nonviolenza

2 ottobre Giornata internazionale della nonviolenza

2 ottobre tutti i giorni è il titolo del documento di Celeste Grossi, vicepresidente del Coordinamento comasco per la Pace, diffuso in occasione della Giornata internazionale della nonviolenza.

«Quando lo scorso anno l’assemblea generale dell’Onu istituì la Giornata internazionale della nonviolenza – il 2 ottobre, anniversario della nascita di Gandhi – fui piacevolmente sorpresa. Ma subito dopo ebbi un sussulto. Vorrei che non dovessero più esistere il 25 novembre Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 10 dicembre Giornata della Dichiarazione universale dei Diritti umani, l’8 marzo Giornata internazionale della donna, il 21 marzo Giornata internazionale degli immigrati. Ho l’impressione che, al di là delle buone intenzioni di partenza, si rischi di favorire l’attenzione su questioni importanti e complesse in un unico giorno dell’anno (ce ne sono 365, ma le problematiche che meriterebbero attenzione sono ben di più), di mettersi il cuore in pace per gli altri 364 giorni dell’anno e di perdere anche di vista l’intreccio tra violenza, patriarcato, militarismo, crescita degli armamenti, povertà, crisi biofisica del pianeta, razzismo, xenofobia… (giusto per nominare solo alcuni dei nodi che caratterizzano i nostri tempi violenti).
E c’è pure la possibilità che le “giornate” si trasformino in “feste”, in feste commerciali per vendere i cioccolatini e la retorica degli spot televisivi. Così è successo per la seconda domenica di maggio – Festa della mamma – (ce lo ha giustamente ricordato alcuni anni fa Monica Lanfranco, la direttrice di Marea), che era stata istituita, nel 1870, su proposta di Julia Ward Howe, femminista e pacifista nordamericana, come momento di protesta contro il massacro della guerra di donne che avevano perduto i propri figli, e da lei era stata denominata Giorno della Madre.
Vorrei chiarire che mi piace festeggiare, ma mi pare che le feste, nella nostra società opulenta, non siano più occasioni di incontro e si siano trasformate in occasioni consumistiche, “divertimentifici” a comando, momenti nei quali si resta comunque da soli.
Questi sono tempi violenti. E l’Onu non può accontentarsi di celebrare la nonviolenza per un solo giorno ogni anno.
Convivere
Questi sono tempi violenti. Molto violenti per noi tutte e tutti che viviamo di solitudini, paure, egoismi, ma ancora di più per donne e uomini immigrati che vivono in un territorio ostile.
“Sicurezza” è diventata la parola magica che domina sulle pagine dei quotidiani, nelle cronache dei telegiornali, nei discorsi dei politici e degli amministratori. E a “sicurezza” spesso si associano parole come paura, rancore, odio per chi è diverso da noi. Vogliamo chiuderci dentro le nostre case, sussultare ogni volta che suona un campanello, ogni volta che uno sconosciuto ci chiede qualcosa? Chi ci difenderà dalla violenza dei nostri “cari” che scoppia proprio nell’intimità, nel silenzio, nell’indifferenza dei vicini? Quante armi dovremo comprare per sentirci finalmente sicure e sicuri? Quante telecamere si dovranno installare, quante guardie armate, quante ronde dovranno girare per le nostre città? Perché incontrare un estraneo, uno sconosciuto, un diverso da noi, deve subito allarmarci, farci temere, impaurire?”. Hanno scritto le Donne in nero di Padova, la scorsa primavera, quando un’ondata di razzismo ha attraversato il nostro paese, fino alla proposta indecente di prendere le impronte ai rom e ai sinti, bambine e bambini compresi. Per convivere dobbiamo riconoscere che “noi” e “loro” abbiamo, delle paure, dei desideri, che solo imparando a conoscerci e a vivere insieme come vicini e vicine di casa, di scuola, di lavoro potremo tutte e tutti sentirci più sicuri e avere finalmente meno paura.
Lasciate parlare le donne
Una sicurezza basata sul controllo e sulla militarizzazione delle nostre vite e delle nostre città non ci rassicura e a me sembra un’idea assai maschile. La militarizzazione dei territori chiarisce bene come “La guerra è entrata nel quotidiano, eppure bisogna continuare a pensare, a pensare alla pace, e da donne”. Lo diceva molti anni fa Virginia Woolf che, nel 1938 diceva anche “Il modo migliore per aiutarvi a prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare nuove parole e inventare nuovi metodi. E il fine è il medesimo: affermare il diritto di tutti, di tutti gli uomini e di tutte le donne, a vedere rispettate nella propria persona i grandi principi della giustizia, dell’uguaglianza e della libertà”.
Ma vorrei concludere con le parole di un uomo, Mohandas Gandhi, dal momento che il 2 ottobre è l’anniversario della sua nascita: “Se la nonviolenza è la legge della nostra esistenza, il futuro è delle donne”».

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