Il 24 settembre del 1961 Aldo Capitini organizzava la prima marcia per la Pace, da Perugia ad Assisi. Oggi, 50 anni dopo, quell’iniziativa, e tutto il percorso che significa e comprende, si ripete e si declina in maniera nuova. A presentare nel comasco l’evento, che si terrà il prossimo 25 settembre, ma soprattutto a dibattere del significato attuale di Pace è stato Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace, venerdì 10 giugno, al Teatro San Teodoro di Cantù, in una serata promossa dalle Acli comasche, nell’ambito di «Festacli 2011», con il patrocinio del Comune e in collaborazione con Caritas, Aspem, Coordinamento comasco per la Pace e Comunità del Pellegrino.

Un dibattito, introdotto da Maria Luisa Seveso, presidente provinciale delle Acli comasche e da Piero Torricelli, responsabile Pace, Ecumenismo e Solidarietà internazionale della stessa associazione, che non poteva prescindere dal momento cruciale in cui si è svolto, alla vigilia dei referendum. E dai beni comuni non si può appunto prescindere quando si parla di Pace. «L’acqua , come la Pace, – ha spiegato Lotti – sono beni comuni di cui non possiamo fare a meno. Un primo risultato della campagna referendaria è già stato ottenuto: siamo riusciti ad iscrivere un tema così importante in un’agenda politica che da tempo escludeva i temi vicini alla vita quotidiana delle persone. È diventato un tema di tutti, non solo da “addetti ai lavori”, grazia all’intero cammino fatto dalla raccolta delle firme contro la privatizzazione dell’acqua fino ad oggi. Questo referendum è un grande risultato non solo per l’Italia ma per chi non ha quel diritto riconosciuto, in tutto il mondo, per questo ha una valenza di straordinaria importanza». E l’affermazione dei diritti, così come la Pace, è sempre più complessa. «È difficile parlare di Pace – ha dichiarato il coordinatore della Tavola per la Pace – perché abbiamo perso la nostra capacità di guardare quello che ci accade attorno, di stare connessi con quanto accade intorno a noi, nel mondo. Ed è paradossale nell’epoca dell’informazione: siamo pieni di informazioni ma ci occupiamo solo di “casa nostra”», dimenticando che non lo è più, che non possiamo (più?) ragionare in questi termini.

Come avremmo fatto a perdere la capacità di guardare la realtà che ci circonda? «Il primo motivo è che la televisione ci racconta quello che accade in modo parziale: ogni tanto si accendono i riflettori – straordinariamente potenti, con una luce che abbaglia…- su una situazione, che viene illuminata per un dato periodo, ne vediamo solo qualche aspetto, poi scompare. Di qui nasce un’idea allarmante del mondo, ci viene voglia di cambiare canale e crescono in noi le paure». La parzialità dell’informazione televisiva, quindi, ci impedirebbe di conoscere la “vera” realtà. «Sappiamo cosa accade ora a Gaza? Qualcuno sa dove sono finiti i 100 milioni promessi dal premier tra il 2008 e il 2009 per la Palestina? Nel 2004 l’Italia aveva stanziato proprio per l’emergenza umanitaria del popolo palestinese 20 milioni; ebbene, ce ne sono ancora 12 che non sono stati spesi: un nuovo scandalo della cooperazione che non è ancora scoppiato». Il risultato di una rappresentazione così distorta è che «se il mondo è violento e incomprensibile, anche le persone che arrivano da quei luoghi lo diventano. Basti pensare al modo indecente in cui trattiamo le rivolte del mondo arabo: quanti politici hanno capito cosa sta accadendo? Così ci perdiamo le opportunità, che pare non esistano, vediamo solo pericoli. Che ne sappiamo del ruolo dell’Etiopia oggi nello sviluppo dell’Africa? Ha un tasso di crescita pari a quello di Cina e India, eppure noi lì non stiamo investendo, lo stanno facendo Usa e Cina. Quindi non guardiamo nemmeno ai nostri interessi». Perciò gran parte del problema è rappresentato, per Lotti, dall’informazione. Il coordinatore della Tavola per la Pace, a proposito di televisione pubblica, reclama «una responsabilità primaria della Rai: non è possibile che distrugga il pomeriggio quello che la scuola fa la mattina!», rendendoci sempre più consumatori, e sempre più «imbecilli e consumatori».

