Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 17

Gli anni della segreteria di Berlinguer – complice probabilmente anche il contesto di forti rivendicazioni sociali – si segnalano per una maggiore attenzione del Partito alla questione femminile.

E’ questo un capitolo “tormentato” della storia del PCI, che sin dagli anni della sua fondazione e poi lungo il dispiegarsi della sua vicenda ha visto il contributo fondamentale delle donne, basti pensare a Camilla Ravera, ordinovista e fondatrice del PCI, una delle figure più importanti del PdCI a livello nazionale prima e dopo la guerra. Anche negli anni della clandestinità e poi della Resistenza sono decine le donne che si avvicinano al Partito Comunista e danno un contributo fondamentale alla lotta, alla costruzione di una rete di contatti sul territorio e dunque al radicamento del Partito: tra le più note Maria Luisa Rodano, attiva nella resistenza e poi protagonista della vita del Partito fino al suo scioglimento (la Rodano festeggerà 100 anni il 21 gennaio, proprio come il PCI).

Nonostante il contributo dato nella guerra di Liberazione, nelle prime istituzioni elette democraticamente dopo la fine del regime non sono molte le donne che ne fanno parte: i partiti e la politica sono ancora appannaggio prevalentemente degli uomini.

Questo vale anche per il PCI, che pure elegge 9 donne tra la sua delegazione all’Assemlea Costituente – Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini e Maria Maddalena Rossi – quasi la metà delle 21 donne chiamate a scrivere la Carta fondamentale della neonata Repubblica. Numeri esigui che pure non sminuiscono il valore di quella rivoluzione – fino ad allora le istituzioni erano appannaggio dei soli uomini – innescata dal riconoscimento del diritto di voto alle donne.

Nonostante i numeri, le donne nel Partito – consapevoli della necessità di sfondare il muro di resistenza culturale che esisteva nella dirigenza del PCI rispetto al loro ruolo – comprendono subito la necessità di dotarsi di un profilo che pur inserito all’interno del Partito non faccia venir meno il punto di vista delle donne nell’opera di ricostruzione del paese e della sua democrazia: è in questo contesto che nel ’45 era nata l’UDI – Unione Donne Italiane, che sarà presieduta da Velia Sacchi, giornalista de l’Unità e che avrà l’obiettivo di diventare la più grande organizzazione per l’emancipazione femminile italiana, impegnata principalmente sul terreno della parità, nello studio, nel lavoro, per la retribuzione e per l’apertura alle donne in settori professionali “nuovi”.

Comincia così una storia di dialettica interna a tratti anche aspra (il primo caso eclatante fu il dissidio tra Teresa Mattei e Palmiro Togliatti, che definì la più giovane deputata dell’assemblea “una giovane anarchica”) che spesso conosce incrinature sul versante dell’obbedienza: in un Partito dominato dal principio del centralismo democratico e saldamente in mano ad uomini, le donne comuniste si sono spesso rivelate quelle con il maggior coraggio di dissentire – finendo per pagarne le conseguenze in termini di ruoli dirigenziali interni, ma non certo per quanto riguarda il cammino delle loro idee, che anzi si sono rivelate i semi delle future battaglie interne al Partito e nella società. Per tutto il periodo della segreteria di Togliatti e in gran parte per quella di Longo – uomini nati tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo – si registrerà un disallineamento tra le dichiarazioni ufficiali e la considerazione effettiva che le donne avranno all’interno del Partito.

Sarà con lo scoppio dei movimenti e delle contestazioni – e con l’avvento della segreteria di Berlinguer – che la dirigenza comunista presterà maggiore attenzione al contributo delle donne, che pure non si era mai fermato nei decenni precedenti. Sono anni turbolenti, in cui le contestazioni e le rivendicazioni attraversano lo stesso mondo femminile – la stessa UDI si incontrerà/scontrerà al suo interno con il nuovo femminismo e le sue rivendicazioni in materia di diritti civili – ma che danno un contributo fondamentale non solo all’evoluzioni culturale e politica del profilo del PCI, ma di tutto il paese. Basti ricordare le vicende legate all’aborto o al divorzio, dove le donne comuniste giocano un ruolo decisivo rispetto alla dirigenza maschile, dove erano ancora molti ad avere un atteggiamento conservatore. Nel clima di apertura ai movimenti che chiedono protagonismo, Berlinguer decide di dare maggiore spazio alla questione femminile: prende avvio un percorso che si concluderà nell”86 con l’approvazione di un importante documento come la Carta delle Donne (è in questa stagione che nel ’79 matura l’elezione di Nilde Iotti alla carica di Presidente della Camera, prima donna nella storia a ricoprire tale ruolo).

Nonostante questa apertura ed una progressiva e maggiore attenzione alla questione femminile nella società italiana, fino alla fine della sua storia anche il PCI, al pari di tutto il sistema politico – fu un partito in cui le donne fecero fatica a veder riconosciuto pienamente – in termini di rappresentanza e ruoli dirigenziali – il loro contributo. [Cristian Pardossi]

(nelle foto i ritratti di Camilla Ravera, Teresa Noce, Teresa Mattei, Adriana Seroni, Loretta Montemaggi, Rossana Rossanda, Luciana Castellina, Maria Luisa Rodano, Carla Ravaioli)


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