Rancate

Mostre/ A Chiasso e Rancate la comunicazione artistica tra Otto e Novecento

Per una singolare coincidenza, due mostre da poco inaugurate in Canton Ticino mettono in evidenza i meccanismi della comunicazione artistica moderna, nel momento del suo nascere tra la metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Proprio per questo stretto rapporto ideale e perché, ciascuna con le proprie specificità, entrambe contribuiscono a illuminare lo stesso argomento, consigliamo di provare a visitarle in sequenza, essendo entrambe – tra l’altro – godibilissime.

La prima (in ordine spaziale provenendo dal Comasco, e in ordine temporale per inaugurazione) è quella del m.a.x.museo di Chiasso dedicata a Marcello Dudovich, grande esponente della cartellonistica pubblicitaria italiana nei primi decenni del Novecento. Il titolo Fotografia fra arte e passione mette in evidenza la particolarità di questa esposizione, dove l’accento è posto sul processo di costruzione dell’immagine grafica finale, spesso fondata su un uso attento del mezzo fotografico come generatore di idee e suggestioni. Dudovich, quindi, utilizza in prima persona la macchina fotografica non solo per prendere “appunti visivi” ma anche per indagare la possibile articolazione della sintassi visiva, del ritmo, della disposizione. È un uso niente affatto ingenuo e strumentale dell’immagine fotografica, che si dispone in continuità con l’altra tecnica di sviluppo della comunicazione, ovvero il disegno. Anzi, l’unico appunto che si può avanzare a questa mostra, originale e stimolante, è proprio di non aver sottolineato appieno questo rapporto dialettico, molto stretto, tra fotografie e disegni nella fase elaborativa dei grandi cartelloni pubblicitari di Dudovich. Tra l’altro, alcuni di questi piccoli studi a matita sono assolutamente deliziosi, ed è importante notare come, nell’usare i differenti mezzi tecnici ed espressivi, Dudovich li valorizzi nelle loro caratteristiche costitutive (ovvero: non scatta fotografie al solo scopo di trarne degli elementi per il futuro cartellone, né disegna schizzi semplicemente di progetto, ma in entrambi i casi sviluppa delle opere che potrebbero anche avere “vita autonoma”), fino al punto che nel cartellone (o nella copertina) finale il risultato, nuovamente ridefinito nelle sue regole generative, è talmente rielaborato che – a volte – è persino difficile riconoscerne gli elementi originali.

L’esposizione di Chiasso trova poi un completamento in una piccola sezione di otto manifesti presentati all’interno del percorso espositivo di Villa Bernasconi a Cernobbio, che – da parte sua – contribuisce a contestualizzare in modo pressoché perfetto le affiches di Dudovich in uno dei più alti esempi architettonici dell’Art Nouveau lombarda. Tra questi cartelloni c’è anche quello per la stagione di spettacoli organizzata nel 1899 al Teatro Sociale di Como, in occasione dell’Esposizione Voltiana.

La seconda mostra è quella, appena inaugurata, della Pinacoteca Züst di Rancate, dedicata a Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento. Il titolo principale Arte e arti è così generico che rischia di generare malintesi, quasi che la mostra presentasse un’ampia raccolta di materiali senza troppe selezioni. Viceversa, quella di Rancate è una mostra di ricerca, tutta tesa a verificare due particolari filoni di indagine: in primo luogo, come si evolve nel corso dell’Ottocento (e – in particolare – intorno alla fatidica data del 1839, quando venne ufficialmente presentata la prima tecnica fotografica del dagherrotipo) l’opera d’arte nelle sue varie possibilità di moltiplicazione e diffusione dell’immagine, fino a entrare a pieno titolo in quell’ “epoca della sua riproducibilità tecnica” che, a partire dal noto saggio di Walter Benjamin, si è rivelata talmente centrale da diventare quasi un formuletta espressiva continuamente ripetuta, e, in secondo luogo, come questa evoluzione si sia ripercossa nella pratica artistica di un cospicuo gruppo di pittori italiani e ticinesi (tra gli altri: Filippo Carcano, Federico Faruffini, Luigi Monteverde, Mosè Bianchi, Uberto Dell’Orto, Francesco Paolo Michetti, Giuseppe Pellizza da Volpedo, Filippo Franzoni, Luigi Rossi, Spartaco Vela).

