubblico: Gianpaolo Rosso, presidente Arci Como
Scusate, ma io credo che la grandezza, l’urgenza, la lentezza e anche la situazione orribile che viviamo e vediamo nel futuro richiedano un approccio che non si limiti al singolo fatto, ma che provi a leggerne più insieme. Vi parlo anche di un’esperienza personale in un luogo che è Como, che come sapete è Lombardia: Fiocchi, Leonardo, produzione di armi, aerospazio, missili, eccetera. E dalle nostre parti persino l’anno scorso l’albero di Natale della Fiocchi è stato fatto proprio lì, quasi a rappresentare un’immagine simbolica di questo intreccio tra territorio e industria bellica.
Io vi parlo e tutto quello che ho sentito mi ha riempito il cuore, anche devo dire la chiarezza con cui l’esponente della CPL ha spiegato il modo in cui il grande sindacato del lavoro può difendere il diritto dei lavoratori e il diritto alla vita di ciascuno di noi. Questo però induce a credere che ci siano almeno due elementi da tenere ancora in conto. Primo: è bene ricordarci che la stampa italiana è in larga parte condizionata da grandi gruppi industriali. Lo so, il Corriere della Sera, Repubblica e altri grandi media fanno parte di un sistema che contribuisce a costruire la percezione dei problemi. Questo è un nodo che dobbiamo affrontare, perché non può essere lasciato ai social, che sono troppo frammentati, troppo deboli e troppo facilmente pilotabili.
Seconda questione: e qui mi riaggancio a quello che ha detto anche l’esponente della RWM, che ringrazio per il lavoro che fa. Dobbiamo fare delle cose anche noi, non solo dirle: metterci in strada, farci corpo politico e civile della libertà, della giustizia e della democrazia. Però alcune cose si potrebbero fare già domani mattina. Perché non togliamo i nostri soldi dalle banche che finanziano le armi? Perché non costruiamo banche disarmate, che non finanzino l’industria bellica? Perché non spostiamo questa lotta anche dentro le nostre scelte quotidiane, anche economiche, anche personali?
A Como ci stiamo occupando molto di questo. La nostra marcia della pace, come in tutta Italia, si inserisce nel mese della pace di ispirazione cattolica, ma noi siamo talmente laici da poter dialogare anche con il Papa. Abbiamo dedicato le iniziative di gennaio proprio a questo tema, perché il terzo settore finanzia UniCredit e altre banche che a loro volta finanziano industrie belliche. Non so se finanzino RWM, ma sicuramente finanziano realtà dello stesso tipo. Quindi anche i soldi di molti di noi, persino quelli di associazioni pacifiste, finiscono dentro questo circuito economico che poi rende difficile ogni cambiamento reale.
E quindi, qui chiudo: è giusto dire alla politica cosa deve fare, ma è altrettanto necessario dire come farlo e partire da noi stessi, dalle nostre scelte concrete, anche economiche, se vogliamo che il cambiamento sia reale e non solo dichiarato.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0019
Cinzia Guaita, co-portavoce del Comitato Riconversione RWM
Allora, io sono Cinzia Guaita, co-portavoce del Comitato per la riconversione RWM. Voglio dire che, quando abbiamo ottenuto dopo un percorso impegnativo, fatto insieme e in rete, l’embargo delle armi verso l’Arabia Saudita e quindi l’applicazione per la prima volta della legge 185 del 90, noi abbiamo creduto che la riconversione fosse a due passi. Perché una volta dimostrato che la cosiddetta fabbrica della difesa destinava una percentuale bassissima alla difesa nazionale e l’80% della produzione andava in Arabia Saudita, era evidente che si dovesse cambiare direzione. La legge infatti vieta la vendita di armamenti a paesi in guerra o che non rispettano i diritti umani. Per questo abbiamo pensato che la riconversione fosse inevitabile.
Non è stato così. Non è stato così perché sono state seguite proposte anche fantasiose, tra cui quella di chiedere al governo italiano di acquistare le bombe per garantire la continuità produttiva e occupazionale. Proposte che sono arrivate anche da fonti insospettabili. A quel punto abbiamo capito che non eravamo affatto a un passo dalla soluzione e che bisognava ricominciare da capo. Ricominciare da noi. Sul territorio esistono molte aziende che lavorano nell’economia di pace, che escludono dalla loro filiera la logica dell’economia di guerra. L’idea è quella di metterle insieme, costruire rete e alternative reali.
Per questo oggi mi torna con forza un’idea: da dove si comincia? Si comincia da noi e si comincia subito. Se deve nascere un tavolo di lavoro, bisogna farlo domani, non rimandare a dopodomani, perché il tempo è ristretto. È necessario fare una ricognizione dell’esistente, capire cosa già c’è. Posso dire che esiste un laboratorio nazionale per la riconversione coordinato da Carlo Ciaponi, a cui partecipano esperti, giornalisti e tecnici, e da cui si possono già attingere dati e competenze. Quindi qualcosa esiste già e non bisogna partire da zero, ma mettere insieme ciò che c’è.
Infine, credo che sia fondamentale cercare strade diverse da quelle esclusivamente industriali, che spesso ci legano a logiche di multinazionali che producono inquinamento e poco lavoro stabile. Ci possono essere altre vie da esplorare, anche in quella direzione, ma bisogna agire subito. Non so esattamente come, ma bisogna iniziare. Trovare una data, un luogo, iniziare ad ascoltarci e capire cosa esiste già, per poi ripartire da lì.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari / Il mare di mezzo IMGA0019
Raffaella Bolini, Stop Rearm Europe
Diciamo che se la fatica che abbiamo fatto per organizzare questo incontro producesse un tavolo domani mattina, allora sarebbe valsa la pena di tutto questo lavoro. Spero davvero che questo sia l’esito non solo del tavolo, ma dell’intera conferenza. Però voglio dirvi una cosa, dal punto di vista di ARCI: in questi mesi sto spendendo la maggior parte delle energie per cercare di costruire “Stop Europe” in Italia e in Europa. Quasi tutto il mio lavoro è su questo. Voi dovete fare il tavolo e il tavolo deve produrre un’ipotesi credibile di alternativa.
Carlo, che su questo lavoro è molto impegnato, sta costruendo da tempo un laboratorio simile e lo sta installando a Roma. È un esempio importante, perché credo che nei prossimi mesi questo tipo di laboratorio dovrà essere presente in tutte le regioni d’Italia. Quando siamo stati a Barcellona, il tema è stato sollevato nel dibattito a cui partecipavo, davanti a circa 600 persone di molti paesi europei. Ho detto chiaramente di ascoltare bene quello che ci viene detto, perché il fenomeno è già in espansione.
Il punto è che l’Unione Europea ha già deciso questa direzione e l’ha già scritta nei suoi programmi: la riconversione bellica della produzione industriale è diventata una priorità. E verrà fatta in modo molto aggressivo, perché i fondi verranno dati direttamente alle aziende, senza passare né dai governi né dalle regioni. Questo significa che i territori rischiano di non avere più capacità di programmazione e di ritrovarsi con decisioni già prese altrove. È già quello che sta accadendo in Toscana, nel Lazio e in altre regioni, dove le aziende in difficoltà ricevono fondi condizionati alla conversione militare.
Questo crea un problema enorme per tutti: territori, sindacati, ambiente e lavoro. Per questo è importante avviare questo tavolo, ma soprattutto farlo diventare parte di una rete più ampia. Noi, ad esempio, abbiamo deciso che da inizio anno esiste un tavolo permanente di lavoro su questi temi all’interno di Stop Europe Italia. L’obiettivo è mettere insieme tutte le realtà che si occupano di questo problema. E questo lavoro deve necessariamente essere portato anche a livello europeo, perché è lì che verranno definite le risorse e le politiche nei prossimi anni.
È giusto coinvolgere enti locali e regioni, ma questa battaglia va portata anche a livello nazionale ed europeo. Se si lavora insieme, il tavolo e il vostro progetto possono avere più possibilità di successo. E possono diventare, in qualche modo, l’avanguardia di una riflessione che dovrà riguardare molti territori. Non è un problema isolato, ma una tendenza che toccherà sempre più luoghi nei prossimi anni. Per questo è importante condividere conoscenze ed esperienze.
Dobbiamo lavorare insieme ai diversi livelli: locale, nazionale ed europeo. Solo così si può affrontare una trasformazione di questa portata. Se restiamo separati, non ce la facciamo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari 6 dicembre/ Il mare di mezzo IMGA0020
Carlo Cefaloni, Movimento Focolari
Diciamo subito al volo che il laboratorio che abbiamo avviato è internazionale, nel senso che lo abbiamo avviato a partire da singole realtà, perché se lo leggi solo in chiave locale lo comprendi in modo limitato, non lo cogli dal punto di vista strategico. È chiaro che questo è un territorio che è stato sacrificato dalla politica industriale italiana, e questo lo sappiamo bene.
Tant’è vero che una sessione dei laboratori la facciamo anche a Torino, proprio sulla questione strategica del crollo di Stellantis e sulle trasformazioni in corso, e su come Leonardo stia ridefinendo assetti industriali che rischiano di trasformare interi territori in città della produzione bellica. È questo il quadro dentro cui ci muoviamo.
Quello che si cerca di fare, anche su Roma, è mettere insieme competenze e persone che spesso non si conoscono tra loro. È possibile, perché in questi percorsi c’è tanta gente che si mette insieme attorno a un’idea comune. La sessione che abbiamo fatto il 14 e 15 novembre a Iglesias è stata proprio una sessione di lavoro nazionale, con collegamenti e partecipazioni diverse.
C’è un rapporto stretto con Rete italiana pace e disarmo che, devo dire, è un punto di riferimento importante insieme a realtà come Sbilanciamoci. Si sta provando a tenere insieme uno sguardo nazionale e internazionale. Perché alla fine, come si dice, la fraternità non è tra Stati ma tra lavoratori: non siamo né padroni né subalterni, siamo sullo stesso piano. Se si rompe questo principio e si mettono le nazioni una contro l’altra, si entra nella logica della guerra. E purtroppo la trasformazione avviata con il documento europeo sull’economia di guerra e il cosiddetto “corpo d’acciaio” ci porta esattamente dentro questo scenario.
L’alternativa oggi, come diceva anche chi sta lavorando su queste analisi, è pensare a un diverso modello di rapporti internazionali. Ma dentro questa fase, segnata anche dalla decisione del 2023 di rimuovere vincoli e divieti, tutto si inserisce nel meccanismo di legittimazione della guerra in Ucraina, che finisce per rendere normale l’idea del riarmo.
Per questo stiamo lavorando, e il laboratorio di Iglesias lo abbiamo chiamato “Segnali da un futuro possibile”: perché quello deve essere, appunto, il segnale che proviamo a dare.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari 6 dicembre/ Il mare di mezzo IMGA0020
Fausto Durante, segretario regionale Cgil
Io mi sono occupato a lungo del tema nazionale di Cometa, che è un fondo di previdenza complementare dei lavoratori metalmeccanici: un contenitore di risorse in cui imprese e lavoratori metalmeccanici che aderiscono versano una quota per costruire un secondo pilastro previdenziale, oltre a quello pubblico.
Oggi è uno dei soggetti che dispone di più risorse disponibili, insieme agli altri fondi di previdenza complementare: chimici, elettrici, tessili, edili, alimentaristi e così via. Bene, la proposta che faccio — che ho già avanzato anche a livello nazionale a chi si occupa di queste questioni — è questa: i soldi dei lavoratori che stanno nei fondi pensione non devono essere usati per finanziare aziende militari, né per investimenti che sostengono attività contro la pace e contro un modello di sviluppo orientato alla pace. È una cosa che possiamo fare tutti, anche nei nostri conti, nelle nostre scelte finanziarie. Punto.
Secondo punto: ricordo un caso positivo, davvero esemplare, di riconversione nel nostro Paese, quello della Valzella, un’azienda che produceva mini antiuomo. A un certo punto, per volontà dell’imprenditore e grazie a un passaggio decisivo, si è avviato un percorso che ha portato alla riconversione della produzione. Due linee di produzione di ordigni che, di fatto, mutilano e uccidono, sono state fermate e trasformate. È un esempio importante perché dimostra che la riconversione è possibile, concreta, reale.
Lo dico perché sono profondamente convinto che senza i lavoratori della RWM sia difficile, se non quasi impossibile, immaginare un percorso positivo in questa direzione. Quindi bisogna lavorare senza muri e senza contrapposizioni, provando a comprendere le ragioni reciproche. Anche le ragioni dei lavoratori di RWM sono ragioni che vanno comprese, e insieme si deve provare a fare qualche passo avanti nella direzione giusta.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 6 dicembre/ Cagliari 6 dicembre/ Il mare di mezzo IMGA0020









Foto di Gianpaolo Rosso, ecoinformazioni
7 dicembre
Tutti gli interventi dei panel del 7 dicembre a Nel mare di mezzo 2025
[Playlist di tutti i video di tutti gli interventi del 7 dicembre a Nel mare di mezzo]
Trascrizioni/ Panel sulla giovane generazione attivista/ 7 dicembre 2025
Giovane generazione attivista
Virginia Sarotto, attivista e cooperatrice Arcs in Libano
Alla pace si arriva con la giustizia. Quindi, a mio avviso, e sono convinta che i ragazzi ne abbiano parlato ed erano d’accordo anche loro, bisognava partire da queste due parole, cioè: non si arriva alla giustizia con la pace, si arriva alla pace con la giustizia. Non si può chiedere a un popolo di essere in pace con un altro popolo se c’è un’oppressione sistemica, se c’è una violenza sistemica, come nel caso dei palestinesi sotto l’occupazione israeliana, così come è capitato e capita in altre parti del mondo e in altri contesti. Questo penso che sia importante chiarirlo.
Detto questo, poi appunto, Legami Mediterranei, oggi cerchiamo di fare questo, anche se poi in realtà la maggior parte di noi è italiana. Però c’è Mona dalla Siria e l’idea era proprio cercare di scambiarci delle idee, anche a livello un po’ operativo, cosa che abbiamo cercato di fare ieri e che spero vada avanti. Quindi non prenderei troppo tempo, per sentire direttamente loro e le loro esperienze.
Chiederei a tutti e tutte di ascoltare bene le parole che usano, chiaro, poi lo ascolteremo con la traduzione, però sono veramente importanti. Il modo in cui si costruiscono le frasi, i pensieri, è importante. C’è anche il gruppo di ragazzi che sono, diciamo, quelli che stanno tenendo in piedi la logistica di tutto l’evento. Sono il gruppo di Alessandro De Za, sono ragazzi super in gamba, hanno molto chiare le cose che vogliono, le idee che vorrebbero portare, che sono idee politiche.
Quindi ascoltateli, ma poi portatecele e fate politica. Non aspettate che vengano gli adulti: è veramente una cosa fondamentale che ci siano i ragazzi, che ci siano i bambini, nella politica realmente.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto/ Il mare di mezzo IMGA0003
Alessandro Campus, Associazione Arci Rizes
Buongiorno a tutte e a tutti e grazie per essere qui. Sì, sono un attivista sardo, sassarese, e mi sono sempre occupato, nella mia vita da attivista, di memoria. In realtà io ho iniziato a fare attivismo all’università, a Scienze Politiche, con l’associazione di Scienze Politiche e già da lì ho capito che quella poteva essere la mia passione, anche un po’ la mia vita. Ho fatto anche associazionismo studentesco a Sassari, quindi sindacato studentesco, e poi sono entrato in ARCI.
In ARCI, correlando questo anche con i miei studi, mi sono occupato di memoria storica, facendo il formatore per il progetto Promemoria, un progetto di cui parleremo successivamente, però un progetto che mi ha formato tantissimo e che mi ha trasformato in quello che sono adesso. È stato fondamentale per il mio percorso di vita.
Quindi faccio questo da molti anni, sono il formatore storico del progetto Promemoria e per me questo è diventato anche un obiettivo che si lega al lavoro che faccio, perché io lavoro in Soprintendenza archeologica, quindi mi occupo di storia. Ho insegnato anche per due anni storia e filosofia, quindi quello che faccio come formatore storico nel progetto Promemoria mi è servito anche nella carriera lavorativa.
L’attivismo che faccio da tanti anni mi ha seguito anche nel mondo lavorativo, ma io non intendo l’attivismo come lavoro: l’attivismo è molto altro. L’attivismo è vita, l’attivismo è un obiettivo che ti imponi soprattutto per aiutare la tua comunità. E questo è stato il mio obiettivo fin dall’inizio: cercare di aiutare la mia comunità, quella in cui risiedo, che ha molti problemi.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Alessandro Campus/ Il mare di mezzo IMGA0004
Chiara Mallus, Associazione Arci Memoratu
In realtà la mia carriera nel contesto dell’attivismo è molto più limitata, più circoscritta e, se vogliamo, mi permetto anche di dire che sono nata e cresciuta in ARCI, perché ho sempre frequentato il circolo di paese. Francesco non c’è, però saluto tantissimo le ragazze e i ragazzi del circolo di Sant’Antioco.
Ho poi proseguito la mia strada in ARCI tramite il progetto di cui parlava poco fa Alessandro e attualmente faccio parte di un altro circolo giovanile a Cagliari che si chiama Memoratu. Contribuiamo anche noi all’erogazione del progetto nel territorio sardo e ci occupiamo anche di fare la nostra parte dal basso.
Cerchiamo il più possibile di dare vita a uno spazio che sia partecipativo per le ragazze e i ragazzi che, poco più grandi di me o più piccoli di me — cosa che non è assolutamente un dato significativo — ricercano uno spazio, una posizione all’interno di questo mondo e spesso non solo non riescono a trovarla, ma non viene loro concessa.
Quindi il nostro obiettivo è un po’ quello di dar vita a questo spazio e far sì che siano loro stessi ad animarlo, a renderlo vivo e a scegliere che cosa portare.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Chiara Mallus/ Il mare di mezzo IMGA0005
Cristina Chessa, studentessa, Dichiarazione dei giovani per la pace nel Mediterraneo
Ho iniziato il progetto come attivista tramite il progetto PCTO della scuola, “Senza scuola-lavoro”, che mi ha aperto gli occhi su moltissime realtà e sulla quotidianità.
Con questo progetto abbiamo scritto e redatto una Convenzione dei Giovani del Paesaggio Mediterraneo, che è stata portata al quartier generale delle Nazioni Unite lo scorso giugno e poi a Bruxelles.
I nostri obiettivi sono quelli di diffondere la nostra voce, farci ascoltare dalle istituzioni e dare voce a noi giovani, quindi cercare di renderci partecipi per costruire un futuro migliore.
Questa dichiarazione è stata sostenuta da circa 150 ragazzi e ragazze di undici Paesi del Mediterraneo e si è concentrata principalmente sull’area mediterranea. Tuttavia, cerchiamo di espanderci non solo nel Mediterraneo, ma anche nel mondo intero.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 7 dicembre 2025/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0006
Mohammed Katbeh, Associazione Peace Makers, Siria
Provengo da una città che si chiama Aleppo in Siria. Un tempo questa città non aveva alcuna classificazione mondiale, ma per due anni è stata classificata come la città più pericolosa del mondo. Sono un attivista e lavoro con la società civile. Nelle nostre attività cerchiamo di integrare l’arte nella vita quotidiana per promuovere la vita pacifica in Siria. Potrei definirmi come uno dei sopravvissuti nella guerra in Siria. Attualmente lavoriamo per integrare la convivenza pacifica in Siria e mettere insieme le diverse parti del paese che si sono separate durante la guerra. Oggi voglio condividere alcuni nostri risultati e il ruolo che ha avuto la nostra organizzazione nel promuovere la convivenza pacifica in Siria. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni:Cagliari 7 dicembre/ Mohammed Katbeh/ Il mare di mezzo IMGA0007
Andrea Contu, presidente Arci Sud Sardegna
La prima domanda è per l’ultima persona che è intervenuta e quindi esattamente Mohammed e gli chiederei proprio di specificare e approfondire meglio che cosa fa in Siria con la sua associazione e quali sono per la vostra associazione priorità
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 7 dicembre 2025/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0008
Mohammed Katbeh, Associazione Peace Makers, Siria
La natura delle nostre attività che portiamo avanti in Siria: abbiamo iniziato con questa nostra organizzazione nel 2014.
Il nostro primo obiettivo era lavorare con le comunità e le diverse componenti della società siriana per promuovere la comunicazione tra queste parti che erano state, diciamo, ostacolate e separate come conseguenza della guerra.
Uno dei primi strumenti che abbiamo utilizzato per promuovere la comunicazione è stato l’arte e il teatro.
Con questi strumenti siamo riusciti a creare degli spazi nei quali abbiamo coinvolto molte persone, dove era possibile parlare, comunicare ed esprimere le condizioni che tutti noi siriani stavamo vivendo. Così siamo riusciti ad avere uno spazio pacifico per la discussione, per parlare tra noi siriani, per parlare della guerra e della pace così come la vediamo noi siriani.
Prima dell’8 dicembre le nostre priorità erano diverse da quelle di adesso. Prima della caduta del regime siriano, le nostre priorità erano diverse perché esisteva, diciamo, una contrapposizione tra la componente alawita della Siria e quella sunnita, mentre il governo garantiva, in qualche modo, una protezione per entrambe. Dopo la caduta del regime è iniziata una campagna di istigazione tra le due parti, tra alawiti e sunniti, nella quale veniva detto agli alawiti che i sunniti li avrebbero massacrati, li avrebbero uccisi.
Tre mesi dopo la caduta del regime è stato compiuto un massacro contro gli alawiti per mano del nuovo regime e questi avvenimenti hanno ostacolato e reso ancora più difficile recuperare la fiducia delle persone e convincerle che è possibile creare un ponte di comunicazione e ricostruire nuovamente la Siria.
