Piazza Fontana: una strage, memorie diverse

Il 12 dicembre 1969 alle 16.37 un ordigno esplose all’interno della Banca nazionale dell’agricoltura, facendo 17 morti e 88 feriti.
Dopo aver seguito un’infondata pista anarchica, uccidendo l’incolpevole Giuseppe Pinelli, la giustizia ha fatto il suo corso attribuendo ai fascisti di Ordine nuovo la responsabilità della strage.
Tutto questo è stato ricordato, in modi diversi a Milano, sabato 12 dicembre 2020, cinquantunesimo anniversario dell’attentato.

La giornata di commemorazione si è aperta alle 14, quando lə studentə provenienti dagli istituti superiori milanesi hanno assistito ad una lezione-dibattito condotta tra lə altrə dalle figlie di Pinelli.
Alle 16 si è invece cominciato a concentrare il presidio che, alle 16.37, ha osservato un minuto di silenzio in memoria delle vittime. In seguito c’è stato un breve discorso da parte delle autorità, rimaste però invisibili ai più dato che l’ingresso della banca era transennato e l’accesso consentito solo ai giornalisti e ai familiari delle vittime. Non è stato comunque sentito nulla più che l’elenco delle vittime, l’accusa a ordine nuovo e una breve nota per il “suicidio” di Pinelli.

La commemorazione più sentita, però, è stata quella organizzata poco dopo le 17 da Milano antifascista, antirazzista, meticcia e solidale ə cui esponenti, stavolta senza barricate, hanno deposto una corona di fiori davanti al luogo della tragedia. Nel discorso che è seguito a questo momento ribollente di rabbia antifascista ha preso parola un rappresentante del movimento, che ha ricordato che piazza Fontana è molto più di una manifestazione irrazionalmente violenta del fascismo post-bellico.
L’attentato del 12 dicembre 1969 è l’apripista di una lunga serie di stragi che vestono la camicia nera, ma è accertato siano frutto di una certa concertazione da parte di enti politici ben più potenti e sinistri tra cui stato, servizi segreti e P2.
Giuseppe Pinelli non si è né suicidato, né è sventuratamente caduto dalla finestra della questura di Milano: è stato ucciso durante un interrogatorio.
Lo stato cancella e nasconde molto di tutto questo; imputa tutto ai fascisti, ma non dovrebbe sentirsi la coscienza pulita.

Prima che ci si spostasse verso la targa commemorativa dedicata a Saverio Saltarelli, studente ucciso l’anno seguente vicino alla Statale durante una protesta pacifica (ma non autorizzata) da un lacrimogeno sparato dalla polizia, uno studente del liceo Parini ha riportato, ai microfoni di una nota emittente televisiva, una testimonianza a dir poco sconfortante.
Come ogni anno da diverso tempo a questa parte, ə ragazzə del collettivo del liceo hanno scritto di fronte alla propria scuola un messaggio antifascista. L’obiettivo era quello di richiamare l’attenzione della cittadinanza e soprattutto del dirimpettaio Giuseppe Sala, sindaco di Milano.
Sorprendentemente, la polizia ha multato per imbrattamento ə studentə e il primo cittadino, invitato da quest’ultimə a dichiarare il proprio antifascismo, si è astenuto dal farlo.
Un epilogo deprimente in un pomeriggio che era già stato reso abbastanza triste dall’assenza di cortei, precauzione dovuta al covid, e conclusosi con gli striscioni dei membri del circolo anarchico Ponte della Ghisolfa a ricordo il compagno Pinelli, iscritto a quel collettivo.

In ogni caso, ciò che questa giornata di ricordo e antifascismo ha sottolineato è l’enorme discrepanza narrativa tra le varie parti in causa e in particolare tra lo stato e tutto il resto della politica milanese.
Non si parla solo del confronto tra autorità nascoste dalle transenne gli/le attivisti/e che si sono stretti/e e hanno lanciato slogan nella memoria delle vittime, dei feriti, di Pinelli e di Saltarelli.
È stata evidente l’incapacità istituzionale di fare i conti con la storia non solo milanese, ma italiana, sul piano istituzionale quanto su quello popolare.
Può bastare dire due parole contro un’organizzazione fascista per dire metabolizzato un periodo terribile come quello permeato dalla strategia della tensione? Noi pensiamo di no.
Noi pensiamo che la politica milanese abbia perso l’occasione di dichiararsi antifascista e l’infelice silenzio di Sala ci conferma questa impressione.
Noi pensiamo che la lotta contro la violenza neofascista e reazionaria non si esaurisca in una corona di fiori o in una moscia parata istituzionale.
È un diritto dei/delle milanesi per piazza Fontana, dei/ delle bresciani/e per piazza della Loggia, dei/ delle bolognesi per il 2 agosto 1980 che tutte le responsabilità vengano a galla.
Non è un’istanza dei centri sociali e non è una pretesa anarchica che sia fatta giustizia e si sappia la verità.
Tutta.
Anche quella scomoda allo stato, che oggi si è dimostrato molto più nero di quanto tutti dovrebbero tollerare. [Pietro Caresana, ecoinformazioni]
[Video di Mara Cacciatori, Arci-ecoinformazioni]


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