Baby gang/ + comunità – violenza

Il 17 dicembre Mara Cacciatori e Musa Drammeh hanno seguito per ecoinformazioni il dibattito online sul tema della devianza minorile e adulti che aiutano a cambiare, Ancora una (s)volta – Oltre la baby gang.

La serata è stata organizzata da Cag Oasi di Rebbio (centro di aggregazione giovanile) insieme al gruppo COnTatto, l’associazione che si occupa della giustizia riparativa nella comunità di Rebbio. L’obiettivo dell’incontro era quello di confrontarsi, ascoltarsi e interrogarsi, e pensare a un modo per prevenire la violenza giovanile che negli ultimi anni ha coinvolto i ragazzi di Rebbio e non solo. Come racconta Elisa Roncoroni, referente della cooperativa Lotta contro l’emarginazione a Como, la comunità soffre la perdita dei suoi ragazzi, che spesso fanno fatica a frequentare la scuola o sono in conflitto tra loro. I giovani che hanno commesso dei reati negli ultimi tre anni hanno un’età media di quindici anni. La comunità si è interrogata sul fenomeno della devianza minorile e ne ha discusso con i ragazzi che hanno vissuto delle dinamiche di violenza o commesso dei reati che hanno portato la comunità al punto di non stare più in silenzio, ma di cercare di capire il fenomeno, e comprenderlo dalle parole dei giovani ragazzi. La necessità di aiutare i ragazzi e la comunità stessa ha permesso alla Cag Oasi, con il coinvolgimento delle scuole e della parrocchia di Rebbio di promuovere e lavorare per il progetto COnTatto che si occupa della giustizia riparativa, cioè di riparare ciò che viene distrutto, inteso come legame o cosa materiale.

Cinzia Storiale, operatrice di Cag Oasi [già redattrice di ecoinformazioni], ha affermato che l’incontro è stato organizzato grazie al confronto con ragazzi del quartiere che hanno espresso le loro opinioni sul fenomeno che li coinvolge. Centrale l’intervento nella serata di Daniel Zaccardo, un giovane ragazzo cresciuto nel quartiere di Quarto Oggiaro, fino al suo arresto che l’ha portato a vivere l’esperienza del carcere minorile. Daniel, avendo deciso di riprendere in mano la sua vita, è diventato educatore nella comunità di Kayros, la stessa che l’ha ospitato durante il suo percorso di inserimento sociale. Il ragazzo racconta le difficoltà che si incontrano a crescere in un quartiere come Quarto Oggiaro, dove la cultura di pensiero è attratta dal “fascino” ed essere prepotente ti permette di conquistare il rispetto del quartiere, e questo molte volte spinge i ragazzi a prendere strade sbagliate. Numerose persone della cittadinanza, come psicologi, insegnanti, rappresentati, assessori, lo stesso parroco di Rebbio e operatori sociali, hanno partecipato all’incontro e non è mancata la presenza dei giovani ragazzi della comunità che hanno animato la serata ponendo a Daniel e ai ragazzi di Kayros domande più specifiche sul tema e sulla loro esperienza. Dunque i ragazzi che si approfittano delle debolezze dei compagni e le vittime che subiscono le prepotenze, secondo Daniel, «sono il frutto di una società che tollera la sopraffazione, in parte per cecità e in parte per tornaconto personale». I responsabili della presenza e dello sviluppo di episodi di prevaricazioni tra i giovani non sono soltanto i ragazzi direttamente coinvolti, o gli adulti che spesso non intervengono in aiuto delle vittime perché non sanno riconoscere le modalità con cui vengono messe in atto le prepotenze. La colpa non è nemmeno del contesto familiare o di quello scolastico, ma più in generale si tratta della società che, tollerando il conflitto e accettando valori come la rivalità e la competitività, favorisce lo sviluppo di comportamenti prevaricatori che trovano all’interno del quartiere un humus favorevole per la loro manifestazione.  

Tuttavia i ragazzi che commettono dei reati spesso stanno vivendo gli anni in cui la vita è paragonabile a un vulcano di emozioni, che andrebbe canalizzato in attività positive, altrimenti il tutto si trasforma in energia distruttiva. Infatti, come è emerso nel corso dell’incontro, mancano delle proposte sociali adeguate ed è difficile affermare che sia colpa solo della scuola o della famiglia. La serata ha previsto anche uno spazio in cui i ragazzi di Rebbio hanno espresso curiosità e posto alcune domande a Daniel e ai ragazzi di Kayros. Come se sia necessario arrivare a toccare il fondo (subire l’arresto o una denuncia) per essere ascoltati. «Tali dinamiche possono dipendere dalla situazione dell’individuo, poiché ognuno ha una storia originale, e non tutti hanno bisogno di toccare il fondo per essere ascoltati». Daniel ha aggiunto: «Gli educatori devono comprendere che arriva un certo momento nella vita dei ragazzi in cui nessuno può sostituirsi nelle loro scelte e salvarli ma sono loro stessi gli uniche persone a poter scegliere ed essere responsabili, tuttavia gli educatori hanno un ruolo importante per cui bisogna sempre chiedersi perché certi episodi succedono».

Gli sguardi degli adulti che coabitano nel quartiere possono rivelarsi affilati e spesso fomentano la rabbia dei ragazzi, che si sentono ignorati. Uno di loro racconta che le ferite subite durante la sua infanzia l’hanno influenzato molto perché era lui la vittima dei bulli e veniva discriminato per le sue caratteristiche somatiche, e, per farsi rispettare e non farsi vedere debole verso i suoi aggressori, ha dovuto assumere i comportamenti da bullo per difendersi. Il fenomeno del bullismo consiste, nella maggior parte dei casi, in un atto di prepotenza adolescenziale che mira a discriminare un coetaneo per motivi legati all’origine etnica, orientamento sessuale o convinzioni personali. La nostra società non può sottrarsi all’impegno di interrogarsi sul metodo educativo, afferma Daniel, «È importante che la società offra percorsi alternativi ai ragazzi in modo da contrastare il fenomeno della devianza minorile e aiutare gli educatori ad assumere un maggior coinvolgimento interazionale con i ragazzi».

Come adulti e comunità abbiamo la responsabilità di proporre e coltivare una prospettiva pedagogica fondata sulla nonviolenza. Se la violenza è il mezzo di conservazione sociale, l’educazione deve essere necessariamente intesa nella sua valenza di strumento di trasformazione sociale.

La pagina Facebook di Cooperativa Lotta Contro L’emarginazione COMO

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: