Giorno: 12 Gennaio 2014

I paesaggi di Carrà. 1921-1964

Carrà L'Attesa 11-26È visitabile fino al 19 Gennaio 2014 a Mendrisio, nel Canton Ticino elvetico,un’interessante mostra retrospettiva su Carlo Carrà che è anche la prima grande antologica svizzera sull’artista italiano, figura chiave dell’arte europea del ‘900. Carlo Carrà (Quargnento (Al) 1881- Milano 1966), nato in una famiglia diartigiani, ancora ventenne ebbe modo di lavorare come decoratore murale a Parigi per l’Esposizione Universale del 1889 – dove frequentò gli artisti dell’Avanguardia parigina tra cui Apollinaire e un giovanissimo Picasso –  e nel 1904 fu a Londra ove si appassionò alle opere di Constable e Turner. Tornato in Italia dal 1905 si distinse negli studi a Milano alla Scuola superiore d’Arte applicata all’Industria del Castello Sforzesco e poi all’Accademia di Brera, maturando le prime consapevolezze artistiche che lo portarono ad essere tra i fondatori del Movimento futurista insieme a Boccioni, Balla, Severini e Russolo. Durante la 1°guerra mondiale Carrà si arruolò, da interventista convinto e su posizioni politiche vicine all’anarchismo proprie dei cosiddetti “futuristi di sinistra”. Ma il disincanto prodotto dagli orrori della Grande Guerra contribuì all’esaurirsi della tensione ideale del cosiddetto “Primo futurismo”e Carrà, segnato personalmente da sindrome da stress bellico, dopo la morte dell’amico Boccioni, prese le distanze dalla deriva fascista di altri artisti futuristi. In questi anni, dopo lebrevi parentesi “Divisionista” e “Primitivista” abbracciò la corrente dell’Arte Metafisica nata nel contesto delle relazioni con i due De Chirico (Giorgio e il fratello Alberto Savinio, conosciuti proprio a Ferrara durante il suo ricovero per esaurimento nervoso), con Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Filippo De Pisis e il mercante d’arte e collezionista parigino Paul Guillame, dal 1914 anche nel contesto dell’esperienza editoriale della rivista “Lacerba”.

