Sabir/ Fermare la delocalizzazione della disumanità

Clicca sull’immagine per vedere la registrazione dell’iniziativa sulla pagina fb di Sabir. https://fb.watch/2uWQ5Z8RrL/

La lotta ai migranti è oggi senza frontiere ed è indispensabile per lottare contro di essa analizzare le politiche dell’Unione europea in ambito di controllo delle “frontiere esterne”, muri più o meno materiali, più o meno visibili, che corrono ben oltre le frontiere propriamente dette e hanno lo scopo di impedire ai dannati della terra di imporre la propria presenza ai ricchi e sonnolenti paesi del vecchio mondo. Il 4 dicembre nell’ambito del Festival Sabir Extra, è stata presentata il 4 dicembre la quarta edizione di Finanziare il confine: fondi e strategie per fermare l’immigrazione.

Il quadro di questa “delocalizzazione della disumanità” è sempre più desolante. Lo dice chiaramente Filippo Miraglia (Arci nazionale) presentando l’incontro. Egli denuncia che la quasi totalità della spesa dell’UE in materia di migrazione, nell’ambito del Quadro finanziario pluriennale (2021-2027), sarà molto probabilmente (le trattative sono ancora in corso) destinata a rafforzare le frontiere esterne, e ad implementare respingimenti e rimpatri. Si parla del 70% della spesa per la gestione delle frontiere, cioè oltre 16 miliardi su un totale della rubrica di 22,7 miliardi, a scapito delle risorse per rafforzare il sistema comune d’asilo e l’accoglienza.

A ciò si aggiungono quei fondi nominalmente destinati alla cooperazione internazionale, che però potrebbero essere deviati in modo improprio, e usati come contropartita di forme di cooperazione a “condizionalità positiva”: accordi che vincolano i paesi beneficiari di tale risorse ad ampliare nei propri territori il contrasto alla migrazione. Il rispetto dei Diritti umani è invece una condizione sempre meno contemplata dagli accordi di cooperazione. Giorgia Jana Pintus (progetto externalization policies watch Arci) e Roberto Sensi (Action Aid) sottolineano la gravità di queste politiche, che rischiano di minare l’efficacia della cooperazione e di favorire l’industria delle armi, in prima linea nella vendita di dispositivi di sorveglianza. Non solo: sposando le politiche invocate dai sovranisti, l’Europa non fa che alimentare l’agibilità politica dell’estrema destra, quella della “democrazia illiberale”, xenofoba e autoritaria, e dei partiti reazionari nostrani. Tutto ciò a vantaggio dei veri scafisti, che da un ulteriore ripiegamento securitario della fortezza Europa possono solo vedere aumentati i propri criminali profitti: in assenza di canali di accesso sicuro e legale, chi fugge dalla disperazione e dalla miseria sarà consegnato nelle braccia della malavita.

Per attivisti ed esperti che si stanno occupando dell’argomento, un altro motivo di preoccupazione è legato alla trasparenza nella gestione di questi soldi, di queste operazioni. Diletta Agresta (Asgi, progetto Sciabaca&Oruka) e Antonella Napolitano (Privacy International) sostengono che i documenti relativi a questi accordi, pur essendo accessibili, non consentono di fatto di comprendere nel merito a quali progetti specifici si dà copertura economica. Una gestione opaca potrebbe causare danni enormi. Basti pensare che al momento si è a conoscenza di forniture di simulatori di torri telefoniche al Niger per intercettare le chiamate all’interno del paese. E di invio in Costa d’Avorio e Senegal di potenti strumenti per il riconoscimento facciale, allo scopo di velocizzare gli eventuali rimpatri. Che impatto possono avere tali tecnologie, ad esempio nell’ambito della repressione del dissenso politico e della persecuzione delle minoranze, in paesi che non hanno alcun tipo di legislazione atta a scongiurarne un uso improprio?

Gli sviluppi futuri potrebbero quindi aggravare ulteriormente un quadro già pessimo, dal momento che, come riferisce Sara Prestianni (EuroMed Rights, ha curato la sezione del dossier relativa al Mediterraneo centrale), nel 2020 addirittura 1 migrante su 2 tra coloro che hanno provato ad abbandonare l’inferno libico è stato respinto sulle coste africane. Questo triste risultato si deve a un rinnovato accanimento nella criminalizzazione delle ONG (a cui concorre con zelo l’attuale governo italiano, nonostante la tanto sbandierata discontinuità dall’esecutivo precedente a trazione leghista), ma anche alla scelta di Malta di schierarsi al fianco dell’Italia nel fornire pieno sostegno alla sedicente guardia costiera libica. Il governo dell’isola si è addirittura appellato agli altri stati dell’Unione perché seguano il suo (e nostro) esempio nel fornire denaro, addestramento e mezzi alla milizia di banditi che cattura i migranti.
Il modello libico fa scuola, e viene imitato dalla Tunisia, che ha accettato di ampliare il programma dei rimpatri, e riceve droni e radar pagati dai contribuenti europei per rafforzare il controllo sulle proprie coste. Dopo l’attentato di Nizza, la Francia ha attivato un nuovo piano di collaborazione con la sua ex colonia, che prevede una sorta di blocco navale e un nuovo sistema di respingimenti “per procura”.

Quasi tutte le navi della flotta della società civile sono bloccate nei porti, spesso per provvedimenti giudiziari palesemente strumentali, e così i soli occhi che scrutano il mare sono quelli dei trafficanti di esseri umani. Perfino le navi da trasporto che incappano accidentalmente nei migranti alla deriva sono colpite in questo 2020: significativo a questo proposito l’episodio della nave cargo danese “Minsk”, costretta per 40 giorni al largo senza poter attraccare in alcun porto perché aveva salvato decine di naufraghi. La repressione si trasforma, e colpisce anche le imbarcazioni commerciali.

Tema molto attuale quello delle navi quarantena allestite dall’Italia: all’approccio palesemente discriminatorio nei riguardi degli stranieri che sbarcano sulle nostre spiagge si aggiunge l’aggravante della disfunzionalità: tali luoghi stanno favorendo fortemente i contagi da Covid tra chi è costretto a risiedervi. Soluzioni differenti, più attente alla cura e al benessere dei singoli, avrebbero con tutta probabilità prodotto altri risultati.

Un dossier molto ricco, dunque, che vede, tra le altre, due importanti sezioni di approfondimento della situazione della regione del Sahel, curati dai ricercatori Jérôme Tubiana e Clotilde Warin (Confrontations Europe). [Abramo Francescato, ecoinformazioni]

Leggi l’abstract di Finanziare il confine

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