Guerra in Libia/ Le radici delle rivolte in Tunisia ed Egitto

Massimiliano Lepratti,   coordinatore didattico per la rivista di finanza etica Valori, socio del Punto Rosso e collaboratore delle Ong Cisv ed ASPEm, ha sintetizzato per ecoinformazioni i temi trattati nel suo intervento all’assemblea del 1 aprile alla Cascina Massé di Albate.  Le rivolte in Nordafrica del 2011 sono legate all’immagini di piazze riempite da giovani. I  mass media hanno sottolineato la novità dei Ioro strumenti d’azione: Twitter, Facebook, i moderni mezzi di comunicazione telematica. I ragazzi e le ragazze di piazza Tahrir al Cairo sono divenuti il simbolo della sollevazione popolare ed anche ciò che è avvenuto in Tunisia è stato raccontato attraverso immagini simili. Ogni rivolta e ogni rivoluzione ha bisogno di luoghi e di persone simboliche: Jan Palach nella Praga del 1968, il ragazzo davanti al carro armato durante la rivolta di Tien An Men nel 1989, oggi il commerciante tunisino che si è dato fuoco dopo l’ennesima angheria dei poliziotti. Senza queste rappresentazioni non vi può essere quel processo di empatia che veicola l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale. Ma sotto ogni rivolta ed ogni rivoluzione ci sono profondi cambiamenti nell’economia e nella società che accumulano benzina mediaticamente invisibile fintanto che qualche movimento organizzato non è in grado di accenderla. Quei cambiamenti strutturali spesso non vengono raccontati all’opinione pubblica alla quale viene invece consegnata una lettura molto appiattita sulla cronaca; ai ragazzi e alle ragazze di piazza Tahrir, attori e simboli telegenici, viene consegnata tutta la responsabilità del cambiamento. Con questo intervento non si intende negare il ruolo imprescindibile di quei giovani, ma si vuole proporre una lettura che inquadri gli eventi all’interno della cornice di medio periodo che li ha resi possibili. Il sociologo Edgar Morin ci ha consegnato un insegnamento metodologico fondamentale: è necessario promuovere una conoscenza capace di cogliere i problemi globali e fondamentali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali; questo è un problema capitale e sempre misconosciuto. E così proviamo a fare.

Alle radici della nuova economia mondiale

Per capire le radici degli eventi nordafricani occorre tornare alla frattura nella storia dell’economia mondiale rappresentata dalle politiche statunitensi degli anni ’80. Gli anni della presidenza di Ronald Reagan vedono una singolare divaricazione fra discorsi e fatti concreti all’interno del Paese economicamente più importante al mondo. Reagan si propone come paladino di una società liberata dall’intervento statale e allo stesso tempo fa crescere enormemente per tutti gli anni ’80 le spese e gli interventi pubblici. Durante i suoi due mandati gli USA accumulano debiti molto grandi sia all’interno (verso i cittadini che acquistano i titoli di Stato), sia all’estero (a causa della differenza tra importazioni ed esportazioni). La crescita dei debiti USA in gran parte è da attribuire alla scelta reaganiana di combattere la guerra fredda con l’URSS attraverso un costosissimo programma di riarmo.

Il momento spartiacque cade nel 1987 quando la borsa statunitense vive il lunedì nero, uno dei peggiori momenti di crisi della sua storia. Minacciato dal rischio di un crollo a catena disastroso come quello del 1929, il nuovo capo della Federal Reserve (la Banca centrale USA) Alan Greenspan opera una scelta che segnerà l’avvio di una nuova fase del capitalismo. Greenspan fa stampare moltissima moneta per coprire i debiti degli enti finanziari coinvolti nel lunedì nero, annegando la crisi sul nascere ed evitando gli effetti domino.

La scelta della Federal Reserve di fatto dà il via ad una ricetta di politica economica statunitense  che avrà effetti molto rilevanti a livello mondiale e che si può sommariamente riassumere in questo modo:

  • Stampiamo moneta in abbondanza ogni volta che serve. Non siamo un Paese qualsiasi, né abbiamo una moneta qualsiasi: siamo gli USA e abbiamo il dollaro, ossia l’unica valuta mondiale che gode del diritto di signoraggio. Il signoraggio significa che tutto il mondo accetta le nostre banconote come se si trattasse di oro, i dollari vengono messi in cassaforte da tutti i Paesi nella certezza che manterranno valore, indipendentemente dalla loro quantità. È un privilegio tutto politico di cui noi statunitensi godiamo e allora sfruttiamolo fino in fondo.
  • Liberiamo i trasferimenti mondiali di titoli (azioni, obbligazioni, banconote…) da tutte le regolamentazioni. Laddove servono soldi lasciamoli arrivare, niente controlli e divieti alle frontiere per le esportazioni di capitale. In questo modo il mercato si autoregolerà facendo arrivare denaro nei luoghi in cui ce n’è bisogno.

