Guerra, avventura senza ritorno

Erano 150 i presenti all’incontro del 21 gennaio sul canale della comunità pastorale San Francesco d’Assisi di Mariano Comense dal titolo Se calpestiamo i diritti umani, calpestiamo la pace, inserita nell’ambito del mese della pace 2021. Gli ospiti, don Renato Sacco, parroco a Cesara in Piemonte e responsabile nazionale di Pax Christi, movimento cattolico internazionale per la pace, e Nello Scavo, reporter di guerra per Avvenire e cronista giudiziario, oggi sotto tutela come conseguenza di un’inchiesta realizzata sulla tratta di esseri umani dalla Libia. Si è parlato di pace, disarmo e diritti umani, passando per il filo rosso di un’attualità che è necessario fronteggiare col coraggio di cercare la verità, da sempre una delle prime vittime della guerra.

Manganelli avvolti col filo spinato e usati per lasciare un segno indelebile che non faccia solo male, ma anche paura a tutti coloro che anche solo oseranno pensare di andare per la stessa via. Non è un film horror, ma la tecnica usata dalla polizia croata per respingere i profughi bloccati in Bosnia. Non è una storia lontana nel tempo e nello spazio: sta accadendo qui, alle porte della nostra casa europea, oggi. Accade oggi, ma sta accadendo da un tempo ben più lungo. Così Nello Scavo ha parlato della crisi umanitaria che si consuma in Bosnia, da tre anni a questa parte, a causa di una serie di respingimenti di profughi a catena di cui l’Italia è a sua volta anello. Migliaia sono le vite dei profughi, cristallizzate sotto la neve della Bosnia, ferme e ammassate a un confine, respinte da un luogo ma anche da tutta una serie di possibilità di vita. È una storia attuale, perché proprio in questi giorni c’è stata una sentenza del Tribunale di Roma, una condanna al ministero degli interni italiano, considerato responsabile di questi respingimenti. Una storia attuale, ma non certo nuova, perché anche se solo ora abbiamo deciso di posarvi gli occhi, è in atto ormai da anni. È un caso esemplificativo perché sotto la lente di ingrandimento mediatica, ma sappiamo bene che i diritti umani fondamentali vengono calpestati da troppo tempo e in troppe occasioni, di cui questa costituisce un esempio, appunto, ma purtroppo non l’unico. «Come se stare in serie A, lontani dal rischio di rimanere a propria volta calpestati fosse un destino, come se non fossimo tutti sulla stessa barca.», si è detto ieri sera. In questo senso il tema del mese della pace che stiamo vivendo, la cultura della cura come percorso di pace, assume un significato che non può più essere ignorato. Non quando abbiamo sentito proprio qui, in Italia, durante un periodo di emergenza sanitaria per noi senza precedenti, dire che visti i problemi economici impellenti sarebbe meglio occuparsi meno delle persone improduttive; oppure quando si va affermando che tra i parametri per la distribuzione del vaccino anti covid-19 dovrebbe esserci anche il PIL. Insomma, è chiaro che, come diceva Martin Luther King, «l’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque». Una verità di cui tutti e tutte siamo sfidati a prenderci carico. D’altra parte, nella prevaricazione dei diritti umani purtroppo l’Italia è impegnata da un bel po’, da quando, ad esempio, era il principale paese esportatore di armi per la coalizione saudita, fa notare Nello Scavo. Esportazione sì interrotta, ma in tempi così dilatati da permettere alla coalizione saudita di avere approvvigionamenti per i prossimi dieci anni. E non vale dire che l’industria militare crea lavoro, come spesso si è sentito denunciare a proposito degli operai impegnati in questo stesso settore: non vale perché, sempre per esempio, ancor prima che l’Italia interrompesse questa produzione specifica, da tempo si lavorava per il trasferimento della produzione in Arabia Saudita, dove i costi sono nettamente più vantaggiosi per chi ne trae profitto. È proprio per questo che Papa Giovanni Paolo II definiva la guerra così: un’avventura senza ritorno. Lo diceva in quel caso a proposito della guerra del Golfo. «Su Giovanni Paolo II si può discutere se si vuole» dice Nello Scavo «ma di politica internazionale se ne intendeva e aveva capito che quel conflitto avrebbe innescato una catena inarrestabile di catastrofi.» Così è stato. Al punto che oggi ogni abitante della terra, volente o nolente, spende per la macchina della guerra 249 dollari all’anno, come ha denunciato nel 2019 Sipri, lo Stockholm International Peace Research Institute che monitora gli sviluppi delle spese militari in tutto il mondo. Un problema questo che è ben presente a don Renato Sacco, che proprio domani alle 11.30 sarà in diretta da Ghedi, Aviano e Cameri davanti ai luoghi di produzione di armi nucleari per denunciarne l’immoralità. «Le energie – e i soldi – che spendiamo in armi, come i 130 milioni di euro per ogni F35 prodotto a Cameri, in Piemonte, sono energie sottratte alla cura e alla pace. È di Papa Francesco la proposta di creare con questi soldi destinati alla spesa militare un fondo per la fame.» Un mondo, spiega il parroco di Cesara, che non si è fermato neppure davanti alla pandemia: «durante il primo lockdown dalle mie parti chi produce rubinetti doveva chiudere, ma chi produce F35 no.» Cosa c’entrino guerra e armi con i profughi bloccati in Bosnia sotto la neve sembra quasi ingenuo spiegarlo. Eppure, forse, non è così scontato. Non può esserlo se sono ancora così pochi gli esponenti politici della nostra nazione abbastanza onesti e coraggiosi da denunciare che quella stessa guerra in Yemen le cui parti in conflitto l’Italia ha così alacremente supportato con la produzione di armi, è una della cause principali dei flussi migratori verso l’Europa. «Nei primi sei mesi del 2020 il governo italiano ha inviato all’Arabia Saudita armi e munizioni, per la maggior parte pistole e fucili semiautomatici, per un valore di 5,3 milioni di euro. E anche il governo degli Emirati Arabi Uniti (Eau) ha ricevuto dall’Italia spedizioni di armi di tipo militare per un totale di 11 milioni di euro» si denunciava su Avvenire lo scorso dicembre.

