A Natale io resto a casa. In Germania

Leggo a destra e a sinistra, anche politicamente parlando, commenti di indignazione per le restrizioni decise dal Governo italiano per il periodo Natalizio. Indignazione, perché anche gli oltre 5 milioni di italiani all’estero, al pari degli altri cittadini del mondo, dovranno rispettare le regole imposte dalla pandemia. E quindi, detto in parole povere, si deve restare a casa. Evidentemente quasi mille morti al giorno in Italia non ci fanno più paura. Non ci fanno più riflettere.

Ricordo però con precisione lo sconforto e il pianto di molti italiani in Germania, io compresa (ma anche in altri Stati europei), di fronte al bollettino dei decessi in Patria e alle immagini delle camionette che portavano via le bare da Bergamo. Ricordo anche la nostra indignazione di fronte alle restrizioni decise in Germania (e in altri Paesi) che ci sembravano troppo light, quasi inutili precauzioni, in confronto a quelle italiane. Tanto che, la maggior parte di noi italiani all’estero, ci siamo fatti il nostro lockdown all’italiana, chiudendoci di fatto in casa e limitando i contatti allo stretto necessario. Per mesi abbiamo sofferto, perché la sanità italiana si è rivelata fragile, carente. Per i posti in terapia intensiva che non c’erano. Ma a Natale no. A Natale tutto cambia. Rivendichiamo il sacrosanto diritto di poter tornare a casa. E chiediamo regole speciali per gli iscritti all’Aire. Cosa è cambiato da marzo ad oggi? Gli ospedali sono al collasso, il bollettino dei morti sembra un bollettino di guerra (e non più solo in Italia), e leggiamo che in alcune Regioni anche solo farsi un tampone è un‘impresa. Ma a Natale no. Anche io ho una gran voglia di riabbracciare la mia famiglia, i miei amici. Di vedere la mia città, il mio lago, il mio cielo. Ho però soprattutto una gran voglia di festeggiare la fine della pandemia. Senza che nessuno corra più rischi. [Luciana Mella, ecoinformazioni]

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