Cinque mesi dopo è stato compiuto un ulteriore massacro contro i drusi e questo ha innalzato ancora di più quel muro che ostacola la comunicazione. Ha reso ancora più difficile comunicare e riunire il popolo siriano senza stare a dire: «Io appartengo a questo gruppo» oppure «io appartengo a quell’altro».
Quindi, a un anno dalla caduta del regime, abbiamo avuto gravi problemi di comunicazione tra le diverse componenti della Siria. Abbiamo perso la comunicazione con i curdi, i drusi e gli alawiti, vista la situazione drammatica che abbiamo vissuto nel Paese. Questo ha reso ancora più difficile poter comunicare tra di noi, parlare dei nostri sogni e della Siria come la vediamo e come la vorremmo. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 7 dicembre 2025/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0008
Virginia Sarotto, attivista e cooperatrice Arcs in Libano
Pensavamo di chiederti [rivolta a Cristina Chessa] se ci puoi raccontare un po’ il percorso che avete fatto per arrivare alla scrittura della Convenzione: proprio come l’avete strutturato, cioè che cosa avete fatto per arrivare a scriverla, che cosa rappresenta per voi e per il gruppo. E poi, guardando avanti, che cosa state facendo oppure che cosa avete intenzione di fare per fare in modo che non rimanga soltanto un documento scritto, ma che possa avere un impatto concreto e continuare a vivere nel tempo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virgiania Sarotto fa domanda a Cristina Chessa/ Il mare di mezzo IMGA0009
Cristina Chessa, studentessa, Dichiarazione dei giovani per la pace nel Mediterraneo
Ok, allora, come avevo ribadito prima, con il progetto ci siamo incontrati online per circa sei mesi, durante i quali abbiamo discusso delle cause dei conflitti e di come nascono, ma anche delle possibili soluzioni che potremmo adottare per risolverli.
Il nostro punto di incontro era appunto il dialogo. Attraverso il dialogo ci siamo confrontati e ognuno di noi ha raccontato la propria esperienza, la realtà che sta vivendo e quella presente nel suo Paese, cercando quindi di diffondere e far conoscere ad altre persone la propria quotidianità.
Abbiamo capito che ognuno di noi vive una realtà diversa, ma che alla fine combattiamo tutti per lo stesso obiettivo. Siamo tutti alleati per raggiungere una giustizia sociale, culturale ma anche economica.
Vediamo il Mediterraneo non come un mare che divide, ma come un mare che unisce, perché siamo una comunità, una grande comunità. Dobbiamo quindi cercare di proteggere le nostre risorse e collaborare e cooperare tra di noi.
I nostri obiettivi sono quelli di diffondere la dichiarazione partendo dalle scuole. Attraverso la scuola coinvolgiamo i giovani. I giovani devono avere un ruolo fondamentale nella politica, perché poi saremo noi giovani le prossime persone che guideranno il Paese, ma anche una singola società, un comune, fino ad arrivare a una nazione.
Attraverso questo percorso, i nostri obiettivi sono condividere conoscenze, competenze e risorse, perché le pratiche nate in un Paese possono ispirare altri Paesi e spingere i giovani a creare qualcosa di concreto.
Dobbiamo cercare di creare stabili occasioni di cooperazione, online e dal vivo, che permettano di coordinare campagne comuni e di far ascoltare le nostre voci, valorizzando le diverse esperienze locali, perché ognuno di noi vive esperienze in una realtà diversa.
È importante promuovere uno scambio interculturale costante, perché la diversità del Mediterraneo è una risorsa e non un ostacolo. Attraverso la cooperazione possiamo trasformare il Mediterraneo in uno spazio di dialogo, solidarietà e pace.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virgiania Sarotto fa domanda a Cristina Chessa/ Il mare di mezzo IMGA0009
Andrea Contu, presidente Arci Sud Sardegna
Mi sono dimenticato di Milena, che sarebbe dovuta intervenire anche oggi. Milena Jovanović, una studentessa di Scienze Politiche serba, fa parte del movimento studentesco che sta contestando l’attuale governo. Non è potuta essere con noi, ma ci manda un grande saluto e un grande abbraccio. Quindi salutiamo anche noi lei da qui.
L’ultima domanda è un po’ la stessa per Chiara, perché è un po’ lo stesso l’orizzonte da cui provengono la rete associativa e Mediterra. So che lavorate tantissimo insieme alle associazioni.
Voi vi occupate di memoria, quindi si parte dalla memoria dell’Olocausto, ma poi si arriva ad altre memorie: la memoria della Resistenza, la memoria dell’antifascismo, la memoria dei martiri antifascisti. D’altra parte, le nostre associazioni collaborano a questo progetto di autonomia, come diceva Chiara, proprio sull’attivismo giovanile e sull’impegno nelle vertenze della città.
Nello scorso autunno, in particolare nell’autunno dell’anno scorso — perché non è ancora terminato il percorso — il mondo, ma l’Italia in particolare e da vicino, ha visto risvegliarsi delle coscienze giovanili attorno alla mobilitazione contro il genocidio portato da Israele in Palestina.
È stata una mobilitazione enorme. Forse non si vedevano masse di giovani così, almeno a mia memoria, da quindici anni. Nella mia piccolissima città, Carbonia, di 28.000 abitanti, si è realizzata una manifestazione studentesca che non ricordavo davvero da quindici o vent’anni.
Ecco, la domanda è un po’ capire come state vivendo questa mobilitazione e come, secondo voi, ha inciso anche rispetto alle vostre attiviste e ai vostri attivisti. In che modo è intervenuta in termini di speranza, di coscienza, di prospettiva e anche, concretamente, nelle pratiche che si sono attuate?
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virgiania Sarotto fa domanda a Cristina Chessa/ Il mare di mezzo IMGA0009
Alessandro Campus, Associazione Arci Rizes
Allora, questa è un’idea che mi sono fatto nel corso degli anni: l’attivismo è attivismo. È un po’ come quando si parla di politica giovanile oppure del mondo del lavoro e si dice che ci sono o non ci sono i giovani. Si lavora molto sulle catalogazioni, no? C’è il giovane e c’è l’attivista giovane, e poi c’è l’attivista. C’è il politico giovane e c’è il politico.
Questo a volte viene usato, non sempre assolutamente, però molte volte viene utilizzato un pochino per delegittimare o, in qualche modo, ostacolare il percorso dei giovani. L’attivista è attivista: può avere 20, 30, 40, 50, 60 o 70 anni, ma resta un attivista.
Quando noi lottiamo per una causa comune, lo facciamo sullo stesso piano, sulla stessa linea. Stiamo facendo attivismo e questo è molto importante, perché a volte con la scusa della giovane età si relega una persona in una sorta di riserva. Invece no: il giovane è nella stessa situazione di chi è entrato da poco nel mondo del lavoro o nella pubblica amministrazione. Chi lavora in una pubblica amministrazione ed è giovane viene spesso relegato ai ruoli più nascosti, quando invece potrebbe essere valorizzato e portato avanti. Anzi, in realtà, i giovani sono spesso anche più stimolanti.
Quindi questo secondo me è un punto fondamentale: l’attivismo è attivismo. Detto questo, noi come RINAS — io sono presidente di RINAS, un’associazione nata nel giugno del 2023 dal percorso di Promemoria — abbiamo cercato di dare continuità non solo ai partecipanti del progetto in Sardegna, ma anche all’obiettivo politico, culturale e associativo di stimolare quella cittadinanza attiva che purtroppo nel nostro territorio è compressa.
Parlo da cittadino della Sardegna: nel corso della mia vita ho sempre visto poca partecipazione associativa, politica e culturale. Il nostro obiettivo era proprio quello di rianimare quell’attivismo, perché essere cittadini significa essere cittadini attivi. Il cittadino deve partecipare alla vita pubblica, politica e culturale della comunità e contribuire, attraverso la propria attività, alla sua crescita.
Per quanto riguarda la Palestina, personalmente, ma anche come associazione, ci sono stati dei problemi. Purtroppo a volte le persone non usano il ragionamento e fanno associazioni automatiche. Così, quando ti occupi di memoria storica, di Shoah, a volte ti senti accusare di essere sionista o comunque di essere più vicino a Israele soltanto perché ti occupi della memoria di chi è morto.
Ma ricordare quelle vittime non significa affatto stare dalla parte dei criminali che stanno commettendo ciò che vediamo oggi. Abbiamo avuto problemi in questo senso perché alcune accuse ci sono state rivolte senza comprendere che lo studio della memoria, l’attivismo che facciamo e i progetti che portiamo avanti ci aiutano proprio a capire ciò che sta accadendo in Palestina.
Le similitudini esistono, a partire dall’indifferenza. Così come all’epoca ci fu indifferenza, anche in questi anni la comunità europea e la comunità internazionale sono rimaste in silenzio per molto tempo. Soltanto negli ultimi tre o quattro mesi c’è stato un risveglio più ampio. Per anni, invece, c’è stato silenzio, così come furono in silenzio molti Stati europei e gli Stati Uniti durante le persecuzioni razziali nei confronti degli ebrei.
Quindi delle similitudini ci sono. I bambini stanno morendo e, partendo da questo, dobbiamo capire che i fatti storici e le tragedie storiche possono ripetersi. Da qui si comprende che non possiamo essere indifferenti a ciò che accade. Il nostro lavoro serve proprio a questo: partire dalla storia e dal passato per parlare del presente e imparare ad affrontarlo.
Come associazione abbiamo sempre partecipato alle mobilitazioni per la Palestina. A Sassari si sono svolte molto spesso iniziative e sit-in, soprattutto nelle domeniche degli ultimi mesi. In Piazza d’Italia, la piazza centrale della città, si tengono manifestazioni rumorose: i cittadini si ritrovano, portano pentole e fanno rumore per la Palestina.
Durante questi momenti ci sono interventi pubblici e la comunità palestinese porta anche la propria cultura, con momenti musicali, balli e canti. È bello perché rappresenta un momento di cittadinanza attiva costruito attorno a un obiettivo comune e noi abbiamo partecipato a queste iniziative.
Dobbiamo fare di più, ovviamente. Tutto è migliorabile e si può fare molto di più. Spero che nei prossimi mesi avremo sempre più opportunità per affrontare questa tematica, cercando prima di tutto di smontare l’idea tossica secondo cui, se ti occupi della Shoah, allora non puoi essere vicino al popolo palestinese o lottare insieme a esso.
Questo, per me, è un nodo che bisogna affrontare seriamente, cercando di superare queste banalizzazioni e queste contrapposizioni.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Alessandro Campus/ Il mare di mezzo IMGA0010
Chiara Mallus, Associazione Arci Memoratu
Per quanto riguarda la nostra posizione, io oggi sono seduta qui in qualità di singolo individuo e in parte in rappresentanza di un circolo giovanile, ma non posso portare la percezione assoluta di ogni singola persona che fa parte del nostro circolo. Ci provo alla luce della mia esperienza al suo interno.