Gli anni tra il 1915 e il 1920 furono dunque periodo di ripensamento e svolta per l’uomo e per l’artista: a contatto con gli amici intellettuali Carrà trascorse un intenso periodo di meditazione sulla pittura italiana del ‘300 e del ‘400 che sarebbe sfociato nei suoi sorprendenti scritti su Giotto, Paolo Uccello, Piero della Francesca e Masaccio. Il recupero in chiave moderna dei “primitivi” italici e soprattutto di Giotto lo portò versoquella che egli stesso definì una pitturadi «forme primordiali», dove la natura si rivela in tutta la sua essenza spirituale. Sintesi compositiva, forza plastica, spazialità, architettura accordata a colori tonali sono le basi su cui si sviluppa la sua terza, più lunga e più intensa stagione, quella del «realismo mitico». Una stagione assai prolifica inaugurata da “Pino sul mare” del 1921, considerato dalla critica un primo “capolavoro assoluto” della storia dell’arte europea del ‘900, e nelle parole del contemporaneo e amico Roberto Longhi:“unico dipinto italiano da poter oggi ambire al nome abusato di composizione”.Fu dipinto da Carrà quarantenne e acquistato dal compositore ed intellettuale Alfredo Casella.
Come documenta anche la sua Autobiografia, dagli anni Venti, avviandosi verso la maturità artistica, il tentativo di Carrà di costruire uno spazio sintetico e di ricreare una rappresentazione mitica della natura si incarnerà – attraverso la frequentazione di ambienti naturali – in una lunga serie di tele scaturite da un’immersione totale nel paesaggio: i monti della Valsesia, le marine della Liguria e di Forte dei Marmi, le Alpi Apuane, la laguna veneziana, le campagne e i laghi lombardi (nel 1943 riparò a Corenno Plinio sul Lario durante i bombardamenti di Milano). Tempi“sospesi” nella vita di Carrà, occasione di esplorazione dell’ambiente naturale che nella riflessione astratta e “sacrale” del pittore non tarda a diventare mitico e magico, tra arcaismo e avanguardia, natura e metafisica. Una successione di Paesaggi come spunto continuo di sperimentazione in cui nella composizione e nella tela dipinta Carràpoteva passare da una pittura di sintesi a una forma mediata di impressionismo, da un’immagine realista a una visione onirica e surreale, sempre con risultati di straordinaria intensità.E nella mostra di Mendrisio tutti i registri espressivi di Carrà sono percepibili grazie all’impegno dei Curatori Simone Soldini e Elena Pontiggia insieme a Chiara Gatti e Luca Carrà di presentare 53 oli, trenta disegni in folio e 23 incisioni, tra cui opere di capitale importanza come Pino sul mare (1921), Crepuscolo (1922), L’attesa (1926), L’estate (1930), I nuotatori (1932), Capanni al mare (1927), Canale a Venezia (1926), Lo Squero di San Trovaso (1938) e I contadini della Versilia (1938).
Accanto alle tele viene propostauna vasta documentazione di lettere, libri e fotografie  che testimoniano la statura intellettuale dell’artista e le sue relazioni con grandi personalità della cultura italiana ed Europea dagli anni Venti ai Sessanta del ‘900. Carrà, vero erede della tradizione italiana ottocentesca prese in quei decenniparte a tutte le vicende del rinnovamento artistico dell’epoca nuova, dalla Metafisica al “Novecento”  e fino all’esperienza di “Valori Plastici”. Passaggitutti segnati da una consapevolezza che si tradurrà oltre che nella attività di docenza a Brera, anche in quella di teorico e pubblicista, di cui fanno fede in mostra vari numeri delleRiviste d’Arte, “L’Ambrosiano” e “Valori Plastici”, con i contributi pubblicistici del Maestro.Anche con artistiticinesi Carrà intrattenne intercorsi epistolari e frequentazioni, accuratamente documentate dai dipinti di piccolo formato della sala “Svizzera” della mostra: furono realizzate tra il 1920 e il 1950 dagli epigoni e amici svizzeri che subivano profondamente l’influsso di Carlo Carrà:  per una“provincia italiana del Nord come il Ticino” un passaggio necessario da un’arte ancora ottocentesca ad una moderna.
La location espositiva nel cuore del borgo antico di Mendrisio è di grande suggestione: il Museo d’Arte di Mendrisio dal 1982 occupa le sale e il bellissimo chiostro ad arcate cinquecentesche che furono del convento dei Serviti con annesso hospitalis, un complesso monumentale oggi pienamente recuperato a usi culturali e attiguo alla Settecentesca, fastosamente decorata,chiesa di San Giovanni e all’oratorio della Madonna delle Grazie che alberga una preziosa lunetta attribuita a Giovanni da Milano, della metà del XIV secolo. Catalogo a cura del Museo d’Arte  piazza San Giovanni, Mendrisio Tel. 0041 (0)58 688 33 50, museo@mendrisio.ch. Orari ma-ve: 10 – 12/14 – 17  lunedì chiuso, tranne festivi  Entrata Fr 10.- ridotto Fr 8. [Idapaola Sozzani per ecoinformazioni]

Immagine: Carlo Carrà/ L’attesa, 1926, olio su tela, 95 x 100 cm (Collezione privata) .

Parcheggio sotterraneo preoccupante

legambientePrecoccupazione e perplessità per l’idea di un parcheggio sotterraneo in Viale Varese a Como. Michele Marciano, presidente del circolo comasco Angelo Vassallo di Legambiente, pur non dichiarandosi ideologicamente contrario a interventi di tale tipo, ritiene che l’idea non centri l’obbiettivo prioritario che è la riduzione dell’inquinamento: «Il vero problema della città è limitare la pressione del traffico privato sul centro storico che avvelena l’aria e rende impossibile ogni forma di mobilità dolce  per l’ assenza di piste ciclabili (Como è in fondo alla classifica delle città europee con i suoi sei centimetri di pista ciclabile per abitante)». Leggi nel seguito l’intervento di Legambiente.

«Leggiamo con preoccupazione l’annuncio di una proposta per la costruzione di un parcheggio sotterraneo in Viale Varese lungo le mura della città medievale.

Non siamo pregiudizialmente né ideologicamente contrari a un’opera del genere, ciò che domandiamo è se quest’opera è necessaria ed opportuna ai fini di un progetto di mobilità e sosta  per la città di Como, non solo per l’esistenza dell’ampio parcheggio “Ticosa” a soli 250 metri dalle mura, ma anche per l’area archeologica specifica del sito e per la natura del terreno con rischio di smottamento delle mura e del costruito circostante  che riprodurrebbe un nuovo pasticcio  “paratie” con tutte le conseguenze che ben conosciamo.

Il problema vero perciò è capire qual è il progetto per la mobilità e la sosta  in questa città. Negli ultimi 10/15 anni a Comosono stati realizzati parcheggi per oltre 2.500 nuovi posti auto (ex Zoo, Valduce, ex Ticosa, Val Mulini, area FS….) tutti parcheggi dentro o limitrofi al centro storico, ma puntualmente si è riprodotta l’equazione: più parcheggi = più traffico.

