Greenwashing e globalizzazione

Può essere il futuro dell’uomo in quanto consumatore terrestre (sic) un peso insostenibile ed insieme inezia? Possono le azioni dell’umanità essere pesate sulla bilancia del pianeta ed essere valutate insieme macigno e piuma? A quanto pare sì.

Durante il webinar Greenwashing e globalizzazione: le responsabilità dell’economia nel cambiamento climatico, organizzato dall’associazione Lissi il 28 novembre, si è affrontata proprio questa dicotomia – in apparenza incredibile – di responsabilità che coinvolgono nell’eterna lotta tra sostenibilità e profitto sia singoli cittadini del mondo  che sovrastrutture politiche ed economiche globali.

Questo lungo anno ha sottolineato come, sotto molti aspetti, il ruolo dell’essere umano nella società sia sottilmente cambiato negli ultimi secoli, tendendo verso l’identificazione della propria ratio vitae nel perenne sostegno all’economia, consumandone i prodotti ed i profitti. Pungolati da zuccherose sollecitudini e da minacce di rovina ci siamo tutti (o quasi) assestati nel nostro miserabile ruolo di consumatori attivi, etichettati, studiati, incasellati in una slot machine di stimoli bulimici. Quando però la polvere dei cambiamenti climatici, dei disastri ambientali e dello sfruttamento forsennato delle risorse terrestri è diventata troppa per essere nascosta sotto al tappeto e si è mostrata in tutta la propria devastante tragedia, ecco piovere sulle spalle di noi grigi uomini e donne del ventunesimo secolo tutto il senso di colpa per non aver provato, in passato, ad opporci ad un programma tanto miope quanto spregiudicato.
Pesa, fardello gravoso a base di inquinamento e sprechi, sulle nostre spalle mentre agiamo tutti i giorni, consumando così come ci siamo abituati a credere sia l’unico modo possibile di fare, immersi in una scintillante, futile estemporaneità. Che il senso di colpa possa essere stimolo per cambiare invece che solo ammenda da espiare è, per fortuna, qualcosa di ancora possibile: ecco quindi nascere movimenti ambientalisti e sociali (come la neonata Società della cura) determinati a riequilibrare l’impatto delll’antropocentrismo nel mondo; oppure reti come Zero Waste che, come spiega la portavoce Sara Mancabelli, pur partendo da un’utopia (quella dell’annullamento totale dei rifiuti) imposta il proprio operato cercando di tendervi il più possibile. Con un programma ispirato al modello europeo (e ricco di meravigliose allitterazioni a base di rifiutare e ridurre il non necessario, riusare l’esistente e riciclare quello di cui non si ha più bisogno) e molte iniziative pratiche (dalla mappa dei negozi che prevendono la vendita di prodotti sfusi ad un elenco di applicazioni digitali per migliorare i criteri con cui si effettuano gli acquisti), Zero Waste si propone come un tonico per il cittadino del mondo per migliorare il rapporto dello stesso con il mondo del sostenibile a trecentosessanta gradi e acuirne al tempo stesso il senso critico.
Perché se è vero che il senso di colpa comunque permane, minaccioso e dolente, a pesare sulla schiena, altrettanto vera è la possibilità di agire, partendo dal singolo, per cambiare un modello di vita e rendere circolare un’economia che al giorno d’oggi resta tutt’ora una linea retta. Il primo tra tanti passi potrebbe essere quello di sollevare il sottile velo di Maya della dilagante tendenza ‘green’ e discernere il sincero, reale impegno verso una sostenibilità ecologica da un mero utilizzo del tema per scopi puramente commerciali, quel greenwashing che lava coscienze senza smacchiarle davvero.
Questo sottile strato di vernice, abilmente grattato via dallo studio di Margherita Crespi sui sette peccati capitali del cosiddetto «ambientalismo di facciata», cerca in ogni modo di appannare la vista calando come un’impercettibile cataratta nel quotidiano omettendo informazioni, affermando senza dati reali su cui basarsi, dettando fumosi slogan a base biologica, concentrandosi su informazioni irrilevanti e puntando l’attenzione sul minore di due mali ugualmente coestistenti, arrivando a mentire spudoratamente o nascondendosi dietro falsi idoli; tutti sintomi di quella sfrontata arroganza commerciale cui si accennava poc’anzi, ma che è possibile curare con una più oculata ed efficiente responsabilità, soprattutto negli acquisti.

È invece l’economista Pietro Rizzi ad illustrare – storicamente ed economicamente – l’affermazione del concetto stesso di globalizzazione (intesa come uniformazione dei modelli di consumo/economici/comportamentali), indissolubilmente legato alla legittimazione del liberismo peggiore (quello di un libero mercato in cui vengono abolite le regole necessarie a monitorare le sfide della concorrenza) e di come questo abbia portato squilibri nello sviluppo dei vari paesi mondiali, dei quali quelli «non progrediti» da un punto di vista occidentalocentrico vengono debitamente affossati da accuse di maltrattamento ambientale.
Studi come quello di Baek/Cho/Koo (delle università del Nord Dakota e Seul) hanno infatti inizialmente evidenziato la correlazione tra emissioni di anidride solforosa ed aumento di ricchezza conseguente all’apertura dei mercati, dimostrando in apparenza come nei paesi dall’economia più avanzata la qualità dell’ambiente sia migliorate, mentre invece questo non accade nei paesi in via di sviluppo. Ad un’analisi più approfondita, però, emerge come a questo risultato parziale concorrano diversi altri fattori, come la presenza o meno di norme a tutela dell’ambiente, la stabilità dei governi o la presenza di disuguaglianze tra i vari strati della popolazione, oltre alla – forse meno evidente, ma altrettanto nociva – tendenza dei soggetti economici appartenenti ai paesi sviluppati ad investire in quelle zone in cui l’economia ambientale abbia un costo inferiore.
L’azione del singolo cittadino del mondo viene qui annullata da forze e potenze che sembrano avere un peso ineguagliabile, in grado di sfilare l’economia dalla comprensione dei più per sottrarla al tribunale della sostenibilità ambientale e sociale; non deve stupire quindi la vicenda di greenwashing della Banca Mondiale, che teorizza manovre per aiutare i paesi in difficoltà e finanziamenti per i progetti ecosostenibili nell’ambito di un piano d’azione quadriennale, ma che secondo uno studio del gruppo ambientalista tedesco Urgewald spende miliardi di dollari – direttamente o indirettamente – per finanziare la produzione e l’utilizzo di fonti energetiche fossili.
Certo, il futuro sembra non essere così nero di fumi pestilenziali se si pensa ai «global goals» studiati per cercare di risolvere le problematiche ambientali entro il prossimo decennio, ma non così limpido da rendere certa una battuta d’arresto della globalizzazione, nonostante essa si sia dimostrata un modello parzialmente fallimentare se non gestito con debite regolamentazioni.
E se la domanda circa la soluzione migliore da adottare rimane in apparenza sospesa minacciosamente davanti a noi grigie donne e uomini del ventunesimo secolo, in bilico tra responsabilità individuali e istituzionali, forse la possibilità di una risposta migliore rispetto a quelle date fino ad oggi verrà solo continuando ad indagare, ragionare, interrogarsi, riflettere. [Sara Sostini, ecoinformazioni]

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