Geografie poetiche/ Mahmud Darwish e la Palestina

La poesia intrattiene con la situazione geografica, politica, storica un rapporto profondamente complesso, che non è facile riassumere in termini di coincidenza o estraneità. Quando capita che una voce poetica sembri incarnare la vicenda di un popolo o di una terra, conviene fermarsi e riflettere. È il caso di Mahmud Darwish, uno dei poeti più importanti della contemporaneità, che con la sua «terra più amata», la Palestina, ha costruito una vita intera di relazioni.

Nella versione più semplice, Darwish è il “poeta nazionale” palestinese, il cantore dell’identità e della lotta di un popolo cui ancora non sono riconosciuti i diritti fondamentali e l’esistenza stessa; in una versione un po’ più articolata, è l’interprete di uno sguardo e di un discorso che – a partire da una situazione particolare, quella palestinese, appunto – si fa universale.

Tutto questo, poi, è complicato dal fatto che la poesia è un genere tanto fondamentale in teoria quanto poco praticato, almeno a queste latitudini (basti pensare allo stupore suscitato dalla performance poetica di una giovane autrice, Amanda Gorman, in occasione dell’elezione di Joe Biden alla presidenza degli USA). Può quindi sembrare strano che un gruppo di attivismo politico come Assopace Palestina abbia deciso di dedicare una serie di incontri di approfondimento al poeta Mahmud Darwish, in occasione dell’ottantesimo “compleanno” (le virgolette sono – ahimè – d’obbligo, perché Darwish è scomparso nel 2008). Ma è invece perfettamente congruente a un discorso politico “alto”.

Conviene, quindi, provare a raccontare l’intera storia, per sommi capi.

È fondamentale, in primo luogo, ricostruire un orizzonte culturale che ci è in gran parte precluso: nella disattenzione occidentale, la cultura araba è in buona parte marginalizzata; all’interno di questa situazione la cultura palestinese soffre di una ulteriore sottovalutazione. Non è un caso che molto spesso si è costretti ad acquisire elementi sulla situazione palestinese (anche dal punto di vista storico-politico) passando per l’interpretazione di personalità israeliane, attente e democratiche sicuramente, ma comunque “altre”. Ciò vale anche per la letteratura: la situazione appare fortemente squilibrata – tanto per fare un esempio – tra i “grandi” autori israeliani e le voci palestinesi (di cui fanno parte, tra l’altro, numerose voci femminili). E ancora di più per la poesia. Succede così che un grandissimo poeta come Darwish sia ancora sostanzialmente sconosciuto, dalle nostre parti, anche nei circoli cosiddetti colti.

Tale situazione nasce dalla profonda diversità della “pratica culturale” nel mondo occidentale e in quello arabo: nel secondo la poesia gode di un favore popolare che dalle nostre parti è del tutto impensabile…

Nel secondo appuntamento dedicato a Darwish nel ciclo di Assopace Palestina è stato proposto il film Mahmoud Darwich et la terre comme la langue di Simone Bitton ed Elias Sanbar (1997), in cui sono presenti sequenze strabilianti delle pubbliche letture di Darwish in teatri affollatissimi, con folle completamente comprese dall’ascolto e dalla partecipazione. In uno di questi documenti, Darwish interpreta le sue poesie di fronte a quella che si riconosce come un’assemblea politica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, in prima fila è seduto Yasser Arafat: la poesia che si ascolta non è un proclama, è molto di più, è la messa-in-versi del sentimento di un popolo. Senza avere coscienza di tale situazione è difficile capire quale può essere il rapporto tra un poeta e “una” sua comunità di riferimento sotto orizzonti diversi dal nostro.

Ma nemmeno questo è così lineare come appare.

Mahmud Darwish esorbita la definizione di poeta palestinese in senso stretto. Intanto perché la sua vicenda biografica lo porta ad essere “esule volontario” per il mondo. Scacciato dalla Galilea dalla nascita dello stato di Israele nel 1948, rientrato con la famiglia e trasferito ad Haifa, si reca nell’Unione Sovietica per l’opportunità di studi superiori e decide quindi di non rientrare in Israele, prendendo di volta in volta residenza al Cairo, a Beirut, a Parigi, a Tunisi, in Giordania, fino a un definitivo, per quanto parziale, approdo a Ramallah. Difficile con un tale percorso personale sentirsi qualcosa di diverso da “cittadino del mondo”. Ma al contempo, Darwish sceglie un luogo ideale “da abitare”, e quel luogo è la lingua araba, riconquistata dopo che la sua formazione avviene in lingua ebraica (nello stato di Israele appena formato, l’insegnamento dell’arabo è illegale). Così la sua “appartenenza” è la scelta di una cultura, lo studio di una letteratura, la sperimentazione di una storia. È una scelta scomoda, in qualche modo “straniante”, al tempo stesso di condivisione con il sentire popolare, eppure di alterità. La poesia di Darwish è profondamente politica (alcuni dei suoi scritti sono diventati dei veri e propri manifesti, il più famoso dei quali è certamente Carta d’identità: «Scrivi: sono un arabo!»), ma anche profondamente intrisa di visioni personali, simboliche e ideali, oltre che di riflessioni sul contenuto “tecnico” della scrittura poetica (dai classici arabi come Al-Muttanabbi ai grandi del Novecento, primo fra tutti l’amatissimo Federico Garcia Lorca).

E quindi è un bell’esempio di valorizzazione della cultura come politica questa festa di compleanno allestita da Assopace Palestina per Mahmud Darwish. Ed è un omaggio sincero alla ricchezza della Palestina.

Il ciclo ha visto un primo appuntamento con gli approfondimenti critici di Luisa Morgantini, Stefano Casi, Wasim Dahmash, Simone Sibilio, e i contributi di un vasto gruppo di testimoni della vita e dell’opera di Darwish (tra cui, di grandissima forza emotiva, quelli di Leila Shahid e di Elias Sanbar), e un secondo con la riproposizione del film di Simone Bitton ed Elias Sanbar. Entrambi gli incontri sono ancora visibili sulla pagina facebook di Assopace Palestina (ma il film resta disponibile solo fino a sabato 20 marzo).

Il terzo e ultimo incontro è fissato, sempre in diretta facebook, per domenica 21 marzo, giornata internazionale della poesia, alle ore 18 con una serie di contributi poetici e musicali; all’appuntamento, condotto da Nabil Salameh (Radiodervish) e Massimo Colazzo, parteciperanno Mohammad Bakri, Nai Barghouti, Marcel Khalife, Tommaso Di Francesco, Moni Ovadia, Giuliano Scabia, Alberto Masala, Donatella Allegro, Omar Suleiman, Dalal Suleiman , Bayan Shbib e Ramzy Abu Radwan (AlKatmandjati). Un’occasione importante per entrare nella realtà culturale della Palestina con una prospettiva coinvolgente e non banale. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

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