Mostre/ Il pittore e gli architetti

Modello originale della Fontana di Camerlata.

Se Como negli anni tra le due guerre ha svolto quel ruolo di fondamentale importanza nel rinnovamento artistico, che usualmente le si riconosce, lo si deve anche al fatto che architetti, ingegneri, pittori e scultori riconoscevano l’importanza di lavorare insieme, di scambiarsi idee e pratiche.

Il “Gruppo Como” – come più volte lo si è chiamato, anche all’epoca – non esistette mai come realtà organizzata, ma in compenso svolse una funzione fondamentale come aspirazione: fu un gruppo a geometria estremamente variabile, dal minimo di due fino a oltre una decina di partecipanti, in cui si forgiò, letteralmente, l’essenza del razionalismo e dell’astrattismo lariano.

Non a caso le prime uscite “pubbliche” delle nuova architettura furono occasioni collettive: la prima mostra di architettura razionale di Roma e la Mostra internazionale di Arte decorativa di Monza (IV Triennale, 1930).

L’esposizione Mario Radice – Il pittore e gli architetti, attualmente allestita alla Pinacoteca Civica di Como in Palazzo Volpi e curata da Roberta Lietti e Paolo Brambilla, indaga di quella stagione (e anche dell’onda lunga che ne seguì) un aspetto particolare, ovvero il rapporto che i principali esponenti della scuola architettonica comasca instaurarono con l’artista Mario Radice.

La mostra è organizzata in tre capitoli (tre stanze), ciascuno dedicato al lavoro condiviso dal pittore con un architetto.

Il modello della Fontana di Camerlata;
sullo sfondo la fontana allestita al parco Sempione a Milano.

Si comincia con Cesare Cattaneo, con cui Radice collaborò ripetutamente – e in modo assolutamente paritario – per la definizione di alcuni progetti. Il più famoso è certamente quello della Fontana di Camerlata, grande segno urbano immaginato per lo snodo stradale della piazza a meridione della città; il percorso progettuale, evolutosi da una sorta di “gioco” viabilistico (all’inizio, la struttura venne immaginata come enorme indicatore segnaletico) fino a una scultura austera e astratta, è documentato da molti disegni e da un grande modello originale.

Il modello della Casa del fascio.

Il capitolo centrale è quello dedicato al rapporto con Giuseppe Terragni, avviato fin dal modello per la Casa dell’artista sul lago (alla Triennale di Milano del 1933), per cui Radice eseguì due pannelli ad affreschi, ancora appartenti alla asua fase figurativa; la Casa per l’artista sul lago è uno dei momenti fondativi della cultura progettuale lariana degli anni Trenta, anche perché fu un’opera davvero collettiva di architetti, ingegneri e artisti (in cui il ruolo di Terragni è stato forse, dal senno di poi, sopravvalutato), costituendo un primo terreno di confronto con le avanguardie europee e di prova per il comune lavoro tra architettura e arte “decorativa”.

Il modello della Casa del fascio con l’allestimento della sala del Direttorio.

Ovviamente il nucleo fondamentale di questo capitolo è costituito dagli allestimenti ideati per la Casa del fascio di Como; qui, in un percorso assai complicato per quel che riguarda gli aspetti “decorativi”, ovvero più propriamente “comunicativi”, che comportò anche l’abbandono dei pannelli di Nizzoli per la facciata principale, Radice realizzò una serie di pannelli, alcuni esclusivamente astratti (con un ruolo fondamentale, però, per inserire dettagli di colore nel mondo quasi candido del capolavoro di Terragni), altri di carattere propagandistico, con scritte e ritratti di Mussolini, compreso quello che doveva sempre presenziare e sovraintendere alle riunioni del direttorio fascista. La complessa regia del progetto visivo di questi pannelli è bene illustrata da un grande modello appositamente costruito da Paolo Brambilla.

L’allestimento della sezione dedicata alla collaborazione di Radice con Ico Parisi.

Il capitolo conclusivo è dedicato all’eredità di quel periodo, cioè al lavoro di Ico Parisi, formatosi come collaboratore di studio di Terragni. Nelle sue opere, Parisi non tralasciò mai di considerare l’apporto dei linguaggi artistici, forse anche perché fu artista versato in più campi lui stesso. Fin dai suoi primi progetti chiamò quindi ripetutamente Mario Radice a collaborare, e se in qualche caso l’opera del pittore è, per quanto importante, essenzialmente “decorativa”, in altri assurge a un ruolo centrale, come nella Villa Bini di Monte Olimpino, dove i pannelli a mosaico di Radice sono essenziali per la teatralizzazione dell’architettura.

La mostra della Pinacoteca è un buon esempio di come si possa affrontare un momento centrale per la storia culturale di una città con serietà e leggerezza. Meriterebbe anzi di essere continuata, allargando il discorso ad altre esperienze, altri architetti e altri artisti che nel corso della seconda metà del Novecento hanno continuato a praticare se non proprio la “sintesi” almeno il “rapporto” tra le arti.

[Fabio Cani, ecoinformazioni]

Mario Radice: il pittore e gli architetti. La collaborazione con Cesare Cattaneo, Giuseppe Terragni, Ico Parisi

a cura di Roberta Lietti e Paolo Brambilla 
Pinacoteca Civica, via Diaz 84, Como
fino al 24 novembre 2019
orari: martedì-domenica 10-18; lunedì chiuso
ingresso compreso nel biglietto per la Pinacoteca: intero 4 euro, ridotto/gruppo 2 euro

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