Carmina Burana/ Un coro d’incontri

200 anni Sociale low spotlightL’avventura dei Carmina Burana dell’Arena del Sociale a Como vista da un baritono. Uno sguardo su come si è realizzata l’idea di far fare alla città lo spettacolo che è l’essenza dell’iniziativa per i duecento anni del Teatro di Como e ha impegnato per mesi con entusiasmo e fatica centinaia di personemettendo insieme professionisti e appassionati.

Per il tocco finale la parola al coreografo, ormai alla fine di maggio: lo spettacolo richiede che il coro sia vestito decorosamente di nero. Poi le prove praticamente quotidiane, il conclusivo frenetico mese di giugno, pieno di emozioni, con l’aggiunta dell’orchestra, delle voci bianche, dei balletti: la prova generale e le due esecuzioni, di fronte al pubblico comasco numeroso ed entusiasta.

Ormai amici,  “Ciao! Alla prossima…”,  con una punta di mesta nostalgia.

Giù il sipario.

All’inizio c’erano state le selezioni.

La ludica diffidenza di alcuni, la temeraria  incoscienza di molti, la lucida adesione di pochi già ‘professionisti in cammino’ ed ecco pronto un coro eccezionale per numero di partecipanti, forse imprevisto dagli stessi organizzatori. Quante donne hanno la passione del canto!

Subito dopo è arrivato il maestro, i maestri.

L’avventura comincia nel buio e nel freddo dell’inverno. Per tutti i coristi la settimana, per sei mesi, comincia con il lunedì dei Carmina Burana.

Il teatro è a loro disposizione. La sala a vetri,che dà sull’Arena, il palco, la platea, la sala Bianca: ogni sera le prove si fanno in luoghi inattesi e diversi. Così il teatro svela tutti i suoi segreti, dietro le quinte.

Nel coro tante facce note, ma soprattutto tante nuove: conoscersi cantando è un modo speciale di nascondere o di esibire ciò che nella vita di tutti i giorni si considera secondario. Prima viene la voce, da destra o da sinistra, poi la faccia: ad ogni lunedì il ciao seleziona gli amici dai colleghi. Il maestro è severo, esigente, usa l’ironia per demolire certezze e costruire abilità. La sezione si forma attorno allo ‘zoccolo duro’, formato da quelli bravi.

Qualcuno si ritira, qualcuno di nuovo arriva.

A primavera le sezioni si uniscono e l’avventura comincia a delinearsi nella sua grandiosa novità. Quello che sembrava acquisito a livello di sezione appare fragile, impreciso, e ricomincia il lavoro dei maestri perchè il tutto si amalmaghi e il dilettantismo si avvii verso qualcosa di professionale.

Tre anteprima, tutte affidate al notissimo canto iniziale, che richiama alla memoria le immagini del  ‘Settimo sigillo’ di Bergman: “O Fortuna”. Disseminati fra i suggestivi palchi del teatro, in occasione della presentazione del programma estivo dell’Arena, o tra le tavolate del Birrificio, che ha onorato l’evento con una nuova birra, o in piazza Cavour prima della esibizione dei Sulutumana, si è avuta la misura e si sono misurati i limiti di quanto il coro aveva imparato.

Mentre procede la lima dei maestri, inesauribili nel trovare difetti e imprecisioni, si cementano le relazioni tra i coristi: le facce prevalgono sulle voci, la vita sullo spettacolo. E’ anche il giugno del gelato durante l’intervallo, dei progetti per un futuro canoro rinnovato in altri cori, in vecchi cori. Purché i rapporti proseguano.

Nell’esecuzione se si canta in un coro si hanno occhi solo per il maestro, e questo li merita davvero, e orecchi per i compagni coristi: questo per chi canta in un coro è lo spettacolo.

La coreografia, le luci, l’effetto d’insieme è solo per il pubblico. [Piero, baritono]

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