s.pietroinatrioInaugurazione della mostra di sculture di Piero Zambuto venerdì 14 dicembre alle 18 a S. Pietro in Atrio in via Odescalchi a Como. Aperta fino al 6 gennaio dal lunedì alla domenica dalle 10.30 alle 19.30 (chiusa il 25 e 26 dicembre). Ingresso libero

 «L’arte di Piero Zambuto nasce, come ben sottolinea il titolo di questa mostra, dal mare, un mare che l’artista ha assimilato con il latte materno, nell’aria della sua Sicilia dove è tornato a vivere nel 1990 dopo un lungo periodo di lavoro a Parigi – spiega l’assessore alla Cultura del Comune di Como Luigi Cavadini –. Del mare Zambuto si è appropriato completamente e le vibrazioni, ora lente ora fragorose, delle onde pervadono la sua “scultura piana”, e tendono inoltre a levigare, accarezzandole, le forme della sua scultura a tutto tondo».

«Forme tratte a volte direttamente dalla natura, sfruttando le evoluzioni del mondo vegetale, e a volte elaborate plasmando la materia piuttosto che liberando man mano dalla pietra i “corpi” in essa inclusi – prosegue Cavadini –. Particolarmente interessante risultano da una parte l’uso di materiali caldi, come i legni più diversi (ulivo, gelso, eucalipto, lentisco quercia, limone) e dall’altra l’approccio a materiali freddi (pietra lavica di Linosa, arenaria, gesso e anidrite, silice stratificata, calcarenite), in una esecuzione che tende a scoprire della materia, sempre, il valore più intimo e nello stesso tempo il senso estetico e poetico di immediato impatto. Nella “scultura piana”, ottenuta sfruttando scatole e barattoli di latta abbandonati lungo le rive e poi cullate e strapazzate dal mare, il gioco è sottile e forse opposto. Si fa naturalmente pittura e le macchie di colore, informali e disordinate, definiscono un itinerario destinato ad aprire la mente ad una visione che nasce dalla sensibilità dell’artista – che le sceglie, le pressa, le inquadra – e che nella relazione con il fruitore si attiva e prende un’eloquenza che è singolare e unica per ciascuno».

«Credo che queste caratteristiche facciano dell’opera di Zambuto un’interessante provocazione per l’uomo del nostro tempo, perso nel caos del presente e poco disposto ad una sosta di riflessione nel concitato scorrere del vivere quotidiano» conclude Cavadini. «La produzione più recente di Piero Zambuto si è spinta coraggiosamente in avanti su una linea poetica che era già tutta nelle sue prime prove – aggiunge Davide Lacagnina –. Le importanti occasioni espositive degli ultimi anni, in Italia e all’estero, il confronto con artisti e critici di diversa generazione, i primi riscontri collezionistici, sono state tutte esperienze che, a vario titolo, hanno contribuito a irrobustire il percorso di ricerca dell’autore, rassicurandolo, in certa misura, sulle scelte fin qui compiute, ma conferendo al contempo slancio e concretezza a nuove possibilità di sperimentazione. Così, se per un verso gli ultimi lavori di Piero Zambuto possono apparire radicalmente nuovi, o persino inaspettati, a chi conosce la sua attività di scultore in legno e in pietra, in realtà gli esiti estremi della sua proposta si pongono su un medesimo orizzonte immaginativo; che, coerentemente, è al fondo ancora quello degli esordi parigini d’ambito nouveau-réaliste, capace nondimeno di rinnovarsi, di non essere mai cifra, di rinunciare all’assillo del brand e della riconoscibilità dell’immagine dell’opera (secondo quanto prescritto dal decalogo dell’artista di successo), a beneficio di una libertà di riflessione che è ormai risorsa sempre più rara e preziosa, anche fra i professionisti del settore».

«Una libertà che è già di per sé garanzia della bontà del lavoro di Zambuto, al riparo dalle aspettative delle mode e del mercato e piuttosto, al contrario, ostinato su una posizione solitaria, del tutto personale e caratterizzata, e proprio per questo tanto più autentica e incisiva – continua Lacagnina –. In tal senso il passaggio dalla capitale francese all’isola di Linosa – i due poli della geografia culturale dell’artista dagli anni Settanta a oggi – non è traumatico o così drastico come potrebbe credersi: gli oggetti di scarto delle prime prove, i residui inorganici della grossa produzione industriale, assemblati e rianimati in una loro verità d’esistenza, come del resto in tanta ricerca d’avanguardia sin dai primissimi anni del Novecento, hanno ceduto il passo naturaliter ai materiali di risulta consegnati alla deriva dalla risacca del mare. Non solo legni o pietre, ma ugualmente, sempre di più negli anni, anche lamiere, taniche, fusti, carrozzerie, lacerti d’imbarcazione, che minacciano di trasformare anche un paradiso perduto come le Pelagie nel cimitero abusivo di un modello di cultura – lo è quella occidentale capitalista? – del consumo compulsivo, ormai sclerotizzato e al capolinea. Così i legni e le pietre, che potevano forse sembrare, nel loro carattere gioiosamente mediterraneo, talvolta persino naïf, un estremo baluardo di difesa di fronte a un mondo che aveva rinunciato alla bellezza, quasi come fossero creazioni spontanee, incolte, necessarie, che si davano nella natura, quale condizione estrema e insieme possibile di un equilibrio alla fine ritrovato, i legni e le pietre – dicevo – portavano in sé in realtà impressi i segni di un dialogo uomo-natura solo apparentemente indolore: le ferite, le frizioni, i tagli e gli accidenti di una fatica fisica che non è solo quella dell’intaglio della materia ma anche del reperimento stesso della materia; sì nella natura, ancora una volta, ma in una natura senza appello che si scopre sorprendentemente inospitale, impervia, inaccessibile, ingenerosa.In questo modo pietre laviche, calcareniti, legni di risulta, naturali o già lavorati, sono parenti stretti degli scarti industriali delle società del consumo: reietti improduttivi, perdite valoriali, profitti mancati, passivi di bilancio, che con loro esistenza “salvata” – così nelle opere di Zambuto – vengono riscattati a una dimensione tragica di catarsi e di testimonianza. L’evidenza del marginale, la resistenza del residuo, la sua ineluttabile e irriducibile condizione, materiale e immateriale, di verità del presente, qui e ora, diventano così i frammenti di un discorso amoroso che solo la caparbia e devota pietà dell’artista ci permette di non tradire del tutto». [md – ecoinformazioni]

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