Psicopatologia del razzismo

iniziativa-12set-Sabato 13 settembre si è svolto il terzo incontro organizzato dalle associazioni culturali, politiche e sindacali canturine, critiche con la decisione dell’amministrazione comunale di concedere un parco cittadino al festival neonazista Campo di Marte, organizzato da Forza nuova. Il tema dell’incontro, svoltosi nella sala Rossi di Villa Calvi, è stato la psicopatologia del razzismo, ospite lo psicanalista Marco Focchi, celebre analista di scuola lacaniana, autore di un recente saggio dal titolo Il glamour della psicanalisi, intervistato dal canturino Roberto Pozzetti, anch’egli psicanalista. Il pretesto del dibattito è stato presentato da Pozzetti, che ha rammentato la decisione degli organizzatori delle iniziative antifasciste di voler pronunciare parole, ragionamenti fondati sul confronto e il dialogo, di contro alla decisione di altre associazioni cittadine, che hanno preferito il silenzio di fronte alla violenza rappresentata dall’arrivo di centinaia di nazisti da tutt’Italia nella città di Cantù.

La psicanalisi, ha rammentato Pozzetti introducendo, ha incontrato il nazismo non solo sul piano teorico: molti analisti, lo stesso Freud, furono scacciati dalle terre del Reich nazista, alcuni imprigionati nei campi di concentramento, durante la guerra, e perché psicanalisti, e perché ebrei. Marco Focchi non ha esitato a dichiarare il proprio punto di vista, che ha definito coerente con la stesso statuto scientifico della psicanalisi, la cui clinica analitica è più declinata sulle tematiche politiche che su quelle mediche. E ha ringraziato gli organizzatori per l’occasione che ha in un certo senso imposto alla psicanalisi di “prendere posizione”.

Non esiste una neutralità della psicanalisi, che è tutta intesa come politica del desiderio, e in quanto tale ha strette vicinanze con la politica. La domanda posta a Focchi ha riguardato la natura de rapporto tra psicanalisi e fascismo con le sue ricadute razziste. A suo parere, tale rapporto non può prescindere dal rapporto tra masse e regimi totalitari di destra, la cui ideologia di fondo è il razzismo. E quindi, laicamente, occorre interrogarsi sul perché le masse, nel passato, abbiano “desiderato il fascismo”. Ovvero, perché esse, all’interno di una polarità del desiderio, costituita dall’alternativa tra desiderio creativo e desiderio identitario, abbiamo scelto la seconda opzione: per riconoscersi, si sono assegnate in passato la condizione dell’esclusione dell’altro. Furono razzisti i tedeschi nella Germania hitleriana, come lo furono gli italiani negli anni venti e trenta del fascismo. “L’affermazione della nazione” ha affermato lo psicanalista “si orienta sul polo narcisistico del desiderio, che porta ad esaltare un noi e ad escludere, a discriminare, per umiliare l’altro e affermare se stessi”. Sono esistiti in passato un razzismo fondato su ragioni teologiche, ma la sua massima concretizzazione l’abbiamo conosciuta quando al razzismo si associò una pretesa scientifica, nel XXI secolo, da De Gobineau in poi.

Marco Focchi ha infine lodato l’idea di associare il nazismo a “un groviglio di serpi” (celebre espressione di Piero Calamandrei per definire il regime), come a un complesso di forze e di pulsioni, che però occorre avere la capacità di riconoscere in ciascuno di io, anche individualmente.

Diversi psicanalisti analizzarono in passato il razzismo, e alcuni di essi avviarono la propria analisi a partire dai due paradigmi comunitario e immunitario. Quello comunitario ci impone una rinuncia individuale, a nome della comunità complessivamente intesa come società. Quello immunitario favorisce invece l’insorgere delle spinte persecutorie, la caccia al diverso, al portatore di ciò che Lacan chiamava un godimento al quale noi abbiamo rinunciato. In ciò lo psicanalista francese individuava, solo cinquant’anni ora sono, il raggiungimento dell’apice del razzismo. L’altro è colui che, in virtù della propria diversità culturale, disporrebbe di un godimento al quale noi abbiamo rinunciato pur di convivere in società. E infatti nell’odio razziale è sottintesa la convinzione (del tutto illusoria) che l’altro abbia più di noi, in termini di godimento. Dell’altro ci spaventa che sia portatore di una forma di godimento diversa, per cui il razzista finisce per sentirsi sottomesso dalla condizione di cui è l’altro il responsabile.

Da questo punto di vista, uno dei termini più sospetti, una spia semantica del razzismo, è il concetto di purezza. Attorno al quale si sono incentrate, nel passato, la politica e l’ideologia fascista non meno della nazista. Per questo motivo, fa insorgere inquietudine, non meno di preoccupazione, la decisione alquanto superficiale e forse mal giustificata dall’amministrazione comunale canturina di favorire i movimenti neonazisti, dei quali non vengono colti la pericolosità e la natura violenta. [Filippo Di Gregorio per ecoinformazioni] [Foto Marco Lorenzini, ecoinformazioni]

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