Fabio Ambrosetti

Non m’uccise la morte/ Realtà e paradossi della giustizia italiana

Il titolo della serata, con quella sua vena un po’ paradossale, Non mi uccise la morte…, rende bene il suo senso: una realtà che supera la fantasia, e una fantasia che accoglie la realtà.

Allo Spazio Gloria, davanti a un pubblico non troppo numeroso (e la serata organizzata dall’Arci avrebbe davvero meritato qualcosa di più, anche da parte del coté politicamente e socialmente impegnato), viene proiettata l’ultima opera di Ascanio Celestini, Viva la sposa, con una introduzione che ne mette in evidenza lo stretto legame con l’attualità italiana. A introdurre il film, infatti, non sono critici cinematografici ma Lucia Uva, sorella di Giuseppe, e Fabio Ambrosetti, avvocato di parte civile per la famiglia Uva nel processo che cerca di ricostruire uno straccio di verità sulla vicenda di Giuseppe Uva, morto il 14 giugno del 2008 nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, dopo aver passato una notte nella caserma dei carabinieri di via Saffi a Varese.

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L’avvocato Fabio Ambrosetti

 

 

 

 

 


Da lì, dal legame tra finzione narrativa e tragica realtà, comincia l’avvocato Ambrosetti, esplicitando come la scena quasi alla fine del film di Celestini, in cui un personaggio muore in seguito alle percosse ricevute durante e dopo un arresto,  sia dichiaratamente ispirata alla vicenda di Giuseppe Uva, ma con una significativa differenza: infatti, nella sceneggiatura originale di Ascanio Celestini, l’arresto doveva avvenire senza un motivo di particolare gravità (come fu eseguito l’arresto di Giuseppe Uva, reo solo di qualche escandescenza rumorosa), ma la scena è stata poi modificata poiché tale modalità di arresto fu ritenuta inverosimile dalla produzione belga, che chiese quindi all’autore di modificare la vicenda, accollando al personaggio più gravi responsabilità. Anche in questo caso, quindi, la realtà supera – e di molto – la fantasia. Ma – come ha ben spiegato l’avvocato Ambrosetti (misuratissimo, efficace, pacato ma duro nel suo racconto) – non è questo il punto: anche chi si sia reso colpevole di fatti gravi deve essere detenuto in condizioni di sicurezza, e la sua salute deve essere salvaguardata. La vicenda di Giuseppe Uva, che purtroppo non è un caso unico in Italia (da quello di Federico Aldrovandi in poi…), mostra invece come i diritti umani anche nella civilissima Italia non vengano rispettati e come poi su queste mancanze non si indaghi con la doverosa rigorosità, eludendo tutte le regole che la comunità internazionale (compresa quella europea) si è data. Così, a distanza di otto anni, e con un processo dalle molte lacune che dovrebbe andare a sentenza intorno alla metà di quest’anno, non si è ancora in grado di sapere cosa sia veramente successo, quella tragica notte, nella caserma dei carabinieri.

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Jlenia Luraschi, che ha presentato la serata, con Lucia Uva

 

 

 

 

 

 

Da parte sua, Lucia Uva ha condiviso con il pubblico presente la sua rabbia per tutto quello successo, ma anche il ricordo di quel fratello “più piccolo”, per cui è stata “sorella, mamma e amica”, e ancor di più la sua determinazione a non fermarsi davanti a nulla, fino ad arrivare a una ricostruzione chiara della morte di Giuseppe. C’è molta forza nelle sue parole e nel suo racconto; c’è anche la capacità di superare i sentimenti, senza metterli da parte, per cercare di capire. Ricorda, infatti, di come ha voluto fotografare il corpo martoriato di Giuseppe, per non dimenticarne le offese subite, per non rimuovere la verità e la giustizia, nella loro più dura necessità.

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L’avvocato Ambrosetti, sollecitato dal pubblico, ricorda ancora che il problema dell’accertamento dei fatti e dell’ottenimento della giustizia è non solo tecnico, ma ancora di più culturale, in una nazione in cui le forze dell’ordine “fanno ancora corpo” tra di loro, preferendo difendere i colleghi a qualsiasi costo, piuttosto che aspirare a modelli di comportamento rispettosi dei diritti di tutti.

Con questa riflessione sugli aspetti culturali della drammatica vicenda di Giuseppe Uva si salda il film di Celestini: narrazione di un mondo ai margini, e addirittura oltre i limiti, della legalità, racconto sopra la righe a tratti, ma sempre intriso di attenzione e partecipazione verso chi è escluso dal flusso principale della città, del mondo, della vita. Sicuramente, il pubblico di ieri sera ha visto il film, a prescindere dai propri gusti e dalle proprie simpatie per l’autore, con occhi diversi, e più attenti.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

8 aprile/ Non mi uccise la morte.. la storia di Giuseppe Uva al Gloria

VIVASPOSA_UVA-1Venerdì 8 aprile alle 21, lo Spazio Gloria promuove una serata sulla vicenda di Giuseppe Uva, il quarantenne varesino morto nel 2008 dopo una notte passata nella caserma dei carabinieri. Verrà proiettato l’ultimo film di Ascanio Celestini Viva la sposa, un road movie in cui attraverso il suo personaggio, Celestini rivolge uno sguardo di comprensione all’umanità dolente (ma non del tutto vinta) che popola il film. Viva la sposa è stato presentato all’ultimo Festival di Venezia e prima dell’uscita scatenò dure reazioni e critiche da parte del Coisp, il sidacato della polizia, per i riferimenti che il film riporta sulla storia di Giuseppe Uva. Prima del film interverranno Lucia Uva, sorella di Giuseppe e Fabio Ambrosetti,  legale di parte civile di Lucia Uva nel processo ancora in corso sulla morte del fratello. Ingresso riservato ai soci Arci: intero 7 euro, ridotto 5 euro. Info http://www.spaziogloria.it

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