Dal Sahara al Sociale/ Tinariwen a Como

Platea del Sociale affollata per il concerto dei Tinariwen, la sera del 2 marzo, unica “vera” apparizione italiana del tour 2014 del gruppo tuareg, visto che il passaggio milanese la sera precedente, al Magnolia, è stato poco più di uno showcase.

In sei sul palco – un po’ meno numerosi rispetto agli anni passati, annoverando in questo caso percussioni, basso elettrico, chitarra ritmica e tre cantanti-chitarristi-ballerini che sono i veri front-men del gruppo – i Tinariwen hanno presentato i loro brani, basati su una reinterpretazione “elettrica” delle nenie-melodie tradizionali. A distanza di sette anni dalla precedente apparizione italiana, il gruppo del Sahara-Mali è risultato forse un po’ meno dirompente (un po’ più educato, verrebbe da dire, persino nell’uso delle chitarre elettriche originariamente più graffianti e più ostentate) ma ha comunque conquistato il pubblico del teatro comasco, che ha ascoltato, ballato, battuto le mani a ritmo (imparando persino qualche variazione proposta rispetto al semplice clap-clap-clap).

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Due unici appunti alla serata, per il resto molto piacevole e stimolante.

Il primo relativo alla location. Forse la musica dei Tinariwen, col suo carattere ipnotico e trascinante, sarebbe meglio ambientata in spazi più flessibili della bellissima sala neoclassica di un teatro italiano. In una tale situazione è difficile aderire all’invito a ballare, senza interferire con la visione del resto del pubblico e senza mettere a repentaglio la conservazione dell’ambiente.

Il secondo è relativo alla sostanziale rimozione dei contenuti e dei testi dei pezzi. Al di là dei ringraziamenti e dei saluti in italiano o in francese, nessuno dei brani è stato spiegato, correndo così il rischio che tutte le canzoni sembrino fin troppo simili. In realtà, i testi dei Tinariwen sono tutt’altro che banali e invece fortemente impegnati a raccontare la dura realtà dei popoli del deserto sahariano. “Ahimana” per esempio, presentata anche nel concerto comasco, è una canzone sull’esilio, frutto della rielaborazione di temi tradizionali, in genere cantati da voci femminili. Forse qualche comunicazione in più non sarebbe stata fuori luogo. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

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