Andrea Scanzi e la generazione dei seduti in panchina

scanzi@feltrinellicomo«La mia generazione non è mai scesa in campo, troppo abituata a lamentarsi tanto senza fare niente», ma probabilmente adesso il momento è arrivato e non è più possibile tirarsi indietro. Venerdì 29 novembre nella libreria Feltrinelli di Como

Andrea Scanzi, 39 anni e esperienze giornalistiche che vanno dalla politica alla musica, dallo sport al cinema e al teatro, ha presentato il suo ultimo libro: Non è tempo per noi [Rizzoli, 2013, 182 pagg, 17 euro]. «È un tentativo di analisi generazionale per provare a spiegare perché i nati negli anni settanta non abbiano ne vinto ne perso la sfida politica e sociale in Italia, ma più semplicemente abbiano guardato dalla panchina senza scendere in campo. Il racconto è innanzitutto una fotografia autocritica e autoironica, che disegna una generazione che come ideali ha avuto un puzzle di realtà fortemente contradditorio: grandi talenti cinematografici e musicisti mediocri; comici e satirici che hanno compensato l’incapacità della politica di creare senso di appartenzenza, divenendo a loro volta paradossali riferimenti; sportivi scomparsi troppo in fretta e pochissimi esponenti politici di spessore».

Questa scenario ha contribuito a formare una generazione di «aspiranti rottamatori che spingono, ma non troppo, alle porte del paese». Scanzi descrive Matteo Renzi come il prodotto esemplare di quella generazione, che incarna perfettamente un modo di fare politica mediocre ma vincente, che confonde, mette assieme l’alto e il basso, bravissimo a non dire nulla: «Sicuramente sarà meglio della politica e dei leader avuti sinora, ma solo di poco. Il programma di Renzi si può riassumere con un brano di Eros Ramazzotti: “Una terra promessa, un un mondo diverso dove crescere i nostri pensieri”. Che è bello, ma non vuol dire niente. In Italia purtroppo rimandiamo la rivoluzione sempre a dopodomani. Con Renzi sarà come passare dalla brace alla padella, il cambiamento sarà minimo. La paura più grande è che questo nuovo apparato dirigente dimostri poi di essere vuoto o debole intellettualmente e ideologicamente, proprio perché emergeranno le leggerezze con cui siamo cresciuti».

Parlando della sua giovinezza, Scanzi racconta amaramente del match point perso nel 1992, dopo il lutto politico degli omicidi di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e la stagione di Mani pulite: «Al liceo incontrammo Antonino Caponnetto, padre del pool antimafia e figura straordinaria. A chi chiedeva cosa fare, lui disse che toccava a noi, altrimenti il sacrificio di Falcone e Borsellino sarebbe stato vano. Ecco, se Caponnetto oggi guardasse questa Italia, un appaluso non ce lo farebbe; la colpa è soprattutto dei miei coetanei, abbiamo fatto poco e mugugnato troppo, accettando anche l’inaccettabile».

E il futuro? «Un riscatto è possibile, anche per i nati negli anni Settanta. Ma con questo paese allo sfascio, non so se come soluzione basterà un bravo pubblicitario». [Tommaso Marelli, ecoinformazioni]

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