Como è una piccola città  di circa 86.000 abitanti, con una notevole rete di trasporto pubblico: due linee ferroviarie, che attraversano la città, con 8 stazioni urbane, una rete capillare di traporto pubblico su gomma e un potenziale trasporto lacuale. Il vero problema della città è limitare la pressione del traffico privato sul centro storico che avvelena l’aria e rende impossibile ogni forma di mobilità dolce  per l’ assenza di piste ciclabili (Como è in fondo alla classifica delle città europee con i suoi sei centimetri di pista ciclabile per abitante).

Un vero progetto di mobilità a Como è contenuto nelle proposte  di “Agenda 21” che la precedente Amministrazione promosse nel 2005 ma che seppellì immediatamente in qualche cassetto degli uffici comunali. Proposte che andrebbero adeguate alla luce delle novità edelle esperienze intervenute in questi ultimi tempi, in particolare con l’esempio dell’ “Area C” di Milano. Non a caso il Consigliere Regionale del PD Giuseppe Villani, in un suo recente intervento sulla mobilità e l’inquinamento in Lombardia ha proposto di estendere ad altre città lombarde l’esperienza milanese che  come tutti ricorderanno, sollevò tante proteste all’annuncio ma rispetto alla quale oggi nessuno si sognerebbe di tornare indietro.

Pensiamo che proposte disarticolate da un progetto organico della mobilità cittadina rischino di aggravare anziché risolvere i problemi del traffico e dell’inquinamento. Ci auguriamo che questa Amministrazione voglia aprire al più presto un tavolo di confronto con le Rappresentanze culturali, sociali e produttive, come già avvenne per “Agenda 21”, e costruire con esse un percorso che faccia finalmente di Como una città europea». [Michele Marciano, presidente del Circolo Legambiente di Como Angelo Vassallo]

La marcia della Pace

marciaPace2014 (2)Fermarsi e mettersi in cammino, con la Pace come obiettivo concreto. Pace non solo come assenza di guerra, ma soprattutto come pari diritti, giustizia, dignità e speranza. “Fraternità, fondamento e via per la pace” è lo slogan della marcia, ripreso dal messaggio per la Giornata mondiale della pace di papa Francesco, che da Sagnino ha raggiunto Cernobbio attraverso i passi di centinaia di persone e le testimonianze presenti lungo il tragitto. Il simbolo più forte della serata, passata la mezzanotte, è il silenzio di rispetto e di dolore mentre i fiori di carta illuminati vengono lasciati in balia delle onde lievi sulle rive del lago, per ricordare tutti quei volti sconosciuti che nelle acque del mare Mediterraneo hanno perso i loro sogni e le loro speranze. Sono le canzoni e le musiche di Fabrizio De Andrè, suonato dagli Zingari nel bosco proprio nel giorno del quindicesimo anniversario della sua morte, che accolgono quanti hanno voluto dedicare un sabato sera invernale all’ascolto e alla scoperta delle storie di pace; come quella di Matteo Perotti, missionario laico in Sud Sudan, promotore dello «stare con la gente» per comprendere e accettare le rispettive differenze e provare a riappacificare anche le popolazioni in conflitto tra loro. Accompagnati dalle chitarre dei ragazzi delle parrocchie comasche e dalle torce illuminate degli scout, anche i sindaci di Como Mario Lucini e di Cernobbio Paolo Furgoni hanno camminato per quasi tre ore verso la meta, scoprendo lo spazio giovani La pineta, realtà che coinvolge giovani e adolescenti negli spazi dedicati in particolare a laboratori e corsi di creatività e giocoleria; conoscendo Maurizio, con il suo emozionante racconto della nuova cooperativa Si può fare, nata come opportunità di reinserimento lavorativo per iniziativa della Caritas e di Ozanam. Tanti gli interventi che hanno intervallato il cammino, come occasioni di riflessione e simbolo concreto dei costruttori di pace, passando dall’integrazione scolastica della scuola di Tavernola fino alla vicinanza con i senza fissa dimora dell’associazione Comunità papa Giovanni XXIII, attiva a Milano come a Trapani. L’arrivo in oratorio a Cernobbio, anche se in ritardo di oltre un’ora sui tempi previsti, non ha preoccupato i partecipanti, che hanno riempito la sala dove la musicista Sara Velardo e i Rebel8 hanno concluso in festa la marcia, che sosterrà attraverso le donazioni raccolte il progetto Emergenza freddo. [Tommaso Marelli, ecoinformazioni, foto di Cinzia Tagliabue, per ecoinformazioni]

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MarciaPaceTavernolaMarcia della pace: un momento di gioco nella pausa all’oratorio di Tavernola [foto di Fabio Cani]

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