Una grande incoerenza, un’ipocrisia clamorosa che denuncia la mistificazione del nostro tempo. Un tempo in cui ci siamo abituati a rivestire di pacifismo lessicale persino le azioni violente e belliche, come quella di riportare in Libia in naufraghi del Mediterraneo, ammantata dall’aura del “salvataggio”. «È come se qualcuno avesse trovato un ebreo in fuga da un campo di concentramento, in mezzo alla neve, nel gelo dell’inverno e avesse ben pensato di riportarlo lì, nel campo di concentramento, per salvarlo dal freddo.», dice Nello Scavo. Vengono chiamate operazioni di salvataggio, quelle operate nel “cimitero liquido” del Mediterraneo dalle guardie libiche con navi fornite dall’Italia, pur sapendo che lì, in Libia, i campi di prigionia esistono e non sono clandestini, ma governativi. Non bisogna starci: «Quando è guerra, chiamiamola guerra.» Insomma, quello che emerge tanto dalle parole di don Renato Sacco quanto dalle testimonianze di Nello Scavo è che oggi abbiamo bisogno di una narrazione più che mai fatta di verità. «Oltre al vaccino anti-covid, servirebbe il vaccino contro la cultura dello scarto, come l’ha chiamata il Papa. Altrimenti dopo la pandemia ci ritroveremo ancora malati, con divisioni sempre più profonde» è la denuncia di entrambi. Un vaccino che si fa scegliendo tra diritti umani e macchina della guerra in maniera chiara e coerente. Qualche passo nella giusta direzione, piccolo, ma significativo, lo si può fare: lo dimostra, spiega don Renato Sacco, il Trattato ONU per la messa al bando delle armi nucleari, che entra in vigore proprio oggi, 22 gennaio 2021. Piccola pecca: l’Italia non è tra i paesi che lo hanno ratificato. È per questo che don Renato ha invitato chi ieri sera era all’ascolto a non arrendersi, a continuare a denunciare e a fare la differenza. Tra le tante azioni proposte, una in particolare è sembrata far maggiore presa sul pubblico, quella della campagna Italia, ripensaci! che cerca di far pressione su Governo e Parlamento per favorire una presa di coscienza forte sull’impossibilità di basare la costruzione della nostra sicurezza su una minaccia di distruzione e genocidio. Per far sì, insomma, che si smetta di considerare la pace come l’ultima ruota del carro. È possibile recuperare l’incontro dibattito online nella sua versione integrale sulla pagina YouTube della comunità pastorale San Francesco d’Assisi di Mariano Comense. [Martina Toppi, ecoinformazioni]

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