Nella prima sezione vengono presentate alcune opere di provenienza francese, con al centro le “scuole” di Barbizon e di Arras e il luogo mitico della foresta di Fontainebleau, dove si può seguire quasi passo passo l’elaborazione di un nuovo sguardo artistico a confronto con il contemporaneo evolversi delle capacità del mezzo fotografico. Tra le tecniche particolari messe a punto dopo la presentazione della fotografia, c’è anche il cliche-verre, in cui una lastra di vetro affumicata viene “incisa” (semplicemente asportando parti della materia che annerisce il vetro) così da poterla poi usare più o meno come un negativo fotografico, stampando su carta sensibile più copie dello stesso disegno “autografo” dell’artista. Di questa tecnica sono presentati in mostra alcuni esempi di Corot, Millet, Daubigny e anche dell’italiano Antonio Fontanesi.

L’indagine prosegue poi, con la seconda sezione, entrando nel vivo dei laboratori degli artisti, da cui sono stati recuperati esempi straordinariamente significativi dell’utilizzo delle immagini fotografiche e del rapporto dialettico che si instaura tra esse (quasi sempre materiali di studio) e l’opera finale (quasi sempre un dipinto a olio, da cavalletto). Si capisce così che lungi dall’essere un mero ausilio della memoria o una comoda scorciatoia per evitare le lunghe sedute per i ritratti, le fotografie intervengono nel processo creativo degli artisti con un ruolo di stimolo e suggestione, proponendo nuovi tagli dell’immagine o anche evidenziando particolari ed espressioni che “a occhio nudo” sarebbe difficile cogliere. Anche in questo caso, come poi per Dudovich, l’uso della macchina fotografica è tutt’altro che ingenuo, è anzi estremamente sorvegliato e – a tratti – persino sperimentale: gli artisti testano sequenze e montaggi, non si limitano a “copiare” le fotografie. Si direbbe quasi che imparano a fotografare secondo il loro stile pittorico, rinnovando in questo modo persino il modo di usare la fotografia (ed è una cosa ancora diversa dall’emergere di uno stile “pittorialista” nella fotografia dell’Ottocento). L’esempio più significativo è – secondo la mia sensibilità personale – in una fotografia e in un dipinto di Spartaco Vela, intitolati Alla cava, dove lo scatto fotografico originale comprende una figura “mossa” in primo piano che sembra davvero ispirata da un quadro, e che proprio per questo riesce a moltiplicare la forza “documentaria” dell’immagine.

Si può aggiungere che altre ricerche, anche in ambito comasco, hanno ulteriormente confermato questo modo di procedere degli artisti tra Otto e Novecento e che quindi sarebbe ora che tali considerazioni entrassero a pieno titolo nella narrazione storico-artistica.

Nell’esposizione di Rancate tutto ciò è mostrato con metodo e chiarezza, facendo leva su un gruppo di opere di notevole livello e di efficace comunicativa.

Alla fine, resta la netta sensazione che osservare e considerare con la doverosa attenzione questi quadri, cartelloni, fotografie e incisioni serva anche a capire come funziona – nella nostra vita quotidiana – l’ossessiva presenza della comunicazione visiva.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

L’allestimento al m.a.x.museo a Chiasso

L’allestimento a Villa Bernasconi di Cernobbio

L’allestimento alla Pinacoteca Züst di Rancate

Marcello Dudovich (1878-1962) fotografia fra arte e passione

a cura di Roberto Curci e Nicoletta Ossanna Cavadini

Chiasso (CH), m.a.x. museo, via Dante Alighieri 6

29 settembre 2019 – 16 febbraio 2020

Orari: martedì-domenica 10-12, 14-18; lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 7

Info: 004158 1224252, http://www.centroculturalechiasso.ch

Cernobbio, Museo Villa Bernasconi, largo Campanini 2

Orari: lunedì-venerdì 14-18; sabato e festivi 10-18

Info: 031 3347209, http://www.villabernasconi.eu

Ingresso: euro 8, ridotto euro 5

Arte e arti

Pittura, incisione e fotografia nell’Ottocento

a cura di Matteo Bianchi, con la collaborazione di Mariangela Agliati Ruggia, Elisabetta Chiodini

Rancate (Mendrisio), Pinacoteca Züst

20 ottobre 2019 – 2 febbraio 2020

Orari: martedì-venerdì 9-12, 14-18; sabato-domenica e festivi 10-12, 14-18; lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 8

Info: 004191 8164791, http://www.ti.ch/zuest

Arte/ A Rancate le opere di Valeria Pasta Morelli e delle pittrici tra Otto e Novecento

La nuova mostra della Pinacoteca Züst di Rancate, in Canton Ticino, affronta con le consuete attenzione e delicatezza un tema centrale per l’arte moderna, ovvero il rapporto tutt’altro che semplice e pacifico tra diffusione dei modelli comunicativi e la loro affermazione pubblica.

