Maria Luisa Lo Gatto

Il volontariato si fa giustizia

volontariatogiustiziaUna tiepida serata di inizio estate in una delle cornici più suggestive della Città murata, un bicchiere di vino, e fra una tartina alle olive nere e un sorriso i racconti di vecchi compagni di liceo o amici appena conosciuti. Questa la calda atmosfera in cui si è svolto l'”apericena” conviviale che ha preceduto la proiezione del film Il volontariato si fa giustizia, martedì 21 giugno al Chiostrino di Sant’Eufemia, organizzato dal Centro servizi per il volontariato di Como.

Ognuno dei circa 80 partecipanti ha trovato un posto a sedere nella piazzetta, chi sui gradini, chi ad uno dei tavolini, e da un colorato pouf Alessandra Bellandi, referente del Servizio giustizia e orientamento al volontariato del Csv, ha invitato gli ospiti a parlare di sé, mantenendo lo stesso clima accogliente ed informale di inizio serata.

Dopo l’intervento del presidente dell’Avc Gianfranco Garganigo, che ha descritto il lavoro sulla giustizia riparativa come il «produrre socialità di cui il nostro territorio ha bisogno», è intervenuto Marcello, volontario dell’associazione Mani aperte di Buccinigo, che si occupa di preparare e fornire pasti alle persone indigenti. Marcello ha raccontato della sua condanna a 3 mesi di carcere per guida in stato di ebrezza, convertita in ore di volontariato. Da qui l’incontro con il Csv e con l’associazione, e un lungo percorso carico di soddisfazioni che oggi, a distanza di 6 anni, l’ha portato ad essere responsabile di serata, ovvero colui che si occupa di controllare che tutto si svolga nel modo corretto.

E’ intervenuto quindi Vincenzo, volontario dell’Associazione sportiva paraplegici Osha-Asp, che entusiasta ha descritto il gruppo di cui fa parte come “fantastico”, e ha manifestato la sua volontà di continuare pur avendo terminato il periodo “obbligatorio”.

A questo punto la parola è andata alla magistrata del Tribunale di Como Luisa Lo Gatto, che ha descritto l’incontro con il Csv e con la giustizia riparativa un vero e proprio mutamento di rotta nella sua vita, un’uscita da quel «malinteso senso di indipendenza del magistrato che porta a stare in astrazione» che l’ha riportata a colloquiare con il territorio. Ha anche permesso a lei e ai suoi colleghi di rivalutare il reato, non più atto legato esclusivamente al quantum di pena applicabile, ma frattura di un patto sociale da ricomporre, da utilizzare, in modo da garantire il massimo beneficio a tutti gli attori implicati. Uno degli strumenti più efficaci si è rivelata, e continua a farlo, l’autovalutazione sul percorso svolto dell’imputato, grazie al quale si stabilisce una collaborazione con i magistrati per provare a cambiare il sistema partendo da un approccio nuovo.

È poi venuto il momento di Mariangela Volpati, presidente dell’Associazione Osha-Asp, una delle protagoniste del filmato, che contenta ha rivelato di aver “tirato fuori tutto”nel video, anche le difficoltà e le domande che accompagnano spesso la disabilità, ma soprattutto la determinazione nel trarre la forza dalla propria diversità. Ha infine sottolineato come il volontariato da obbligo riesca a trasformarsi in potenzialità, prima di passare la parola ai videomaker, Ilaria Mariuccio e Andrea Aliverti, e al supervisore, Luca Morici, ringraziandoli per la cura, la pazienza e la dedizione dedicati al progetto, e per la delicatezza e la semplicità con cui sono riusciti a raccontare quattro diverse realtà.

Luca ha evidenziato la coralità del progetto, e la generosità che sta alla base di tutto quello che hanno raccontato nel film.

Ilaria ha descritto lo stupore e la voglia di conoscere il mondo del volontariato per la prima volta, e il desiderio di non tagliare nessuna scena o frase, anzi di aggiungerne sempre nuove.

Andrea, che da operatore nel campo della giustizia si é trovato a filmare ed accompagnare nelle riprese persone che svolgevano lo stesso lavoro, ha parlato di questo nuovo modello di giustizia come di uno strumento che connette le diverse realtà al posto di disconnetterle.

Come ultima testimonianza Mauro Oricchio, del Csv e direttore Coordinamento Comasco per la Pace, ha presentato Andrea Cusano, un ex detenuto casertano trasferitosi da pochi anni a Cantù insieme alla nuova compagna. Andrea ha raccontato una realtà diametralmente opposta rispetto a quelle descritte durante la serata. In carcere per oltre 14 anni, non ha mai avuto a che fare con volontari che gli consentissero di “evadere”(allusione accompagnata da un sorriso) dalle 20 ore su 24 passate in cella, o con attività che gli permettessero di reintegrarsi nella società, di imparare un mestiere da praticare una volta uscito. Non ha avuto da ridire sulla condanna o la relativa pena scontata, ciò che ha sostenuto essergli mancata invece è stata proprio la connessione con il se stesso futuro, con le prospettive aldilà delle sbarre, condizione che a suo parere sarebbe stata molto diversa se solo avesse incontrato associazioni come quelle presentate nel filmato.

Ringraziando tutti Alessandra Bellandi, avendoci ormai incuriositi abbastanza, ci ha invitati ad assistere finalmente alla proiezione, divisi in due gruppi vista l’affluenza non prevista.

Ora, per descrivere il film, che racconta del quotidiano agire nel mondo del volontariato di quattro persone, Marco, Mariangela, Salvatore e Mario, potrei spendere ancora molte parole, e fra queste ne sceglierei alcune come emozionante, semplice, poetico, diretto, vero. Ma preferisco affidarmi a quelle di Stefano Benni, inserite a conclusione del video: «La memoria non è fatta solo di giuramenti, parole e lapidi, è fatta di gesti che si ripetono ogni mattino del mondo. E il mondo che vogliamo noi va salvato ogni giorno, nutrito, tenuto vivo».

Sono sicura che una delle azioni da fare per tenere vivo il mondo è proprio lasciarsi condurre in questo breve viaggio fra volontariato, giustizia e nuove possibilità guardando il video. Forse vi impegnerà per 20 minuti, ma ciò che vi regalerà durerà decisamente più a lungo. [Ilaria Romeo, ecoinformazioni]

 

Mafie e antimafie a Como

Partecipata sessione conclusiva dell’undicesimo convegno del Coordinamento comasco per la Pace.  La legalità e le infiltrazioni mafiose al centro del dibattiti davanti a 200 persone allo Spazio Gloria dell’Arci Xanadù nel pomeriggio di domenica 14 dicembre.

Dopo la replica dello spettacolo su Peppino Impastato, Buongiono a Cinisi,  la sessione conclusiva in due parti al Convegno Liberté, fraternità, legalità, i 200 presenti hanno assistito ad un incontro con Enza Rando e Maria Luisa Lo Gatto, moderato da Roberto Caspani, Ipsia – Acli, e con Lorenzo Baldo e Luigi Lusenti, moderati da Emilio Botta, presidente del Coordinamento. Intermezzi musicali di Maurizio Aliffi, Franco D’Auria, Simone Mauri e per terminare 10 minuti per la Carovana antimafie, musica di Gaetano Liguori.

Enza Rando di Libera ha ricordato come la società civile, in Sicilia e Calabria si è risvegliata dopo gli attentati e ne sono nate la primavera siciliana e la primavera dei sindaci. Per l’avvocatessa serve la capacità di indignarsi e di mantenere un’attenzione sul problema mafioso non episodica. Col bagaglio della sua esperienza come vicesindaco di Niscemi ha posto in primo piano l’importanza degli enti locali come strumento di partecipazione e di contrasto della cultura mafiosa. «Se la politica perde di credibilità lascia spazio alla mafia ed alla collusione allontanando ulteriormente la gente» ha affermato l’esponente di Libera che si è retoricamente chiesta a proposito del coinvolgimento democratico: «Quanti fanno un’urbanistica partecipata?»

