Se la sostenibilità ambientale è un equivoco/ 2° Climate Talks Uninsubria

Non solo scioperi. Ogni tanto bisogna fermarsi a riflettere, magari con l’aiuto di competenze che aiutino a non smettere di «camminare alla ricerca dell’orizzonte». Orizzonte che per lo scrittore Eduardo Galeano coincide con l’utopia, cioè tutto ciò che sembra impossibile e che invece può diventare reale.

Ed è quello che ha fatto il 24 maggio – giornata del secondo Sciopero globale per il clima – il gruppo Fridays for future di Como, invitando nell’aula magna di Uninsubria (che ha dato il suo patrocinio alla manifestazione) quattro voci provenienti da campi differenti ma in qualche modo legati alla sostenibilità ambientale: Gianluca Ruggieri ingegnere ambientale e ricercatore di Uninsusbria; Francesco Pizzagalli amministratore di Fumagalli Salumi e delegato alla Sostenibilità di Confindustria Como; Alberto Gariboldi presidente del Distretto di Economia solidale di Varese; Daniele Crotti docente di Economia politica. Al dibattito che ha fatto seguito allo sciopero hanno partecipato oltre un centinaio di persone – studenti ma non solo – alcune delle quali sono intervenute per porre domande ai relatori.

Ma che cosa vuol dire esattamente il termine sostenibilità? E ha ancora senso, nella già drammatica situazione climatica attuale, parlare ancora di sostenibilità ambientale? «Se fate una ricerca su Google di questo termine, appare un cerchio suddiviso in tre settori colorati: sostenibilità ambientale, sociale ed economica – ha osservato Ruggieri -. Ma oggi deve considerarsi una impostazione sbagliata, perché l’ambiente potrebbe esistere anche senza la presenza umana e alla fine è sempre l’insieme di scelte individuali a determinare il nostro destino, e dunque a risultare determinante». Prendiamo, ad esempio, la mobilità sostenibile – uno dei temi attualmente più dibattuti – che secondo la definizione del World business council for sustainable development è «dare alle persone la possibilità di spostarsi in libertà, comunicare e stabilire relazioni senza mai perdere di vista l’aspetto umano e ambientale, oggi come in futuro».

Ma ha ancora senso parlare – spesso a vanvera – di sostenibilità in un quadro secondo cui le automobili producono circa il 45 per cento delle emissioni mondiali di CO2 legate ai trasporti (fonte Ue) e in Italia, nel 2017, ancora il 69 per cento delle auto private aveva standard inferiori a Euro 4 e nel 2016 gli autobus con standard inferiori a Euro 4 in Italia nel 2016 erano ancora il 54,8 per cento (fonte Aci)? Oppure che rispetto al resto del mondo l’Europa nel biennio 2016-2017 ha segnato un incremento di voli aerei del 10,15 per cento? «La verità è che bisognerebbe ripensare completamente il modello di trasporto – ha sostenuto Daniele Crotti -, massimizzando il rapporto tra persone e merci (e non di mezzi) nel minore tempo possibile, cambiando le abitudini di spostamento e pendolarismo, utilizzando di più il trasporto pubblico e forme di condivisione del trasporto privato».

Dunque non basta convertirsi al motore elettrico, che rappresenta tra l’altro un controsenso se si considera l’enorme peso del contenitore in rapporto al contenuto e l’energia occorrente per muovere il tutto. Sotto questo aspetto il veicolo più «sostenibile» sarebbe il monopattino elettrico che ha iniziato a spopolare nelle grandi città del mondo. «Però allora cerchiamo di metterci d’accordo – è intervenuta una giovane donna dal pubblico – perché, seppure in nome della sostenibilità, non mi si può chiedere di utilizzare quel mezzo per portare la spesa a casa».

Risulta quindi evidente come anche il concetto controverso e spesso abusato di sostenibilità debba essere rivisto e rimodulato attraverso un nuovo modello di economia. «Un percorso che metta al centro dello sviluppo economico la scienza della Sostenibilità, unica arma capace di integrare le diverse discipline scientifiche e modificare modelli culturali oggi dominanti che costituiscono il vero ostacolo al cambiamento», ha indicato Pizzagalli. Perché il limite del concetto di sostenibilità è dovuto al fatto che sia conosciuta principalmente sotto il profilo ambientale, mentre emerge la mancanza di una visione olistica.

Ma sarà sufficiente riformare il concetto di sostenibilità assurgendolo a disciplina scientifica? Intanto però, mentre fatichiamo a trovare un accordo sui fondamentali, inquinamento globale e cambiamenti climatici avanzano. E serve a poco avere individuato nella politica da una parte e nei comportamenti individuali dall’altra i corresponsabili della catastrofe prossima ventura. Quello che è certo è che nel frattempo si è perso il concetto di bene comune. Nel senso che ciò che va a vantaggio di tutti non è apprezzato dalle multinazionali, né dai politici e purtroppo neppure dalle persone comuni, almeno nel nostro Paese. Un esempio? Provate a proporre di sostituire l’involucro di plastica che contiene il prosciutto acquistato al supermercato con altri materiali più «sostenibili»: l’alzata di scudi da parte di aziende (per motivi di costo) e di molti consumatori (per motivi di praticità) sarà quasi matematica. «E in effetti i sacchetti di plastica ce li hanno tolti per legge, non certo per volontà dei consumatori», fanno notare dal pubblico.

La domanda se l’input al cambiamento debba provenire dalla società o dalla politica rischia quindi di essere come il classico dubbio sull’uovo e la gallina. Ma allora l’interrogativo principale da farsi è forse un altro, che rischia anche di essere quello “definitivo”, la domanda delle domande: le soluzioni ai problemi ambientali posso essere individuate o no all’interno di questo sistema economico? «La nostra risposta è certamente no – ha scandito Gariboldi, relatore che sull’interrogativo si è espresso più nettamente -. I gravi problemi che stiamo affrontando, ambientali e sociali, hanno origine proprio nel paradigma su cui si basa l’attuale sistema. Un sistema fatto dall’insieme degli apparati normativo, economico e finanziario che hanno generato e sostengono il così detto neoliberismo. La massificazione «ad ogni costo» degli utili d’impresa, la forte influenza esercitata da portatori di interessi privati, capace di condizionare le politiche, uniti alla massimizzazione del profitto a qualunque costo sono tra le cause principali dei disastri cui stiamo assistendo».

Secondo Gariboldi, comportamenti davvero sostenibili sono quelli di attivarsi mantenendo una visione sistemica; cercare di comprendere sempre la realtà; cambiare il proprio stile di vita; mettersi in rete; sostenere realtà che fanno economia solidale e impegnarsi a fare massa critica sensibilizzando gli altri e facendo cultura. Insomma, qualcosa di molto simile a ciò che si è sentito al Climate Talk cui abbiamo assistito ad Uninsubria, cui ci si augura – date qualità e successo dell’iniziativa – possano aggiungersi altre edizioni, magari anche in sedi non necessariamente istituzionali. [Fabio Germinario, ecoinformazioni]

Guarda i video dell’iniziativa sul canale di ecoinformazioni.

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