Ma che c’entra tutto ciò con la Perugia-Assisi, in fondo? «La marcia non è un evento – ha continuato Lotti – ma è la tappa di un percorso in cui ci dobbiamo porre tutti questi interrogativi, è un momento in cui chiederci come essere protagonisti della storia, del mondo. In Etiopia c’è una percentuale di giovani opposta all’Italia, l’80 per cento: di chi è allora il futuro se non di quei giovani?». La sfida principale della prossima marcia, per tanto, è quella di «riprendere una riflessione sulla guerra, considerato che la Pace ancora oggi non gode di una definizione positiva, ce ne occupiamo solo quando c’è in corso un conflitto. Non sappiamo cosa sia la Pace, non sappiamo nemmeno cosa sia la guerra, non la conosciamo, non sappiamo ad esempio cosa stia succedendo in Afghanistan o in Libia, oggi. Dunque dobbiamo ricostruire un nostro progetto di Pace, una narrazione che crei una nuova consapevolezza, per un futuro davvero migliore. La marcia quest’anno deve porre più domande che risposte, quelle le dobbiamo cercare insieme». In continuità con la prima marcia, quella voluta da Capitini nel ’61, che comprendeva il concetto di «fratellanza», i promotori della Perugia-Assisi lanceranno lunedì 13 giugno un appello per l’iniziativa, che non dev’essere, secondo Lotti, «una piattaforma politica come quando si indicono le manifestazioni bensì una lettera di invito alla marcia, che si concluderà, come 50 anni fa, con una mozione collettiva, la mozione del popolo della Pace». Quattro le domande che l’appello rivolgerà ai futuri partecipanti all’evento di settembre: «quali sono i problemi urgenti da risolvere, quali le idee concrete per costruire un altro mondo possibile, quali sono i «contro» e invece le cose per le quali si vuole marciare e cosa si ritiene di fare insieme, dopo la Perugia-Assisi».

Nel frattempo, si lavora ad un’iniziativa collaterale alla marcia del 25 settembre, il meeting dei mille giovani per la Pace, che si terrà nei giorni precedenti a Perugia (Bastia Umbra, per la precisione), e in tutta Italia si sono costituiti 80 comitati locali per la Perugia-Assisi. Il Coordinamento comasco per la Pace, a questo proposito, come ha spiegato Celeste Grossi, ha deciso di non costituire un comitato ad hoc, in quanto lo è già e si è già messo in moto per organizzare la partecipazione di giovani e meno giovani all’evento pacifista di settembre. L’incontro con Flavio Lotti si è concluso rispondendo a uno dei quesiti posti nell’appello per la marcia: contro cosa e a favore di che cosa cammineremo da Perugia ad Assisi? Per Luisa Seveso delle Acli «contro l’individualismo della società», per Piero Torricelli «per la fratellanza, contro le guerre umanitarie e perché sia bandito il nucleare da ogni economia», Luigino Nessi, già consigliere comunale a Como nelle liste di Paco, ha puntato il dito contro la gestione della questione dei profughi da parte dell’amministrazione del capoluogo lariano, mentre Gianpaolo Rosso di ecoinformazioni ha lanciato gli slogan «prima la biologia, poi l’economia e libera circolazione delle persone» e preso le distanze dal Comune di Cantù (che ha patrocinato la serata, ndr), perché «ci vuole disprezzo verso il razzismo» alimentato da giunte come quella canturina, da persone e rappresentanti politici che restano ovviamente «avversari e non nemici», ma nella dimensione del conflitto. Gaza, Vittorio Arrigoni e la Palestina (così come i deludenti proclami di Obama in merito al conflitto e all’occupazione israeliana) sono infine tornati anche negli interventi conclusivi del dibattito, come evidente emblema di diritti e Pace negati, nonostante «i 13 trilioni di dollari – ha sottolineato Lotti – spesi dal ’91 al 2008 per la Pace in Medioriente».

Già, perché, solo «quando si rispettano i diritti fondamentali di tutti – come ha concluso Lotti – può esserci la Pace. E nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, prima della parola diritti c’è il termine ‘dignità’. Facciamo allora che la prossima marcia Perugia – Assisi restituisca un pezzo della storia migliore di questo Paese, la storia incarnata dall’articolo 11 della Costituzione, consapevoli che c’è una cultura che ripudia la guerra estremamente diffusa in Italia». Che ci sarà e scenderà in strada, 50 anni dopo la prima marcia per la Pace, contro tutte le guerre, contro tutte le 35 guerre che sono in corso nel mondo in questo momento, incluse le tante “guerre dimenticate”. Non a caso, alla marcia prenderanno parte anche alcuni giovani protagonisti delle rivolte maghrebine. La Perugia – Assisi partità infatti simbolicamente, con un’iniziativa il prossimo 26 giugno, da Sidi Bouzib, la città dove il giovane disoccupato tunisino per protesta si era dato fuoco, dando il via alla rivolta. [Barbara Battaglia, ecoinformazioni]

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