Libera/ Corresponsabilità personale e politica

libera__Con l’intervento La mafia si può vincere che riportiamo integralmente Libera Como esamina le possibili reazioni alle notizie che rendono evidente l’entità del radicamento delle mafie anche nella provincia di Como. Per l’associazione, a Como è attiva, grazie all’impegno di tante associazioni e di un nutrito gruppo di persone, in ogni casso non è più possibile «parlare di “infiltrazioni” mafiose: questo è un termine che poteva essere valido negli anni ottanta, oggi non più». Leggi nel seguito il documento.

«Ci sono diversi modi di reagire di fronte a notizie come quelle che hanno riguardato Como nelle ultime settimane, notizie che ci raccontano di un territorio ormai divenuto terreno di conquista della criminalità organizzata. Le recenti operazioni antimafia “Quadrifoglio” e “Insubria” hanno nuovamente risvegliato l’attenzione sull’enorme problema “mafia” nel comasco. In realtà, il merito di questi arresti è soprattutto quello di svelare una presenza storicamente costante ben più che ventennale delle organizzazioni mafiose a Como, come del resto in tutta la Lombardia. Le operazioni e gli arresti dovrebbero però essere riuniti in una visione di continuità, non visti solamente come riflettori momentanei per poi lasciare che tutto si spenga come prima, evidenziando la difficoltà della società lariana nel comprendere e saper contrastare efficacemente questo fenomeno criminale.

Una possibile reazione è quella di chiudere gli occhi e di pensare che, tutto sommato, si tratti ancora di “segnali” e di fenomeni che ci riguardano poco, che qui non hanno radici profonde, magari confidando in una particolare resistenza delle nostre strutture istituzionali e sociali.

La verità è che non possiamo più permetterci il lusso di parlare di “infiltrazioni” mafiose: questo è un termine che poteva essere valido negli anni ottanta, oggi non più. Esattamente come al Sud, nelle regioni d’origine delle diverse mafie, anche da noi esiste un’omertà diffusa, in alcuni casi accompagnata dalla negazione, giustificata magari con l’assurda paura di rovinare la reputazione del proprio territorio o del proprio comune. Ma se è tanto forte questa presenza, soprattutto della ‘ndrangheta, è proprio perché il nostro territorio l’ha accettata, più o meno consapevolmente, grazie a diversi fattori che ne hanno alimentato la crescita e favorito l’insediamento.

Una seconda possibile reazione è poi quella di minimizzare e ricondurre questi avvenimenti a qualcosa di poco più che una chiacchiera da bar, perché tanto “tutti sapevano”, “si è sempre saputo”, “da sempre succedono certe cose”. «Ma quando la finiremo dunque di auto-immaginarci che cosa fa davvero la mafia nelle contrade settentrionali?», si è chiesto Nando dalla Chiesa, profondo conoscitore dei fenomeni mafiosi, in una riflessione di qualche giorno fa. Anche nel comasco i mafiosi «mettono bombe, incendiano, fanno estorsioni, uccidono, fanno riti di affiliazione, intimidiscono e terrorizzano testimoni, corrompono politici e pubblici funzionari, raccolgono voti, fanno prestito a usura, impongono servizi e forniture, smaltiscono rifiuti tossici, dettano piani regolatori». Questo succede da anni, rafforzando la mafia al di fuori dei propri affiliati e trovando pochissimi ostacoli nella società, spesso limitati alla sola azione giudiziaria, che però arriva sempre una volta commessi i crimini e danneggiati i territori. Solo partendo da questa consapevolezza si può comprendere come la sola reazione possibile passi necessariamente dalla prevenzione, dall’educazione e soprattutto dalla corresponsabilità, intesa come atteggiamento che mette ciascuno di fronte alla responsabilità delle proprie azioni, del proprio ruolo e del proprio impegno, piccolo o grande che sia.

È l’impegno dello Stato a farsi promotore di leggi complete, moderne e lungimiranti e garante del pieno rispetto della legge in ogni articolazione delle proprie Istituzioni. È l’impegno delle amministrazioni locali ad adottare meccanismi di trasparenza e legalità negli appalti e nella gestione del bene comune, e avviando percorsi per un concreto riutilizzo sociale dei beni confiscati. È l’impegno delle forze dell’ordine sia nello svolgere puntualmente il proprio servizio sia nel ristabilire la credibilità lesa da troppi episodi opachi. È l’impegno di tutte le rappresentanze e organizzazioni del mondo del lavoro nel rifiutare le scorciatoie del lavoro sommerso. È l’impegno delle istituzioni scolastiche di ogni grado a dare spessore e continuità all’attività di insegnanti e professori per tenere vivo l’incredibile stimolo della Cultura. È l’impegno di editori e giornalisti a non piegarsi a ricatti e convenienze per continuare a raccontare la verità dei fatti. È l’impegno a promuovere ideali e principi di giustizia nel lavoro formativo ed educativo di Parrocchie, Oratori, squadre sportive e ogni altra realtà che riguarda a vario titolo la crescita dei bambini e dei ragazzi di oggi che saranno i cittadini di domani. È infine l’impegno nelle scelte quotidiane di ciascuno di noi: ogni giorno abbiamo diverse opportunità in cui scegliere se alimentare il circuito illegale e criminale delle mafie oppure danneggiarlo.

In tutto questo, sono i rappresentanti politici locali i primi ad essere chiamati in causa direttamente: servono scelte nuove, a cominciare da quelle mancate fino ad oggi, per cancellare pratiche di corruzione più o meno diffusa e definibile, per costituirsi parte civile nei processi per mafia, per pretendere trasparenza e correttezza nella gestione del bene pubblico. È proprio il rapporto con la classe politica uno degli aspetti caratterizzanti delle associazioni mafiose e non possiamo dimenticarci che siamo in una regione in cui, appena due anni fa, un ex-assessore regionale è stato arrestato con l’accusa di voto di scambio con la ‘ndrangheta.

Giovanni Falcone diceva che «L’impegno dello Stato nella lotta alla criminalità organizzata è emotivo, episodico, fluttuante. Motivato solo dall’impressione suscitata da un dato crimine o dall’effetto che una particolare iniziativa governativa può suscitare sull’opinione pubblica». Anche noi a Como corriamo questo rischio: che se ne parli solo in occasione di arresti eclatanti o di fatti straordinari. Le mafie lo sanno e, come hanno sempre fatto, sono pronte a rendersi silenziose e invisibili fino a quando l’indifferenza tornerà a proteggere i loro affari.

Ecco perché reagire, a questo punto, non è solo necessario ma è indispensabile. Indifferenza e omertà vanno combattute con prevenzione, cultura e con il quotidiano impegno corresponsabile di ciascun cittadino: sono queste le cose che, oltre a tutti gli arresti, agli articoli di giornale, più di tutti i proclami, di tutte le manifestazioni, fanno si che le mafie possano venire sconfitte. E questo i mafiosi lo sanno bene». [Libera, Como]

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