Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta

17-18 maggio/ Mauthausen: il viaggio per la memoria

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Nel settantesimo anniversario dagli scioperi del marzo 1944, la cui brutale repressione portò nel nostro territorio all’arresto e alla deportazione di molti comaschi, lavoratori della Ticosa e della Castagna, Italia Cuba, Anpi Como, Arci Como, Cgil, Cisl, Uil, Istituto di storia contemporanea Pier Amato Perretta, Comitato soci Coop, Emergency e Libera organizzano, nel weekend del 17 e 18 maggio, un viaggio al Campo di Concentramento di Mauthausen, per onorare la memoria dei tanti caduti in quel luogo di orrore.

Il viaggio, che vedrà la partecipazione di una classe quinta del liceo Carlo Porta di Erba, è stato reso possibile, insieme agli sforzi di Antonio Russolillo e degli altri promotori, grazie anche ai contributi di numerosi soggetti, come Cgil, Cisl e Uil, che hanno messo a disposizione uno dei due pullman, il Comune di Como e la Coop Lombardia, donatori di 500 euro a testa per finanziare l’esperienza e abbattere i costi del viaggio.Partenza quindi, per gli oltre 100 partecipanti, da Rebbio sabato 17 nella mattinata, con pernottamento nella città austriaca di Linz e visita al campo il giorno dopo, con il rientro previsto per la mezzanotte. Presto on line su ecoinformazioni il resoconto del viaggio del nostro inviato Luca Frosini.

Memoria resistente: continua la ricerca sui luoghi della lotta di liberazione

Tenendo fede a un impegno assunto con la realizzazione del progetto Memoria resistente, promosso nel 2012 da Anpi, Arci, Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” ed ecoinformazioni con il contributo di Regione Lombardia, continua il lavoro di ricerca sui luoghi in cui la lotta di liberazione dal nazifascismo è ricordata con monumenti o lapidi.

A distanza di poco più di un anno e mezzo dalla pubblicazione, presentiamo un primo aggiornamento (per accedere all’aggiornamento clicca MemoriaResistente-Agg) che raccoglie alcuni luoghi sfuggiti alla prima catalogazione (per accedere all’opuscolo originale clicca MemoriaResistente02) : si tratta di lapidi, cippi e iscrizioni diffuse su tutto il territorio della provincia, da Cantù a Vercana, realizzate nel corso dei passati decenni.

Bisogna anche segnalare che nei mesi passati sono stati collocati in alto Lario i 39 pannelli del sistema segnaletico La fine della guerra, dedicato appunto agli anni 1943-1945 e centrato sulle vicende della lotta partigiana; lo stesso museo di Dongo recentemente inaugurato, anche se non si è voluto sottolineare nella sua intitolazione con la giusta evidenza il ruolo della Resistenza, è un apporto alla conoscenza di quegli eventi e di quei protagonisti.

Con l’aggiornamento, offriamo il nostro piccolo ulteriore contributo a tener viva la memoria della Liberazione.

La pubblicazione originale è stata inviata anche alla redazione di Radio3 che domani scandirà il palinsesto con il racconto delle storie fissate nelle lapidi che ricordano la Resisetnza. “In tutta Italia – scrive la redazione – i segni di memoria sui muri testimoniano il sacrificio dei coduti e delle vittime, e il 25 aprile Radio3 li racconterà”. Se vi capita di cogliere nelle trasmissioni di Radio3 di domani documentazione proveniente dal territorio comasco, segnalatelo a ecoinformazioni.

9 aprile/ Con le fabbriche dalle lotte operaie alla libertà

Gli scioperi del marzo 1944 rappresentano, a Como come nel resto dell’Italia settentrionale occupata dai nazifascisti, il momento fondamentale della saldatura tra resistenza in armi e resistenza civile, e furono quindi per la Repubblica Sociale Italiana e per le forze armate del III Reich il segnale evidente che la lotta antifascista era la lotta di un intero popolo.

