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Welcoming Europe/ Per la solidarietà nei tempi bui

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Nel pomeriggio di sabato 26 gennaio la chiesa evangelica valdese di Como, in via Rusconi 21, ha ospitato, nall’ambito del Mese della Pace, l’incontro di chiusura della raccolta firme Welcoming Europe (si può firmare anche on line). 
Un momento di confronto sulla situazione migratoria attuale dal Mediterraneo ai Balcani, sui rischi per chi aiuta e sulle forme di assistenza attuate e possibili in un’Europa sempre più chiusa.

Welcoming Europe è una raccolta firme che si propone, in un anno (dal 14 febbraio 2018 al 15 febbraio 2019), di raccogliere un milione di firme su 7 paesi. L’obbiettivo del progetto è quello di sollecitare l’Unione Europea a varare delle misure che agevolino l’accoglienza e l’integrazione in Europa. 
In particolare, Welcoming Europe chiede: 
-La possibilità da parte di famiglie, associazioni e gruppi di cittadini di “sponsorizzare” i rifugiati, offrendo loro una casa, dei finanziamenti per lo studio o altre forme di assistenza.
-L’abolizione del reato di aiuto e la decriminalizzazione di coloro che salvano le vite umane abbandonate dai governi, dalle gelide frontiere alpine al cimitero acquatico mediterraneo.
-Maggiore sostegno alle vittime di abusi e violazioni dei diritti umani, siano questi avvenuti lungo il percorso migratorio o al confine.
La campagna, insomma, reclama più spazio alla solidarietà civile e spera in un’Europa più accogliente.


Proprio il tema dell’accoglienza è stato al centro, dopo l’introduzione del pastore valdese di Como Andreas Kohen, del primo intervento, quello a forti tinte religiose di Luca Maria Negro, responsabile dei corridoi umanitari Fcei.
Secondo il primo relatore, il concetto alla base dei corridoi umanitari e di Welcoming Europe è la filoxenia (amicizia per lo straniero, dal greco). L’accoglienza è un tema esemplarmente spiegato in due passaggi centrali della Genesi: l’aiuto offerto da Abramo ai tre viandanti angelici e, per contrasto, la violenza di Sodoma. Abramo è accogliente, Sodoma è xenofobo, compie violenza contro il proprio ospite.
È questa “filoxenia” il fondamento da cui parte l’agire solidale delle chiese, concretizzatosi anche a livello amministrativo con i corridoi umanitari che sotto l’egida del governo Gentiloni hanno portato 2000 persone in situazioni psicologiche o fisiche precarie al conseguimento dell’asilo in Italia. Un’operazione doverosa che però non deve essere vissuta come un’alternativa all’aiuto in mare, cosa che invece il governo attuale sembra sostenere.
Da qui l’adesione della Federazione chiese evangeliche in Italia al progetto Welcoming Europe e la partecipazione di molti portavoce evangelici alle vicende dell’aiuto, sia questo in mare con le Ong o in continente, come testimoniano soprattutto le comunità protestanti tedesche e olandesi.

Un grosso problema che Welcoming Europe vorrebbe superare è il fatto che la volontà di aiutare quelle persone che la legge rende clandestine, anche per colpa della difficoltà di accesso per vie legali all’Europa, porta spesso a situazioni rischiose per lo status giuridico dei solidali con i migranti.
Di questo aspetto ha parlato Chiara Lusetti, [Arci Milano, Consiglio Nazionale Arci, Commissione nazionale Arci Immigrazione].
Il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina è infatti in agguato per chiunque aiuti a passare le frontiere ma anche per coloro che, ad esempio, non denuncino i migranti senza permesso di soggiorno. Gli esempi fioccano a livello nazionale e internazionale: dalla tristemente nota vicenda di Riace all’arresto di alcuni membri di un’associazione tunisina che aveva salvato dei migranti dal naufragio da parte delle autorità agrigentine, passando per i due mesi di carcere inflitti a un docente francese che ha salvato tre donne in gravidanza dal congelamento, al confine italo-francese.
È evidente che sia la clandestinità che il reato di favoreggiamento siano categorie create dalla legge e, secondo la relatrice, oltre alla partecipazione a iniziative che propongano cambiamenti in questo senso l’unica soluzione è la disobbedienza civile diffusa. Non si può arrestare e multare una moltitudine di sodali.