Ovvero: nella seconda metà dell’Ottocento, il “fare arte” comincia a uscire dai ristretti ambiti degli operatori professionisti o dei dilettanti delle classi più elevate; la diffusione della scolarizzazione e della cultura, l’affermazione sociale di nuovi ceti e di nuovi ambiti territoriali, la progressiva e sempre più rapida evoluzione dei modelli di comportamento provoca una nuova attenzione ai linguaggi artistici (o – se si preferisce – a diversi modelli di comunicazione, tendenzialmente più liberi e legati ai sentimenti). Non a caso, spesso, al centro di questa tendenza “popolare” stanno nuove figure sociali che proprio in questi decenni a cavallo dei due secoli acquisiscono una nuova consapevolezza. Sono molte donne a impegnarsi in questo nuovo sforzo di rappresentazione e di comunicazione: nuove scrittrici, nuove musiciste, nuove artiste. Ma i freni della società tradizionale sono ancora molto forti: solo raramente le loro opere riescono ad essere conosciute, più spesso restano in ambito familiare o personale, espressione di una promozione individuale e non ancora di un riconoscimento di genere.

È questo (detto in estrema sintesi) lo sfondo su cui si colloca la mostra dedicata dalla Pinacoteca Züst a Valeria Pasta Morelli (e ad altre pittrici del suo tempo) e intitolata Arte e diletto. Il diletto è appunto il ripiegamento su una dimensione privata di un’aspirazione pubblica, ma non bisogna commettere l’errore di ritenere che sia poco: il diletto è già una conquista, a fronte di tutto ciò che era imposto come un dovere (quando non una condanna).

Valeria Pasta è una delle poche ticinesi che nella seconda metà dell’Ottocento si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, grazie a una posizione sociale di tutto rispetto (proviene da una famiglia di Mendrisio ormai solidamente affermata; suo padre Carlo è medico e imprenditore, suo zio Bernardino pittore). Negli studi artistici rivela notevoli doti, ma il matrimonio con un alto funzionario dell’esercito italiano la riporta all’interno di un orizzonte familiare, a un ruolo di sposa e di madre che contempla l’arte solo come attività marginale, come “diletto”, appunto. Ciò non significa che le sue opere, cui continuerà ad applicarsi per tutta la vita, siano dilettantesche: per quanto non tutte dello stesso livello, mostrano indubbie qualità e alcune sono decisamente interessanti.

La mostra di Rancate, curata da Mariangela Agliati Ruggia, Stefania Bianchi e Sergio Rebora, propone questa vicenda personale di notevole significato sullo sfondo del contesto familiare (e territoriale) e su quello dell’ambiente culturale. L’esperienza di Valeria Pasta Morelli non fu infatti unica: non poche altre donne seguirono nello stesso periodo o nei decenni immediatamente seguenti parabole di vita e di interessi analoghe. Marie-Louise Audemars Manzoni, Giovanna Béha Castagnola, Adele Andreazzi, Olga Clericetti, Elisa Rusca, Antonietta Solari e Regina Conti sono nomi oggi quasi del tutto sconosciuti (ma qualcuna di loro guadagnò in passato una certa rinomanza), ma comunque espressione di una ricerca di espressione artistica e di affermazione sociale che provocò un progressivo mutamento nel ruolo e nell’immagine delle donne. E l’esposizione di Rancate è una testimonianza essenziale per il riconoscimento dell’importanza di questo mutamento, anche in aree “periferiche”, come il Canton Ticino tra Otto e Novecento (ma il discorso non sarebbe diverso se fatto sul Comasco o la Brianza).

Una nota ulteriore garantisce, poi, del ruolo non effimero di queste ricerche. Le opere di Valeria Pasta Morelli sono giunte in donazione alla Pinacoteca di Rancate (per volontà dell’erede dell’artista) proprio a seguito del lavoro di valorizzazione delle memorie locali svolto in tutti questi anni, con un’attenzione particolare a temi poco frequentati (come la storia delle donne).

Un esempio in più, se mai ce ne fosse bisogno, che la memoria di un territorio non è data una volta per tutte, ma va “costruita” con un lavoro continuo.

