Cristian Pardossi / 100 volte P.C.I. / 21

Il 12 novembre 1989 , tre giorni dopo il crollo del Muro di Berlino, il segretario Occhetto si presenta a sorpresa alla commemorazione della battaglia della Bolognina, e davanti a ex partigiani, militanti e qualche giornalista pronuncia le frasi che segneranno l’inizio della fine del PCI

Come in molti altri passaggi della storia, il crollo del Muro di Berlino non è altro che l’evento-simbolo di un processo già in atto da qualche anno, che nell’89 subisce un’accelerazione e innesca una reazione che in poco più di ventiquattro mesi porterà alla fine di molti dei regimi dell’Est ed in particolar modo dell’entita statuale nata dalla Rivoluzione d’Ottobre: l’URSS.Ma le conseguenze di quel terremoto non si limiteranno a coinvolgere i paesi “oltre cortina”, e investiranno anche i sistemi politici di mezza Europa, colpendo in modo particolare il PCI. In Italia i comunisti sono impegnati da anni in un dibattito teso a recuperare insediamento sociale e consenso: proprio nel marzo di quello stesso 1989 il XVIII Congresso aveva discusso della necessità di dare un nuovo profilo al Partito, e per la seconda volta in quel decennio si era affacciata nel dibattito la discussione su un possibile cambio di nome – ipotesi che tuttavia viene in parte respinta e in parte accantonata dalla dirigenza nazionale, compresa l’ala moderata che guarda da anni alla prospettiva di un riavvicinamento con il partito socialista. Ma il profilo politico che esce da quel Congresso appare fragile e poco chiaro, inadeguato a difendere il Partito dalle scosse telluriche che lo investiranno già nell’estate – con il dramma delle proteste di piazza Tienanmen soffocate dai carri armati di Deng Xiaoping – e soprattutto dall’onda d’urto provocata dai fatti di Berlino.

Il 12 novembre, tre giorni dopo il crollo del Muro, il segretario Occhetto si presenta a sorpresa alla commemorazione della battaglia della Bolognina, e davanti a ex partigiani, militanti e qualche giornalista pronuncia le frasi che segneranno l’inizio della fine del PCI: “Gorbaciov ha incontrato i veterani della seconda guerra mondiale dicendo loro: voi avete vinto la guerra, e se ora volete che non venga persa è necessario non conservare, ma avviare grandi trasformazioni. Da questo traggo l’incitamento a non continuare su vecchie strade, ma a inventarne di nuove, per unificare le forze del progresso”. Ai giornalisti che gli chiedono se le sue parole facciano presagire anche un cambio del nome del Partito, il segretario comunista conferma: “lasciano presagire tutto”. Parole gravide di conseguenze, che Occhetto pronuncia in solitudine, senza essersi confrontato con nessuno del gruppo dirigente nazionale e saltando qualsiasi “protocollo”.

L’impatto è immediato: il giorno dopo viene convocata la segreteria, e quello successivo la Direzione nazionale, che discuterà per due giorni consecutivi rinviando ogni decisione al Comitato Centrale. In queste sedi Occhetto proporrà di aprire una fase costituente di una nuova forza politica, che come tale abbia anche un nome nuovo. Da subito si delineano le posizioni che animeranno il dibattito lungo i quindici mesi che accompagnano la fine del PCI: con il segretario si schiera quasi tutta l’ala moderata del partito (in primis i miglioristi) e gran parte della generazione dei “quarantenni”; mentre la sinistra e alcune importanti figure del “centro berlingueriano” (su tutti Natta e Tortorella) si dichiarano contrari.

Pietro Ingrao, Aldo Tortorella , Lucio Magri e altri “contrari”

Tra gli strenui oppositori di quella che passerà alla storia come la “svolta della bolognina” ci sono due leader della sinistra comunista: Armando Cossutta – da sempre legato al rapporto con l’URSS – e Pietro Ingrao, il comunista eretico, l’uomo del dubbio, una delle figure più autorevoli all’interno del Partito.

Armando Cossutta

Il Comitato Centrale convocato alla fine di novembre discute ininterrottamente per cinque giorni, mentre sotto la storica sede di via delle Botteghe Oscure si raduna una folla di militanti che urla tutta la sua contrarietà alla svolta. Non era accaduto spesso che militanti del PCI avessero contestato apertamente i propri dirigenti sotto la sede del Partito, ed è un fatto da non sottovalutare nella narrazione degli eventi, perché se è vero che quella rabbia fu in parte “incanalata” (e in parte “ammorbidita”) nel lungo percorso congressuale che prenderà il via da quel momento, è vero che essa testimonia l’importanza di quella discussione e insieme l’enorme portato di passioni e identità – non solo politica – che il PCI ha rappresentato per milioni di persone.

Alla fine il CC si conclude con l’approvazione a maggioranza della proposta di Occhetto di dare vita al percorso costituente della nuova forza politica, ma al tempo stesso accoglie la richiesta delle minoranze di convocare un congresso straordinario per decidere “se” dar vita ad un nuovo partito: una soluzione per certi versi salomonica che segna la prima di quelle ambiguità mai del tutto risolte che accompagneranno la fine del PCI e la nascita (e lo sviluppo) del nuovo partito.

Inizia cosi un dibattito animato che travalica i confini congressuali ed entrerà nelle famiglie, dividendole tra favorevoli e contrari alla svolta. Un dibattito che pur con tutti i limiti che si possono individuare soprattutto nei suoi esiti di lungo periodo, rappresenta ancora oggi, a trent’anni di distanza, il più grande esercizio di democrazia nella storia dei partiti della repubblica – per numero di persone coinvolte, per intensità e qualità della discussione.

Il PCI vivrà dunque due congressi nell’arco di un anno e mezzo. Il primo (XIX°) fu convocato in via straordinaria per decidere se dare vita ad un nuovo partito; al suo interno si misurarono tre mozioni: quella del segretario – favorevole alla svolta e all’apertura di un percorso organico all’internazionale socialista; quella guidata da Ingrao e Natta – contraria alla svolta, e infine una terza mozione guidata da Cossutta, anch’essa contraria.

L’epilogo di quel primo appuntamento si tenne a Bologna nel marzo del ’90 in un clima di forte tensione emotiva. I due protagonisti furono Occhetto e Ingrao, che si sfidarono anche in termini oratori: il segretario, forte del suo convincimento, concluse la relazione citando alcuni versi dell’Ulisse di Thennison, invitando il popolo comunista a seguirlo verso un nuovo orizzonte; Ingrao condusse una disamina puntuale e come sempre “dubbiosa” dei nodi irrisolti della proposta di Occhetto (interessante e per certi versi profetica se ascoltata oggi), invitando invece a lasciare aperto l’orizzonte che per lui aveva ancora senso e funzione storica. Finì con un risultato che premiava la mozione del segretario (67%) rispetto a quella di Ingrao-Natta (30%) e di Cossutta (3%), e la rielezione di Occhetto.

Si avvia così il percorso verso il XX° Congresso, che avrebbe dovuto decidere contenuti, profilo e nome del nuovo Partito. Anche stavolta si fronteggiano tre mozioni: quella legata alla proposta del segretario, quella contraria (che vedeva riuniti tra gli altri Cossutta, Ingrao, Natta e Tortorella), e quella promossa da Bassolino e da altri dirigenti che pur essendo favorevoli chiedevano un percorso di rinnovamento graduale della politica e dell’organizzazione. Pochi mesi prima dell’assise finale, nell’ottobre del 1990 Occhetto presenta il simbolo e il nome della “Cosa”: il nuovo partito si sarebbe chiamato PDS – Partito Democratico della Sinistra, ed il suo simbolo sarebbe stato una quercia alle cui radici venne collocato lo storico simbolo del PCI. Dai congressi di base uscì un equilibrio non molto dissimile da quello del congresso precedente: 67% a favore della mozione di Occhetto, 26,8% per quella denominata “rifondazione comunista”, e 5,7% per la mozione dal titolo “per un moderno partito antagonista” promossa da Bassolino.L’atto finale della storia del Partito Comunista ha inizio alle 16.30 del 31 gennaio 1991 alla Fiera di Rimini quando Occhetto inizia a leggere le 41 cartelle di relazione che aprono il Congresso, e si concluderà il 3 febbraio quando – con una votazione di 807 favorevoli, 75 contrari e 49 astenuti – il Congresso delibererà la nascita del PDS. Non tutti aderiranno: un centinaio di delegati della minoranza darà vita poco dopo al “movimento per la rifondazione comunista”, poi trasformato in partito, il cui primo segretario fu il sindacalista Sergio Garavini.

I fondatori del PRC: Vendola, Salvato, Garavini, Libertini, Cossutta

Dopo 70 anni finiva così la storia – ma preferisco dire l’esistenza – del più grande partito comunista dell’occidente, protagonista indiscusso della storia del nostro paese e del processo di emancipazione e identificazione di milioni di donne e uomini. [Cristian Pardossi]

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nota finale dell’autore: Ci vorrebbe più di un altro post per fare alcune riflessioni, ma mi ero posto di raccontare tramite foto e avvenimenti la storia di questo grande partito (spero di non averlo fatto in maniera troppo banale – in ogni caso ripeto le scuse verso storici e proagonisti che avevo scritto il primo giorno) e voglio attenermi all’idea iniziale; tuttavia mi concedo il lusso di una considerazione. Non so se sia il frutto dell’attenzione legata al centenario della sua fondazione, ma il fatto che a 30 anni dalla fine di quel partito e in un mondo profondamente cambiato, la sua eredità politica e ideale, il confronto interno al suo gruppo dirigente, le modalità e i contenuti con cui si è posto fine alla sua esistenza siano ancora oggetto di un qualche interesse non solo per gli storici – forse anche in ragione dello stato in cui versa la sinistra italiana (non solo lei, ma non è motivo di rassicurazione) – mi sembra anche il segno pur piccolo, a volte invisibile, di una vitalità, di una passione, di un’Idea che al fondo di tutto non ha perso la sua intima ragion d’essere e che cova come brace mai spenta un fuoco per ora nascosto ma che mi auguro sia pronto un giorno a divampare in forme nuove. [C.P.]

Cristian Pardossi
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