Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 12

Negli stessi giorni in cui il PCI celebra il suo XI Congresso, avviene quello che da molti è considerato l’inizio della stagione della contestazione nel nostro paese: nella città di Trento, gli studenti occupano la Facoltà di Sociologia, avanzando rivendicazioni legate al riconoscimento del proprio ciclo di studi. E’ solo l’inizio di un movimento di protesta che nel breve volgere di un anno porta alle occupazioni delle Università di Pisa, Roma, Milano, Torino e Napoli.

La protesta si rivolge contro il sistema universitario, che viene giudicato arcaico, rigido e incapace di valorizzare il contributo degli studenti alla propria formazione, e dilaga nel ’68, quando tutte le Università del paese vengono occupate.

A quel punto la protesta esce dai confini studenteschi, saldandosi con le proteste nel frattempo scoppiate nel mondo del lavoro che nel ’69 porteranno al cosidetto “autunno caldo”. Al centro della protesta ci sono le ingiustizie sociali che venti anni di boom economico hanno acuito, finendo per consolidare un sistema sociale chiuso, che non riconosce effettivamente le libertà di ciascuno ed è incapace di produrre mobilità sociale. Anche il PCI è costretto a fare i conti con l’ondata di protesta. Sebbene le prime mobilitazioni contro la riforma universitaria fossero state promosse da studenti legati al PCI, con l’evolvere della situazione emerge una certa difficoltà di dialogo tra il partito e i giovani, come sottolineato dalla stessa FGCI e dal suo segretario Petruccioli.

Sullo sfondo, l’insoddisfazione giovanile per la lentezza del rinnovamento della società italiana: i giovani condividono col PCI l’aspirazione ad espandere la democrazia, ma la concepiscono in modo diverso, ossia non al livello dello Stato e delle autonomie locali, né come maggiore protagonismo dei lavoratori, ma piuttosto nei termini di una “nuova democrazia”, in cui prevalessero l’autogoverno e l’autogestione.

Si apre così un dibattito che investe il partito, stretto tra posizioni di maggiore cautela e slanci di apertura verso forme di democrazia “mista”, come quella ipotizzata dallo stesso Ingrao.

A febbraio alle Frattocchie si tiene una riunione” di studenti comunisti sui “ritardi del Partito” e sul rapporto col movimento; poco dopo la Direzione dedica un momento di confronto ai temi legati al movimento studentesco: l’ordine del giorno conclusivo afferma che la natura del movimento impone un collegamento con “la lotta più generale dei lavoratori, ma che quello degli studenti è un momento integrante della lotta per la trasformazione democratica e socialista dell’Italia”.

Tra i dirigenti più attenti a queste istanze c’è anche il segretario: l’incontro tra Longo e un gruppo di esponenti del movimento studentesco segna infatti il momento più importante nel tentativo di dialogo, anche se la sua proposta di organizzare altri incontri tra operai e studenti viene lasciata cadere nel vuoto alla Direzione successiva. La linea darà comunque qualche frutto: nonostante il dialogo non vada molto oltre e alcune frange del movimento prendano una strada decisamente diversa, il tentativo innescherà un avvicinamento elettorale di molti giovani al PCI, che verrà premiato nelle elezioni dello stesso anno, aprendo così il ciclo di crescita elettorale di cui sarà successivamente protagonista la prima segreteria di Berlinguer. Su “Rinascita” Longo ribadisce allora che col movimento vanno tenuti rapporti di dialogo, tornando sulla necessaria “costruzione di una nuova democrazia” che unisca le lotte della classe operaia e le istanze nuove del movimento. Nel dibattito interno al Comitato Centrale la linea del Segretario, sostenuto dalla sinistra interna e forte del buon esito elettorale, riceve ampi consensi; stavolta è Amendola ad apparire più isolato: un mutamento di equilibri significativo rispetto al Congresso di pochissimi anni prima. [Cristian Pardossi]

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