Partiamo dal presupposto che faccio parte del circolo Memoratu da circa tre anni, ma il circolo nasce nel 2017 proprio da una necessità: la necessità, da parte di un gruppo di giovani che aveva vissuto l’esperienza dei viaggi della memoria, all’epoca con il Treno della Memoria e oggi con Promemoria Auschwitz, di mobilitarsi. Vivere un’esperienza di conoscenza e di approfondimento delle tematiche che hanno portato ai disastri del Novecento ti porta inevitabilmente a una presa di coscienza, a una realizzazione: quella di avere una voce e che la voce del singolo individuo conti sempre, in ogni momento della nostra vita.
Questo ha mobilitato le coscienze di un piccolo gruppo che oggi è diventato molto numeroso e che sente una forte necessità di farsi sentire. E lo fa. Io li vedo tutti i giorni, sento la loro presenza e il loro impegno.
Noi siamo un gruppo di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni e siamo, in un certo senso, figli della memoria. Ciascuno di noi è nato sotto lo sguardo del 27 gennaio, sotto le politiche della memoria e sotto i tentativi da parte della Comunità Europea di costruire una propria identità collettiva. Tralasciando il fatto che questa identità possa essere stata costruita a tavolino o meno, una direzione è stata presa, e la direzione è stata quella del rifiuto di ogni pratica che ha portato allo sterminio delle categorie discriminate durante i totalitarismi del Novecento.
Noi siamo cresciuti quasi con l’idea di avere una colpa atavica, qualcosa di radicato nella nostra essenza di giovani italiani. Ma immagino che, se parlassi con un francese o con uno spagnolo, mi direbbe la stessa identica cosa. Perché sembra quasi che la memoria abbia saltato uno step, abbia saltato una generazione, quella dei miei genitori e dei miei nonni, e abbia fatto uno slancio verso di noi.
Siamo cresciuti con un monito: che non accada mai più. E poi ci siamo ritrovati a guardarci intorno e a vedere uno sterminio in atto, a guardare ciò che accade in Palestina e a riconoscere, non solo lì ma in tutto il mondo, gli stessi segnali. Allora ci siamo chiesti che cosa significhi davvero quel “mai più”. Che cosa rappresenta per noi quel “mai più”.
Perché noi, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, siamo stati così presenti nelle piazze? Perché è assurdo che ci venga ripetuto costantemente dalle istituzioni che non debba succedere mai più, che dobbiamo riconoscere ciò che è accaduto, che dobbiamo studiare, leggere i segnali, e poi continuiamo comunque a vedere violenze perpetrate e ripetute nel presente.
Siamo stati presenti per questo. Per questo io ho visto tutte le persone che avete incontrato all’ingresso, sedute dietro quel tavolino, e le ho viste ogni giorno in piazza. Non ricordo una manifestazione in cui non fossero con me a lottare, a essere presenti sui social, perché non esiste soltanto un attivismo di piazza: è un attivismo che ti porti dietro in ogni momento della giornata.
La responsabilità che abbiamo ereditato, storicamente parlando, è grande e quindi la necessità di mobilitarsi è ancora maggiore. Quando le istituzioni ti dicono una cosa e poi fanno l’esatto contrario, nasce un’esigenza di risposta. Ed è questa, secondo me, una delle ragioni che ha portato tutte queste generazioni, tutte queste persone, a scendere in piazza.
Noi come circolo non ci occupiamo soltanto di sensibilizzazione dal punto di vista culturale e tematico, ma rispondiamo costantemente agli appelli che vengono lanciati sul territorio, sia da noi sia da altre realtà associative.
Vorrei collegarmi anche a una cosa che prima accennava Cristina, cioè la collaborazione. Anzi, direi la collaborazione in rete. Io credo moltissimo che la nostra realtà possa crescere soltanto attraverso il rapporto con altre realtà. Che un giovane faccia attivismo in ARCI, che lo faccia in autonomia o insieme ad altre organizzazioni, l’importante è che lo faccia. L’importante è che la partecipazione sia parte della vita di ciascuno di noi.
Credo moltissimo nella collaborazione, non solo intergenerazionale, come accennavo prima parlando con alcune persone prima dell’inizio dell’incontro, ma soprattutto nella collaborazione internazionale e intermediterranea, nel contesto in cui ci troviamo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Chiara Mallus/ Il mare di mezzo IMGA0011
Virginia Sarotto, attivista e cooperatrice Arcs in Libano
Qual è oggi la vostra priorità come attivisti e attiviste? Qual è la cosa più importante su cui state lavorando, oppure su cui vorreste lavorare?
E come pensate di potervi aiutare l’un l’altro? Facciamo finta che questa conferenza si ripeta tra sei mesi: che cosa dovrebbe esserci dentro? Che cosa dovremmo aver costruito nel frattempo?
In altre parole, come ci si aiuta tra attivisti e attiviste che provengono da contesti diversi, che siano sardi, italiani, siriani o di altre realtà del Mediterraneo? Quali strumenti, pratiche, relazioni o progetti concreti potrebbero rafforzare questa collaborazione?
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto domanda a Mohammed Katbeh/ Fine/ Il mare di mezzo IMGA0012
Mohammed Katbeh, Associazione Peace Makers, Siria
Prima di rispondere alla domanda, vorrei dirvi che la rivoluzione siriana è nata tra i giovani ed è durata quattordici anni. Quando è nata la rivoluzione siriana io avevo diciotto anni, quindi abbiamo vissuto quattordici anni di rivoluzione e di attivismo e siamo riusciti infine a rovesciare un regime dittatoriale che utilizzava la tortura e le carceri per mettere a tacere la voce dei giovani. Per questo vi dico: continuate nelle vostre attività e siate attivi.
Per quanto riguarda le nostre priorità, per me la priorità è cercare di portare la nostra esperienza dalla Siria verso l’esterno. Trasmettere, cioè offrire una visione chiara della nostra esperienza e capire come l’esterno vede noi siriani. Vorrei confrontarmi con voi e conoscere, dalla vostra prospettiva, una prospettiva italiana o più in generale europea, come percepite la Siria e noi siriani. Perché l’ho notato e l’ho visto parlando qui con alcune persone. Quando dico che sono siriano, mi viene subito detto: «Oh, voi siriani, come state vivendo questa situazione difficile». Ma vorrei dire che, nonostante le condizioni e le circostanze nelle quali vivevamo, siamo riusciti a creare amore, amicizia e speranza. Sono stati questi i motori che ci hanno sostenuto in tutti questi anni e che ci hanno permesso di continuare ad andare avanti.
Un’altra nostra priorità è quella di lavorare con i giovani siriani all’interno della Siria e insegnare loro a essere sempre più attivi. Vogliamo creare questi spazi sicuri di confronto, nei quali possiamo comunicare in maniera costruttiva, per poter trasmettere loro questa esperienza e collaborare insieme alla ricostruzione della Siria. Grazie.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto domanda a Mohammed Katbeh/ Fine/ Il mare di mezzo IMGA0012
Cristina Chessa, studentessa, Dichiarazione dei giovani per la pace nel Mediterraneo
Il nostro lavoro come giovani sarà orientato a ricreare, all’interno delle scuole, un’educazione alla pace. Che cosa significa educare alla pace? Significa affrontare temi della vita quotidiana affinché i giovani comprendano ciò che sta accadendo nel mondo. Significa quindi formare i giovani a vivere e a fare in modo che non si ripeta ciò che è accaduto in passato.
Cercheremo, come Arci, di formare gli insegnanti. Parliamo delle scuole superiori, ma anche delle scuole medie. Cercheremo inoltre di portare questo lavoro anche nelle scuole elementari, anche se si tratta di un compito un po’ più complesso. Cercheremo quindi di formare gli insegnanti affinché siano loro gli educatori di noi ragazzi e ci aiutino a crescere.
Vogliamo che si parli non soltanto dei vincitori, di chi esce dalla guerra come vincitore, ma anche dei vinti, di chi esce dalla guerra come sconfitto. Cerchiamo inoltre di affrontare temi come la violenza contro le donne, e non soltanto nel giorno in cui avviene un femminicidio.
Parliamo anche di droghe e dell’abbandono in cui si trovano molti giovani stranieri non accompagnati che arrivano in Italia e vengono lasciati un po’ allo sbando. Di questi giovani si sente spesso dire che commettono atti di vandalismo.
Atti di vandalismo che, secondo me, vengono compiuti per attirare l’attenzione su di sé, per dire: «Noi siamo qui, abbiamo bisogno di qualcuno che ci ascolti e che ci aiuti a crescere e a vivere all’interno di una comunità». Perché una comunità è certamente un insieme di persone, ma parte dal singolo cittadino. Quindi, se io compio un gesto di solidarietà verso un’altra persona, verso il prossimo, lo aiuto e, insieme, possiamo aiutarci reciprocamente per creare una società migliore. Grazie.
Il mio percorso, se dovessi riassumere l’intero processo di stesura del documento in due parole, sarebbe: forza e coraggio. Coraggio perché è fondamentale per affrontare le molte sfide della vita quotidiana; forza perché serve per dire di no. No alle ingiustizie, no alla negligenza, quindi alla negazione della verità, no all’ignoranza e all’egoismo, perché troppo spesso ciascuno pensa soltanto a se stesso.
Essendo una comunità, essendo un popolo, non possiamo pensare soltanto a noi stessi, ma dobbiamo pensare anche al prossimo. Questo percorso mi ha insegnato che, per vivere e costruire un futuro migliore, bisogna avere sia il coraggio di agire sia la forza di resistere e di cambiare il mondo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto domanda a Mohammed Katbeh/ Fine/ Il mare di mezzo IMGA0012
Chiara Mallus, Associazione Arci Memoratu
Sarò molto sintetica. Il mio obiettivo è la giustizia, perché non può esserci pace senza giustizia. Il modo per raggiungere questa giustizia può indicarmelo la persona che vive l’ingiustizia. Per questo l’ascolto può essere uno strumento per raggiungere la giustizia, così come il dialogo. Le modalità e gli strumenti necessari per raggiungerla dobbiamo necessariamente trovarli insieme.
Il confronto con ogni singola parte del Mediterraneo può essere fruttuoso nel tentativo di raggiungere questa giustizia.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto domanda a Mohammed Katbeh/ Fine/ Il mare di mezzo IMGA0012
Alessandro Campus, Associazione Arci Rizes
Allora, l’obiettivo che mi pongo io e che si pone la mia associazione, come ho detto prima, è quello relativo alla cittadinanza. Per noi è fondamentale smuovere i giovani, ragazze e ragazzi, cioè quella categoria che noi identifichiamo come giovani. Perché, lo ripeto, c’è un problema. C’è un problema di attivismo, attivismo nel senso più basilare del termine: credere in qualcosa. Ormai questo si sta perdendo sempre di più.
Il nostro obiettivo è quello di rianimare queste coscienze, di cercare di creare il “noi”. Il concetto del noi, il concetto di comunità. Può sembrare una cosa molto banale, ma purtroppo si sta perdendo. Si agisce sempre più come singoli e non più come comunità, non più come un “noi”. E questo è un po’ il nostro obiettivo: fare gruppo, costruire un gruppo, porsi degli obiettivi per migliorare la propria città, il proprio quartiere. E questo è fondamentale.
