Province sì, marmellata unica no

taglioprovincePaolo Sinigaglia, esponente civatiano del Pd comasco e dell’associazione Como Possibile, interviene contestando fortemente la riforma delle province che giudica del tutto pasticciata e altro tassello dell’attacco complessivo alla rappresentanza democratica colpita dalla riforma del Senato: «Mentre la riforma del Senato cerca di eliminare un pezzetto di rappresentanza, un’altra riforma ci ha già pensato a eliminarne un altro, di pezzetto. Si tratta della riforma delle province, una riforma che più pasticciata di così non si può.

A settembre, sindaci e consiglieri comunali eleggeranno presidente e consiglieri di questo nuovo (si fa per dire) ente, secondo un sistema complesso e ai limiti dell’assurdo, che sta alimentando, perlomeno sui giornali, il dibattito sulla “lista unica”, frutto dell’accordo tra le segreterie dei principali partiti. In Lombardia vuol dire Pd, Lega, Forza Italia, Ncd. Una roba da brividi – che con il momento “costituente” dell’ente non ci piglia niente.

Per evitare tutto ciò, ho sottoscritto un ordine del giorno che domani mi auguro sia votato all’unanimità dalla Direzione regionale del Partito Democratico, che impegna la segreteria regionale a esortare le segreterie provinciali affinché si costruiscano liste di centrosinistra, con il PD, con gli altri partiti di centrosinistra e con le liste civiche. Che poi sarebbe un po’ il motivo per cui è nato il Pd.” scrive Stefano Catone.

Ecco quindi che alla Direzione regionale lombarda del Pd del 25 luglio ho tentato di ragionare sulla controriforma delle Province.

 

L’idea dell’eliminazione delle Province, dell’annichilimento di un intero ordine di enti locali è intellettualmente affascinante. Si è pensato che tirando una riga su un intero strato di enti possano sparire  costi e burocrazia. In realtà l’operazione apparentemente semplice rischia di essere un disastro: il mondo è complesso e il sistema delle autonomie locali necessita di una “governance” chiara.

Le Province gestiscono “funzioni di area vasta”, ossia quell’insieme di competenze per cui i comuni non sono in grado di agire efficacemente e le regioni sono troppo lontane per farlo. Delle due l’una: o queste funzioni servono e allora è necessario un ente democraticamente eletto che se ne prenda carico, oppure non servono e in questo caso è inutile creare pastrocchi per gestirle.

 

Questa lettura è corroborata da un rapporto del Censis, uscito il 2 luglio di quest’anno e intitolato “Il vuoto dell’assetto Territoriale” in cui si dimostra, con dati alla mano, l’importanza di questi soggetti intermedi. Eccone un passo:

“Una società impegnata nel complicato esercizio di uscire dalla crisi ha certamente bisogno di soggetti intermedi con capacità di cogliere le istanze locali e di offrirne adeguata rappresentazione, con attitudine alla concertazione, con possibilità di impegnare risorse proprie e di canalizzare le risorse disponibili presso altri soggetti pubblici e privati.

Sicuramente la dimensione provinciale è quella più adatta per custodire e riprodurre queste ricchezze, per coltivare queste differenze, per trasformare in valore, in lavoro, in benessere, gli asset tangibili ed intangibili dei territori. È una dimensione che offre sufficiente prossimità ai singoli soggetti sociali ed economici e che consente di costruire reticoli di relazioni tra portatori di compiti differenti. Relazioni che possono sostanziarsi nella possibilità di lavorare “a progetto”, con il territorio e per il territorio, senza eccessive barriere formali.”

 

Potremmo dire al contrario che la filosofia di fondo della legge delrio sia quella di indebolire le province e di concentrare i poteri tra stato e città metropolitane, accrescendo così ulteriormente il divario tra zone più popolate e meno popolate che verranno quindi marginalizzate non avendo più un attore che possa accompagnare lo sviluppo della comunità sul territorio.

