Trilok Gurtu in concerto: l’omaggio di un percussionista alla tromba
Causa maltempo, il concerto del gruppo di Trilok Gurtu, previsto all’Arena il 13 luglio si svolge invece all’interno del Teatro Sociale: così, con tutti sul palco, i suonatori e il pubblico (purtroppo non strabordante), il concerto guadagna sicuramente in intimità e in efficacia.
Del resto, Trilok Gurtu, certamente uno dei migliori e più versatili percussionisti al mondo, tiene senza alcuna ombra di dubbio al rapporto con le persone che lo ascoltano; in un misto di inglese e italiano tutt’altro che approssimativo (la sua prima esperienza musicale fuori dall’India, ormai quarant’anni fa, è stata proprio in Italia con gli Aktuala), spiega i brani, fa qualche battuta, accenna a un dialogo con le prime file.
Si apprende così che il suo omaggio alla tromba nasce dal fondamentale rapporto con Don Cherry e dal riascolto di una vecchia cassetta con un brano di Don Cherrry, appunto, e di Charlie Haden, e dalla voglia di reinterpretare altri pezzi di Miles Davis e Dizzy Gillespie, e di ricreare le atmosfere di altri trombettisti come Paolo Fresu. E poi – aggiunge sornione – il suo manager gli dice di “suonare jazz”…
E allora nel concerto c’è molto jazz, persino con qualche assonanza swing e latina, ma c’è anche molta musica etnica e molta sperimentazione, ma soprattutto c’è la voglia e il piacere di esprimersi in musica, quale essa sia.
Con un gruppo multinazionale (il pianista Tulug Tirpan è turco, il bassista Jonathan Ihlenfeld Cuniado ispano-tedesco, il trombettista Freferik Köster tedesco, lui – com’è noto – indiano di Mumbay), e perfettamente affiatato, la fusione delle genealogie e dei generi è assicurata; Trilok Gurtu, da parte sua, alternata la “normale” batteria, alle “tradizionali” tabla, all’uso della voce e a qualche altra diavoleria, compreso un secchio d’acqua. Il pubblico gradisce con entusiasmo, e partecipa quando richiesto…
Senza risparmiarsi, ma senza eccessi di prestazione, con molta pacatezza e molto metodo, il concerto propone non solo i brani dell’omonimo album Spellbound, ma anche qualche altra proposta ripescata da un repertorio ormai sterminato. Ne esce un omaggio sincero a uno degli strumenti principe del jazz, ma anche e soprattutto un omaggio autentico al fare musica, con grande professionalità e altrettanto divertimento.
[Fabio Cani, ecoinformazioni]





