In libreria/ Edgar Morin e il coronavirus

Quest’anno di pandemia – una congiuntura drammatica al tempo stesso generale e del tutto particolare – ha spinto uno dei grandi interpreti del pensiero mondiale a provare a fare il punto. Edgar Morin, alla vigilia della sua centesima primavera, ha enucleato da questo anno di coronavirus – e dalla sua esperienza – 15 lezioni, in cui ha riconosciuto l’inderogabile necessità che Cambiamo strada.

Si intitola così il suo nuovo libro: un libro agile, facilmente abbordabile per il linguaggio piano e la struttura chiara, e denso di significato.

Comincia con un Preambolo, per sintetizzare Cent’anni di vicissitudini – quelle dell’autore e del mondo –: significativamente l’inizio è sotto il segno della Spagnola, ma molte crisi (dal nazismo al disastro ecologico) vengono richiamate e “spiegate” nel segno di un’esistenza tutta tesa all’affermazione delle persone e dei loro diritti. È alla luce di quest’esperienza che Edgar Morin propone le sue 15 lezioni del coronavirus: non si tratta “semplicemente” di messe a punto teoriche, ma di nuclei di pensiero che – proprio perché spiegate in forma accessibile – ambiscono a essere anche indicazioni pratiche.

È fondamentale che chi legge le assimili secondo la propria sensibilità. A me è parsa centrale l’undicesima che, sotto il titolo generale Una crisi dell’intelligenza, affronta il tema delle Complessità invisibili. Riporto il passaggio centrale: «Le carenze di pensiero che abbiamo segnalato nelle precedenti lezioni ci rivelano l’enorme buco nero nella nostra mente, che ci rende invisibili le complessità del reale. Un buco nero che ci rivela al tempo stesso (e una volta di più) le debolezze del sistema di conoscenze che ci è stato inculcato. Esso ci fa tenere separato ciò che è inseparabile e ridurre a un solo elemento ciò che forma un tutto al contempo uno e molteplice; divide in compartimenti i saperi invece di connetterli; si limita a prevedere il probabile, mentre emergono continuamente le complessità. È così che sono stati divisi in compartimenti il sanitario, l’economico, l’ecologico, il nazionale, il mondiale. È così che l’inatteso ha preso alla sprovvista Stati e governi» [pp. 41-42]. Ecco, la sottovalutazione (se non proprio l’incomprensione) della complessità della situazione che stiamo attraversando appare questione centrale: è ciò che ha permesso l’adesione incondizionata all’una o all’altra narrazione di questa pandemia (e anche l’oscillazione dall’una all’altra: dalla disperazione alla negazione, tanto per limitarsi a dei possibili estremi…).

Ma – come si è anticipato – Morin non si limita all’analisi, bensì prova a trarre le conseguenze “politiche” di questa situazione, delineando l’esigenza di un nuovo umanesimo (o – come più precisamente lo denomina – un Umanesimo rigenerato).

Nelle pagine del suo libro, Morin indica una Via (la chiama proprio così), ma non è un’indicazione di verità, è un percorso articolato e tutto da costruire.

Anche per questa parte propositiva del testo conviene verificare di persona (il volume è sintetico e ogni ulteriore riassunto si espone al rischio della dimenticanza), e quindi – di nuovo – propongo la mia scelta dichiaratamente parziale.

Seguendo l’esempio già fatto, mi sono sembrati particolarmente significativi gli sforzi di ricomporre la complessità in nuclei dialettici. Come questo, a p. 69, dedicato a Sovranità e globalità: «Promuoviamo anzitutto una politica che unisca globalizzazione e de-globalizzazione, crescita e decrescita, sviluppo e inviluppo. Questi termini sono antinomici solo in una logica binaria che li rinchiude in alternative mutilanti». L’intervento politico deve quindi creare una situazione in cui il nesso sovranismo/globalismo (i termini ovviamente non sono da intendere nell’accezione brutale a cui ci ha abituato lo scontro partitico-comunicativo) non si ponga più come un’alternativa: «Lo Stato non [sarebbe] più dipendente per ciò che è vitale per la nazione – la salute, l’alimentazione, i prodotti di prima necessità – e ridiventa quindi sovrano sulla sua “economia di vita” […]. Ma continuerebbe a far parte di un’interdipendenza solidale e di una globalizzazione umanizzata» [p. 70].

E ancora, a p. 75: «[…] si tratta di creare e sviluppare modalità organizzative che tengano insieme: centralismo / policentrismo / acentrismo; gerarchia / poliarchia / anarchia; specializzazione / polispecializzazione / competenza generale».

Sotto il segno della complessità – non in chiave disarmonica – è anche la persona, che Morin descrive come Homo complexus, ricorrendo a una citazione dai Pensieri di Blaise Pascal particolarmente evocativa: «Che chimera è dunque l’uomo, che novità, che mostro, che caos, che soggetto di contraddizione, che prodigio! Giudice di tutto, vermiciattolo della terra, depositario del vero, cloaca di incertezza e di errore, gloria e rifiuto dell’universo! Chi sbroglierà questo groviglio?» [p. 106].

Morin arriva quindi a una (ri)proposta della democrazia dei consigli: «Bisognerebbe concepire e proporre le modalità di una democrazia partecipativa. Sarebbe utile, al tempo stesso, un risveglio dei cittadini che non può essere slegato da una rigenerazione del pensiero politico. Sarebbe ugualmente utile moltiplicare le università popolari, che offrirebbero ai cittadini un apprendistato nelle scienze politiche, sociologiche, economiche e giuridiche. La democrazia partecipativa va inventata a partire dai consigli […]. Alla luce del tempo presente segnato da insufficienza democratica, dobbiamo ripensare la costituzione di consigli su scale diverse». [p. 79]

La radicale novità di questa proposta, nel suo ricollegarsi a una precisa tradizione del movimento progressista e rivoluzionario, è facilmente riconoscibile nei nomi indicati da Morin per i principali «consigli» su scala nazionale: un «consiglio dell’Ecologia»; un «consiglio del Futuro»; un «consiglio delle Età» [p. 79].

Per concludere con Quattro principi di speranza: «Il primo è quello del sorgere dell’improbabile. Il secondo è un principio di rigenerazione. Il terzo è formulato da Hölderlin: “Lì dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva”. Il quarto è l’aspirazione millenaria dell’umanità a un’altra vita e a un altro mondo […]». È un altro mondo possibile e necessario, come andiamo ripetendo da tempo. [Fabio Cani, ecoinformazioni]

Edgar Morin [con la collaborazione di Sabah Abouessalam]

Cambiamo strada. Le 15 lezioni del coronavirus,

trad. it. Raffaello Cortina Editore, Milano 2020, 124 pp., 11 €

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