Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 20

In quell’indimenticabile ’89 il PCI viene da un quinquennio di difficile ricerca di una nuova strategia politica. Dopo la morte di Berlinguer avvenuta nell’84 il gruppo dirigente opta per la linea della continuità: la scelta ricade su Alessandro Natta, che diviene segretario generale.

Di pochi anni più anziano di Berlinguer e vicino alle posizioni dell’ex segretario, Natta è un dirigente stimato e apprezzato: antifascista sin dai tempi dell’Università (frequentò la Scuola Normale insieme a Carlo Azeglio Ciampi), dopo l’8 settembre fu tra quei militari che si rifiutano di aderire alla RSI, finendo così internato in un campo di prigionia a Rodi; nel ’45 si avvicinò al Partito Comunista di cui presto divenne segretario di federazione a Imperia e successivamente deputato (dal ’48 al ’92), entrando a far parte della direzione e della segreteria del Partito nel ’63.

Confermato nel ruolo di Segretario generale dal XVII Congresso (’86), Natta non riesce tuttavia a portare il partito fuori dalla crisi, come dimostrano i risultati delle elezioni politiche del 1987. La sensazione è quella di uno stallo. Il gruppo dirigente matura allora la convinzione che sia venuto il momento di coinvolgere alla guida del Partito la generazione dei cinquantenni: “l’occasione” è data da un problema di salute di Natta, che colto da infarto durante un comizio, viene convinto a dimettersi; al suo posto verrà eletto Achille Occhetto.

Primo segretario generale a non aver preso parte – per motivi anagrafici – alla lotta contro il nazifascismo, “Akel” ha un “cursus honorum” in piena regola: segretario nazionale della FGCI negli anni Sessanta e membro della segreteria dal ’69, fu inviato a guidare il Partito siciliano negli anni Settanta, prima di essere eletto in Parlamento. Alla sua figura e alla sua generazione – un ponte tra quella che aveva rifondato il Partito dopo la guerra e quella dei quarantenni nati dopo il secondo conflitto mondiale – si chiede lo sforzo di rilanciare e rinnovare l’azione politica del PCI. E proprio di questo saranno chiamati a discutere i delegati e le delegati al XVIII Congresso svoltosi nel marzo ’89 e introdotto da una relazione di Occhetto – riconfermato in quell’occasione – dal titolo “Il nuovo PCI in Italia e in Europa. È il tempo dell’alternativa”. Dal Congresso esce l’immagine di un Partito che mentre conferma l’attualità e l’importanza della sua identità, insiste sulla necessità di introdurre nella sua linea politica elementi di profonda novità – non sempre ben chiari – giudicati dai dirigenti un elemento fondamentale per recuperare il consenso dell’elettorato e candidarsi come alternativa reale per la guida del Paese.

Ma gli anni Ottanta sono un periodo di grandi trasformazioni a livello internazionale: l’epicentro è il sistema sovietico e degli altri regimi dell’est, che dopo il riacutizzarsi dello scontro e della minaccia di un conflitto con gli Stati Uniti attraversa un nuovo pesante periodo di crisi economica e sociale che alimenta il malcontento delle popolazioni, a cui i regimi rispondono con una nuova ondata di repressione. Di fronte alla crisi e al dilagare della corruzione, nell’85 anche il PCUS gioca la carta del “rinnovamento”, eleggendo alla carica di Segretario Michail Gorbacev, che si rende protagonista di un ultimo tentativo di riforma del sistema sovietico, fondando la sua azione politica su due pilastri: trasparenza (glasnost) e ristrutturazione economico-sociale (perestroika), a cui si aggiungono l’impegno per il disarmo, l’alleggerimento della pressione militare nei “paesi satellite” e nei teatri di guerra (in primis l’Afghanistan) e l’avvio di una coesistenza dialogante con gli USA. Le doti e la personalità di Gorbacev tuttavia non basteranno a raddrizzare il corso degli eventi; le sue riforme hanno anzi l’effetto di provocare una reazione contraria nella vecchia dirigenza del partito, a cui si aggiunge il malcontento dell’opinione pubblica per il ritardo dei risultati annunciati e sperati (la crisi anzi subisce una recrudescenza che arriverà a rendere indisponibili alcuni beni di prima necessità).

E’ in questo contesto di crisi e di generale alleggerimento della pressione sovietica che anche nei paesi satellite si risvegliano e prendono corpo movimenti che già in passato avevano animato l’opposizione ai regimi comunisti. Nel giugno dell’89 si tengono in Polonia le prime elezioni semilibere, stravinte da Solidarnos, il sindacato che solo otto anni prima era stato colpito dalla repressione del generale Jaruzelski: è l’inizio di una catena di rivolgimenti che nel giro di pochi mesi colpiranno lo Stato più debole tra i paesi satellite – la Repubblica Democratica Tedesca (DDR).

Già nell’estate dell’89 infatti Austria, Ungheria e Cecoslovacchia avevano deciso di permettere il libero attraversamento delle loro frontiere, provocando un’ondata di arrivi dalla Germania dell’Est. Il governo guidato da Honecker – che fino ad allora aveva punito con la morte ogni tentativo di attraversamento del Muro di Berlino – impone ed ottiene che i cittadini fuorisciti rientrino in pochi giorni entro i confini nazionali, ma la decisione innesca un’ondata di manifestazioni di fronte alle quali Honecker rassegnerà le dimissioni nel vano tentativo di recuperare l’ordine. Il nuovo governo presieduto da Krenz decide di mediare, stabilendo di concedere dei permessi per viaggiare in occidente; ma durante la conferenza stampa di annuncio del provvedimento un errore del ministro della propaganda scatena l’immediata reazione dei cittadini, che si precipitano alla frontiera chiedendo di entrare a Berlino Ovest. Di fronte al disorientamento delle guardie di confine il regime di Berlino est è tentato di reagire con la forza, ma da Mosca Gorbacev fa presente che non ci sarà nessun intervento dell’armata rossa in loro supporto. A questo punto anche il governo di Berlino est rinuncia ad intervenire: è il segnale che nessuno si opporrà all’abbattimento di quel Muro che aveva diviso per quasi trent’anni la città e simboleggiato più di ogni altra cosa la famosa “cortina di ferro” tra occidente e blocco sovietico.

E’ il 9 novembre 1989, una data che rimarrà impressa nella Storia. Le immagini delle migliaia di persone che attraversano festanti le frontiere, salgono sul muro e lo abbattono anche con mezzi di fortuna sono destinate a fare il giro del mondo in poche ore e ad innescare un terremoto che si ripercuoterà presto anche sul PCI. [Cristian Pardossi]

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