[Fabio Cani, ecoiformazioni]

Valeria Pasta Morelli, La famiglia Morelli

 

Due immagini dell’allestimento della mostra:

 

Arte e diletto.

Valeria Pasta Morelli (1858-1909) e le pittrici del suo tempo

a cura di Mariangela Agliati Ruggia, Stefania Bianchi, Sergio Rebora

Rancate (Mendrisio), Pinacoteca Züst

27 marzo – 26 agosto 2018

Orari: martedì-domenica 9-12, 14-17 (da marzo a giugno); 14-18 (luglio e agosto); lunedì chiuso

Ingresso: CHF/euro 10, ridotto CHF/euro 8

Info: 004191 8164791, http://www.ti.ch/zuest

Arte/ Collezioni e ceramiche in mostra a Rancate

Valorizzare il patrimonio artistico locale è, per la Pinacoteca Cantonale Giovanni Züst di Rancate, un impegno costante, che si esplica in tanti modi diversi, capaci di sollecitare curiosità e riflessioni. È oggi il turno di una collezione privata, conservata nella casa di famiglia dello scultore Ivo Soldini a Ligornetto, e mostrata al pubblico per la prima volta.

La raccolta di Soldini non è, come si capisce facilmente, frutto semplicemente del reperimento “sul mercato” di opere più o meno di valore, ma è fortemente connessa con la sua storia personale, con quella della sua famiglia e del territorio. In effetti, per un artista attivo da parecchi decenni (è nato nel 1951), la raccolta di opere artistiche è al tempo stesso un piacere e un dovere: è il modo di tenersi al passo con quanto fanno i colleghi, è il modo di scambiarsi doni e amicizia, è il modo di prolungare i propri interessi anche una volta terminata (o interrotta) la propria fatica. Così nella collezione di Soldini compaiono i maestri (vicini e lontani), i compagni di viaggio e anche gli allievi, tutti “raccolti” (ma sarebbe più semplice dire “ricordati”) nella quotidiana messa in discussione di ogni gerarchia. Se poi a questo si aggiunge che Soldini fa parte di una famiglia da più generazioni attiva nel campo dell’arte, seppure con ruoli diversi, si capisce anche perché la collezione viene da lontano, dal XIX secolo, dai rapporti con Vincenzo Vela e con Antonio Rinaldi, e ovviamente dall’opera degli avi, come Antonio Soldini.

Con tutte queste opere, Ivo Soldini intrattiene un rapporto che non è “di possesso”, ma che incarna una relazione più profonda e passionale. Durante la conferenza stampa di presentazione della mostra, si scherzava sul fatto che l’opera scelta come la più rappresentativa e quindi utilizzata per i materiali di promozione (una Figura femminile sdraiata, in marmo di piccole dimensioni, di Antonio Soldini) è stata consegnata in Pinacoteca da Soldini solo all’ultimo momento, quasi che non se ne potesse staccare, tanto che la direttrice ha proposto che lo scultore se la possa portare a casa ogni sera, salvo riconsegnarla all’esposizione la mattina seguente.

Per questo l’allestimento cerca di riprodurre, pur nella radicale diversità degli spazi a disposizione, i rapporti e il clima dell’esposizione casalinga, accostando opere di differente carattere e formato, quasi a formare fogli di un album familiare.

Particolarmente significativa, non ci dovrebbe essere nemmeno bisogno di sottolinearlo, la selezione di sculture: da Vincenzo Vela a Paolo Trobetzkoy, da Jean Arp a Remo Rossi, da Marino Marini a Giacomo Manzù, da Giovanni Genucchi ad Alexander Zschokke, fino a Mario Negri (una bellissima, piccola Metopa in bronzo) e Ossip Zadkine (uno straordinario Torso di donna accovacciata). Senza dimenticare le opere di Pablo Picasso e di Paul Klee…

In visita alla Pinacoteca di Rancate non bisogna lasciarsi sfuggire nemmeno l’interessante mostra dedicata alla ceramista Raffaella Columberg (1926-2007). Nel suo atelier, insieme alla sorella Cerere, figura di grande rilievo nella sinistra ticinese, ha dato vita a un’arte di estrema apertura, dalla rivisitazione dei modelli tradizionali alla sperimentazione di avanguardia, realizzando opere che a nessun titolo devono essere definite “minori”. La selezione dell’esposizione a Rancate, suddivisa in quattro capitoli (Il quotidiano, La ricerca formale, Arte e storia, La visione intima), restituisce in modo efficace una vicenda artistica centrale per la cultura ticinese della seconda metà del XX secolo.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune vedute dell’esposizione Le stanze svelate:

 

Alcune veduta della mostra dedicata a Raffaella Columberg:

 

Le stanze svelate. La collezione d’arte di Ivo Soldini dai Vela a Marino Marini

a cura di Simona Ostinelli

Fino al 27 agosto 2017

 

Raffaella Columberg (1926-2007) ceramista

a cura di Daniele Agostini

Fino al 20 agosto 2017

 

Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst

Orari: da marzo a giugno martedì-domenica 9-12, 14-17; da luglio ad agosto martedì domenica 14-18

Ingresso: intero CHF/€ 10, ridotto CHF/€ 8

Informazioni: http://www.ti.ch/zuest

 

 

In mostra a Rancate i legni preziosi

 

La Pinacoteca Züst di Rancate, poco lontano da Mendrisio, continua la sua meritoria opera di indagine sul patrimonio artistico, storico e culturale del Cantone Ticino con una esposizione molto interessante dedicata alla scultura lignea dal Medioevo al Settecento.

Tra le varie tipologie di oggetti d’arte, la scultura in legno era rimasta ancora in buon parte inesplorata, nonostante alcune stimolanti incursioni in anni recenti (come le opere incluse nella mostra sul Rinascimento nelle terre ticinesi, pure presentata a Rancate qualche anno fa, o quelle inserite nell’esposizione sull’iconografia dei santi a Mendrisio) e le non poche catalogazioni condotte in passato nel territorio ticinese. Risulta quindi estremamente stimolante questo nuovo sondaggio, volto per certi versi a riconsiderare alcune opere ormai acquisite agli studi, ma per altri a presentare sculture assolutamente sconosciute, mai viste in mostre e di difficile visibilità anche nelle collocazioni originarie. Così, la “piccola” mostra (Rancate è un museo di dimensioni contenute, ma in compenso di un’atmosfera quasi intima) si rivela densa di scoperte e suggestioni, grazie anche a un arco temporale considerato assai ampio, tale da incontrare gusti molto diversificati.

L’opera più antica è una Madonna con Bambino di fattura romanica, probabilmente della fine del XII secolo, proveniente da Arogno; il confronto con le altre quattro Madonne dei decenni e dei secoli subito seguenti consente uno sguardo non ovvio sui mutamenti della cultura figurativa (e del gusto) nell’area prealpina. Il Crocifisso dell’inizio del Quattrocento, ma ancora intriso di una drammaticità medioevale, proveniente da Olivone, è di grandissima suggestione, nonostante non si presenti in condizioni di conservazioni ottimali.

Il periodo rinascimentale annovera in mostra una delle opere ormai consacrate di questo tipo di scultura, il grande San Giorgio e il drago, da Losone, eseguito da un artefice probabilmente milanese intorno al 1470. Pur già ammirato in precedenza, vale sicuramente la trasferta. Ma non mancano altre opere interessanti, come quelle eseguite nella botteghe di Giacomo del Maino o dei fratelli de Donati, attivi in un ampio territorio ai piedi delle Alpi (compreso quello più prossimo a Como), o come il Cristo portacroce di Lugano, risalente all’ultimo periodo rinascimentale.

Nel Cinquecento la dismissione di molte icone sacre in area ultramontana, ormai passata alla riforma protestante, permise il loro passaggio nei territorio ticinese, ormai passato sotto il controllo dei cantoni svizzeri, ma rimasto cattolico; si possono così apprezzare le numerose figure di uno smembrato altare a sportelli, ma anche un intatto altarino di devozione privata.

Notevole è anche il numero delle statue e degli arredi presentati per i secoli Sei e Settecento, epoche ingiustamente ancora poco valorizzate dal turismo culturale e dalla stessa ricerca storico-artistica. La mostra di Rancate ha il grande merito di provare a restituire unità culturale sul lungo periodo a all’area ticinese (o, se si preferisce, svizzera di cultura italiana) che proprio nei secoli tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’epoca contemporanea è stata un laboratorio artistico di primaria importanza anche a livello europeo.

