Milano/ la Resistenza continua

Una leggera e incostante pioggia d’aprile non ha fermato il 25 aprile la manifestazione milanese per il settantaquattresimo anniversario della Liberazione. Almeno 70.000 persone hanno partecipato al corteo che da Palestro si è diretta verso il Duomo di Milano, sede dei discorsi commemorativi.

Già dal mattino nel capoluogo lombardo si sono tenuti diversi momenti di ricordo della lotta partigiana: dalla celebrazione al Cimitero monumentale alle processioni per visitare le lapidi commemorative presenti in città.
Celebrazioni doverose, ma anche voglia di non cedere a un fascismo che appare sempre più dietro l’angolo, come testimoniano i sempre più numerosi episodi di xenofobia, nazionalismo e discriminazione. Ultima di un elenco purtroppo molto lungo è la celebrazione di Mussolini avvenuta mercoledì 25 da parte di un manipolo di ultras della Lazio, giunti a Milano per un evento sportivo.
Milano, simbolo della Resistenza, si rifiuta di essere associata a fascisti e nazionalisti di ogni genere, e lo ha dimostrato scendendo in piazza.

Il corteo, organizzato dall’Anpi, ha avuto sicuramente un grosso successo in termini numerici, ma non possono non essere rilevate alcune contraddizioni interne, in termini formali quanto sostanziali.
Prima di tutto i contrasti tra manifestanti israeliani, presenti in testa al corteo con un proprio spezzone, e gli antagonisti antisionisti e pro-palestinesi.
In secondo luogo, è ormai un problema da affrontare la poca omogeneità della maggioranza delle manifestazioni di questi ultimi tempi.
In un’epoca storica in cui la lotta politica è marginale nel dibattito pubblico, non ci si deve stupire che le istanze portate dalle varie fazioni che scendono in piazza siano varie e diverse. Quello che desta preoccupazione in questo 25 aprile è la netta separazione tra la sezione istituzionale e quella dei centri sociali (ma soprattutto, delle tante persone sotto i trent’anni presenti). Dal lato partitico si sono visti bandiere europeiste e del PD e striscioni per le elezioni europee, conditi da banda di ottoni, circensi e giocolieri.
In fondo al corteo, invece, le bandiere erano praticamente assenti, a fronte di musica a palla e tanti cartelli e striscioni fatti in casa e recanti messaggi inerenti il 25 aprile, certo, ma anche scritte riguardanti la lotta all’omotransfobia, il femminismo, le questioni climatiche e, è importante dirlo, il ministro degli Interni in carica.
In mezzo, i comunisti di più antico lignaggio. Questi ultimi avrebbero probabilmente elementi di contatto con entrambi i modi di manifesrare e potrebbero trarre giovamento tanto da una piega più elettorale quanto da un meticciato con le realtà extraparlamentari, ma preferiscono avere il proprio spazio autonomo e, in realtà, isolato.

Se, come ha detto lo stesso Sala, il lavoro (dei partigiani) non è finito, sarebbe auspicabile che la sinistra intesa globalmente prendesse una linea comune e condivisa e si muovesse in quella direzione.
Ora come ora, troppo spesso l’appoggio istituzionale manca nelle manifestazioni antagoniste (siano esempi il corteo No Cpr di febbraio, ma anche il fatto che il Primo maggio è celebrato separatamente).
Quelli che il dibattito comune indica come “giovani”, però, si stanno muovendo prevalentemente verso un tipo di partecipazione alle manifestazioni più affine a quello che propongono i centri sociali. Vale a dire con più musica e contenuti politici diversi o quanto meno veicolati diversamente. Questo può avere tante ragioni, che spaziano dalla convinzione nelle idee più estremiste, passando per la disillusione o addirittura il disinteresse verso la politica tradizionale. Sta di fatto che queste/i ragazze/i costituiscono una realtà portatrice di valori sani, ma lontana dalle istituzioni. Se lo scopo della sinistra è un progresso verso una società migliore, queste persone non possono essere ignorate, fosse anche solo per mero calcolo elettorale.
Purtroppo, il fatto stesso che un’unione tra questa pluralità di modi di fare politica appaia utopica rende bene lo stato dell’arte in cui versa la società civile italiana. Però, di fronte all’avanzata incipiente e pressante delle nuove destre, forse non ci sono più alternative. [Pietro Caresana, ecoinfomazioni]

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