Poi sì, senza giustizia non c’è pace e senza pace non c’è giustizia, questo l’abbiamo detto. Però che cos’è la pace? Tutti noi parliamo di pace. Se dovessimo intervistare delle persone per strada, probabilmente tutti direbbero di essere pacifisti. Però si è davvero pacifisti nelle azioni di tutti i giorni? Nessuno, credo, vorrebbe una bomba nucleare sopra casa propria o lo sterminio di intere popolazioni, o chissà cos’altro. Almeno lo spero.
Però la pace si costruisce ogni giorno nei rapporti con gli altri esseri umani, nei rapporti tra le persone. Io invece vedo ancora molte discriminazioni e molte ingiustizie. Esiste ancora l’omofobia, esiste ancora il razzismo. E a volte tutto questo viene perfino legittimato da qualcuno. Quella non è pace. Quella è proprio l’anticamera della guerra, l’anticamera dello sterminio, l’anticamera del genocidio.
Quindi la pace dobbiamo costruirla tutti i giorni. Non è un obiettivo altissimo, irraggiungibile e intoccabile. La pace è una pratica quotidiana. Noi dobbiamo lottare per la pace ogni giorno. La pace è un lavoro. Il fatto, per esempio, che non debbano morire persone in mare, quella è pace. Per questo la pace va affrontata ogni giorno, nelle piccole azioni.
E questi momenti servono moltissimo perché, anche in questo caso, spesso ci sentiamo distanti dai Paesi del Medio Oriente, dall’Africa. Ci sentiamo distanti perché viviamo nel nostro mondo ovattato, europeo e occidentale, e quindi tutto ciò che riguarda Paesi lontani tendiamo a considerarlo quasi di serie B o di serie C, oppure diciamo: «Povere persone, poveri ragazzi, guardate cosa sta succedendo».
Invece, in momenti come questi, quando conosci un ragazzo siriano o una ragazza proveniente da un’altra città, da un Paese come l’Algeria o da altri Paesi, ti rendi conto che le differenze si annullano. Lo tocchi con mano. Ti accorgi che questa distanza non esiste. Questi momenti servono proprio a questo: a capire che stiamo combattendo le stesse battaglie, magari in modi diversi, ma con gli stessi obiettivi. L’obiettivo di voler cambiare la situazione.
Ed è una cosa bella, perché confrontarsi, contaminarsi reciprocamente attraverso esperienze diverse è fondamentale. E questo tavolo serve proprio a questo: cercare di toccare con mano situazioni che per noi sembrerebbero lontanissime. Perché, ovviamente, non è semplice conoscere persone siriane, palestinesi. Io oggi parlo con ragazzi palestinesi; un tempo li vedevo come qualcosa di lontano. “I palestinesi”. C’era questa idea di distanza. Poi li conosci da vicino e capisci che siamo tutti uguali. Viviamo battaglie simili, pur in situazioni diverse, e condividiamo molti degli stessi problemi.
E questo è importante. Perciò ringrazio tutti: questi momenti sono fondamentali. Ringrazio l’Arci per aver organizzato un incontro di questo tipo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto domanda a Mohammed Katbeh/ Fine/ Il mare di mezzo IMGA0012
Virginia Sarotto, attivista e cooperatrice Arcs in Libano
Grazie, grazie ragazzi. Prima di lasciare la parola alle domande, penso che sia importante fare una breve sintesi. Sono un po’ una fanatica dei recap, quindi ho preso degli appunti e volevo semplicemente far notare alcune cose che avete detto, perché credo possano aiutarci a riflettere.
Ci sono alcuni concetti che avete ripetuto in modi diversi, ma che sono tornati costantemente e che costituiscono dei veri e propri programmi politici. Avete detto che condividete l’idea di avere bisogno di occupare degli spazi e di essere voi stessi a scegliere che cosa fare in quegli spazi. Non essere semplicemente invitati, ma essere voi a crearli.
Avete detto che, in tutti i vostri movimenti, l’obiettivo è la giustizia, a volte intesa come giustizia sociale, altre volte in un senso diverso, ma sempre come giustizia.
Avete tracciato molto chiaramente un confine attorno alle parole e al modo in cui vengono manipolate. Ad esempio la parola “giovane”, spesso connotata in modo negativo, come a dire: non sei ancora maturo.
E avete criticato questo approccio, ma lo avete fatto anche in modo pratico, attraverso il linguaggio che utilizzate. Cristina parlava sempre, e quasi tutti voi parlavate sempre, al plurale. Cristina ha detto: «Andiamo nelle scuole ed educhiamo». Non ha detto: «Andiamo a educare». Mo, quando parlava, ha detto: «Per me la mia priorità è sapere che cosa pensate voi della Siria e di noi siriani».
Ma quando mai un europeo si pone questo problema? Quando mai un europeo vuole sapere che cosa gli altri pensano di lui? È un approccio completamente diverso. Così come non è mai stato detto: «Noi dobbiamo salvare qualcuno». Non c’è qualcuno che salva qualcun altro. Cristina ha detto: «Tutti insieme ci aiutiamo, ci sosteniamo e viviamo meglio».
Chiara, alla fine, ha detto: «Per me la priorità è la giustizia». E ha aggiunto: «Chiediamo a chi vive l’ingiustizia come si arriva alla giustizia». Non pensiamo di avere noi la chiave per realizzare la giustizia nel mondo. Chiediamolo ai palestinesi, chiediamolo ai curdi, chiediamolo a tutti coloro che sono stati oppressi o che continuano a essere oppressi. Chiediamolo alle persone nere che vivono forme di violenza strutturale negli Stati Uniti.
Chiediamolo a loro, perché chi è oppresso conosce quasi sempre molto meglio l’oppressore di quanto l’oppressore conosca se stesso.
Parlo di un ascolto reale degli uni verso gli altri, ma reale davvero. E reale significa anche essere disposti a mettersi in discussione. Perché se Mo ti chiede: «Che cosa pensi di me o della Siria?», e tu gli rispondi qualcosa che magari non gli piace o non lo diverte, lui è comunque disposto ad ascoltarlo. Ed è così che si crea davvero un dialogo.
Quindi volevo semplicemente dirvi grazie, perché ci avete consegnato quello che potremmo definire un manifesto. E adesso lascio la parola ad Andrea per la conclusione. Poi, se avete domande, aprite pure i microfoni.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto domanda a Mohammed Katbeh/ Fine/ Il mare di mezzo IMGA0012
Andrea Contu, presidente Arci Sud Sardegna
Sì, sono d’accordo. Abbiamo scritto un manifesto. Ci sono tante cose in comune tra queste ragazze e questi ragazzi del Mediterraneo. L’idea è che la parola passi a voi per qualche riflessione. Non ci salutiamo, perché abbiamo passato tre bei giorni insieme, e questo si è visto. L’idea è un po’ quella di provare a vedersi, sentirsi e stare vicini anche a distanza, anche online, socializzare la restituzione che metteremo online del laboratorio di ieri sera con le ragazze e i ragazzi che hanno partecipato. Insomma, l’idea è quella di poter poi chiaramente ampliare questa rete. Vediamo, vediamo questa rete.
Prima che qualcuno prenda la parola, direi che possiamo fare due, massimo tre brevissimi interventi o domande dal pubblico, se ci sono.
Dicevamo prima che abbiamo ritrovato tante compagne e compagni, amiche e amici. Uno di questi lo vogliamo proprio ringraziare, ed è questo signore qui in prima fila che si chiama Gianpaolo Rosso. Facciamogli un grande applauso.
Ha montato tutto, l’agenzia si chiama Ecoinformazione. Se andate su ecoinformazione.com troverete le riprese integrali di questa tre giorni. Ci sta facendo un grandissimo regalo, oltre a fornirci un grande servizio, perché se dobbiamo poi fare un punto su ciò che abbiamo detto e su ciò che ci siamo detti, è molto utile avere dei materiali.
Ne approfitto per fare memoria del servizio, quindi grazie mille Gianpaolo e grazie a tutte e tutti. Allora, se ci sono interventi o domande dal pubblico, davvero molto brevi, poi chiudiamo.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Virginia Sarotto domanda a Mohammed Katbeh/ Fine/ Il mare di mezzo IMGA0012
Intervento dal pubblico
Come vi collocate, come vi ponete, che reazioni avete e che obiezioni avete quando spesso la vostra scuola vi porta a visitare qualche struttura militare, oppure a fare orientamento presso dei banchetti in cui vi spiegano molte cose rispetto alle carriere militari?
Oppure addirittura quando vi mettono anche in collegamento, a volte tramite Internet o comunque tramite computer, con corsi che vi spiegano in cosa consistono le carriere della Marina militare o dell’Aeronautica militare. Oppure magari vi mandano anche nella base del Decimo MAS a fare orientamento proprio nella base.
Insomma, che tipo di obiezioni o che osservazioni potete fare?
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Dibattito/ Il mare di mezzo IMGA0013
Cristina Chessa, studentessa, Dichiarazione dei giovani per la pace nel Mediterraneo
Quindi diceva di Sassari: il nostro preside ha organizzato un congresso giovedì e venerdì e ha parlato appunto di carriera militare e orientamento sulle carriere militari.
Lui non è contro, però non ha aderito al progetto di portare noi giovani ad ascoltare e a orientarci su questo tipo di percorsi. Secondo me uno dei motivi può essere che comunque le forze dell’ordine utilizzano le armi e quindi insegnano a combattere. Però perché dovremmo combattere? Dobbiamo cercare di combattere pacificamente, nel senso che dobbiamo ascoltarci e quindi usare le parole. Le armi non sono la soluzione ai conflitti, ma soltanto parlando cercheremo di riuscire a dire qualcosa di più completo.
Chiara Mallus, Associazione Arci Memoratu
Ringrazio sia per la domanda sia Cristina, perché da studentessa delle scuole superiori, da circa tre anni, sicuramente questo tema mi coinvolge direttamente. Grazie mille per questa domanda, perché è un tema che mi ha sempre molto colpita e finalmente questo spazio pubblico ce l’ho e me lo prendo molto volentieri.
Questa esperienza è stata anche molto poco controllata. Io l’ho sempre vissuta come una diretta educazione alla violenza, come un sicuro e assicurato percorso di vita senza una responsabilizzazione rispetto alle proprie azioni. A prescindere dal tipo di carriera, non voglio assolutamente riferirmi a una carriera nello specifico; anzi, io vengo da una famiglia di militari, cioè persone che hanno lavorato nelle forze armate, quindi mi tocca molto questo argomento.
Trovo che i percorsi e le alternative oggi siano molto più ampie rispetto anche solo a vent’anni fa. E arrivare a proporre, come percorso nei programmi di orientamento scolastico, la carriera militare è una scelta che sicuramente si inserisce in un contesto istituzionale che, in questo momento storico, non riesce ad assicurare alle giovani generazioni un posto fisso.
Alessandro Campus, Associazione Arci Rizes
Io penso che sia fondamentale valorizzare il servizio civile universale, nel senso che sono state fatte molte battaglie su questo tema. Il servizio civile, il servizio civile di coscienza: battaglie importanti, anche dure, per regolamentarlo.
Adesso il servizio civile è qualcosa che è parificato al servizio militare per quanto riguarda l’uso di risorse pubbliche. Quindi non sono neanche contrario al servizio civile, perché comunque è un servizio che fa la comunità, anche se non obbligatorio, ma bisognerebbe renderlo più accessibile a tutti, nel senso di aumentare i posti, i fondi e anche la formazione. Il punto è che questi sono obiettivi politici che i governi si pongono: quello di inculcare nelle giovani generazioni un certo amore per la patria. Ma sappiamo che l’amore per la patria non si può ridurre al fare il militare. L’amore per la patria si costruisce anche attraverso altre forme: il servizio civile, il lavoro sociale, il lavoro amministrativo, e così via.
Si sta andando purtroppo verso una direzione in cui “uguale militare, uguale militarizzazione, uguale anche guerra”, perché questo è l’esito finale. Si sta anche, tra virgolette, normalizzando a livello lessicale la parola guerra. È una parola che oggi viene molto tollerata. In passato la stavamo allontanando, oggi invece la parola guerra viene di nuovo legittimata.
Ecco perché bisognerebbe investire sul servizio civile e su questi strumenti.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 7 dicembre 2025/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0014
Trascrizioni/ Proposte e impegni per il futuro/ 7 dicembre 2025
Proposte e impegni per il futuro
Aldo Dessì, presidente Arci Sardegna
Introduco l’assessora regionale della pubblica istruzione e della cultura, Ilaria Portas e il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini.
Beh, normalmente quando si arriva a questo punto dopo tre giorni si fa una cosa: le conclusioni. Mi piacerebbe molto poter fare le conclusioni perché significherebbe che gli obiettivi che ci siamo posti sono stati raggiunti. Ahimè non è così, per cui non faremo conclusioni, per il semplice motivo che il processo non è concluso, anzi il processo inizia oggi. Per cui oggi non sono le conclusioni, ma è l’inizio di un percorso che tutto sommato era quello che noi ci proponevamo e i lavori di questi tre giorni ci hanno appunto detto che di questo c’è bisogno. Quindi noi oggi non proviamo nemmeno a fare una sintesi, ma a ricordare, essendo un inizio di percorso, e inizio di percorso significa che anche noi abbiamo bisogno di assumere qualche impegno, che poi è la sintesi di quello che abbiamo fatto questi giorni.
Io parto da un’affermazione che faceva Tom Benetollo, che diceva sempre che arrendersi al presente è il modo peggiore per costruire il futuro. Ed è, io direi, proprio questo il senso di questa iniziativa, perché il presente oggi è un presente segnato, come abbiamo visto, da guerre, da crisi. Abbiamo sentito tutta una serie di testimonianze che abbiamo provato a proporre da tutti i posti nei quali le guerre e le crisi sono il quotidiano. Oggi sono Paesi come Gaza e altri contesti di guerre e di conflitto e di dinamiche autoritarie che ci sono state descritte da Salman e Maya, da un Paese che pure nell’immaginario collettivo è un Paese della NATO, è la Turchia, con il quale abbiamo rapporti quotidiani, normali, ordinari direi.
Un presente fatto di disuguaglianze che aumentano, che sono crescenti e non abbiamo bisogno nemmeno di andare fuori, basta guardarci nel nostro Paese. E ancora, forse faccio autocritica perché avremmo potuto sviluppare anche quello, così come molti altri focus che non abbiamo potuto fare, il saccheggio ambientale che oggi caratterizza il mondo moderno e che sottende e viene accompagnato ed enfatizzato da un modello di sviluppo che è causa prima di quello che oggi viviamo.
E quindi in questo presente noi non ci riconosciamo, e quello che hanno fatto i ragazzi che hanno concluso questa prima fase ci dice due cose. Primo, che cambiare il futuro è assolutamente prioritario per tutti e lo propongono loro, cioè lo propongono i giovani, perché se una speranza abbiamo di poterlo cambiare questo futuro è proprio nelle loro mani, nel loro impegno. Ed è quello che abbiamo cercato di fare in questi giorni, perché noi abbiamo fatto una conferenza di organizzazione pochi mesi fa che non casualmente avevamo intitolato “Uno stare insieme che ha dentro la tempesta”, perché il presente è caratterizzato da una tempesta, cioè oggi siamo in una situazione in cui viviamo tutta una serie, al di là delle dichiarazioni di principio che vengono ripetute spesso e volentieri, tutti dicono di volere la pace, ma poi vediamo che dagli esempi più banali il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti si trasforma in Dipartimento della Guerra, senza nemmeno più il pudore di nasconderlo.
Un’Europa che non solo decide di investire tutte le risorse in una nuova fase bellicista e di armamenti, nel momento in cui le disuguaglianze avanzano fortissimamente, si riducono contemporaneamente gli spazi civici per la società civile, quindi gli spazi di libertà. L’armamento è uno degli elementi che va a incidere profondamente sulla libertà delle nostre comunità, in un’Europa che nasce proprio per far venir meno le condizioni che portarono ai due conflitti mondiali precedenti.
Quindi noi siamo in mezzo a una tempesta e in mezzo a una tempesta, anche qui mi viene da fare una citazione di Tom Benetollo, che ci invitava a fare un po’ come i lampionai, quelli che con la lampada in cima camminavano di notte e davano luce a chi li seguiva. Loro avevano la luce, ma camminavano nel buio, quindi il loro cammino era incerto, ma lo facevano per dare sicurezza a chi li seguiva.
E questo è un po’ il senso. Noi non abbiamo la ricetta per la pace, sappiamo che non siamo noi a poter dare la pace, ma siamo uno dei soggetti che può contribuire a costruire la pace. E il senso di questa iniziativa era quello di chiamare tutti gli attori della società. Lo abbiamo fatto coinvolgendo le istituzioni, lo abbiamo fatto a tutti i livelli, dalla Regione fino ai Comuni. Lo abbiamo fatto chiamando il mondo dell’accademia, dello studio, della scienza, perché abbiamo bisogno anche del supporto scientifico per costruire la pace. E lo abbiamo fatto chiamando tutti coloro che, molto meno sotto i riflettori, quotidianamente vivono le situazioni in cui le cose che qui paventiamo in realtà loro le vivono già oggi.
E quindi abbiamo bisogno che tutti questi soggetti si mettano insieme per costruire le condizioni. Dentro questo ovviamente non abbiamo potuto fare focus puntuali su tutto perché sono ahimè troppe le questioni. Vi richiamo solo un ultimo riferimento, un’ultima citazione che faceva poco fa Alessandro, che è paradigmatica del tempo che viviamo: c’è un modello sociale ed economico che propone sempre l’io, quindi l’individuo, esponendo tutti noi a una debolezza estrema e a una solitudine, mentre noi siamo forti solo quando siamo comunità, quando siamo insieme.
E quindi per fare questo abbiamo deciso, abbiamo proposto e per fortuna abbiamo trovato una istituzione regionale che ha accolto questa impostazione, alla quale però chiediamo di continuare a supportare questo percorso che parte da qui. Noi ieri abbiamo chiuso con il tema RF RVM, con il concorso, anche in questo caso, di tutti i soggetti, dalle istituzioni al mondo del lavoro, al volontariato e al terzo settore, stabilendo una sorta di road map che prevede l’apertura di un tavolo per cominciare a elaborare ipotesi di percorsi e alternative possibili, perché siamo profondamente convinti della necessità di superare le fabbriche di morte, ma dobbiamo anche tenere conto che lì ci lavorano persone e famiglie che vanno tutelate.
Abbiamo anche visto come questi ragionamenti si intrecciano con il tema ambientale. In Sardegna, per esempio, abbiamo l’isola con il 65% di servitù militari e fabbriche di bombe. Abbiamo anche siti di interesse nazionale che attendono bonifica. Sono territori feriti, che non solo causano danni alla salute, ma sottraggono anche pezzi importanti di territorio a un uso produttivo ed economico.
Se riusciamo a mettere insieme tutti questi pezzi, forse troviamo anche soluzioni per superare le fabbriche di morte, ma dobbiamo farlo collettivamente, mettendo insieme intelligenze, disponibilità e capacità.
Io voglio chiudere ringraziando profondamente la Regione, a partire dall’assessora Ilaria Portas per aver sostenuto questa iniziativa, e chiedendo di continuare questo supporto. Ringrazio la Presidente Todde che ha partecipato alla prima giornata e il Presidente del Consiglio regionale che ha sostenuto anche formalmente, con una mozione, i percorsi di pace nella nostra terra.
Vi ringrazio profondamente e a questo punto diamo la parola all’assessora.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Aldo Dessì/ Il mare di mezzo IMGA0015
Ilaria Portas, assessora pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport Regione Sardegna
Beati costruttori di pace.
È una frase in cui io mi ritrovo molto, perché oltre ad essere una donna di sinistra sono anche una credente e qualsiasi azione che noi portiamo avanti nella nostra vita quotidiana, personale, anche politica, se si decide di fare politica, deve essere informata ai principi che noi come persone seguiamo. E per quanto mi riguarda “beati costruttori di pace” per me è un punto fermo.
Come può una istituzione, io in questo momento mi trovo a mio onore di guidare, grazie alla nomina da parte della Presidente Todde e soprattutto del sostegno del mio partito Sinistra Futura, mi trovo a guidare quello che io chiamo l’assessorato del futuro, che è quello della pubblica istruzione e della cultura, ma anche delle politiche giovanili, e come può l’assessorato che si occupa di procedure, perché questo facciamo dentro gli assessorati, dare anche dei messaggi in maniera che io sia anche un costruttore di pace?
Allora, intanto avete parlato prima di alcuni progetti, uno di questi è “Provini Auschwitz”, avete parlato, Alessandro lo ha detto diverse volte, di cittadinanza attiva, ve ne parlerò fra un po’, e avete parlato ovviamente, siamo qui alla conferenza della pace, perché la conferenza della pace è finanziata dall’assessorato alla pubblica istruzione, ed è perché sono i giovani che ci hanno detto, scendendo nelle piazze, che c’è un grande bisogno di pace nel mondo e a volte questa voce dei giovani noi la dobbiamo ascoltare.
E noi crediamo che questo sia un altro progetto che abbiamo fatto all’interno del nostro assessorato, che questo poi in verità ci dà il Ministero delle Politiche Giovanili, e lo dobbiamo usare per fare in modo che i giovani siano padroni del loro destino.
Abbiamo programmato per questo triennio un progetto che si chiama “Partecipo e conto”, che significa che noi daremo delle risorse alle assemblee, quindi ai ragazzi e alle ragazze delle scuole superiori, in maniera che loro, decidendo autonomamente, non lo decidono né imprese né i loro docenti, decidano come utilizzare le risorse pubbliche per fare i progetti che loro decidono di fare, e imparino anche cosa vuol dire mediare in un’assemblea, progettare e anche rendicontare le risorse pubbliche, che non è una cosa banale. Se noi vogliamo creare questa classe dirigente del futuro dobbiamo credere che loro siano capaci di farlo, ma soprattutto dobbiamo dargli gli strumenti perché loro vadano a esserlo.
