Holly Morris

Il mondo salvato dalle nonne

 

Le nonne di Chernobyl (babushkas significa appunto nonne), le nonne di Plaza de Mayo e tante altre nonne, anche molto più vicine a noi: il pensiero corre, forse un po’ troppo in libertà, dopo aver visto la prima proiezione italiana del documentario The Babushkas of Chenorbyl della regista statunitense Holly Morris, organizzata nell’aula magna del Politecnico sede di Como, dall’onlus Verso Est.

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Il documentario racconta, a trent’anni esatti di distanza, il dramma di Chernobyl attraverso un prospettiva inconsueta: la storia delle non poche persone che, nonostante tutti i rischi, hanno scelto di tornare a vivere nelle zone evacuate dopo l’esplosione del reattore 4 della centrale nucleare nell’Ucraina settentrionale (all’epoca parte dell’Urss). Persone allontanate all’epoca senza nessuna informazione (così come non erano state informate dei rischi della presenza della centrale), deportate in un certo senso, sradicate da un territorio per cui invece la loro cultura sentiva un rapporto fortissimo. Per questo, sono ritornate: erano 1200 all’indomani della catastrofe, non meno di 250 nel 2010 e oggi sono ancora circa 120, in grandissima maggioranza donne, quasi tutte anziane, ultraottantenni, ma all’epoca del disastro poco più che cinquantenni; sono contadine, magari analfabete, ma anche pensionate già dottoresse. Vivono in un regime di autarchia totale, producono da sé quello che serve per mangiare in zone contaminate dove vivere dovrebbe essere proibito, e sopravvivere sembra impossibile. E invece loro risiedono a pochi chilometri dall’epicentro del più grave incidente nucleare della storia, alla fin fine tollerate dal governo, monitorate e quasi accudite dai militari e dai sanitari che periodicamente si recano nelle loro baracche a verificare lo stato di salute.

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Holly Morris, giornalista, documentarista e regista americana, venuta a conoscenza quasi casualmente di questa storia che ha dell’incredibile, ha deciso di dedicarle un film, eccezionalmente proiettato in prima assoluta per l’Italia a Como. Il racconto è molto delicato e intenso, e – nella sua paradossalità – esprime bene il senso di disagio profondo generato dalla vicenda di Chernobyl. Holly Morris ha ripetuto al pubblico comasco che raccontare la storia di chi vive, nonostante tutto, a contatto con le radiazioni non significa affermare che le radiazioni non sono nocive… Significa piuttosto cercare un po’ di umanità in una storia disumana. Significa provare a mostrare la complessità del mondo, anche nella tragedia: in fin dei conti nessuno avrebbe mai scommesso che quelle persone sarebbero state capaci di resistere trent’anni sull’orlo dell’inferno.

Una complessità che si mostra anche in un altro versante di questa storia, quello degli stalkers, ovvero dei giovani che sfidano i divieti per arrivare fino a toccare con mano il disastro, e per provare di quel disastro il brivido più autentico.

Nell’aula magna del Politecnico, di fronte a un pubblico molto numeroso, e molto interessato, Holly Morris, dopo la proiezione del documentario, non si nega alle molte domande e spiega anche qualche retroscena di un bell’esempio di giornalismo autentico.

Un’importante opportunità per Como, in attesa che l’opera sia disponibile anche per il resto del pubblico. [Fabio Cani,

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