La mostra è allestita secondo il progetto dell’architetto Mario Botta, che non mancherà di suscitare commenti, per le scelte coloristiche: le sculture sono tutte montate contro uno sfondo nero, ma sono impaginate con piatte quinte di conglomerato di legno dai colori anche squillanti (azzurro, indaco, rosso, lilla …). Una scelta fortemente segnata dalla contemporaneità, ma che intende rapportarsi in maniera rispettosa con la tradizione artistica.

Infine, una notazione locale, ormai di prammatica quando si vedono mostre di questo interesse a pochi chilometri da Como, rivolte all’indagine di un territorio affine a quello comasco, anche se separato da una frontiera: è mai possibile che queste cose si possano fare a Rancate (Rancate! non Parigi o Zurigo, e nemmeno Lugano…) e non a Como. Quanti “legni preziosi” aspettano nelle chiese del territorio comasco di essere scoperti, studiati e valorizzati. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Alcune immagini dell’allestimento

legnipreziosi-03-mr

legnipreziosi-02-mr

legnipreziosi-01-mr

legnipreziosi-05-mr

legnipreziosi-04-mr

 

Legni preziosi. Sculture, busti, reliquiari e tabernacoli dal Medioevo al Settecento

a cura di Edoardo Villata

Pinacoteca Cantonale Züst

 

Rancate

16 ottobre 2016 – 22 gennaio 2017

Orari: martedì-venerdì ore 9.00-12.00, 14.00-18.00; sabato, domenica e festivi 10.00-12.00, 14.00-18.00; lunedì chiuso

Ingresso

Intero: CHF/Euro 10.-

Ridotto (pensionati, studenti, gruppi): CHF/Euro 8.-

La lettura in mostra a Rancate

Una rivoluzione silenziosa, quella della lettura: è questo il tema della mostra inaugurata sabato 17 ottobre 2015 alla Pinacoteca cantonale Züst di Rancate, in Canton Ticino.

L’esposizione mette in evidenza, attraverso una nutrita scelta di opere pittoriche, il momento di fondamentale sviluppo dell’alfabetizzazione delle classi popolari tra Otto e Novecento; la Pinacoteca di Rancate continua così l’approfondimento di uno dei suoi temi preferiti – l’indagine sull’arte dell’Ottocento e sulle sue declinazioni “di genere” -, ma grazie a un taglio trasversale si apre in questo caso anche a sollecitazioni più generali di carattere sociale e culturale. Non a caso la mostra si apre con una sala documentaria dedicata all’istruzione, con l’evocativa ricostruzione di un angolo di un’aula scolastica ottocentesca e con l’omaggio a due personaggi chiave delle vicende storico-politiche ticinesi del XIX secolo: il politico e riformatore Stefano Franscini e il pedagogista Enrico Pestalozzi. E si chiude poi con un’appendice dedicata alla contemporaneità della lettura, attraverso alcune bellissime fotografie del fotografo Ferdinando Scianna, scattate in tutto il mondo.

Tra questi due capitoli, il corpo della mostra è costituito – come si è detto – da un’accurata selezione di circa 80 opere (quasi tutte pittoriche, con qualche scultura) distribuite in un arco cronologico tra la metà dell’Otto e i primi decenni del Novecento e provenienti da tre aree culturali, per altro fortemente interconnesse. La prima sala è dedicata a uno degli artisti svizzeri per antonomasia, Albert Anker (1831 – 1910), di cui sono presentati alcuni dipinti che ritraggono lettori e lettrici di diverse età e di diversa estrazione sociale; nelle altre sale sono poi esposte opere di artisti di area ticinese – Pietro Chiesa, Luigi Rossi, Edoardo Berta, Adolfo Feragutti Visconti … – e italiana – Gerolamo Induno, Tranquillo Cremona, Mosè Bianchi, Angelo Morbelli … -.

Data l’unicità del tema, la mostra si può leggere anche in modo trasversale, andando a cercare corrispondenze e differenze negli approcci dei diversi artisti: la lettrice di Albert Anker che serve da immagine copertina per la mostra può così essere messa a confronto con quella, altrettanto significativa, di Mosè Bianchi (purtroppo non è presente in mostra, ma è comunque riportata in catalogo, la bellissima lettrice di Federico Faruffini); oppure si può ragionare sui differenti atteggiamenti raffigurati in La lettura di una lettera giunta dal campo di Angelo Trezzini (1861), Domenica pomeriggio di Albert Anker (1862), La lettura di Luigi Rossi (1870 ca) o Leggendo Praga di Paolo Sala (1886).