Cittadinanza attiva. Io credo questo: quando le cose non si conoscono si ha sempre un po’ di timore ad affrontarle. Questo accade anche nelle relazioni tra i popoli. Lo dicevano prima i ragazzi e le ragazze con la loro testimonianza. Se tu gli altri popoli non li conosci, se non ti rapporti con gli altri giovani del mondo, non sai quali sono le loro esigenze, quali sono i loro problemi, quali sono i loro obiettivi.
E allora noi quest’anno abbiamo lanciato un’iniziativa su un progetto che esiste da sempre nel mio assessorato, che è quello degli scambi giovanili, del servizio civile universale europeo, dei corpi di solidarietà europei. Però la realtà è che questi soldi l’Unione Europea li mette, ma non lo sa nessuno. I ragazzi e le ragazze dai 13 ai 35 anni non sanno che possono andare in giro per l’Europa gratis e confrontarsi con altri giovani.
Allora abbiamo detto: andiamo nelle scuole e nelle province, e lo finiamo entro dicembre, e andiamo a dire che possono andare in giro per l’Europa e confrontarsi con altri giovani e poi tornare qui a fare attivismo. A fare attivismo abbiamo chiamato proprio questi incontri “A scuola di cittadinanza”.
Lo so, sembra che non stia parlando di pace, ma in realtà chi ha il dovere di guidare gli assessorati deve costruire delle misure concrete. E siccome io ho anche una forma mentis da economista e da funzionario, so che quando ci sono obiettivi bisogna tradurli in azioni.
Altra cosa molto importante che ho portato in giunta con grande convinzione: una azione piccolina piccolina, solo 120.000 euro, per salvare dieci ragazze o ragazzi palestinesi, con cinque o dieci borse di studio da 12.000 euro all’anno, cioè mille euro al mese, per creare un passaggio e portarli qui a studiare all’Università di Sassari.
Forse è una piccola cosa, però mentre ero in giunta mi sono commossa perché sono una persona semplice, non riesco a essere sempre istituzionale. Il segretario generale mi ha mandato un messaggio e mi ha detto: salva il mondo intero. Non lo so, nessuno è una cosa che mi fa piacere fare come istituzione.
E poi, parlando prima con Aldo, ci interrogavamo sulle relazioni della Sardegna con il mondo e ci siamo detti quanto sono importanti le case della cultura a Cuba, che rappresentano un ponte tra la Sardegna e Cuba. Cuba è la terra di Eva Mameli Calvino, madre di Italo Calvino.
L’anno prossimo ricorrono i 140 anni della nascita di Eva Mameli Calvino e quindi abbiamo deciso che, visto che ho anche un fondo che celebra i personaggi illustri della nostra terra, l’anno prossimo con un piccolo grande disegno di risorse celebreremo Eva Mameli Calvino e quindi anche Italo Calvino e quindi anche le case della cultura e quindi il rapporto tra la Sardegna e Cuba.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Ilaria Portas/ Il mare di mezzo IMGA0016
Ilaria Portas, assessora pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport Regione Sardegna
Sappiate che ogni decisione che chi ha un ruolo istituzionale compie non è mai una decisione leggera.
Vi ho detto che io sono un funzionario regionale, quindi il mio ruolo è un ruolo che comprende sia le implicazioni tecniche sia le implicazioni politiche. Tuttavia io sono un costruttore di pace.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Ilaria Portas/ Il mare di mezzo IMGA0017
Aldo Dessì, presidente Arci Sardegna
Tu dicevi prima: “lo so che non sto parlando di pace”. E invece stai parlando di pace? Sì, perché la pace non significa solo far cessare i massacri, il genocidio in Palestina o far cessare i massacri in Ucraina o quelli del Sudan o quelli di altre cinquanta situazioni nel mondo, poco conosciute ma in cui sono in corso conflitti armati con un filo comune: quello che a pagare il prezzo sono i soggetti indifesi, i deboli di quei luoghi.
Quindi la pace è questo. Così come la pace è anche essere in pace con la terra, cioè rispettare la madre terra, come dicono i nostri amici soprattutto latinoamericani, perché la terra è il luogo che ci dà vita. La pace è, come diceva Alessandro prima, combattere il razzismo, l’omofobia e tutti gli elementi di discriminazione che il mondo quotidiano oggi ci propone, ahimè.
Quindi la pace non è una cosa a sé stante. La pace è trasversale a tutte le relazioni sociali, umane, economiche, ambientali. E non c’è pace, come giustamente sottolineavano i ragazzi, senza giustizia, intesa senza aggettivi. Perché la giustizia si limita nel momento in cui le si aggiunge un aggettivo: giustizia sociale, certo, ma è una limitazione; giustizia ambientale, certo, ma è una limitazione. È la giustizia, in sé, l’elemento che consente di creare pace.
E direi che a questo punto ringrazio ancora per la sua presenza Piero Comandini e gli do la parola.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 7 dicembre 2025/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0018
Piero Comandini, presidente Consiglio Regionale Sardegna
Grazie a Dessì, a tutti i presenti e anche a tutti quelli che sono venuti da fuori da altre parti del mondo, soprattutto grazie ai tanti giovani che hanno partecipato in questi giorni a un’iniziativa importante che riguarda uno dei temi, credo, più sentiti sin dalla nascita di noi.
Credo che nessuno quando nasce pensa di fare la guerra, almeno se vive nasce e vive pensando che quello che deve riguardare il suo futuro è la propria crescita, la propria integrazione nella società, la propria vocazione di fare qualcosa. Quindi nessuno di noi nasce per fare la guerra. Purtroppo però poi in questo mondo fatto male e in questo mondo nel quale prevalgono tanti altri interessi alla guerra qualcuno ci ha portato a farla e ci è portato a farla non solo in questo senso. Noi nella lettura dei libri di storia ci rendiamo conto che abbiamo sempre vissuto con conflitti.
L’uomo non nasce per fare la guerra, ma la fa, viene portato da tanti motivi religiosi, razziali, per conquistare qualche quadrato in più. E allora ogni guerra ha la sua storia. Io non avrei mai creduto che dopo quello che abbiamo letto nei libri di storia e dopo quello che abbiamo vissuto dai racconti dei nostri nonni ci fossimo trovati, ad esempio, a vivere una guerra in Europa. Mai avrei pensato, però tutto quello che abbiamo visto e letto, racconta che ancora oggi purtroppo ci sono guerre per conquiste territoriali dove il valore del territorio è più del valore di una vita umana. E mai avrei pensato, e dico una parola forte, alla spettacolarizzazione della guerra.
Perché se voi leggete cosa capita oggi nei giornali o in televisione, ormai la guerra passa come un film, addirittura si accetta, si rimane indifferenti al fatto che mentre si cerca di eliminare un popolo come il popolo palestinese, qualcuno pensa che in quei territori si possano fare degli alberghi.
E quindi noi, mentre guardiamo bambini e donne che vengono uccisi, qualcuno che conquista quei territori, qualcun altro pensa di farci degli alberghi, come se sul sangue della terra si potessero costruire gli alberghi. E c’è qualcun altro che sta anche pensando che chi pensa di fare alberghi possa avere il premio nobel della pace, perché questo è il mondo in cui oggi siamo tutti quanti costretti a vivere. Allora io credo che stiamo vivendo in un mondo strano, difficile, in cui ci dovremmo interrogare tutti quanti. Ebbene, sono questi momenti di riflessione e di discussione. Mi piace prendere le parole di una ragazza del panel precedente che ha iniziato a dire che bisogna educare alla pace, perché credo che qui ci sia un po’ il tema centrale.
Noi abbiamo dato per scontato che la pace fosse un valore conquistato. Abbiamo sempre pensato che l’educazione alla pace fosse qualcosa che spettasse ad altri. Non è come imparare l’italiano o diventare un ingegnere, l’educazione alla pace spettasse ad altri.
E ora invece dobbiamo pensare che la pace dipende da ognuno di noi, dai nostri comportamenti quotidiani, dai nostri comportamenti politici, anche quando andiamo a votare. Credo che ci sia sempre più l’esigenza di costruire la pace tutti insieme nel ruolo che ognuno di noi svolge, perché non ci possiamo assolutamente permettere un mondo con conflitti e non possiamo soprattutto rendere più povere le persone che nasceranno nel futuro, i miei figli, pensando che la guerra sia una cosa che posso tranquillamente accendere il televisore e vedere come un documentario.
Quindi dobbiamo lavorare su questo, dobbiamo lavorare in campo. Noi, come diceva prima l’assessore e lo ricordava anche Aldo, stiamo cercando molto più in piccolo di fare il più possibile con i finanziamenti, con attività, con momenti come questi, con borse di studio e con altri effetti.
Noi siamo stati in una delle pochissime regioni d’Italia che ha riconosciuto lo Stato della Palestina, non l’hanno fatto in tanti. Noi, come Regione Sardegna, in Consiglio regionale abbiamo riconosciuto lo Stato della Palestina, abbiamo introdotto ragionamenti di volontà e di riconoscimento di quello che deve essere il no alla guerra e anche il cambiamento di un’economia che non deve essere un’economia di guerra.
E stiamo anche affrontando nel nostro territorio, come Regione Sardegna, il tema delle servitù militari, nel quale c’è l’esigenza di un riutilizzo e di un cambiamento di modello che non deve vedere le installazioni militari come modello da avere oltre il 60-70% del territorio. Quindi c’è un’educazione alla pace che deve partire da tutti noi.
Io credo che quindi ci sia un grande lavoro da fare. Due esempi che sembrano non avere nulla a che fare con la pace, però la pace, come diceva, è un percorso che va costruito e seguito, ed è quello che ci deve anche cambiare il tipo di politiche.
Lo dico del mio paese, l’Italia, della mia regione, la Sardegna, dove tutti abbiamo la convinzione, perché siamo al centro del Mediterraneo, di essere una regione accogliente. Non lo siamo. Non lo siamo. Noi accogliamo gli immigrati meno di tantissimi altri paesi in Europa. Noi abbiamo attualmente la più bassa percentuale di immigrati di ogni altra regione d’Europa, 3,5%.
Da noi un ragazzino che cerca di sopravvivere, di studiare, di costruire un ponte per la sua famiglia in Europa, quando compie 18 anni e non è più minore non accompagnato, viene abbandonato a se stesso e non può neanche più studiare nelle nostre scuole. Credo quindi che anche le politiche migratorie possano aiutare un altro percorso, perché l’unico modo per evitare che i conflitti si alimentino è integrare i vari popoli del mondo e le varie culture.
Quindi noi, soprattutto che siamo al centro del Mediterraneo, dovremmo essere l’avamposto di queste culture che si confrontano e si uniscono e possono essere un ponte verso la pace.
C’è quindi l’esigenza di cambiare alcune politiche del nostro paese per facilitare le migrazioni, come ha fatto la Spagna. La Spagna oggi è la nazione in cui vi è la maggiore apertura nei confronti delle politiche migratorie ed è cresciuta tantissimo.