A Como e nei dintorni, la protesta fu forte in tutti gli stabilimenti in funzione (altre fabbriche erano, in quei giorni, ferme per carenze energetiche). Alle Cartiere Burgo di Maslianico il lavoro fu fermato il 3 marzo, alla Bruno Pessina di Borgo Vico lo sciopero fu sventato all’ultimo momento, alla Castagna di viale Varese e alla Tintoria Comense le maestranze incrociarono le braccia la mattina del 6 marzo, subendo quindi l’intervento della polizia e dei militi fascisti. La dura repressione che ne seguì fu però vigliaccamente attuata nel corso della notte seguente, quando le persone individuate come responsabili delle proteste furono arrestate e quindi avviate ai campi di concentramento in Germania.

Dalla Tintoria Comense subirono la “condanna” alla deportazione Ada Borgomainerio, Ines Figini, Rinaldo Fontana, Giuseppe Malacrida, Angelo Meroni, Pietro Scovacricchi; dalla Castagna Antonio Carbonoli, Ariodante Gatti, Giuseppe Rodiani. Di loro fecero ritorno solo un uomo, Giuseppe Malacrida, che però morì pochi mesi dopo per le sofferenze subìte, e le due donne Ada Borgomainerio e Ines Figini.

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Il 9 aprile 2014, in ricordo degli scioperi contro il fascismo e contro la guerra svoltisi nel marzo 1944 nella fabbriche di Como, le organizzazioni sindacali Cgil-Cisl-Uil, Acli, Anpi, Anppia, Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” e Centro studi “Schiavi di Hitler” e con il patrocinio del Comune di Como, hanno organizzato la giornata “Con le fabbriche dalle lotte operaie alla libertà” che si svolgerà nell’aula magna del Politecnico di Como, in via Castelnuovo.

Il programma della giornata prevede al mattino l’incontro delle scuole con Ines Figini, testimone di quei fatti e capace di restituirli nel racconto con grande emozione, e nel pomeriggio l’approfondimento delle vicende storiche legate agli scioperi con i contributi di Roberta Cairoli, storica, e Claudio Dellavalle, docente e presidente dell’Istituto di Storia della Resistenza di Torino, e l’intervento conclusivo di Antonio Pizzinato, presidente onorario regionale dell’Anpi. Il pomeriggio, dedicato in particolare a lavoratrici e lavoratori, è aperto a tutta la popolazione.

 

Per l’occasione è stata realizzata una mostra che sintetizza gli avvenimenti del marzo del 1944 e li considera nel contesto della città e dell’epoca.

Viene anche ristampato il volume I cancelli erano chiusi, dedicato agli scioperi e alla situazione nella fabbriche comasche, pubblicato da NodoLibri dieci anni fa per iniziativa della Cgil e dello Spi.

8 aprile/ La P2 nella storia italiana

ISCCo-P2Gherardo Colombo e Anna Vinci saranno martedì 8 aprile 2014 alle 17.30 in Biblioteca a Como per ricostruire il ruolo della loggia P2 nella storia della Repubblica italiana. L’incontro – organizzato da Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta”,Università Popolare Auser,Associazione Memoriacondivisa progetto “Memoria e Verità” con il patrocinio del Comune di Como, e coordinato da Patrizia Di Giuseppe – sarà l’occasione per approfondire che cosa è cambiato a 30 anni dalla commissione d’inchiesta parlamentare.

Gherardo Colombo è infatti uno dei magistrati scopritori, nell’ambito dell’inchiesta su Sindona, della famosa lista di iscritti alla loggia Propaganda 2, mentre la scrittrice Anna Vinci ha recentemente curato l’edizione dei diari di Tana Anselmi dedicati proprio alla commissione d’inchiesta parlamentare. I volumi pubblicati da entrambi saranno in vendita in occasione dell’incontro.