Nell’ultimo di Mauro Montalbetti, presidente nazionale dell’Istituto pace sviluppo innovazione Acli, ha portato una testimonianza dell’assistenza offerta dall’assistenza portata dalle associazioni sulla rotta balcanica.
Ipsia è operativa con sostegno psicologico al confine dell’ex Jugoslavia e di stati che, come l’Ungheria, hanno chiuso le frontiere dopo che tra 2014 e 2015 un milione di profughi dal Medio Oriente sono passati in Germania e in Nord Europa. Da quando i confini sono stati bloccati, 100.000 persone sono impantanate in una sorta di terra di nessuno da cui è impossibile avanzare e tornare indietro.
La pressione migratoria che si scarica sui paesi balcanici, storicamente fragili dagli anni ’90 ad oggi e loro stessi oggetto di forte emigrazione verso il centro-nord Europa, è altissima. L’incompetenza e la corruzione delle guardie di confine, oltre a prostrare psicologicamente i migranti, favorisce una situazione di disperata fiducia nel caso e nella possibilità di riuscire a passare a forza di tentativi disperati, sintetizzata in Serbia con l’espressione “The game”.
La migrazione, sostiene Montalbetti, è radicata nella natura umana e finché non ne cesseranno le sue cause non ci sono possibilità che si fermi: chiusi, grazie ai 6 miliardi pagati dalle autorità italiane, i porti turchi si è aperta la rotta libica; bloccata quella, si è attivata la direttrice che dal Marocco porta alle coste iberiche.
Lo spostamento, inoltre, è sempre più un fenomeno globale, si parla di 70 milioni di dispersi, 40 milioni di persone senza paese, 20 milioni di rifugiati e 3 milioni di richiedenti asilo. Delegare le responsabilità all’Europa è un’attitudine smentita dalla prassi politica. Le modifiche a Dublino III infatti sono bloccate non dall’Unione, bensì dalla Commissione europea, formata dai rappresentanti dei singoli paesi; la resistenza più dura alla riforma del trattato internazionale è offerta proprio dai capi di stato del blocco orientale, sempre più tendenti a destra.

Al termine delle esposizioni dei relatori è seguito un dibattito acceso in particolare da Fabio Cani (guarda il video), di Como senza frontiere, e da Celeste Grossi (guarda il video), di Welcoming Europe (quest’ultima ha sostituito Abramo Francescato, previsto come quarto relatore, ma assente per motivi di lavoro).
Data la coincidenza di date col Giorno della memoria, che ricorre il 27 gennaio, era in qualche misura inevitabile una riflessione sulla coscienza individuale in relazione alla vita civile.
Da un lato riecheggia il monito di Hannah Arendt, che si sfugga ai “tempi bui” della contemporaneità grazie alla cooperazione tra enti e individui diversi e dalla scelta della solidarietà. Cani invece ha proposto una lettura forse più pragmatica, ribadendo la vicinanza della questione migratoria e della condanna all’accoglienza, vissuta nel 2016 da tutti coloro che hanno partecipato ai fatti delle stazione San Giovanni, tra cui Lisa Bosia Mirra. Alla luce di una realtà che chiede così urgentemente risposte è necessario un cambio di prospettiva che sia in grado di superare il binomio legge-giustizia e riconosca, quando necessario, il fatto che la legge è tale perché imposta da un’autorità, che non necessariamente è portatrice del bene.

La raccolta firme è ormai agli sgoccioli, la causa è di primo piano, anche alla luce della cronaca internazionale di questi giorni.
Purtroppo, l’impressione che emerge è che la società civile non basterà a contenere le derive politiche verso cui sembra naufragare l’Europa, ma la volontà dimostrata di continuare a resistere lascia aperto un barlume di speranza in questi nuovi “tempi bui”. [Pietro Caresana, ecoinformazioni] [Foto Pietro Caresana, Fabio Cani, Gianpaolo Rosso]

Ol line sul canale di ecoinformazioni i video di tutti gli altri interventi.

Welcoming Europe: si può firmare anche on line.


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