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“Ma liberaci dal mare” al Volta

“Ma liberaci dal mare” è il titolo dello spettacolo  del laboratorio teatrale del liceo classico e scientifico Volta di Como guidato dal regista Giuseppe Di Bello e da Ornella Marelli, docente dell’istituto. Lo spettacolo è stato portato in scena nel cortile del liceo lunedì 4 giugno, alle 19. Obbiettivo: sensibilizzare i giovani coinvolti e il pubblico riguardo all’immigrazione.

Ma liberaci dal mare è frutto del lavoro di ragazze e ragazzi dai 14 ai 18 anni e del loro impegno a mettersi nei panni di persone che fuggono da una realtà tanto diversa dalla nostra: guerre, violenze e povertà sono solo alcuni dei fattori che li spingono ad abbandonare il proprio paese di origine. I migranti, che spesso sono vittime del pregiudizio, in realtà hanno gli stessi bisogni di qualunque essere umano: «correre, saltare, innamorarsi, una famiglia da proteggere, una casa che ripari». Questo è il messaggio che gli studenti hanno trasmesso con gesti, parole e partecipazione emotiva.

L’idea di teatro di Giuseppe Di Bello si basa su una partecipazione attiva da parte dei giovani, i quali hanno offerto il loro contributo creando delle storie ispirate alle tragiche vicende reali dei numerosi profughi minorenni in viaggio verso l’Italia: «mi chiamavo Ahmed. Ero iracheno. Quando la guerra è arrivata non ero che un bambino. Dopo la morte di mio padre io e mio fratello avevamo deciso che la giustizia nel nostro paese non poteva essere attribuita agli uomini. Forse in fondo al mare troverò qualcosa di meglio.». Le voci sono tante e diverse, ma c’è un sentimento che le lega tutte: è il desiderio di raccontare, di non disperdere una memoria di ricordi, di una terra lasciata dietro le spalle.

Il tema è affrontato con approccio moderno: in assenza di scenografie elaborate, la forza espressiva è affidata alla capacità di comunicare del proprio corpo attraverso lo studio dei movimenti. Inoltre, durante lo spettacolo, figurano dei riferimenti all’antichità, come quelli ad Ulisse e Nausicaa, ma soprattutto all’attualità: Se questo è un uomo di Primo Levi e Fuocoammare di Gianfranco Rosi, la testimonianza di Pietro Bartolo, medico a Lampedusa che ha aiutato il pubblico a comprendere meglio la gravità del fenomeno. Infatti, per quanto noi possiamo essere a conoscenza del problema, facciamo spesso fatica a renderci conto delle reali condizioni in cui moltissimi migranti sono costretti a vivere.

Maria Nassuna, che ha vissuto il dramma in prima persona, ha avuto un ruolo centrale nello spettacolo: rappresentava la madre per antonomasia, una madre che perde i suoi figli perché non può trattenerli a sé. Un bambino non può scegliere il paese in cui nascere, e una madre non può difenderli da un male tanto grande.

Un altro tema fondamentale è stato il mare: ostacolo temuto dall’uomo, che può portare alla morte o alla salvezza. La vera salvezza per i migranti dipende, però, anche dal modo in cui questi vengono accolti nei paesi d’arrivo, altro tema centrale della rappresentazione: «partire sarà un po’ morire, ma arrivare in un posto di cui non si conosce niente, quello è un po’ come morire, no?»[Elisa Bianchi e Sofia Tettamanti, ecoinformazioni] [foto di Giampaolo Rosso, ecoinformazioni]

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Questa voce è stata pubblicata il 6 giugno 2018 da in Antirazzismo, immigrazione, Scuola, teatro con tag .

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