Un altro percorso “alternativo” che consiglierei è quello di guardare agli sfondi e ai dettagli che – pur all’interno di un genere iconografico dalle forti regole costitutive – permettono di ricostruire un contesto storico significativo per quei precoci tentativi di lettura: braciere e tavolino di La lettera di Angelo Trezzini (1858-1860), masserizie, pulcini e focolare di Donne romane di Gerolamo Induno (1864), documenti di Il segretario comunale di Albert Anker (1899), panni e cestino di Arriva il postino di Luigi Monteverde (1908) sono qualcosa di più che semplici dettagli, permettendo, a volte, di arrivare al cuore del modo di sentire di un’epoca.

La mostra, curata con notevole sensibilità da Matteo Bianchi, permette così di cogliere le diverse sfaccettature di un fondamentale capitolo dell’emancipazione culturale moderna. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Albert Anker, La liseuse, immagine copertina della mostra di Rancate.

Anker-Liseuse

 

Leggere, leggere, leggere!

Libri, giornali, lettere nella pittura dell’Ottocento

a cura di Matteo Bianchi

Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate

fino al 24 gennaio 2016

Orari: martedì-venerdì 9-12 14-18, sabato domenica e festivi 10-12 14-18, lunedì chiuso

Ingresso: CHF / € 10, ridotto CHF / € 8

 

Alcune vedute delle sale della mostra.

Zuest-Leggere-04

Zuest-Leggere-01

Zuest-Leggere-02

Zuest-Leggere-03

 

 

 

Serodine in Ticino/ mostra a Rancate

 

Serodine-02-Incoronazione della Vergine

La Pinacoteca Züst di Rancate, piccolo paese del Ticino appena passata la frontiera italo-elvetica, è un laboratorio di iniziative culturali di primo piano. Ultima arrivata tra le mostre ospitate nelle sale del museo è quella dedicata a Giovanni Seròdine, grande pittore seicentesco ingiustamente poco valorizzato dalla storia dell’arte ufficiale, inaugurata sabato 31 maggio e aperta fino al prossimo 31 ottobre.

L’esposizione origina dall’occasione del restauro della parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo di Ascona, che ha consentito di ricoverare e “coccolare” (come scrivono gli organizzatori della mostra) la grande pala d’altare della chiesa nella Pinacoteca di Rancate. Intorno a questo grande dipinti (397 x 271 cm) è stata ricostruita gran parte del corpus pittorico dell’artista disponibile in Ticino: dieci opere, di diverso formato e destinazione, che permettono uno sguardo quasi esaustivo sulla produzione “casalinga” di Serodine, autore trasferito a Roma dove morì precocemente nel 1630 alla giovane età di trent’anni.

L’obiettivo della mostra, di contenute dimensioni, ma di grande impatto, è proprio quello di riflettere sull’arco complessivo dell’opera dell’artista, piuttosto che di proporre nuove acquisizioni al suo catalogo (comunque, di passaggio, qualche novità la si presenta…) e di indicare una lettura ravvicinata e, in una certa misura, inconsueta e trasversale. La rassegna infatti si avvale di un catalogo arricchito da una speciale campagna fotografica di Roberto Pellegrini (sua la bella esposizione di qualche anno fa, proprio alla Pinacoteca di Rancate, sulle stanze “svuotate”), oltre che dai saggi e dalle schede dei due curatori Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, e di un allestimento progettato dall’architetto Stefano Boeri che propone, sfruttando il doppio livello della sala, i dipinti maggiori nella parte alta delle pareti. Da una parte quindi i dipinti sono analizzati nel dettaglio, con l’ingrandimento di particolari che valorizzano la qualità pittorica delle opere (Serodine è un “pittore-pittore” è stato ripetutamente detto nella presentazione); dall’altra alcune tele sono allontanate e offerte in una prospettiva inconsueta. Dalla sintesi di questi due differenti e quasi contraddittori approcci deriva evidente la richiesta di guardare a questi capolavori con uno sguardo scevro di preconcetti, ma attento a cogliere la ricchezza comunicativa.

Una richiesta che si rivolge a opere più o meno note (ma in generale assai poco praticate dai percorsi turistici e culturali) e che sono davvero occasioni di autentiche scoperte. Un solo esempio, tra i più facili: nel Ritratto di giovane disegnatore (opera stabilmente esposta alla Pinacoteca Züst), è inserito – appunto – anche un “disegno”, l’unico conosciuto sicuramente autografo di Serodine.

