Iran: un posto dove andare a commerciare

Farian Sabahi a Confindustria Como, la guerra serve solo a finanziare gli interessi di alcuni e le sanzioni colpiscono solo la popolazione. La relatrice ha fornito dell’Iran un affresco dai toni rassicuranti che ha stupito.

Più di un’ottantina di persone hanno partecipato all’incontro, nella sede della Confindustria comasca, con la docente e giornalista Farian Sabahi lunedì 2 aprile dal titolo Oltre le primavere arabe, l’Iran tra sanzioni internazionali, crisi economica e dissenso interno.

Presentata dal presidente dell’associazione degli industriali comaschi Francesco Verga e introdotta da Tommy Cappellini, editor di Diacron Press, ha rappresentato, in una brillante carrellata, la realtà attuale dell’Iran, corredata da alcuni dati, con un breve excursus storico fino alle recentissime elezioni che hanno visto la sconfitta del presidente Mahmud Ahmadinejad in favore dell’Ayatollah Ali Khamenei. Una situazione che non dovrebbe far cambiare la politica estera e il programma nucleare iraniano che sono e rimangono strettamente di competenza della “Guida suprema”. Una situazione di tensione a cavallo di quella che è stata definita la Primavera araba nel Maghreb e in Medio Oriente nei cui confronti «i conservatori considerano di aver già fatto la loro rivoluzione nel ’79, mentre i riformisti del Movimento verde sperano in un cambiamento». Ma sono stati duramente repressi e per ora rimane solo del «Fermento sotto la cenere».

Ma per quanto riguarda quelli che la Repubblica islamica definisce il “Grande Satana” e il “Piccolo Satana”, Stati Uniti e Israele, è poi così concreta la possibilità di una guerra?

Per la relatrice no. Molti iraniani hanno anzi visto nell’elezione di Obama un segno positivo, nonostante i rapporti fra le due nazioni si siano interrotti nel ’79 dopo la crisi degli ostaggi di Teheran, «però il presidente americano, abbiamo visto, non è così libero di decidere la sua agenda». A remare contro sono ovviamente i neocon e le lobby degli armamenti «L’Iran serve a vendere il sistema missilistico della Nato», anche se «non c’è nessun buon motivo perché attacchi l’Europa», e a vendere armi anche all’Arabia Saudita.

A Israele va bene mantenere un rapporto teso per ricevere 3 miliardi di aiuti americani all’anno e, per alcuni suoi settori, distrarre l’attenzione dalla Questione palestinese. Anche se qualcosa può cambiare dato che Shaul Mofaz, «che è un ebreo iraniano come molti in Israele», appena eletto a capo del partito centrista israeliano Kadima, «ha delle credenziali impeccabili sotto il profilo della difesa e ha detto di no ad un attacco unilaterale, da farsi solo vedendo cosa farebbero gli Stati Uniti e dopo il fallimento di ogni altra opzione». Anche il Mossad pare abbia smesso di fare attentati mirati contro gli scienziati nucleari iraniani per cui, pare, l’Iran abbia organizzato ritorsioni con attentati contro strutture israeliane dall’Azerbaigian all’India. Inoltre Israele: «Quando ha attaccato, per bloccare i programmi nucleari di Siria e Iraq non ha mai avvisato e si è saputo tutto solo il giorno dopo».

Per uscire da questa spirale incancrenita dal nazionalismo e dall’egemonia statunitense per Sabahi l’unica soluzione potrebbe essere quella di individuare un mediatore super partes come potrebbe essere la Turchia, la Svizzera o paesi emergenti come il Brasile.

Il paese però fronteggia ora una crisi economica, con una disoccupazione arrivata a toccare il 15%, nonostante prospettive di crescita del 3% annue e una solida base economica: è la seconda economia del Medio Oriente, dopo l’Arabia Saudita, il secondo paese per popolazione, dopo l’Egitto, e il secondo produttore dell’Opec. Le sanzioni americane e ora europee stanno creando una riconversione dei mercati verso le economie emergenti, Cina, India e Russia, mentre vengono attuate riforme che toccano le classi popolari come l’eliminazione delle sovvenzioni alla benzina che, ad esempio, ha dato un duro colpo al settore dei tassisti abusivi che arrotondavano lo stipendio dopo il lavoro ufficiale impoverendoli.

Dal punto di vista dei diritti ci sono sì discriminazioni e differenze, soprattutto per le donne, ma la relatrice ha iscritto il tutto in un processo progressivo che dalla nascita del Parlamento nel 1906, «in cui sono rappresentate le minoranze, cristiani, ebrei, zoroastriani», porta sino ad oggi: «Certo ora per poter candidarsi bisogna essere riconosciuti come fedeli alla Repubblica islamica».

La speranza è data dall’elevato tasso di alfabetizzazione, fra i più alti dell’Asia, nel 2008 il 94%, e dalla grande scolarizzazione femminile anche ai livelli più alti delle istituzioni scolastiche tanto da essere la maggioranza nelle università, a cui si accede con rigidissimi esami, dove sono state introdotte le quote blu per i maschi.

Un affresco dai toni rassicuranti che ha stupito. Una rappresentante del pubblico ha chiesto come possa collimare quest’immagine dell’Iran con quella portata dalla nobel per la Pace Shirin Ebadi, venuta a fine novembre dell’anno scorso nel Comasco. «Ci sono forti discriminazioni – ha spiegato Sabahi – in caso di risarcimento, che so dopo un incidente stradale, alla donna spetta la metà rispetto ad un uomo, anche le testimonianze in tribunale valgono la metà e lo stesso vale per i testamenti. Un problema sentito è quello dell’affido dei figli in caso di divorzio. Ma ci sono escamotage come l’intestazione di case o conti correnti prima della morte da parte del padre e inizia a passare il principio di competenza sia per le testimonianze che per l’assegnazione dei figli in caso di divorzio».

«Credo che la battaglia per i diritti – ha aggiunto la relatrice – si può fare con un pizzico di ironia, non aiutiamo le donne iraniane dicendo peste e corna dell’Iran».

Che rimane un posto dove andare a investire ha ricordato in conclusione Cappellini, autore di Come fare affari in Iran, ricordando le leggi che tutelano il copyright e le zone economiche speciali create apposta per gli investitori stranieri.

Sabahi sarà forse presente alla prossima edizione di Parolario con uno spettacolo teatrale dal titolo Noi donne di Teheran. [Michele Donegana, ecoinformazioni]

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