 Da una bolla finanziaria all’altra

L’importanza economica degli USA fa sì che queste dinamiche abbiano ricadute sull’intero sistema capitalistico mondiale. Nasce il turbocapitalismo a base finanziaria: la quota di investimenti destinati a produrre beni e servizi diminuisce continuamente a favore della quota destinata alla speculazione finanziaria. Si scommette (il termine è senz’altro adeguato) sul valore delle valute, sull’andamento delle azioni, su ogni occasione speculativa. Ed è il comportamento dei grandi scommettitori, il pessimismo o l’ottimismo che trasmettono agli altri operatori a determinare in gran parte il valore delle valute delle azioni e delle obbligazioni. I derivati, contratti di assicurazione rispetto alle imprevedibilità dei prezzi di qualsiasi merce o titolo finanziario, moltiplicano le possibilità di speculazione (ed oggi sono arrivati a superare di 15 volte l’intero prodotto interno lordo mondiale).

A questo gioco folle di scommesse su valori virtuali ogni tanto l’economia reale impone un duro contatto con la realtà. E le bolle speculative esplodono, lasciando con il cerino acceso gli ultimi detentori di titoli il cui valore è improvvisamente divenuto pari a spazzatura. Una prima bolla esplode nel 2001 quando ci si rende conto che le persone non potranno passare più di un certo numero di ore della giornata ad utilizzare nuovi software  e che di conseguenza le imprese legate alla net economy non potranno crescere indefinitamente. Dalle azioni sui titoli informatici gli investimenti speculativi si spostano allora sul mattone e i prezzi delle case dal 2001 in poi lievitano in buona parte del mondo. Perché il gioco possa durare la speculazione ha bisogno di coinvolgervi sempre nuovi soggetti, nuovi mutuatari, nuove case. Nel 2007, quando ci si rende conto che le fasce più svantaggiate della popolazione USA non potranno restituire i mutui d’acquisto casa, esplode la cosiddetta bolla dei subprime: le banche che hanno concesso i mutui nel frattempo hanno trasferito il rischio ad altre banche e tutto il sistema finanziario internazionale è percorso dalla crisi e dallo sgonfiamento dei titoli. Ma anche a questa seconda esplosione segue la ricerca di un nuovo oggetto di speculazione ed ecco finalmente entrare in scena le popolazioni nordafricane.

Speculazione sugli alimenti ed altre dinamiche sociali in Tunisia ed Egitto

Dopo il crollo del mercato delle abitazioni il gigantesco gioco delle scommesse sui prezzi viene trasferito ai debiti pubblici dei Paesi europei più deboli (Grecia, Portogallo) e agli alimenti di base. Il prezzo di riso, grano, mais aumenta in due ondate successive, nel 2008 e nel 2010, e in entrambi i casi gli speculatori creano  le loro occasioni di lucro ingigantendo le  debolezze reali dei produttori (le difficoltà dei coltivatori in diversi Paesi dovute ai cambiamenti climatici, la destinazione di superfici agricole crescenti ad agrocarburanti e a coltivazioni non alimentari in genere…). Spesso gli aumenti toccano livelli socialmente insostenibili: in Tunisia nel 2008 il prezzo del riso era divenuto cinque volte più alto rispetto al 2003, nel 2010 il prezzo dei cereali in Egitto aumenta del 44%. Ma l’impatto degi rincari non può essere compreso se non considerando contemporaneamente che il cibo per le popolazioni povere rappresenta una quota pari al 50, 60 anche 80% delle spese totali di una famiglia. In una situazione simile un’esplosione dei prezzi crea le basi per la rivolta sociale.

Ad accentuare la rabbia popolare si mettono le politiche economiche sia interne, sia sovrastatali. Sul piano interno si assiste a una crescita sostenuta delle ricchezze  nazionali i cui effetti tuttavia ricadono in poche mani. L’Egitto cresce al ritmo del 5% annuo (un sogno per le economie europee) e tuttavia l’indirizzo neoliberista delle politiche priva le classi popolari dei benefici; nel Paese ancora oggi il 40% della popolazione sopravvive con meno di 2 dollari al giorno. Sul piano sovrastatale il Fondo monetario internazionale prosegue nelle sue politiche assurdamente antisociali. Per favorire il rimborso dei debiti esteri da parte dei Paesi nordafricani il FMI si oppone al mantenimento dell’aiuto pubblico per l’acquisto degli alimenti alle popolazioni più povere col risultato, facilmente prevedibile, di gettare ulteriore benzina sul fuoco.

Alle dinamiche di tipo economico si sommano inoltre alcune importanti dinamiche di tipo sociale che possono essere facilmente comprese ricordando  quanto accaduto all’Italia e a parte del’Europa negli anni ’60 e ’70.

Innanzitutto la collocazione della Tunisia e dell’Egitto all’interno della divisione internazionale del lavoro ne ha fatto negli ultimi anni Paesi a forte sviluppo di capitalismo periferico (ossia dipendente da dinamiche decise altrove). Questo ha inevitabilmente comportato la crescita di una classe operaia più numerosa e più combattiva (simile a quella italiana degli anni ’60), capace di scioperi importantissimi, impensabili fino a pochi anni prima, e capace di risultare decisiva almeno per la sorte di Mubarak (il quale avrebbe probabilmente potuto resistere a Piazza Tahrir, ma non ha retto alla combinazione fra quella piazza e gli scioperi operai che con imponenza ne chiedevano la destituzione).

Altra dinamica in sintonia con quanto conosciuto dal Nord del mondo nei decenni passati è  stata la crescita di un ceto di giovani scolarizzati, capaci di rompere gli schemi del passato, di maneggiare gli strumenti della vita pubblica e della comunicazione con una competenza impensabile fino a pochi anni fa. L’utilizzo di internet da un lato, ma in genere l’urgenza di esprimere il proprio punto di vista sulle vicende collettive del proprio Paese sono due delle risultanze di un processo di crescita dell’istruzione giovanile comune a Tunisia ed Egitto.

Da ultimo occorre considerare la trasformazione della famiglia all’interno di questi Paesi. Il ruolo tradizionale della famiglia allargata, paracadute sociale storico negli Stati con un welfare debole, si sta indebolendo. La famiglia allargata sta progressivamente mutandosi  in una famiglia più ristretta, meno legata a costumi antichi e più liberale, ma contemporaneamente meno efficace nella protezione dei propri membri in caso di crisi. Il fenomeno naturalmente è osservabile soprattutto in ambito urbano e non è un caso che le punte più visibili di partecipazione giovanile si siano registrate nel centro urbano più importante dell’Egitto, Il Cairo, megacapitale di un Paese dove il 90% dei disoccupati ha meno di 30 anni.

Due specificità importanti

Le somiglianze con l’Italia degli anni ’60 richiamate nelle righe precedenti hanno una base oggettiva e rendono più comprensibili alcune delle dinamiche nordafricane. Ma nell’analisi insieme alle somiglianze/regolarità è sempre bene mettere in evidenza le differenze/specificità. L’Egitto e la Tunisia sono due Paesi molto più poveri di quanto non lo fosse l’Italia degli anni ’60 (a maggior ragione la differenza si amplia con l’Italia di adesso), il reddito medio è rispettivamente di 6.000 ed 8.000 dollari annui, con differenze sociali interne molto pronunciate. Al tempo stesso la quantità di popolazione giovanile e la gravità della crisi occupazionale che l’attraversa non possono compararsi con quanto conosciuto 40-50 anni fa dal nostro Paese. L’Italia degli anni ’60 inseriva le sue vicende all’interno di un sistema capitalistico mondiale in crescita economica e culturalmente disposto a praticare politiche di pianificazione e compromessi sociali sui piani dei diritti di cittadini e lavoratori. Il Nord Africa di oggi deve lottare contro un’onda di turbocapitalismo finanziario che tende a deprimere i diritti, a rendere sempre più periferiche le aree del Sud del mondo e a polarizzare i redditi.

Anche per questo la ribellione di tunisini e egiziani appare giusta e necessaria. [Massimiliano Lepratti per ecoinformazioni]

 

 

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