«Fare comunità isola la cultura mafiosa» ha affermato Rando ricordando l’esperienza della giornata della memoria delle vittime della mafia, che si celebra ogni anno il 21 marzo, a Niscemi quando ragazzi provenienti da tutta Italia hanno fatto si che i mafiosi si eclissassero.

Maria Luisa Lo Gatto, magistrato, ha invece raccontato della infiltrazione mafiosa nelle province di Como e Lecco secondo i dati recuperati dalle inchieste giudiziarie. «La ‘Ndrangheta è radicata nel Lecchese da ormai quarant’anni e vi ha riproposto gli schemi tradizionali con un vero e proprio controllo militare del territorio con bar, esercizi pubblici, famiglie». La magistrata comasca ha poi voluto concentrare l’attenzione sul Campione d’Italia e il suo Casinò. Un luogo in cui «già le indagini sono difficili dato che non c’è la Guardia di finanza e la polizia, ma solo i vigili urbani ed i carabinieri». Ripercorrendo la storia della nascita della casa da gioco e dell’importanza assunta nella comunità locale diventando la principale azienda del paese che dà lavoro a metà dei residenti ha denunciato come in Italia non ci sia stata una disciplina contro il riciclaggio per le case da gioco sino al 1999, che nell’exclave italiana non è ancora stata applicata.

Ha quindi citato un’inchiesta dei primi anni ’80 di Piercamillo Davigo che metteva in luce come la soceità che gestiva il Casinò avesse legami con Nitto Santapaola attraverso i cambisti, coloro concedono prestiti a tassi usurai ai giocatori. Un modus vivendi talmente rodato che erano intenzionati ad esportare alla casa da gioco di San Remo, dove si scontrarono con un’altra cordata che faceva riferimento a Epaminonda.

Negli anni 2000 sono poi cambiate le modalità del riciclaggio e si è passati alle società di porteurs, ovvero società con cui i casinò stipulano contratti per farsi portare i clienti, ed in un’inchiesta su una di queste società era stato coinvolto Vittorio Emanuele di Savoia.

«Ormai c’è stato un salto di qualità – ha affermato Lo Gatto – non vi è più l’inserimento di un soggetto estraneo nelle associazioni a delinquere ma si instaura un patto di collaborazione». Per questo è stato coniato il termine giuridico di concorso esterno in associazione mafiosa un fenomeno che denota un decadimento etico, culturale e l’aumentare della corruzione. «Il problema non è palliare la legislazione – ha concluso la magistrata comasca – ma operare contro i meccanismi politico istituzionali di un’area contigua alla criminalità che va modificata con il contributo di tutti».

Lorenzo Baldo, di Antimafia2000, ha rilevato le aderenze di personaggi politici con la mafia da Marcello Dell’Utri a Giulio Andreotti e denunciato la censura di Roberto Scarpinato, la cui testata, Il Corriere della sera, gli ha tolto l’incarico di seguire un’inchiesta di mafia dopo aver fatto nomi e cognomi. L’unica soluzione anche per Baldo è comunque l’impegno e la partecipazione civile anche solo di una minoranza.

Per ultimo Luigi Lucenti, Arci Lombardia, ha ripercorso la storia e l’operato della Carovana antimafie e posto l’accento sull’importanza della cultura della legalità, denunciando lo «slittamento delle coscienze, con l’accettazione di alcuni fenomeni di criminalità».

Il dibattito ha visto quindi una riflessione sulla coscienza della legalità all’interno delle carceri intese come percorso di rientro nella società.

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