Gappismi, resistenze e protagonisti dell’antifascismo

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«Una distrazione storiografica su uno dei temi centrali della lotta resistenziale» così Luigi Borgomaneri ha definito la scarsa attenzione dedicata ai GAP (Gruppi di Azione Patriottica) fino a tempi molto recenti.
I GAP, o meglio i «gappismi» come Borgomaneri tiene a sottolineare per rendere conto delle tante diversità che si riconoscevano in quell’unica sigla, sono stati oggetto di un incontro di approfondimento all’Istituto di Storia Contemporanea, nel quadro del percorso di avvicinamento al 70° della Liberazione. Cosa sono i GAP? Una sorta di “corpi scelti” della lotta armate resistenziale, basati sul modello francese dei Francs-Tireurs partisans, voluti dal Partito Comunista per l’esecuzione di azioni particolari di grande rischio, come l’eliminazione di personaggi autorevoli del regime fascista e attentati ai luoghi più rischiosi. Con una prospettiva più ampia, i GAP avevano la funzione di creare le condizioni per sviluppare la lotta di liberazione di massa e di spezzare la pace sociale, così da creare difficoltà allo sforzo industriale bellico tedesco (che per circa il 10-12% faceva leva sul contributo italiano), avevano cioè una funzione di «detonatore». Ma proprio in questa loro funzione risiede, secondo Borgomaneri, il loro carattere «scomodo», che li ha condannati al parziale oblio. Le loro azioni, basate sulla «violenza di piccoli gruppi» e sulla separatezza rispetto alla gente e persino agli altri gruppi partigiani, apparivano agli occhi della storiografia “ufficiale” della Resistenza inconciliabili con l’unità di popolo e con la “nobiltà” degli obbiettivi. Eppure Pietro Secchia, all’inizio della lotta di liberazione, aveva chiaro la portata del problema, e nell’autunno del 1943 scriveva: «siamo costretti ad applicare metodi che fino a ieri avremmo ritenuto ripugnanti», cioè usare i metodi del terrorismo.

Il quadro delineato da Borgomaneri è un quadro estremamente articolato, reso ancor più complicato dalla diversità dei singoli GAP, sia per composizione sia per organizzazione, e dalla rimozione, quando non proprio dalla distruzione, dei documenti necessari alla ricostruzione delle vicende. Molte delle questioni si riescono a intuire sulla base di scarsi indizi, ma sfuggono le reali proporzioni dei diversi problemi. Per questo, cioè per cominciare a orientarsi in questo quadro, che ha molteplici agganci con la situazione comasca, l’Istituto ha organizzato l’incontro con Borgomaneri, invitandolo ad anticipare le sue ricerche che a breve verranno pubblicate in un volume dedicato proprio ai «gappismi».

Quasi senza soluzione di continuità, Borgomaneri ha poi presentato il suo ultimo libro Lo straniero indesiderato e il ragazzo del Giambellino. Storie di antifascismi. È stato Gabriele Fontana ad aprire la presentazione elogiandone il merito:« Un libro di storia che racconta storie, ma che permette alla fantasia del lettore di andare oltre», continuando: «È come un romanzo dove non si perde mai il filo del discorso». Borgomaneri racconta le motivazioni che lo hanno spinto a ricercare e scrivere la storia dei due personaggi: Carlo Travaglini e Lamberto Caenazzo. Fu proprio quest’ultimo che, all’Istituto di Sesto San Giovanni, iniziò a ricercare materiale sull’89a brigata: lui, che era stato partigiano del Giambellino, ricordava il suo comandante di distaccamento come un diavolo scatenato: una figura non nota alla storiografia resistenziale. Intellettuale di origine tedesca, espulso dalla Germania dopo essere stato internato in un lager, arrivò a Milano, dove aiutò ebrei e operai fino a quando, costretto ad allontanarsi dal capoluogo, entrò a far parte della brigata lecchese. La testimonianza di Lamberto viene accolta, in un primo momento, con diffidenza, data la scarsa fama della brigata; ma Travaglini, che non ha mai rivendicato nulla nel dopoguerra, aveva conservato tutti i documenti che dimostravano il suo operato; che li abbia tenuti per sé o per le figlie poco importa, sono documenti inediti, ricchi di testimonianze, e ci si interroga sul perché nessuno dei protagonisti della Resistenza ne abbia parlato.
Quello che emerge è una figura scomoda, in grado di rispondere solo alla propria coscienza, che resta ai margini della vita dei partiti politici. Questi protagonisti rappresentano lo spaccato di figure comuni. Finalmente i resistenti acquistano un volto umano: «Tutti i partigiani onesti hanno avuto paura», questo emerge dalle oltre cento di testimonianze raccolte da Borgomaneri. Vivono in modo profondo la loro scelta, anche nei casi in cui la vita partigiana non trova esiti eroici. Quelle che sono state brigate con ruoli minori non vanno dimenticate: sono state costituite da uomini che hanno preso una decisione, che hanno corso rischi ed hanno messo a disposizione la propria vita per qualche cosa di grande. È stata la loro coscienza a determinare le loro scelte, più che il credo politico: non a caso, secondo Borgomaneri, accade che il partigiano diventi comunista durante il periodo della lotta antifascista, mentre l’essere comunista non è un frequente requisito dei partigiani. La ricerca storica, oggi, deve quindi indirizzarsi verso i percorsi che hanno intrapreso queste persone: come la casualità della vita quotidiana si trasformi in scelta, una scelta per il bene di tutti. [Fabio Cani, Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

