2013 positivo per il tessile

centro tessile sericoL’Osservatorio del distretto tessile di Como organizzato dal Centro tessile serico, con il supporto di Unindustria Como, tira le somme dell’anno passato e si lamenta della concorrenza sleale.

 

«La tessitura serica ha archiviato il 2013 con un risultato positivo, pari al +2% in termini di fatturato, dato questo in controtendenza rispetto alla media dell’industria Tessile-Abbigliamento non solo nazionale (-0,7%), ma anche europea (-1,2%). Per il quarto anno consecutivo, la tessitura serica conferma il trend di crescita. Nel 2013, peraltro, a livello nazionale, solo la nobilitazione, il tessile tecnico e la maglieria hanno sperimentato una dinamica di aumento – spiega un comunicato –. Il Tessile-Abbigliamento della provincia di Como, grazie alla sua spiccata vocazione internazionale e al suo posizionamento, in parte, sulle fasce più alte del mercato, nel 2013 ha assistito ad un aumento delle esportazioni pari al +1,4%, per un valore complessivo di quasi 1,4 miliardi di euro. La componente più tipicamente tessile vede le vendite estere confermare sostanzialmente i livelli del 2012, mentre l’abbigliamento, grazie soprattutto alla performance del foulard, cresce del +4,9%. Il saldo commerciale della provincia di Como raggiunge i 956 milioni di euro, concorrendo al 10% del surplus generato dall’industria italiana del Ta; confrontando il Tessile di Como con gli altri distretti tessili, si rileva come Biella presenti su base annua una crescita dell’export di Ta pari al +1% (con il solo Tessile, tuttavia, in calo del -1,1%), mentre l’export di Prato frena al -0,4% (dove il Tessile arretra però del -1,3%)».

«Nel 2014, sulla base dei dati Istat oggi disponibili e dei risultati dell’Indagine campionaria condotta da Smi [Sistema moda Italia] in collaborazione con Unindustria Como, il Tessile di Como assiste ad una prosecuzione del trend favorevole – prosegue la nota –. Il registro imprese camerale al termine del 2013 segnala l’esistenza nel Tessile-Abbigliamento comasco di 1.285 imprese attive, che rappresentano il 19,2% sul totale delle imprese attive in tutto il manifatturiero comasco (esclusa l’edilizia), una percentuale che rimane sempre ragguardevole e che, in questi anni di severa crisi economica, non tende affatto a ridimensionarsi».

All’incontro di presentazione in Camera di commercio «è stata discussa la necessità di una più decisa lotta alla concorrenza sleale, che risulta ampiamente diffusa, come documentano le indagini di laboratorio realizzate sui distretti di Como e Prato».

Infatti per l’iniziativa Globalizzazione sostenibile 3.0 «sono stati esaminati 80 capi confezionati acquistati sul mercato e confrontati con 52 campioni tessili forniti dalle aziende del distretto, che sono peraltro risultati conformi a norme volontarie ed obbligatorie». «La maggiore preoccupazione – afferma Luigi Zoni, consigliere Gruppo filiera tessile di Unindustria Como – è riconducibile al fatto che risulta elevato il numero delle non conformità rispetto alla legislazione europea (43,8%), non conformità di cui il 77,2% è riconducibile ad articoli provenienti da paesi extra EU e di provenienza non dichiarata».

Una ricerca simile si è tenuta a Prato su «44 capi d’abbigliamento “made in China”. Premesso che al contrario di quanto si ritiene comunemente i parametri ecotossicologici cinesi (GB standard) sono per quasi tutti gli aspetti più restrittivi di quelli europei». «Il rigore cinese vale solo per i prodotti importati nel loro mercato interno ma non per l’export – afferma però Giovanni Moschini, vicedirettore Unione industriale pratese. Ben 13 capi su 44 (il 30%) sono risultati sostanzialmente in linea con le norme europee, ma non conformi allo standard cinese e non potrebbero pertanto essere commercializzati in Cina. Ciò evidenzia la necessità di un rapido intervento dell’Unione europea teso al riequilibrio di questa significativa asimmetria».

Dal punto di vista della salute «il 7-8% delle patologie dermatologiche è dovuto a quanto indossiamo e, soprattutto, che nel 100% dei casi in cui è stato possibile individuare i capi causa di patologie si è trattato di capi di importazione» si rileva dallo studio Chemical substances in textile products and allergic reactions «svolto su richiesta della Commissione europea – Dg Enterprise – e concluso ad ottobre 2012».

Zoni ha aggiunto che «le Pmi tessili europee ed italiane sono penalizzate tre volte: dai vincoli della nostra legislazione ambientale (Regolamento Reach), che incide solo sulla nostra competitività; dalle limitazioni all’export causate da regole molto restrittive e di severi controlli da parte di mercati di sbocco (come la Cina); dall’insalubrità di prodotti di importazione e dalla scarsa affidabilità delle informazioni merceologiche riportate sulle etichette, che danneggiano tutto il settore». «La strada non può che essere – ha terminato Zoni – che quella della reale reciprocità e del funzionamento di un efficace sistema di controlli».

«Questi studi costituiscono un elemento aggiuntivo a sostegno delle nostre richieste di effettuare i necessari controlli sia sulle merci importate che sui prodotti posti in vendita nel mercato interno, per contrastare pratiche gravi che mettono a rischio la sicurezza del consumatore e configurano frodi commerciali dall’effetto dirompente, in quanto in grado di disarticolare la struttura manifatturiera tessile sana e onesta» ha concluso Francesco Marchi, direttore generale Euratex, la Confederazione europea delle imprese del settore tessile abbigliamento, che annuncia «una rinnovata azione di lobby nei confronti dell’Unione europea e dei suoi membri, affinché acquisiscano piena consapevolezza degli effetti dell’attuale situazione, ben documentati dalle indagini effettuate a Como, Prato e tessile e salute». [md, ecoinformazioni]

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