 

Oltretutto secondo alcuni studiosi la legge delrio possiede diversi profili d’incostituzionalità

  • violazione dell’art. 117 comma 1, che impone al legislatore di esercitare i suoi poteri nel rispetto dell’ordinamento comunitario e dei trattati internazionali: impedendo l’elezione diretta delle province e imponendo la non retribuzione di amministratori di province e comuni sotto i 1000 abitanti, è violata la carta europea delle autonomie locali.
  • violazione dell’art. 48 ovvero del principio di segretezza del voto per le nuove province, come già accaduto in passato per un tentativo di elezione indiretta di quelle siciliane, su cui la consulta aveva massacrato l’intera norma per violazione. Le elezioni provinciali saranno quindi annullabili, sulla base di questo  principio con un semplice ricorso al Tar Lombardia

 

La legge delrio prevede infatti un sistema estremamente barocco di organi e un’elezione di secondo grado dei consiglieri provinciali e del Presidente, che ha portato il ministero dell’interno il primo luglio ad emettere una circolare di ben 48 pagine per definire con delle linee guida il procedimento elettorale. Tra l’altro è la stessa matrice culturale dell’ipotizzata riforma del Senato di cui si sta discutendo in questi giorni.

 

Nel paragonare l’ente vecchio col nuovo mi pare di vedere i classici discorsi tra “metodo comunitario” e “metodo intergovernativo” che campeggiano in sede UE da 60 anni: in Europa diciamo di essere federalisti (a parole) e di voler rafforzare le istituzioni federali (Commissione e Parlamento a scapito del Consiglio), mentre qui siamo tornati indietro all’intercomunalismo, una versione più becera del federalismo in salsa leghista.

Abbiamo infatti visto al lavoro le dinamiche che questo tipo di elezione comporta: anziché vedere le solite normali dinamiche elettive in cui c’è la competizione tra liste e candidati si generano accordi tra di gruppi di sindaci o consiglieri comunali che si fanno forti del loro ruolo (in ambito territoriale o politico) per ottenere qualche vantaggio. In pratica abbiamo sostituito un’elezione pubblica con un mercato delle vacche sotterraneo.

Avremmo potuto anche imparare dalla storia però: la strada degli enti di secondo livello è già stata battuta in Italia. A metà degli anni ’70 vennero immaginate in diverse regioni italiane [Piemonte (LR 41/75), Emilia Romagna (LR 12/75), Lombardia (LR 52/75), Umbria (LR 40/75), Veneto (LR 80/75), Lazio (LR 71/75), Provincia autonoma di Bolzano (LR 62/75) e Sardegna (LR 33/75)] dei “consorzi di comuni” con elezione indiretta: fallirono miseramente un po’ ovunque: perché reiterare qualcosa che non ha funzionato ed anzi ha visto in quel periodo un’esplosione di enti? Un’occasione però ce l’abbiamo, ed è quella di andare a lavorare sui territori insieme alle liste civiche per cercare di recuperare quella mancanza di radicamento che ha caratterizzato il PD e il centrosinistra negli ultimi anni, al di là dei circoli. Ovvero potremmo recuperare quella dimensione del civismo che sta vicino ai nostri valori, senza farcelo scippare strumentalmente da altri (leggi la Lega), consolidando le esperienze migliori del territorio e riconducendole ad un sentire comune attraverso lo sviluppo di progettualità comuni, l’elaborazione di linee programmatiche che devono precedere le candidature, in cui possano riconoscersi questi soggetti. Questo è quello che chiediamo con la nostra mozione». [Paolo Sinigaglia]

 

 

2 thoughts on “Province sì, marmellata unica no

  1. L’ha ribloggato su transiberianie ha commentato:
    segnalato da barbarasiberiana
    Di Paolo Sinigaglia
    Alcune considerazioni relativamente alla riforma delle Province, inquadrata nell’assetto globale che stano assumento le istituzioni con le riforme volute dal Governo.

  2. a cosa servono:

    1 le province
    2 le camere di commercio
    3 i centri per l’impiego
    4 il Senato
    e i bla bla bla su tutto questo ?

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