Stefano in città/ Presentata la ricerca, festeggiato Mario Tonghini

Nella sala Stemmi del Municipio, nel luogo simbolo della comunità civile della città, ma senza alcun paludamento retorico, è stata presentata la ricerca Stefano in città, basata su una serie di interviste con Mario Tonghini, nome di battaglia “Stefano”, appunto.

Tonghini3Una ricerca (qui il PDF dell’opuscolo) che – come ha ricordato in apertura Giuseppe Calzati, presidente dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” – si colloca all’interno di un articolato percorso di avvicinamento al 70° anniversario della Liberazione, celebrazione che l’Istituto ha inteso come l’occasione per una generale revisione dei materiali disponibili per la documentazione delle vicende dell’antifascismo e della resistenza, materiali che in molti casi attendono di essere valorizzati e in altri necessitano invece di una profonda revisione critica. Necessità di approfondimento che è stata sottolineata anche nell’intervento di Gerri Caldera, tanto che è stata annunciata una “nuova edizione” della ricerca appena presentata, poiché proprio l’elaborazione di nuovi materiali sollecita ulteriori ricerche e verifiche. Il lavoro ancora da fare è veramente enorme, anche per recuperare tutte quelle memorie in grado di restituire le tante sfaccettature del mondo resistenziale, degli innumerevoli atteggiamenti e aspirazioni, delle diverse pratiche e ideologie, adottate di volta in volta da persone già politicamente formate oppure da giovani che si affacciavano per la prima volta all’azione.

Nel suo intervento il sindaco di Como, Mario Lucini, ha espresso il ringraziamento della comunità nei confronti di Mario Tonghini, e ha anche affettuosamente ricordato l’intervento di Tonghini nella celebrazione del 25 aprile dell’anno scorso, un intervento fuori dell’ufficialità (addirittura non previsto) ma che ha assunto un particolare rilievo proprio come “consegna” della memoria e dell’impegno da una generazione all’altra.

La presentazione della ricerca è stata quindi soprattutto l’occasione – nonostante l’assenza di molta parte del mondo politico comasco, anche di quello che più direttamente si richiama ai valori della Resistenza e del movimento operaio – per festeggiare Mario Tonghini, ultimo comandante partigiano vivente nella nostra zona, interprete dei valori di giustizia, di libertà e di sobrietà per cui ha operato tanto durante la lotta di liberazione, quanto nella sua attività di imprenditore e di consigliere comunale poi.

A questi valori si è richiamato “Stefano” nelle parole che ha pronunciato in chiusura dell’incontro: un omaggio a tutte le persone che hanno sacrificato la propria vita durante la Resistenza, sia combattendo in armi, sia opponendosi da civili al fascismo e subendo quindi la deportazione.

Per le sue alte qualità personali – come ha ricordato Gerri Caldera – l’Istituto di Storia Contemporanea aveva proposto l’anno scorso Mario Tonghini per la benemerenza cittadina dell’“Abbondino”, benemerenza che la commissione comunale ha ritenuto di non concedere, ma che dovrebbe essere riproposta alla prossima edizione proprio come “riconoscimento” istituzionale a una persona come Stefano e ai suoi valori. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

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22 marzo / Stefano in città: Resistenza a Como e nel territorio

Tonghini-locandinaSI presenta il 22 marzo alle ore 17 alla Sala Stemmi del Municipio di Como, la ricerca Stefano in città, condotta dall’Istituto di Storia contemporanea Pier Amato Perretta sulle vicende della Resistenza a Como tra 1944 e 1945.

Stefano è il nome di battaglia di Mario Tonghini, nato a Como nel 1923 e attivo nella Resistenza a partire dal novembre 1943. Ultimo comandante partigiano vivente della nostra zona, Tonghini ha ricostruito in una serie di interviste la situazione della città e del territorio durante gli ultimi, drammatici mesi di guerra, fino alla Liberazione, e in particolare delle zone che l’hanno visto protagonista: Como, Cantù, le Grigne. È grazie alla sua testimonianza che per la prima volta è stata ricostruita la mappa di un nutrito numero di recapiti clandestini delle Resistenza utilizzati nella città di Como nel corso del 1944.

La ricerca pubblicata in un opuscolo dall’Istituto di Storia Contemporanea, grazie anche al contributo di Coop Casa Como, viene presentata con la partecipazione dello stesso Mario Tonghini “Stefano”, del sindaco di Como Mario Lucini, del presidente dell’Istituto Giuseppe Calzati e di Gerri Caldera, che ha seguito la realizzazione del lavoro (l’opuscolo). [fc, ecoinformazioni]

14 marzo / Resistenti e Resistenza all’Istituto di Storia Contemporanea

Per il secondo ciclo di seminari sulla storiografia della Resistenza, organizzato alla Biblioteca dell’Istituto di Storia Contemporanea “Pier Amato Perretta” di Como, il 14 marzo 2014 alle ore 17.30 si presenta Nessuno mi ha fermata – Antifascismo e Resistenza nell’esperienza delle donne del comasco 1922-1945, relatrici sono, oltre all’autrice Roberta Cairoli, Patrizia Di Giuseppe e Marinella Fasani. Ingresso libero.

Resistenti e Resistenza / La stampa e la posta

Continua all’Istituto di Storia contemporanea Pier Amato Perretta di Como il seminario di approfondimento sulla storiografia della Resistenza, della Repubblica Sociale Italiana e degli ultimi due anni di guerra.

Il 28 febbraio l’incontro è stato dedicato a due approcci specifici: la comunicazione giornalistica e la storia postale. Il primo intervento, di Marco Gatti, ha affrontato il ruolo della stampa locale nel periodo 1943-1945, oggetto anni fa della sua tesi di laurea, poi pubblicata proprio dall’Istituto. Dei cinque periodici presenti sulla scena locale in quegli anni è stato sottolineato soprattutto il contributo dato dalla stampa cattolica (e in particolare dall’allora caporedattore dell’Ordine, don Giuseppe Brusadelli) a un approccio critico alla drammatica situazione del conflitto, per quanto tale atteggiamento dovette essere in parte occultato sotto una complessa retorica, allusiva e ampollosa. La verifica e lo studio dei periodici è quindi fondamentale non solo per recuperare la memoria di fatti specifici (non sempre necessariamente ispirata dalle veline di regime) ma anche e soprattutto il sentire e il pensare del periodo.

Il secondo intervento, di Cesare Piovan, ha focalizzato l’attenzione sui francobolli e ha evidenziato come anche da questi aspetti molto particolari si possa risalire alle dinamiche storiche più generali: dalla crisi che investe i servizi pubblici nel corso della guerra, per cui i Comuni sono costretti a operare in proprio per assicurare la distribuzione postale, provvedendo ad aggiungere un sovrapprezzo alle tariffe ufficiale, alla “liberazione anticipata” di Campione d’Italia nel 1944, che condusse alla produzione di proprie affrancature in qualche modo collegate al sistema postale svizzero, fino alle vicissitudini di alcuni francobolli, sovrastampati dal CLN oppure riutilizzati dopo l’avvento della repubblica.

