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La condanna del correntismo e una certa diffidenza nei confronti della pubblicità del dissenso interno non significano che nel PCI non convivessero sin dalla sua nascita – e soprattutto dalla sua trasformazione in partito di massa – orientamenti e sensibilità diverse, di cui il prevalere del centralismo democratico aveva attutito la visibilità. Se Pietro Ingrao fu tra le figure più autorevoli della sinistra del Partito, a rappresentare ed incarnare le posizioni dell’ala moderata (quella riformista) fu sicuramente Giorgio Amendola.

Nel Congresso del ’66 Longo aveva stigmatizzato la richiesta di rendere pubblico il dissenso interno al Partito, paventando il rischio di dare vita a correnti organizzate. Il pensiero va subito all’esperienza della DC, dove le correnti erano “partiti nel partito” il cui peso politico e organizzativo finiva per influenzarne non solo la vita interna ma anche quella dei governi e delle altre cariche istituzionali ricoperte dai rappresentanti democristiani. La condanna del correntismo e una certa diffidenza nei confronti della pubblicità del dissenso interno tuttavia non significano che nel PCI non convivessero sin dalla sua nascita – e soprattutto dalla sua trasformazione in partito di massa – orientamenti e sensibilità diverse, di cui il prevalere del centralismo democratico aveva attutito la visibilità. Se Pietro Ingrao fu tra le figure più autorevoli della sinistra del Partito, a rappresentare ed incarnare le posizioni dell’ala moderata (quella riformista) fu sicuramente Giorgio Amendola.

Figlio del deputato liberale e leader dell’Aventino perseguitato e ucciso dai fascisti, agli inizi degli anni ’30 Amendola aderì al partito comunista, ma fu presto arrestato e inviato al confino a Ponza. Tornato in Italia dopo un periodo di clandestinità all’estero, divenne uno dei comandanti delle formazioni partigiane – fu tra gli ideatori dell’attentato di via Rasella – partecipando attivamente alla Resistenza. Eletto all’Assemblea costituente, fu confermato a Montecitorio fino alla sua morte, avvenuta nel 1980. Lungo tutto l’arco del suo impegno politico e parlamentare, Giorgio Amendola porterà avanti con l’autorevolezza che gli veniva unanimemente riconosciuta le ragioni di un dialogo costante con il partito socialista, più lontano da un’interpretazione ortodossa del marxismo e sicuramente influenzato dall’eredità del pensiero liberale di Gobetti.

Attorno ad Amendola e alle sue posizioni si raccolsero nel tempo militanti e dirigenti di primo piano – l’ala che fin dai tempi della segreteria di Berlinguer fu definita “migliorista” – tra cui i nomi più noti furono Napolitano, Macaluso, Chiaromonte, Bufalini e Trombadori.

Fautori del dialogo con il PSI e con le altre forze socialdemocratiche a livello europeo – nell’ottica di una più netta presa di distanza dai regimi dell’est – saranno tra i maggiori sostenitori della “svolta della Bolognina”. [Cristian Pardossi]

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