Tijana Djerkovic/ Inclini all’amore

downloadAmpia partecipazione ieri alla presentazione del libro di Tijana M. Djerkovic Inclini all’amore [Playground Editore, 2013, 212 pagg, 15 euro], al Teatro Sociale di Como in occasione della rassegna i Giovedì della lettura.
Un libro che attraverso la storia di tre personaggi di diverse generazioni abbraccia l’intero Novecento e ci racconta un paese, il Montenegro, che non ha avuto il debito spazio nelle cronache letterarie.
L’autrice, scrittrice e traduttrice belgradese laureata in Lingua e Letteratura russa e italiana, affronta in questo suo primo romanzo la difficoltà di trasferire la propria autobiografia, mettendo in campo i sentimenti più segreti e le lezioni morali ricevute in dono dagli uomini della famiglia che lei più ha amato, suo nonno e suo padre.
Il primo protagonista è Milovan, un uomo di grande esperienza del mondo e dell’arte affabulatoria, che aveva la capacità di affascinare coi suoi racconti tutti coloro che gli sedevano intorno.
«Le parole non sono grano che, quando trabocca dal granaio, lo raccogli con la pala, per poi rimetterlo a posto. Le parole si accompagnano al rimpianto e alla perdita. Una volta dette non le recuperi più. È sempre meglio dire una parola in meno che una in più». Questo insegnava Milovan nel piccolo paesino di Bar, sulla costa del Montenegro, ai suoi figli. Le sue parole ebbero grande effetto soprattutto sull’ultimogenito, Vladimir nel romanzo, che divenne uno dei più grandi poeti jugoslavi. La stessa passione per le parole che l’autrice ha ereditato da quel padre poeta tanto amato e dei cui scritti si sente figlia. Ha deciso di scrivere la storia della sua famiglia in italiano, perché sente ormai che questa è la sua lingua (l’autrice vive in Italia dal 1987), ma anche perché scrivere in italiano e non in serbo pensava le avrebbe consentito di prendere le distanze da ricordi amati e dolorosi, invece si è trovata a confessare anche cose che non avrebbe mai scritto nella sua lingua madre. Racconta tutto infatti la scrittrice, la vita di un nonno viaggiatore di gran coraggio e tenacia, lavoratore instancabile che ha girato il mondo facendo i lavori più duri, anche in miniera in Alaska, per poi tornare in patria ed essere chiamato a combattere tre guerre, due balcaniche e quella del ’15-18. Ma anche le vicende di un padre ancora più coraggioso che a soli dodici anni è scappato di casa per seguire il fratello unitosi ai partigiani di Tito. Tornò dal fronte tre anni dopo con molte medaglie e senza un braccio. A diciannove anni, per una falsa denuncia, venne deportato in un gulag sull’isola dalmata di San Gregorio. Subì interrogatori, umiliazioni, torture e perse un occhio. Tutte queste sofferenze vengono riportate nel libro della Djerkovic, che dichiara la sua forte difficoltà nel riportare questi fatti, ma anche quella di dover raccontare in poche pagine la distruzione del proprio paese. L’autrice apprese la deportazione del padre leggendo le sue carte: non le aveva raccontato nulla con l’intento di preservarla, perché fermamente convinto che il rancore e l’odio si ereditano. La sua eredità invece è la forza della dignità e l’amore per la vita nonostante tutto. Vladimir non aveva paura alcuna della distruzione del corpo, ma ciò che realmente temeva era quella delle sue emozioni e della sua inclinazione al bene. Dopo la morte del padre e del fratello, l’unica testimone e depositaria di questo grande insegnamento è proprio Tijana, che con il suo libro tiene viva non solo la storia della sua famiglia ma anche quella di un luogo, i Balcani, devastato da guerre fratricide e ancora oggi visto come il buco nero dell’Europa, ma ricco di bellezza sia nel paesaggio che nello spirito della gente. [Federica Dell’Oca, ecoinformazioni]

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