Ora credo che sia necessario continuare in questa educazione alla pace. La Regione Sardegna, con tutte le contraddizioni e le difficoltà, cercherà di continuare in questo percorso di cui si faceva riferimento prima, promuovendo anche ulteriormente incontri come questo.
Io credo che anche darci un appuntamento fra un anno, una conferenza euromediterranea per la pace a Cagliari, in Sardegna, possa diventare un luogo naturale della pace. Non solo una conferenza costruita nel 2025, ma un appuntamento fisso di ospitalità, confronto e riflessione sul tema della pace.
La pace va costruita anche con piccoli semi, non con grandi movimenti. Quel seme che stiamo mettendo credo che, se diamo continuità a questo appuntamento, possa aiutare quell’educazione alla pace di cui parlava la ragazza di Sassari prima. Grazie
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Piero Comandini/ Il mare di mezzo IMGA0019
Aldo Dessì, presidente Arci Sardegna
Vedremo se riusciremo anche a fare una sorta di pubblicazione degli atti, visto che sono stati fatti interventi e assunti impegni che sono assolutamente fondamentali e che ci consentiranno poi di sviluppare, anche nell’immediato futuro, una serie di azioni coerenti con quanto abbiamo discusso in questi giorni.
Il ringraziamento ovviamente va in primis a Ilaria e alla Presidente della Giunta regionale, un ringraziamento ai consiglieri regionali, a partire da Luca Bizzuto che, malgrado gli impegni, ha avuto la costanza di essere presente qui per tutti e tre i giorni, e agli altri consiglieri che hanno partecipato.
Un ringraziamento anche al Comune di Cagliari: vedo che anche oggi è presente, e lo ringrazio personalmente. Questo dimostra che la partecipazione del Comune di Cagliari, di cui ieri ci sono state date alcune indicazioni, non è un fatto formale ma sostanziale, a cui tenteremo di dare seguito nel prossimo futuro. Il ringraziamento va ovviamente anche a Carlo, che ha seguito anch’egli l’intera tre giorni.
Un ringraziamento va poi agli interpreti, che ci hanno consentito di ascoltare, comunicare e realizzare questo scambio con tutte le persone che operano nel Mediterraneo, che è la cosa più delicata e più importante: è l’orizzonte che guardiamo, perché pensiamo che solo quello possa essere un orizzonte per un percorso di pace veramente efficace.
Un ringraziamento a tutto lo staff tecnico che ci ha supportato con grande puntualità e disponibilità.
E poi, naturalmente, il ringraziamento più importante va a tutti i partecipanti a queste giornate, perché ci avete consentito — e avevamo qualche dubbio iniziale — di dimostrare che l’intuizione di parlare di pace in tempo di guerra non era un colpo di testa, ma qualcosa di profondamente sentito. La presenza costante in questi tre giorni dimostra che il tema è assolutamente di interesse.
Un grazie infinito a tutti i partecipanti e, last but not least, naturalmente agli straordinari ragazzi e ragazze che hanno contribuito all’assistenza e alla realizzazione di questa grande iniziativa.
Dovremmo ringraziare anche Sardegna Ricerche che ha messo a disposizione questo splendido spazio, che personalmente non conoscevo e che mi sembra davvero un luogo molto adatto.
Prendendo in parola l’impegno del Presidente del Consiglio regionale, se l’iniziativa si rifarà, sarà bello poterla rifare ancora qui. Un ringraziamento anche a tutti gli ospiti venuti dal Mediterraneo, alcuni dei quali con grande fatica: da Aleppo, da Damasco, da Beirut arrivare fino a Cagliari non è semplice.
Grazie infinito per la loro disponibilità. Un ringraziamento anche al pubblico, alle associazioni e a tutti coloro che dedicano parte del loro tempo al bene comune: sono i soggetti con cui abbiamo iniziato questo percorso e con cui speriamo di continuare.
Infine, un ringraziamento alla presidente nazionale dell’Arci, che è stata uno degli attori e promotori di questa iniziativa.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: 7 dicembre 2025/ Cagliari/ Nel mare di mezzo IMGA0020
Raffaella Bolini, Stop Rearm Europe
Permettetemi di dire una cosa. Riporto i saluti di Walter Massa, il nostro presidente nazionale, che in realtà sarebbe dovuto essere qui non solo per aprire, ma anche per chiudere questo incontro così importante. Walter non c’è perché ha fatto un lunghissimo viaggio nella notte per arrivare al funerale laico che ieri a Genova ha salutato Stefano Kovac.
Stefano era il presidente dell’Arci Liguria. È morto a 56 anni per una malattia terribile che lo ha portato via in soli tre mesi. È stato un grande pacifista, antirazzista, antimilitarista, protagonista della solidarietà internazionale e anche un carissimo amico e fratello. Chi di noi lo ha conosciuto in questi giorni, invece di essere qui, era idealmente a Genova. In realtà, nel suo cuore, questa conferenza è dedicata a Stefano.
Poi i ringraziamenti li ha già fatti tutti Aldo, quindi a me rimane da ringraziare l’Arci sarda: tutta l’Arci regionale, i comitati, i circoli, i volontari e le associazioni affiliate.
Vi ringrazio davvero, perché insieme alla Regione ci avete dato — e ci state dando — un’opportunità preziosa: quella di mettere in campo un percorso internazionale e mediterraneo, di cui sentiamo profondamente il bisogno.
E se avremo il tempo di continuare in modo permanente questo lavoro, potremo dire qualcosa di importante in più. Sapendo che abbiamo un anno di tempo prima di ritrovarci qui, posso dire che l’anno prossimo porteremo tanta, tanta gente. Sarà un’occasione per tutta l’Arci Italia per ricostruire questa dimensione mediterranea.
Grazie quindi a tutta l’Arci di Sardegna nelle sue forme, grazie alla Regione Sardegna, grazie alle associazioni, ai comitati, agli attivisti, alle organizzazioni politiche e sindacali, e ai rappresentanti degli enti locali che hanno contribuito a costruire questa iniziativa.
Il ringraziamento più grande lo voglio però rivolgere a questo gruppo di giovani attivisti che ha costruito il percorso, anche lavorando fino a tarda sera nel panel a cui abbiamo voluto dedicare più spazio di tutti. Questo è il vostro tempo. E per me, personalmente, siete l’unica speranza che ho.
Perché i tempi sono bui, davvero bui. Non siamo dentro una fase buia qualsiasi: siamo all’inizio di un tempo lungo, difficile, che sarà complesso attraversare, e che attraverserete voi. Voi ci state già insegnando moltissimo. Non è una questione di età: è vero che tra di voi ci sono persone di 20, 30, 40, 50 anni, ma voi siete interpreti di questo tempo in un modo che noi, che abbiamo 60 o 70 anni, non riusciamo più a leggere. Ci avete già insegnato tantissimo: ad esempio a cambiare lo sguardo sui conflitti, quello che noi chiamavamo conflitto medio-orientale e che voi ci avete insegnato a leggere come una questione di colonialismo. Ci avete insegnato che il gas è un simbolo dell’ingiustizia globale.
Noi vi consegniamo ciò che abbiamo costruito in termini di cultura attivista. E credo che ci siano cose importanti da preservare: ad esempio la difesa del diritto internazionale, che voi avete recuperato con forza come strumento centrale, soprattutto all’inizio del genocidio a Gaza, quando non era affatto scontato. Questa è una cosa che vi consegniamo: restare ancorati al diritto internazionale, perché è l’unica forza di chi non ha la forza. Ed è proprio per questo che oggi i potenti cercano di indebolirlo insieme allo stato di diritto e allo stato sociale.
Stiamo tornando a logiche da monarchie assolute: chi ha il potere decide oggi una cosa e domani l’opposto, senza limiti. Non è casuale: è il tentativo di farci credere che tutto sia arbitrario. In questo mondo buio ci siete voi.
Prendetevi lo spazio che vi serve, occupatelo, riempitelo con le vostre idee e il vostro fare. Noi abbiamo un bisogno enorme di voi.
Se posso dare un consiglio alle organizzazioni della memoria: ricordate che si può fare memoria anche dei movimenti sociali. Perché la storia dei movimenti sociali non la racconta quasi nessuno, ed è una storia lunga, profonda, radicata. Qui, ad esempio, è nato il primo sciopero generale in Italia, quando ancora non esistevano nemmeno i telefoni. Eppure da qui la notizia arrivò fino a Milano e da lì nacque lo sciopero. Raccontate la storia dei movimenti sociali: voi non camminate nel nulla, camminate su pietre posate da generazioni precedenti.
E ricordate: il vostro futuro è quello che oggi è in discussione. Non il mio. A me non chiameranno a fare la guerra. A voi sì. Sta tornando in Europa il discorso sulla leva militare. E io me lo ricordo bene: ai tempi della guerra in Iraq, le nostre associazioni erano sommerse di telefonate di giovani e genitori che chiedevano come evitare di mandare i figli a combattere.
E allora il tema è questo: prima che accada, bisogna organizzare l’obiezione e la resistenza. La ribellione. Per resistere dobbiamo fare massa critica. Loro sono forti, noi siamo deboli se siamo divisi. Ma se ci uniamo possiamo diventare fortissimi. Ancora oggi i sondaggi dicono che l’84% degli italiani non vuole andare in guerra. Ma se quell’84% è disperso, non conta nulla. Dobbiamo unirci, costruire un campo di forze capace di deviare la corrente.
E oggi fare solidarietà significa fare relazioni internazionali. Non più la vecchia solidarietà dei “ricchi che aiutano i poveri”, ma alleanze tra chi vive le stesse difficoltà. Non siamo tutti nella stessa condizione, ma siamo nella stessa tempesta. E in questa tempesta dobbiamo costruire alleanze, non solo solidarietà. Questo è il senso di ciò che abbiamo provato a costruire qui: un primo laboratorio, un primo nucleo che può crescere molto.
Il percorso deve continuare in modo permanente e partecipato: chi ha partecipato deve poter decidere come portarlo avanti. Dopo le vacanze di Natale lo costruiremo insieme. Deve diventare un percorso stabile di relazioni e autoformazione, perché lo scambio diretto delle esperienze vale più di mille libri.
Infine, vi lascio una proposta: se siete d’accordo, decidiamo insieme un giorno e andiamo a Barcellona. Come abbiamo visto al Forum, lì si sta costruendo un percorso simile, già molto strutturato e internazionale. Potrebbe essere utile collegare queste esperienze mediterranee, anche con altre realtà come Marsiglia e altri nodi del Mediterraneo. Perché oggi l’Europa è attraversata da tensioni profonde: da un lato un blocco sempre più militarizzato, dall’altro alcune resistenze democratiche che dobbiamo rafforzare.
Costruire alleanze tra questi pezzi d’Europa è fondamentale. Da soli non ce la fa nessuno. Buon lavoro e buona prosecuzione.
Testo ottenuto per mezzo del servizio di trascrizione AI, in seguito redatto da Amelie Di Matteo e Giulia Rho della redazione di ecoinformazioni.
Guarda il video sul canale di ecoinformazioni: Cagliari 7 dicembre/ Raffaella Bolini/ Il mare di mezzo IMGA0021













