NKM0/ Buone pratiche per vivere e far vivere il territorio

Il convegno del sabato pomeriggio 14 settembre all’Isola che c’è, è stato dedicato alla buone pratiche  del territorio, con un bel dibattito a più voci, dal ricercatore agli amministratori locali, fino ai protagonisti di azioni molecolari ispirate alla qualità ambientale e sociale. Voci diverse, opportunità, problemi, voglia di promuovere il protagonismo delle comunità e delle persone.

Presto on line sul canale di ecoinformazioni i video del convegno

E’ ormai tradizione che il convegno del sabato pomeriggio all’Isola che c’è, si realizzi grazie alla regia di Gabriella Bonanomi, che mette a frutto la sua capacità di fare rete tra Associazioni diverse (Auser, Legambiente, Acli ), ed offre sempre spunti di riflessione a più voci su argomenti di attualità generale, ma sempre declinati nel nostro contesto territoriale.

Quest’anno il tema era Buone pratiche per vivere e per far vivere il territorio. Argomento  più difficile di quanto possa apparire a prima vista: se il numero delle iniziative ispirate alla sostenibilità ambientale e sociale è indubbiamente alto, non sempre alla buone intenzioni corrispondono vere buone pratiche.

In tanti ci riempiamo la bocca di parole come – appunto –sostenibilità, tutela dell’ambiente, biodiversità, cambiamento climatico, ma il significato che si attribuisce a questi termini è spesso diverso e qualche volta è persino confliggente. Non sono la stessa cosa l’eco-business di una grande azienda e la cura di bene comune praticata da cittadini singoli e associati.

Ben vengano quindi gli sforzi per remare tutti nella stessa direzione, a condizione che poi ognuno faccia davvero la sua parte, a cominciare dalle istituzioni.

ciccarese

Il dibattito, ben gestito da Pietro Berra dell’Associazione Sentiero dei Sogni, è stato aperto dall’intervento di Lorenzo Ciccarese esperto ricercatore dell’Ispra http://isprambiente.gov.it/ che ha affrontato il tema dal punto di vista degli scienziati impegnati a studiare – e contrastare – gli effetti nefasti del cambiamento climatico. Secondo Ciccarese il motivo principale del mancato rispetto degli accordi internazionali sul clima è da ricercare nel dialogo carente tra la cultura scientifica e la cultura delle scienze umane: due compartimenti stagni che hanno avuto enormi difficoltà a contaminarsi reciprocamente.

Se oggi c’è una buona – ma insufficiente! – attenzione rispetto alla perdita di biodiversità, non altrettanto si può dire rispetto alla distruzione del sapere delle popolazioni indigene che avanza in tante per del mondo, a cominciare dall’Amazzonia.

Le politiche pubbliche di settore – l’agricoltura; il turismo; etc. –  non si fanno carico della tutela della biodiversità e si stimano ben nove cicli bio-geologici e chimici che sono stati trasformati dalle attività umane.

Non sarà lo sviluppo tecnologico a risolvere questo drammatico problema: quella che serve è una nuova e diversa relazione tra uomo e natura. E non si dica che questo approccio rappresenta un ritorno all’uomo delle caverne! Si tratta di una ineludibile esigenza di cambiare il modo di produrre. Questa consapevolezza cresce, soprattutto nelle innumerevoli buone pratiche locali.

Dobbiamo rassegnarci al “piccolo è bello?” Assolutamente no. Gli scienziati ci dicono che abbiamo 12 anno di tempo (ormai, 11…), ma se guardiamo alla storia scopriamo che in un tempo simile, nel dopoguerra il nostro Paese ha cambiato il proprio volto economico-produttivo; e gli USA, sempre nel secolo scorso, sono stati in grado di impostare una imponente riconversione da economia civile a economia bellica, in soli sei mesi. Si può fare, quindi, è questione di volontà politica, ed il mondo scientifico è in gran parte fiducioso sulla possibilità di vincere la sfida. (Forse lo è un po’ meno chi osserva il degrado della politica nazionale ed internazionale dei Trump, dei Bolzonaro, degli Orban e dei Salvini – n.d.r.)

La parola è poi passata al presidente di Fondazione Volta, Luca Levrini, e si è subito toccata con mano una notevole differenza di approccio. In particolare Levrini, come già in altre occasioni, ha posto l’attenzione su quello che definisce “capitale umano”. Proprio su questo concetto si fonda il piano strategico della neo-costituita Camera di Commercio di Como-Lecco. Si parte da un presupposto giusto – e anche un po’ scontato – come il superamento della logica del Pil. Ma dove si arriva? Alla centralità della famiglia e della scuola. Cioè, a dir tutto e dir niente allo stesso tempo. Quale famiglia, quella del senatore Pillon o quella arcobaleno? La scuola pubblica che forma alla cittadinanza attiva e consapevole o la scuola-azienda che sforna individui funzionali al lavoro precario? Non sono domande retoriche. Levrini è dispiaciuto per la mancata introduzione della materia educazione civica nei programmi, altri pensano che l’educazione alla cittadinanza sia un approccio trasversale che non si racchiude in un‘ora di lezione, magari avulsa dal resto della giornata e che si sviluppa nell’intera comunità e nei tanto vituperati “corpi intermedi”, non solo nelle stanze di casa e nella aule scolastiche.

A seguire, Ismaele Maria Pozzoli, dal suo osservatorio di insegnante, Saverio Saffioti e Cristina Gambotti da quello di amministratori locali, hanno iniziato a declinare le buone pratiche che fanno davvero comunità qui da noi, senza nascondere le difficoltà: quello che si riesce a fare è sempre meno di quello che necessiterebbe. Il punto lo centra bene Saffioti, quando rileva che si deve promuovere consapevolezza nelle persone. “Vasto programma”, che trova ostacoli nei vincoli burocratici, nell’insipienza di molti politici, nelle logiche di profitto spesso negate a parole ma non contrastate nei fatti.

Lo conferma Roberto Fumagalli, raccontando di un’idea ancora embrionale: una piccola pedemontana pedonale e ferroviaria, da Como a Lecco seguendo il percorso della vecchia e malandata ferrovia, una via di comunicazione che potrebbe (dovrebbe!) essere rilanciata, potenziata, valorizzata. Invece, ci si attarda ancora a parlare di autostrada pedemontana e di tangenziale di Como da completare e persino di autostrada diretta Varese – Como – Lecco, addirittura spacciando queste opere come interventi all’insegna della sostenibilità.

Siamo al dunque, al conflitto tra buone pratiche e cattivi progetti. Partita apertissima, nel nostro territorio, nel paese, nel mondo.

La nota di ottimismo viene – ovviamente – dalle buone pratiche che ci sono e che crescono. Al tavolo dei relatori ce n’era una, l’azienda agricola La Runa che Davide Losa ha raccontato per immagini e volti,  i volti dei giovani migranti che vi hanno trovato non solo accoglienza ma integrazione vera, fatta di formazione e di lavoro pulito. Anzi, ce n’erano due, anche il parco letterario dedicato ad Alda Merini che nascerà, grazie alla tenacia di Pietro Berra, in grado di by-passare il disinteresse e la lentezza esasperante di Palazzo Cernezzi.

Ovviamente un dibattito all’Isola non risolve i nodi, però è già molto importante metterli in evidenza, favorire dialoghi, proporre contaminazioni di pensiero. Un sabato pomeriggio utile, un impegno che continua da domani. [Massimo Patrignani, ecoinformazioni]

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