La storia di Saladino/ Postumi del paradosso italiano

SALADINOAncora una volta possiamo anticipare ai nostri lettori e alle nostre lettrici alcuni passi [pag. 48 e ss.] del Manuale di storia di Bruno Saladino che nel 2058 sarà in adozione al liceo Manzoni e nei più prestigiosi istituti comaschi. «Nell’inverno a cavallo tra il ’13 e il ’14 un inconsueto surplus di leader spinse il maggior partito della sinistra italiana, il Pd, a una durissima selezione interna, senza esclusione di colpi. Il 12 febbraio l’allora presidente del consiglio, Enrico Letta (Pd), presentò al Paese un programma che avrebbe impegnato il governo negli anni successivi. In quelle ore il segretario del Pd, Matteo Renzi, preparava una mozione di sfiducia nei confronti del premier, mozione che l’indomani l’avrebbe costretto alle dimissioni. Si consumava di fronte agli italiani e agli osservatori stranieri uno psicodramma. Gli uomini di cultura non seppero per lungo tempo a quale genere teatrale ascrivere la vicenda: farsa, tragedia, dramma satiresco, commedia all’italiana? Ci fu chi scomodò il filone spaghettiwestern.

Ennesima testimonianza, dunque, del cupio dissolvi che aveva caratterizzato la storia della sinistra italiana per tutto il secolo precedente e nel primo decennio dell’attuale. Il vecchio leader della destra, il telecrate di Arcore, era stato da poco cacciato dal Senato perché condannato per un reato infamante. Renzi l’aveva comunque indicato quale interlocutore privilegiato per un percorso di riforme di cui il Paese aveva bisogno da decenni (vedi capitolo Il paradosso italiano, pag 36 e ss.)  ed egli aveva ripreso quota ed era tornato a calcare la scena politica da protagonista. Si cita in proposito la sua salita al Quirinale, quale rappresentante della destra, per le consultazioni dell’allora Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Si perpetuava, agli occhi degli osservatori internazionali, una sorta di maledizione astrale che aveva colpito la penisola nel corso di due decenni.
Il nuovo premier concentrò su di sé, per un certo periodo, un cumulo di cariche del tutto inconsueto nella storia repubblicana. La legge lo costrinse a rinunciare, a malincuore, a quella di Sindaco di Firenze. Le cronache del tempo raccontano come Renzi avesse fatto di tutto per mantenere anche quel ruolo che tanta fortuna gli aveva arrecato.

Nel ’14 ebbe inizio una nuova stagione caratterizzata per lungo tempo da frequenti turbolenze politiche e sociali. La mancanza di solidi riferimenti ideali e culturali costrinse le forze politiche in campo a continui riposizionamenti e a scelte opportunistiche La ricerca del consenso, complice il sistema dei media, prevalse per lungo tempo sulla volontà di rinnovare il Paese. Il solco tra Palazzo e cittadini crebbe pericolosamente e la tenuta democratica venne messa in più di un’occasione a dura prova. Da questo clima trasse vantaggio, nel resto del decennio, il movimento Cinque Stelle, nonostante i tanti errori commessi dai due leader Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, l’inesperienza e la rozzezza di taluni comportamenti. Con particolare crudezza, e singolare livore da parte della sinistra, l’intero schieramento politico ‘tradizionale’ tentò in ogni modo di criminalizzare il movimento. I commentatori dell’epoca interpretarono tutto ciò come un segnale evidente di debolezza: i 5s avevano occupato quell’immenso spazio politico lasciato colpevolmente libero dalle forze del sistema, sinistra compresa.

Ci si soffermerà nei capitoli successivi sugli esiti elettorali di quegli anni, con la prorompente avanzata degli astenuti (primo partito d’Italia), delle schede bianche e nulle e con il conseguente restringimento degli spazi democratici cui il Paese andò incontro in quel periodo.
Qui anticipiamo il concorde giudizio degli storici sull’astensionismo: fenomeno pilotato e funzionale al consolidarsi di un potere oligarchico sempre più lontano dagli interessi generali del Paese. [Bruno Saladino per ecoinformazioni]

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