L’alternativa su misura

alternativaPromuovere le misure alternative per l’inserimento sociolavorativo delle persone in esecuzione penale. Questo il senso del progetto L’alternativa su misura, che in due anni ha accompagnato 162 persone sottoposte a provvedimenti dell’Autorità giudiziaria. I risultati sono stati presentati giovedì 30 gennaio all’aula magna dell’università dell’Insubria di Como.

Articolo 27 della Costituzione, terzo comma: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Le misure alternative alla detenzione vanno in questa direzione, cercando di favorire il graduale reinserimento del condannato nella società e favorendo la sua rieducazione. Il progetto Alternativa su Misura è stato sviluppato nel biennio 2011 – 2013 in provincia di Como ed è stato sostenuto dal contributo della Fondazione Cariplo (bando Promuovere nelle comunità territoriali il sistema delle misure alternative per persone sottoposte a provvedimenti dell’Autorità giudiziaria) con il cofinanziamento e contributo attivo dei partner progettuali e degli enti sostenitori della rete. Obiettivo: promuovere le misure alternative per l’inserimento sociolavorativo delle persone in esecuzione penale. I destinatari sono le persone alla prima detenzione, coloro che, non essendo mai entrati in carcere, si trovano sottoposti a provvedimenti dell’autorità giudiziaria, oppure vivono situazioni di fragilità psicologica e/o familiare, sono a rischio emarginazione sociale o in stato di povertà. Per creare le condizioni per le misure alternative è stato necessario concertare una serie di azioni e di collaborazioni sul territorio. Gli interventi hanno mirato anche a migliorare la qualità dei percorsi di reinserimento sociale.
Un progetto che l’assessore alle Politiche sociali del Comune di Como Bruno Magatti sente nelle proprie corde: «Èfondamentale mettersi accanto alle persone, educarle ad osservarsi con una misura diversa, fino a portarle a non riconoscersi più in quell’altro da sé che ha compiuto quel gesto, il reato. Questa esperienza ci indica la strada per favorire il reinserimento nel contesto sociale». Per Grazia Mannozzi, docente di diritto penale all’Università dell’Insubria di Como «In un sistema “carcerocentrico” come il nostro, le misure alternative aderiscono maggiormente al dettato costituzionale e sono uno strumento cardine per gestire il sovraffollamento delle carceri». A questo proposito, con la sentenza Torreggiani la corte di Strasburgo ha condannato l’Italia al pagamento di 120 milioni di euro di risarcimento. «La direzione è tracciata – ha concluso Mannozzi – adesso bisogna insistere con forza».
Emanuela Colombo, del consorzio Solco, ha raccontato di un ampio e virtuoso lavoro di rete tra servizi (Consorzio mestieri, Cooperativa Questa generazione – Acli di Como, Centro servizi per il volontariato, Aiab, A&i) e istituzioni (Uepe, Casa circondariale, Tribunale, Camera penale, Asl, Ufficio di Piano, fondazione Scalabrini, ospedale Sant’Anna), che hanno incontrato un totale di 490 persone e, grazie alle diverse competenze, prendersi carico di alcune di loro con percorsi individualizzati. Sono 162 le persone prese in carico: di queste, solo il 5 per cento ha abbandonato prima della fine.
Oltre l’ 85 per cento dei percorsi ha avuto un esito positivo e nel 70 per cento dei casi la persona sostenuta si è resa autonoma. Altro dato importante, che testimonia l’importanza e la valenza del progetto, riguarda la percentuale molto bassa di “recidiva”, vale a dire la reiterazione del reato dopo aver compiuto un percorso alternativo al carcere. Gli assi d’intervento hanno riguardato soprattutto l’accompagnamento al lavoro e il volontariato. «Sono gli “invisibili”» ha osservato Stefania Scarpinato dell’Ufficio esecuzione penale esterna. «Hanno storie di fallimenti e faticosamente cercano di ricucire una vita. Tanto meglio si reinseriscono nella società, tanto più aumenta la sicurezza per tutti: è questa la carta vincente della giustizia riparativa. Ma sappiamo per esperienza che ogni proposta è destinata a fallire se le persone non sono adeguatamente accompagnate››.
La possibilità di successo del reinserimento sociale stanno nella capacità di concertazione delle realtà che lo realizzano. «È un processo che trova la sua forza nella capacità degli operatori di lasciarsi coinvolgere come persone di fronte ad altre persone – ha sottolineato Martino Villani direttore del Csv –  ricostruendo quel patto con la società che il reato ha infranto».

Per i partecipanti al convegno, era disponibile il volume Condannati al volontariato, recentemente edito da Associazione del Volontariato di Como – Centro Servizi per il Volontariato e NodoLibri e curato da Alessandra Bellandi, Maria Grazia Gispi, Luca Morici e Martino Villani [Andrea Quadroni, ecoinformazioni].

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