Il ciclo di incontri prosegue venerdì 14 marzo, sempre alle 17.30, con l’approfondimento del ruolo delle donne nell’antifascismo e nella Resistenza a partire dal volume di Roberta Cairoli Nessuno mi ha fermata. [Fabio Cani – ecoinformazioni]

Marco Gatti durante l’incontro del 28 febbraio 2014.

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Resistenti e Resistenza/ Franco Catalano

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All’Istituto di Storia contemporanea Pier Amato Perretta, durante il secondo ciclo dei seminari sulla storiografia resistenziale locale, si è riflettuto con Gabriele Fontana su un libro che non esiste. Più precisamente un dattiloscritto che non ha mai trovato spazio su carta, se non quella fotocopiata: La resistenza nel Lecchese e nella Valtellina, una ricerca coordinata da Franco Catalano tra il 1964 e il 1974. Questo dattiloscritto inedito si occupa della resistenza di Lecco e della Valtellina, e contiene al suo interno documenti originali e testimonianze; è stato commissionato da diverse istituzioni al professor Franco Catalano, che ha coordinato il lavoro avvalendosi quindi di altre persone per le ricerche. La presentazione di questo inedito si è rivelata una scelta particolare, che non ha trovato l’unanimità dei consensi tra gli organizzatori (anche lo stesso relatore non era pienamente convinto), ma la passione che anima ricerche decennali ha avuto la meglio. La scelta è stata anche condizionata dal fatto che la ricerca stessa rischia di rimanere un dattiloscritto fotocopiato. L’Istituto Perretta vorrebbe, dopo aver contattato i familiari, perlomeno metterlo a disposizione in formato digitale, affinché tutti possano consultarlo. La narrazione di Gabriele Fontana, lontana dalla modalità accademica, si caratterizza per essere appassionata e desiderosa di presentare tutte le vicende controverse, con il rischio di risultare disordinata. All’epoca della compilazione del lavoro, venne ritenuto dai suoi committenti (tra cui l’Anpi) un testo discutibile e controverso, e questa è appunto la ragione della sua non pubblicazione. La ricerca di Catalano per la ricostruzione della resistenza locale – dichiara Fontana – è il corrispettivo di quello che ha rappresentato il lavoro pioneristico di Roberto Battaglia per la ricostruzione della resistenza nei suoi tratti generali. Ha usato la cronologia di Morandi (precedentemente presentata in Istituto) quasi come inciso. Per ricostruire il contesto, si è avvalso dell’impostazione classica, struttura e sovrastruttura, ed è quindi partito dall’economia del territorio in oggetto: Lecco e Valtellina. Dove le fabbriche erano dominanti, scarseggiava la disponibilità degli operai a partecipare alla resistenza; dove mancavano le fabbriche, era alta la tendenza ad emigrare in Svizzera. Come costituire la lotta armata senza gli operai? Catalano ha sostenuto che gli uomini arrivarono da Milano, probabilmente militari, perché era necessaria un’abilità con le armi, e sparare è difficile per chi non lo ha mai fatto prima. Il professore descrive la doppia resistenza in Valtellina: in alta valle, una zona chiusa, si è manifestata la resistenza passiva, mentre in bassa valle, in qualche modo collegata che le strade e le ferrovie alle periferie di Milano, la resistenza ha caratteri più attivi. Il dattiloscritto si chiude con il momento insurrezionale: quello che si è verificato dopo è difficile da interpretare oggi, figuriamoci allora. Le critiche al lavoro sono state molte, tra cui: chi resta a combattere non sembra appartenere al territorio; il comando di raggruppamento sembra costruito alla garibaldina; alcuni documenti non si riescono a trovare; in Svizzera ci vanno anche i comandanti; una parte consistente di resistenti sembrano attendisti. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, il relatore è convinto che la ricerca di Catalano rappresenti un tesoro ancora da sfruttare, per quanto temuto da molti. [Barbara Rizzi, ecoinformazioni]

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