Finta deontologia giornalistica a favore di mafia
La lotta alle mafie la si fa con gesti e scelte quotidiane. In Italia il primo quotidiano del paese e la prima rete televisiva del servizio pubblico hanno fatto una scelta ben precisa: quella di normalizzare una famiglia di mafiosi, la figura del vecchio padre attraverso le parole intime e commosse del figlio, Giuseppe Salvatore Riina (peraltro reduce da 8 anni di condanna).
Frasi strappalacrime («È dal gennaio del 1993. Che non faccio una carezza a mio padre, e così le mie sorelle e mia madre») prese dal suo libro per costruire l’immagine di una persona amorevole, uno che non aveva praticamente nulla a che fare con quanto accertato dalla magistratura (“io ho scritto il libro non per dare conto delle condanne subite da mio padre, anche perché sarebbe inutile. A me interessava far capire che esiste ed è esistita una famiglia che non aveva niente a che fare coi processi e quello che succedeva fuori, e che nessuno conosce anche se tutti pensano di poterla giudicare”). Frasi che non lasciano spazio ad altro. Non una parola sulle responsabilità, non una parola sui crimini commessi, non una parola sulle vittime.
Facile (per lui e per chi lo ha intervistato) trincerarsi dietro il timore di strumentalizzazioni, dietro la “deontologia” giornalistica, dietro il finto liberismo dell’informazione (tutti hanno diritto di dire tutto), dietro citazioni farlocche di Voltarie o dietro la presenza in studio di altre voci e altre opinioni.
Il problema non riguarda la libertà di cronaca o la possibilità di pubblicizzare un libro. Il problema sta nel dipingere come normale e accettabile un quadro che normale e accettabile non è.
Non è un famiglia qualunque. Salvatore Giuseppe Riina non è il figlio che ha preso le distanze dalle scelte sciagurate del padre ma un attivo componente di una dinastia criminale che nonostante tutto continua ad avere un ruolo nello scacchiere mafioso del paese.
E non si può far passare omertà e violenza per valori formativi (“Io invece lo chiamo rispetto, un’educazione a valori magari arcaici e tradizionali, che però a me piacciono; valori forti e sani”).
Le cronache nazionali hanno passato quasi sotto silenzio la scelta della città di Milano di conferire ieri la cittadinanza onoraria al Nino di Matteo al quale il “padre amorevole” raccontato nel libro prometteva “A Di Matteo lo faccio finire peggio del giudice Falcone”.
Separare l’uomo dal mafioso. E’ un tentativo di normalizzazione, in linea con tante altre normalizzazioni che oggi vengono raccontate nel nostro paese (la corruzione, l’evasione, l’inutilità dell’Europa, il fine giustifica i mezzi ecc.). A me questa normalizzazione fa paura. Perchè il contrasto alle mafie è un’azione culturale che non può essere delegata a singole istituzioni o a qualche singolo con il pallino dell’antimafia, ma richiede la partecipazione e l’impegno di tutti, per la professione che svolge, per la visibilità che ha, per la carica o il ruolo che ricopre: a ciascuno il suo con le proprie scelte.
Ci sono tanti modi di fare antimafia. Ci sono eroi e ci sono persone normale che fanno semplicemente il loro lavoro. In ogni caso è una questione, appunto, di scelte.
E il primo quotidiano del paese e la prima rete televisiva del servizio pubblico hanno fatto la loro. [Stefano Tosetti, da Facebook]