 

La visita all’esposizione su Giovanni Serodine è anche l’occasione per vedere le altre mostre, assai diverse, ma tutte interessanti, attualmente allestite alla Pinacoteca Züst: quella dedicata alle opere settecentesche provenienti dal convento del Bigorio (con, tra gli altri, alcuni dipinti di Giuseppe Antonio Petrini assolutamente straordinari) e quella dedicata all’artista americano Gordon Mc Couch (1885-1956), lungamente operante ad Ascona.

E nemmeno bisogna dimenticare la parte “stabile” dell’allestimento museale, fonte di ulteriori sorprese piccole e grandi. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Nel prossimo numero 497 del settimanale online di Ecoinformazioni, la recensione delle altre mostre aperte in Ticino.

Serodine-01-Ritratto di giovane disegnatore

Ritratto di giovane disegnatore, 1628-1630 circa, Rancate, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst (fotografia: Roberto Pellegrini).

 

All’inizio dell’articolo:

Incoronazione della Vergine con i Santi Antonio abate, Giovanni Evangelista, Pietro e Paolo con il velo della Veronica, Sebastiano e Carlo Borromeo, 1629-1630 circa, Ascona, Santi Pietro e Paolo (fotografia: Roberto Pellegrini).

Due mostre in Ticino sul Rinascimento (italiano)

Inaugurate in questi ultimi giorni due interessanti mostre al Museo Cantonale d’Arte di Lugano e alla Pinacoteca Züst di Rancate che indagano differenti aspetti dell’arte del Rinascimento.

Si tratta di due esposizioni molto diverse, per contenuto e taglio metodologico, ma viste in rapida successione consentono di farsi un’idea non appiattita sulle semplificazioni scolastiche di un’epoca considerata centrale per lo sviluppo della cultura europea.

La mostra di Lugano è dedicata all’opera del Bramantino, ovvero Bartolomeo Suardi, uno dei protagonisti del Rinascimento in Lombardia. Il Bramantino è il personaggio chiave del passaggio tra Quattro e Cinquecento e interpreta al più alto grado la complessità di un’epoca tutt’altro che determinata dalla lineare diffusione dei modelli toscani e fiorentini. Lo straordinario percorso artistico è ricostruito con dovizia di esempi lungo tutto l’arco della sua vita, dalle prime opere fino a quelle estreme, tra cui La Fuga in Egitto, custodita nel santuario ticinese della Madonna del Sasso a Orselina e presentata in mostra dopo un accurato restauro. Ne esce una ricostruzione in buona parte nuova del ruolo della Lombardia nella costruzione del linguaggio artistico rinascimentale.

La mostra di Rancate Doni d’amore propone l’utilizzo di molteplici testimonianze artistiche e visive per presentare alcuni momenti fondamentali della vita di società e di relazione tra Quattro e Cinquecento: il fidanzamento, il matrimonio, la nascita dei figli. Grazie a opere e oggetti di tipologie assai diversificate (e soprattutto inconsuete, tanto da passare di solito inosservate agli occhi della maggioranza del pubblico) si ricostruiscono il ruolo della donna e i cerimoniali sociali nelle classi elevate del Rinascimento: gioielli, cofanetti, cassoni, indumenti, culle, girelli, piatti e coppe da parto si affiancano a dipinti e volumi figurati, in un percorso espositivo che, per quanto contenuto, è ricco di stimoli e di sollecitazioni all’approfondimento.

Se nella prima mostra c’è un grande sforzo di rinnovare il percorso interpretativo della storia dell’arte intesa nel senso più classico, nella seconda c’è l’obiettivo di usare l’arte come chiave per aprire la comprensione delle epoche passate.

Le mostre sono accompagnate da approfonditi cataloghi: quello sul Bramantino (davvero imponente) è a cura di Mauro Natale, quello sui Doni d’amore di Patricia Lurati. Per entrambe c’è tempo fino all’11 gennaio 2015. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

 

Bramantino Fuga in Egitto

 

Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, Fuga in Egitto, 1515-1520 ca, Orselina (Canton Ticino), santuario della Madonna del Sasso © Ufficio dei beni culturali, Bellinzona.

In mostra al Museo cantonale d’Arte di Lugano

 

 

Pettine

Manifattura francese o fiamminga, Pettine con “Storia di Susanna”, fine XV – inizio XVI secolo, Firenze, Museo Nazionale del Bargello.

In mostra alla Pinacoteca Züst di Rancate.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: